Latex e Vino: Ritorno Infuocato tra i Filari
Isabella in latex nero domina Hassan tra i filari, stivali e piedi sudati che lo fanno impazzire.
Il tramonto tingiva di rosso e oro i filari del vigneto toscano, un mare di foglie che ondeggiano appena al vento caldo della sera. Isabella camminava tra i filari con passo lento e deliberato, il latex nero lucido che la fasciava come una seconda pelle. L’uniforme aderiva a ogni curva: il corpetto stretto che sollevava il seno, la gonna corta che lasciava scoperte le cosce modellate dalle calze di lattice lucide, e gli stivali alti al ginocchio di cuoio nero, lucidi, con tacco affilato che affondava lievemente nella terra friabile. Aveva ventotto anni e il corpo di chi conosceva il proprio potere. Sapeva esattamente cosa stava facendo.
Hassan era già seduto al tavolo di degustazione sistemato tra le viti, una bottiglia di Chianti Classico Riserva aperta e due calici pronti. Trent’anni, spalle larghe sotto la camicia bianca, mani da sommelier abituate a maneggiare con rispetto ciò che merita rispetto. Due anni. Due anni da quando si erano lasciati, o meglio, da quando lei lo aveva congedato con un ordine e un sorriso crudele, sapendo che sarebbe tornato. E ora eccolo lì, gli occhi già scuri mentre la guardava avvicinarsi.
«Isabella», mormorò lui, la voce roca. «Sei…»
«Come mi ricordavi», completò lei, sedendosi di fronte a lui con un fruscio di latex. Le calze nere velate brillavano sotto la luce calda; i piedi, elegantemente alloggiati negli stivali di cuoio, si muovevano appena. Hassan non riusciva a distogliere lo sguardo da quelle caviglie strette, dal modo in cui il lattice lucido avvolgeva l’arco del piede. Lei se ne accorse. Sorrise.
Sotto il tavolo, lo stivale destro di Isabella si spostò. La punta di cuoio sfiorò la coscia di Hassan, risalì lenta, premette contro il tessuto dei pantaloni. Lui trattenne il fiato. Lei sentì il calore del suo corpo attraverso lo stivale e premette un po’ di più, tracciando un cerchio pigro proprio dove già iniziava a indurirsi.
«Ti sei perso, Hassan?», chiese lei con voce bassa, versando il vino nei calici. Il liquido rosso scuro gorgogliò. «O hai solo aspettato il momento giusto per tornare a leccare i miei stivali?»
Lui deglutì, gli occhi fissi nei suoi. «Ho sognato questo ogni notte. Il suono del latex quando cammini. L’odore del cuoio caldo dei tuoi stivali dopo una giornata intera tra i filari. I tuoi piedi…» La coscia di lui si tese sotto la pressione dello stivale. Era già duro, e lei lo sapeva. Il ricordo del loro passato feticista bruciava tra loro come brace sotto la cenere: le serate in cui lei lo faceva stare in ginocchio per ore, le calze sudate premuta sulla bocca, i tacchi che gli graffiavano la schiena.
Isabella ruotò il calice, annusò, bevve un sorso lento. Poi, senza smettere di guardarlo, fece scivolare lo stivale più in alto, premendo il tacco contro l’interno della coscia di lui, quasi a un soffio dal rigonfiamento evidente. «Bevi», ordinò. «E dimmi se questo Sangiovese ha la stessa temperatura del tuo sangue adesso.»
Hassan obbedì. Il vino gli scese in gola mentre sotto il tavolo lo stivale di lei lo stuzzicava senza pietà. La tensione era spessa, palpabile quanto il profumo della terra e dell’uva matura. Entrambi eccitati, entrambi consapevoli che il gioco stava ripartendo esattamente da dove l’avevano lasciato: lei al comando, lui affamato di sottomissione.
Si alzarono per continuare la degustazione tra i filari. Isabella portava una seconda bottiglia; Hassan la seguiva come un cane al guinzaglio invisibile. La luce calava, il cielo diventava viola. Lei si fermò accanto a una vite antica, appoggiò il calice su un piccolo muretto di pietra e si girò verso di lui.
«Togliti la giacca», disse. Lui obbedì. Poi lei, con gesti lenti e teatrali, si chinò e sfilò lo stivale sinistro. Il lattice della calza era caldo, leggermente umido di sudore dopo le ore passate chiuso nel cuoio. Il piede emerso era perfetto: dita lunghe avvolte nel materiale lucido e nero, la pianta leggermente arcata. Isabella sollevò quel piede e lo premette direttamente contro il rigonfiamento dei pantaloni di Hassan.
Lui ansimò, un suono grezzo e sincero. «Cazzo… Isabella…»
«Silenzio», mormorò lei, ma sorridendo. Il piede avvolto nel lattice caldo strofinò su e giù lungo l’erezione dura, premendo, massaggiando attraverso il tessuto. Sentiva il calore di lui, il modo in cui il cazzo sobbalzava sotto la pressione. «Dimmi cosa hai sognato. Esattamente.»
Hassan respirava a fatica, le mani strette a pugno lungo i fianchi per non toccarla senza permesso. «Il tuo odore. Latex e cuoio. I piedi sudati dopo che hai camminato tutto il giorno. Ti sognavo mentre me li spingi in faccia, mentre mi fai leccare tra le dita attraverso le calze. Mi svegliavo duro come adesso, con il sapore immaginario del tuo lattice in bocca.»
Isabella aumentò la pressione, arricciando le dita del piede contro la sua lunghezza. Poi allungò una mano e prese la sua, guidandola sulla propria gamba. «Accarezzami. Sentilo.»
Le dita di Hassan scivolarono sulla coscia avvolta nella calza di lattice e seta. Il materiale era liscio, caldo, leggermente appiccicoso di sudore. Salì più in alto, sotto l’orlo della gonna di latex, fino a sfiorare il bordo della giarrettiera. Le loro mani si cercarono con urgenza: le sue dita si intrecciarono alle sue per un attimo, poi lei lo spinse di nuovo verso il basso, facendogli palpare il polpaccio teso, la caviglia, il piede ancora premuto contro il suo cazzo.
«Bastardo», sussurrò lei con affetto crudele, la voce già roca di eccitazione. «Due anni e sei ancora il mio cagnolino affamato di piedi. Seguimi. Adesso.»
Lo prese per il polso e lo trascinò più in profondità tra i filari. La luna iniziava a salire, argentea, gettando ombre lunghe tra le viti. L’aria era piena del profumo dell’uva e della terra calda. Isabella si fermò in un piccolo spiazzo nascosto, dove nessuno dal casale avrebbe potuto vederli. Si voltò. Gli occhi brillavano.
«In ginocchio.»
Hassan obbedì immediatamente, le ginocchia che affondavano nella terra soffice. Isabella sollevò il piede ancora calzato nella calza di lattice e glielo premette contro le labbra. L’odore lo colpì subito: lattice caldo, un pizzico di sudore salato, il residuo del cuoio dello stivale. Lui gemette e aprì la bocca, baciando la punta delle dita attraverso il materiale lucido.
«Lecca», ordinò lei. «Come si deve.»
La lingua di Hassan uscì, larga e avida, e iniziò a leccare la pianta del piede avvolta nel lattice. Succhiò le dita una a una, la bocca che si chiudeva intorno a ciascuna falange attraverso il tessuto elastico e lucido. Il sapore era intensamente erotico: calore umano e materiale sintetico fusi insieme. Isabella gemette piano, la mano che gli affondava nei capelli, spingendolo di più contro il piede.
Poi prese lo stivale che aveva sfilato e glielo premette sul collo, il tacco di cuoio che gli sfiorava la gola, la suola calda contro la pelle. «Continua. Più a fondo. Voglio sentire la tua lingua tra le dita.»
Hassan obbedì con devozione animale, leccando, succhiando, inspirando a pieni polmoni l’odore dei suoi piedi sudati nel lattice. La mano libera di Isabella scese a palpare il proprio seno attraverso il corpetto lucido, i capezzoli già duri. Era bagnata, lo sentiva chiaramente tra le cosce.
Dopo lunghi minuti in cui il solo suono era quello umido della lingua di lui e i gemiti soffocati di entrambi, Isabella si chinò. Con un gesto deciso gli sbottonò i pantaloni e li calò insieme alla biancheria. Il cazzo di Hassan balzò fuori, duro, venato, la testa già lucida di liquido pre-eiaculatorio. Lei emise un suono affamato e si abbassò, prendendolo in bocca d’un colpo solo.
Il calore umido della sua gola avvolse Hassan; lui gemette forte, la testa gettata indietro, lo stivale di lei ancora premuto leggermente sul collo come un monito. Isabella succhiava con ingorda passione, labbra strette intorno alla lunghezza, scendendo fino a inghiottirlo quasi tutto in un deepthroat profondo che le faceva venire le lacrime agli occhi. Poi si ritrasse, un filo di saliva che collegava le sue labbra alla punta lucida, e sollevò entrambi i piedi avvolti nel lattice.
«Guarda», ordinò. Posizionò i piedi intorno al cazzo duro e iniziò un footjob lento e esperto, le piante che strofinavano su e giù, le dita che stringevano e rilasciavano attraverso il materiale caldo e lucido. Alternava: bocca, piedi, bocca di nuovo. Deepthroat vorace seguito dal massaggio stretto dei piedi sudati nel lattice. Hassan tremava, le mani affondate nella terra, completamente perso nella sottomissione.
«Non venire», gli disse lei tra una leccata e l’altra. «Non ancora. Sei mio stasera, e io decido quando.»
Infine Isabella si rialzò, sfilò la gonna di latex con un movimento fluido e strappò via lo slip sottile. Si straddolò su di lui, le cosce aperte sopra i suoi fianchi, una mano che gli afferrava il cazzo per dirigerlo. La fessa era già gonfia e scivolosa. Si abbassò lentamente, prendendolo dentro di sé centimetro dopo centimetro, gemendo mentre veniva riempita.
«Cazzo, Hassan… sei ancora così duro per i miei piedi…» iniziò a muoversi, cavalcandolo con movenze lente e profonde, il latex del corpetto che scricchiolava a ogni ondulazione. I suoi piedi, ancora calzati nelle calze lucide, premevano contro il petto di lui o gli sfioravano il viso, offrendogli di nuovo l’odore e il sapore mentre lo scopava dall’alto.
La luna li illuminava tra i filari. Isabella accelerò il ritmo, i seni che sobbalzavano nel latex stretto, una mano che gli afferrava i capelli per piegargli la testa indietro. «Lecca i miei piedi mentre ti uso», ordinò, e lui obbedì, la lingua di nuovo sul lattice caldo mentre lei lo cavalcava con sempre maggiore urgenza.
Il piacere saliva, ma lei non aveva intenzione di finire. Non ancora. Rallentò di colpo, restando impalata su di lui fino in fondo, il cazzo che le pulsava dentro, e gli sorrise dall’alto con gli occhi scuri di promessa.
«Questo è solo l’inizio, amore mio», sussurrò, la voce roca. «C’è un’intera notte tra questi filari. E io non ho ancora finito di giocare con te.»
Isabella restò immobile un istante, conficcata fino in fondo su di lui, il cazzo di Hassan che le pulsava contro il fondo dell’utero con battiti caldi e disperati. Il latex del corpetto le stringeva i seni come una seconda pelle lucida, i capezzoli duri che sporgevano contro il materiale nero. Sotto di lei lui ansimava, la terra friabile che gli sporcava le ginocchia e le mani, gli occhi spalancati sul suo viso e soprattutto sui piedi ancora calzati nelle calze di lattice umide di sudore. Lei sollevò un piede e glielo premette di nuovo contro le labbra aperte.
«Lecca più a fondo», ordinò con voce bassa, carica di quella autorità che lo aveva sempre spezzato. «Voglio che senti il sapore del mio sudore mescolato al tuo. Inspiralo. Divoramelo.»
La lingua di Hassan uscì avida, scivolò tra le dita avvolte nel lattice caldo e leggermente appiccicoso. Succhiò la pianta del piede, leccò l’arco, premette il naso contro le dita per annusare più forte quell’odore denso di cuoio residuo, lattice e pelle sudata dopo ore tra i filari. Isabella gemette e riprese a muoversi, ora con ondulazioni lente e profonde, sollevandosi quasi fino a farlo uscire del tutto per poi ridiscendere d’un colpo solo, ingoiandolo intero. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano si mescolava al fruscio leggero delle foglie di vite mosse dal vento notturno.
«Due anni a sognarmi… e adesso sei di nuovo qui, sotto di me, con la faccia piena dei miei piedi», mormorò lei, accelerando un poco. Le cosce di lattice le brillavano al chiaro di luna, i muscoli tesi a ogni spinta. Una mano le scese a toccarsi il clitoride gonfio, strofinandolo in cerchi stretti mentre lo cavalcava. L’altra gli afferrò i capelli e lo costrinse a tenere la bocca spalancata contro la pianta del piede. «Dimmi quanto ti manca. Dimmi quanto sei mio.»
«Tuo… sempre tuo», ansimò Hassan contro il lattice, la voce roca e rotta. «Ho giurato ogni notte di tornare a leccarti i piedi sudati, a farmi usare come vuoi tu. Isabella… cazzo, sei stretta… calda…»
Lei sorrise crudele e si sollevò di scatto, facendolo uscire con un suono schioccante. Il cazzo di lui sobbalzò in aria, lucido dei suoi succhi, venato, la testa violacea e gocciolante. Isabella si girò senza scendere del tutto dal suo corpo, si mise a carponi sopra di lui ma di schiena, le natiche perfette avvolte dal latex residuo del corpetto che saliva, e gli porse entrambi i piedi. «Footjob. Adesso. Lento. E se osi venire ti lascio qui con le palle blu fino a domani.»
Hassan obbedì subito. Prese i piedi avvolti nel lattice, li strinse intorno al suo cazzo duro e iniziò a farli scivolare su e giù. Le piante calde e umide strofinavano la lunghezza intera, le dita che stringevano la base, l’arco che premeva sotto la corona. Isabella si chinò in avanti, afferrò la bottiglia di Chianti ancora aperta sul muretto vicino e ne versò un filo direttamente sul lattice dei suoi piedi e sul cazzo di lui. Il vino rosso scuro scese lento, caldo dalla serata, mescolandosi al sudore e al precome. L’odore fruttato e tannico si fuse con quello del lattice e del sesso.
«Lecca», comandò. «Tutto. Vino e piedi.»
Lui si chinò avidamente, la lingua che raccoglieva le gocce di Chianti dalla pianta dei piedi, succhiando le dita una a una mentre continuava a massaggiare il cazzo tra di essi. Isabella ansimava, una mano che le scendeva tra le cosce a ficcarsi due dita dentro la figa gonfia e scivolosa. Si scopava da sola guardandolo leccare, i seni che pendevano pesanti nel corpetto di latex, il materiale che scricchiolava a ogni respiro. Poi si voltò di nuovo, lo spinse sulla schiena contro la terra e gli si sedette sulla faccia, la figa aperta e bagnata premuta contro la bocca di lui.
«Mangiami mentre mi lecchi i piedi. Usa la lingua come si deve.»
Hassan gemette contro di lei e obbedì con disperazione. La lingua si spinse dentro, leccò le labbra gonfie, succhiò il clitoride turgido mentre Isabella, piegata in avanti, gli teneva i piedi contro il petto e a tratti glieli spingeva di nuovo in faccia, obbligandolo ad alternare. Il sapore di lei era intenso, salato e dolce; l’odore dei piedi sudati nel lattice lo rendeva ancora più duro. Lei si dondolava sulla sua bocca, strofinandosi, usando la lingua di lui come un giocattolo, gemendo più forte quando le dita dei piedi gli premevano contro le guance o le labbra.
Dopo lunghi minuti lo lasciò riprendere fiato solo per un istante. Si alzò, raccolse lo stivale di cuoio nero che aveva sfilato prima e glielo posò sul petto nudo. «Apri i pantaloni del tutto. Spogliali. Voglio vederti nudo e sporco di terra e vino.»
Hassan si liberò in fretta della camicia e di ciò che restava dei pantaloni. Nudo, il corpo muscoloso illuminato dalla luna, il cazzo che pulsava contro l’addome. Isabella indossò di nuovo lo stivale con gesti lenti, teatrali, il cuoio caldo che risaliva lungo il polpaccio avvolto nel lattice. Poi gli si avvicinò e premette la suola dello stivale contro il cazzo eretto, schiacciandolo delicatamente ma con autorità contro il ventre di lui.
«Guarda come ti trema», sussurrò. «Il mio stivale sul tuo cazzo. Come nei tuoi sogni.» Muoveva il piede avanti e indietro, la suola di cuoio che strofinava la lunghezza, il tacco che a tratti premeva contro le palle piene. Hassan ansimava a denti stretti, le mani conficcate nella terra, lottando per non venire. Isabella si chinò, raccolse un po’ del vino rimasto nel calice e lo versò sul latex della coscia, lasciandolo scorrere giù fino al bordo della calza. Poi gli offrì la coscia.
«Lecca. Tutto il percorso.»
La lingua di lui risalì lenta, raccogliendo il Chianti dalla pelle di lattice lucida, fino a raggiungere la giarrettiera e oltre, verso l’inguine nudo. Isabella gemette e lo spinse di nuovo sulla schiena. Si montò a cavalcioni, ma questa volta di schiena, in posizione a cavallo invertita, il culo perfetto rivolto al suo viso. Si infilò il cazzo dentro con un gemito lungo e gutturale e iniziò a scoparlo duro, rimbalzando, le natiche che sbattevano contro i suoi fianchi. Con una mano gli afferrò una caviglia e gli portò il piede ancora calzato nella calza di lattice dritto contro la bocca.
«Lecca i miei piedi mentre ti riempio la figa», ordinò, la voce spezzata dal piacere. «Più forte. Succhia le dita. Voglio sentire i denti sul lattice.»
Hassan leccava e succhiava con foga mentre lei lo cavalcava selvaggiamente. Il latex scricchiolava, i piedi sudati odoravano più intensi a ogni movimento, il vino e il sesso impregnavano l’aria tra i filari. Isabella allungò una mano indietro, afferrò le palle di lui e le strinse piano, controllando il ritmo. Sentiva l’orgasmo avvicinarsi, le pareti della figa che già si contraevano intorno al cazzo grosso e duro, ma rallentò di colpo proprio quando lui iniziò a tremare più forte.
Si sollevò, lo lasciò scivolare fuori di nuovo, lucido e pulsante. Gli sorrise dall’alto, il respiro corto, i capelli un po’ scarmigliati, il latex lucido di sudore e vino. Si chinò, lo baciò a fondo, lasciandogli assaporare se stessa sulla lingua, poi gli mormorò contro le labbra:
«Non ancora. Ti ho detto che l’intera notte è mia. Adesso ti alzi. Prendi la bottiglia. E seguimi più in profondità tra le viti. Voglio che mi lecki i piedi finché cammino, a quattro zampe come il cagnolino che sei. E quando troverò il punto giusto… ti legherò a un palo con la mia cintura di cuoio e userò il tuo cazzo come mi pare, finché non urlerai il mio nome così forte che le uve tremeranno.»
Si rialzò con eleganza, sistemò a malapena la gonna di latex risalita, lasciando la figa ancora gocciolante e scoperta sotto l’orlo. Infilò di nuovo entrambi gli stivali, il cuoio che avvolgeva i piedi caldi e umidi. Poi, senza voltarsi subito, iniziò a camminare lenta tra i filari, il tacco che affondava nella terra, il fruscio del latex che lo chiamava come un richiamo ancestrale.
Hassan si alzò tremante, il cazzo duro che gli batteva contro la coscia, il sapore dei suoi piedi e del vino ancora in bocca. La seguì a quattro zampe come ordinato, la lingua che a tratti sporgeva per leccare la suola degli stivali o la calza della caviglia ogni volta che lei si fermava un istante. L’eccitazione era un dolore dolce, le palle pesanti, la mente vuota di tutto tranne che di lei. Isabella sapeva esattamente quanto potesse resistere. E aveva appena cominciato a tirare le redini.
Più avanti, dove le viti formavano un corridoio più stretto e buio, si fermò di nuovo. Si voltò, gli occhi brillanti di promessa crudele. «Sdraiati sulla schiena. Gambe aperte. Stasera i tuoi orgasmi li decido io… e ne avrai molti, ma solo quando io dirò. Adesso apri la bocca. Ho ancora fame di vederti soffrire di piacere.»
Hassan si stese sulla schiena come ordinato, la terra friabile che gli si conficcava tra le scapole e i glutei nudi. Le gambe si aprirono larghe, il cazzo che gli restava dritto contro l’addome, lucido di saliva, di vino e dei succhi di lei. Aprì la bocca. Isabella lo guardò dall’alto per un lungo istante, il latex nero che le luccicava sotto la luna, gli stivali di cuoio che affondavano leggermente nel suolo. Poi si chinò, raccolse la cintura di cuoio che teneva alla vita sotto il corpetto e gliela passò intorno ai polsi, legandoli stretti a un palo di sostegno delle viti. Il cuoio scricchiolò. Lui tirò, ma non c’era scampo.
«Bravo cagnolino», mormorò lei. Si sfilò di nuovo lo stivale destro, questa volta con calma esasperante, e gli premette la pianta del piede avvolta nel lattice caldo e umido direttamente sulla lingua protesa. «Succhia. Tutto. Voglio che mi pulisca ogni centimetro.»
La bocca di Hassan si chiuse intorno al piede. La lingua scivolò tra le dita, leccò l’arco, succhiò la pianta dove il sudore si era raccolto più denso dopo ore di cammino e di gioco. L’odore era potente, salato, mescolato al residuo del cuoio e al Chianti che ancora impregnava il materiale. Isabella gemette basso e premette di più, facendogli sentire il peso, il tacco dell’altro stivale che gli grattava leggermente il petto nudo. Con una mano si toccò tra le cosce, due dita che entravano nella figa già gonfia e scivolosa, mentre lo guardava divorarle il piede.
«Due anni… e sei ancora così affamato», sussurrò. Si sollevò il piede solo per spingerlo più a fondo, le dita che gli premevano contro il palato. Poi lo ritrasse e gli diede l’altro, ancora chiuso nello stivale. La suola di cuoio calda gli si posò sulle labbra. «Lecca anche questa. Come si lecca lo stivale di chi ti possiede.»
Lui obbedì, la lingua larga che tracciava strisce umide sul cuoio scuro, succhiando il bordo, inspirando l’odore intenso di pelle lavorata e di piedi chiusi per ore. Isabella si accovacciò sopra il suo volto, la figa aperta a pochi centimetri dalla bocca. Si abbassò e lo costrinse a leccarla mentre continuava a strofinargli lo stivale contro la guancia. Il sapore di lei era denso, dolce e acido; lui gemette contro la fessa e spinse la lingua dentro, succhiando il clitoride turgido. Lei si dondolava, usandogli la faccia, i seni che sobbalzavano nel corpetto di latex stretto.
Quando fu soddisfatta lo lasciò riprendere fiato solo un secondo. Si girò, si infilò il cazzo di colpo fino in fondo e iniziò a cavalcarlo duro, le natiche che sbattevano contro i suoi fianchi. I piedi calzati nelle calze di lattice gli premevano sul petto, poi salivano a sfiorargli le labbra ogni volta che lei scendeva. «Lecca mentre ti scopo», ordinò, la voce spezzata. «Succhia le dita. Voglio sentire i denti sul lattice.»
Hassan leccava e succhiava come un disperato. Il lattice era caldo, leggermente appiccicoso di sudore e vino. Lei accelerò, la figa che lo stringeva a ogni spinta, le pareti che già iniziavano a tremare. Si toccò il clitoride con due dita veloci e venne forte, un gemito lungo che si perse tra le viti, il corpo che si contraeva intorno al cazzo di lui. Ma non si fermò. Continuò a muoversi attraverso l’orgasmo, usandolo, spremendolo, finché non ne ebbe un secondo, più profondo, che le fece piegare la schiena e spingere i piedi contro la sua bocca con più forza.
«Non ancora tu», ansimò lei quando sentì le palle di Hassan tendersi. Si sollevò di scatto, lo lasciò uscire gocciolante e pulsante. Si chinò, gli leccò una lunga striscia dalla base alla punta, assaggiando se stessa su di lui, poi gli strinse la base del cazzo con le dita. «Respira. Conta fino a venti. Se vieni adesso ti lascio qui legato fino all’alba.»
Lui contò a denti stretti, il corpo che tremava, le palle pesanti e dolorose di piacere negato. Isabella sorrise e gli versò un filo di vino rimasto direttamente sul cazzo e sul basso ventre. Poi si chinò di nuovo e lo leccò pulito, lenta, vorace, prendendolo in gola fino in fondo mentre i piedi calzati gli premevano sulle cosce aperte. Alternava: deepthroat profondo, poi i piedi intorno al cazzo per un footjob stretto e scivoloso di lattice umido, poi di nuovo la bocca. Hassan ansimava il suo nome, le mani legate che tiravano il cuoio.
«Adesso sì», decise lei infine. Si rimontò a cavalcioni, questa volta faccia a faccia, e lo prese tutto d’un colpo. Cavalcò con movenze lunghe e profonde, i seni che premevano contro il lattice del corpetto, i capezzoli duri che graffiavano il materiale. Gli portò un piede alla bocca. «Vieni dentro di me mentre mi lecchi i piedi. Adesso. Tutto. Riempimi.»
Hassan obbedì con un urlo soffocato contro la pianta del piede. Il cazzo scoppiò a scosse violente, sparando getti caldi e spessi in fondo alla figa di lei. Isabella continuò a muoversi, spremendolo, prendendo ogni goccia, venendo di nuovo intorno a lui mentre sentiva il calore spargersi dentro. Tremava, il lattice scricchiolava, i piedi sudati premevano contro il viso di lui che leccava e succhiava ancora, perso.
Restò impalata su di lui a lungo, respirando, lasciando che il cazzo si ammorbidisse lentamente dentro di lei. Poi si sollevò, i succhi misti che le colavano lungo l’interno coscia. Sciolse la cintura dai polsi di Hassan con gesti lenti. Lui restò disteso, gli occhi lucidi, il corpo coperta di terra, vino e sesso.
Isabella si rialzò in piedi. Si sistemò la gonna di latex, infilò di nuovo entrambi gli stivali con calma, il cuoio che avvolgeva i piedi ancora umidi. Raccolse la bottiglia vuota e il calice. Lo guardò una ultima volta, nudo e spento di piacere tra i filari, e sorrise senza crudelezza, solo sazia.
«Sei stato bravo», disse a bassa voce. «Come ti ricordavo.»
Poi si voltò e iniziò a camminare via tra le viti, il tacco che affondava nella terra, il fruscio del latex che si faceva più lontano. Non corse. Non si girò. Continuò dritta verso il casale, il corpo ancora caldo, la figa piena di lui, finché la sua silhouette nera scomparve del tutto nell’ombra dei filari. Hassan restò lì, solo sotto la luna, ad ascoltare i suoi passi allontanarsi finché non restò altro che il vento tra le foglie.
Rate this story
Popular Collections
Browse Categories