Ritardo al Faro B&B

Sofia lega Silas al faro e lo frusta da padrona.

4 min read August 24, 2026New

La tempesta aveva spazzato la costa toscana per ore, e quando Silas bussò alla porta del Faro B&B era già passata mezzanotte. Sofia lo aprì in un abito di seta nera che le scendeva appena sotto le cosce, i capelli raccolti in una crocchia severa, lo sguardo tagliente come il vento salmastro. Trentacinque anni, corpo sodo di chi sa esattamente cosa vuole, lo fissò da sopra in basso.

«Sei in ritardo.»

«Il mare era un inferno, Padrona— scusa, signora.» Silas, ventotto anni, giacca bagnata che gli si appiccicava al torace, sorrideva con quella bocca che già tradiva il bisogno. Gli occhi le scesero sul seno, poi risalirono. «Ho sentito parlare di questo posto. Di te.»

Sofia lo fece entrare. L’ingresso del faro odora di legno vecchio e cera. Accese solo una lampada. «E cosa hai sentito?»

«Che leghi gli uomini. Che li frusti finché non piangono di piacere. Che non ti fermi finché non ti chiamano Padrona con la gola a pezzi.» La voce gli si era fatta rauca. «Io lo voglio. Tutto. Stanotte. Ti prego.»

Il calore le salì tra le gambe come un’onda. Sapeva già che l’avrebbe spezzato e rimontato. «Vieni.»

Salirono la scala a chiocciola della torre. La stanza in cima aveva un letto di ferro massiccio, anelli saldati alle colonne, una cassapanca aperta. Dentro: corde di canapa, manette foderate, un crop di cuoio nero, un dildo strap-on spesso e venato, bende di seta. Silas restò fermo, il cazzo già teso contro i pantaloni.

«Spogliati. Piano. Ogni capo a terra, piegato. E da ora mi chiami solo Padrona.»

«Sì, Padrona.» Si sfilò la maglia, mostrò il petto peloso e i capezzoli duri. I pantaloni scivolarono, poi i boxer. Il cazzo gli balzò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido. Sofia gli girò intorno, le unghie sul sedere teso.

«In ginocchio.»

Obbedì. Lei prese la corda e gli legò i polsi dietro la schiena con nodi precisi, la canapa che mordeva la pelle senza tagliare. Gli sfiorò il cazzo con il dorso della mano; lui gemette e spinse i fianchi. «Non ti muovere finché non te lo ordino, cagnolino.»

Lo bendò. Lo spinse sul letto a pancia in su, gli allargò le cosce e legò ogni caviglia a un montante. Silas era nudo, esposto, il cazzo che pulsava contro la pancia. Sofia strinse il crop.

Il primo colpo gli arrivò sulla coscia interna. Uno schiocco secco. Lui sussultò. Il secondo più forte, rosso che spuntava. Il terzo dritto sul cazzo: il crop frustò la lunghezza dura e Silas urlò un «Grazie, Padrona!» strozzato. Lei non si fermò. Colpi sulle cosce, sul sacco, sulla punta gonfia finché lui implorava, la voce rotta, il precome che gli colava sul ventre.

«Ti piace che ti frusti il cazzo, troia?»

«Sì— cazzo sì, Padrona, usami, ti prego—»

Sofia si sfilò l’abito. Nuda, montò sul letto, gli si sedette sul petto e gli cacciò la figa in faccia. «Leccami. Lingua fuori. Più a fondo.» Silas le succhiò la fica bagnata come un disperato, il naso schiacciato sul clitoride, mentre lei gli stringeva i capelli. Quando fu sufficientemente zuppa, scese, si allineò sul suo cazzo e si conficcò giù d’un colpo, cowgirl violenta, le chiappe che sbattevano sui suoi fianchi.

Lo cavalcò con forza, una mano alla gola di Silas, le dita che premevano ai lati del collo quanto bastava per farlo vedere stelle. Con l’altra gli schiaffeggiò la faccia, una, due, tre volte, lasciando il segno rosso. «Chi sei?»

«La tua troia, Padrona— la tua cosa—»

Si alzò, gli girò la testa e gli sfondò la gola col cazzo di lui stesso, deepthroat brutale, spingendogli il glande fino in fondo finché lui non gorgogliò e lacrimò sotto la benda. Poi indossò lo strap-on. Il silicone nero luccicava di lubrificante. Gli sollevò le cosce legate e glielo cacciò nel culo con una spinta lunga e profonda. Silas urlò di piacere puro, il buco che gli si apriva attorno al dildo grosso.

Sofia lo scopò nel culo a spinte secche e profonde, una mano ancora alla gola, l’altra che gli pompava il cazzo a pugno stretto. «Ringrazia.»

«Grazie Padrona— grazie per il culo— grazie per la frusta— ti prego fammi venire—»

«Vieni. Adesso.»

Silas esplose a getti spessi sul proprio petto e sul mento di lei, il corpo che si contorceva nelle corde, spasmi che non finivano. Sofia si strusciò il clitoride contro il suo ventre sporco e venne a sua volta, gemendo basso, le cosce che gli tremavano addosso mentre il strap-on gli restava conficcato dentro.

Lo lasciò ansimare. Poi, con cura, sciolse ogni nodo, gli tolse la benda, gli massaggiò i polsi arrossati. Lo tirò tra le braccia, nudi entrambi, la pelle appiccicosa di sudore e sborra. Gli accarezzò i capelli bagnati.

«Sei stato bravissimo. Il mio bravo ragazzo.»

Silas, ancora tremante, scivolò in fondo al letto e le baciò i piedi, uno dopo l’altro, labbra calde sull’arco e sulle dita. «Grazie, Padrona.» Si riavvicinò, si addormentò contro il suo seno, già mezzo duro all’idea dell’alba.

Sofia sorrise nel buio della torre, e l’ultima cosa che pensò prima di chiudere gli occhi fu che il vero ritardo era stato il suo: il faro non era mai stato suo, e Silas— il proprietario che l’aveva assunta solo per questa notte— stava già progettando come legarla al posto suo.

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