Resa Lenta nella Tempesta: Finalmente Offro il Mio Culo alla Mia Migliore Amica
Durante una tempesta, il 32enne Everett offre finalmente il culo alla sua amica Roxanne di 30 anni che lo scopa con lo strap-on.
Il tuono ha scosso i vetri come un pugno, e io, Everett, trentadue anni compiuti da poco, stavo seduto sul divano di Roxanne con una tazza di tè troppo caldo tra le mani. Lei aveva trent’anni precisi, la mia migliore amica da oltre un decennio, e il suo appartamento odorava di legno bagnato e cannella. La tempesta estiva picchiava sul tetto con una violenza che ci aveva costretti a restare chiusi lì, luci soffuse, pioggia a diluvio. Tra noi c’era sempre stata quella tensione densa, mai detta ad alta voce: sguardi troppo lunghi, battute che scivolavano sul bordo del proibito, mani che si sfioravano un secondo di troppo. Quella sera, però, qualcosa si ruppe.
«Hai mai pensato davvero a cosa vorresti fare se nessuno giudicasse?», chiese lei, arricciando le labbra sul bordo della tazza. La voce era bassa, calda. Io sentii il calore salirmi al collo.
«Sì», risposi, e il cuore mi batteva già troppo forte. «Tu?»
Roxanne mi fissò dritto negli occhi. «Voglio dominarti. Voglio prenderti il culo. L’ho desiderato per mesi. Voglio vederti aprirti per me, lento, e poi riempirti finché non sai più chi sei.»
Le parole mi colpirono come un’altra scarica di tuono. Non c’era gioco, non c’era ironia. Solo sincerità cruda. Io deglutii e ammettei, con la voce che mi tremava un poco: «Il mio culo è vergine. Non l’ho mai dato a nessuno. Ma da tempo… da tempo immagino di offrirtelo. Di lasciarti usarlo. Di sentire te dentro di me.»
L’eccitazione diventò subito palpabile, spessa come l’aria prima del temporale. Lei sorrise, lenta, e si avvicinò sul divano. Le nostre ginocchia si toccarono. «Allora dillo chiaro, Everett. Quanto vuoi che ti usi?»
«Tanto», borbottai. «Voglio che tu mi comandi. Voglio sentirmi tuo.»
La conversazione scivolò più in basso, più esplicita. Roxanne mi fece raccontare i dettagli delle mie fantasie: come immaginavo le sue dita che mi aprivano, come volevo gemere il suo nome mentre mi prendeva. Ogni mia ammissione la faceva arrossire di piacere e indurire lo sguardo. Alla fine si alzò, si sistemò i capelli scuri dietro l’orecchio e ordinò, con tono che non ammetteva replica: «Spogliati. Piano. Voglio guardarti. Poi mettiti carponi sul letto.»
Le mani mi tremavano mentre sfilavo la maglietta bagnata di sudore nervoso, poi i pantaloni, infine i boxer. Il mio cazzo era già duro, pesante, e lei lo notò con un sorrisetto. Mi misi a quattro zampe sul materasso, il culo esposto all’aria fresca della stanza. Dietro di me sentii il fruscio dei suoi vestiti che cadevano: top, gonna, mutandine. Quando mi voltai un attimo la vidi nuda, seni sodi, capezzoli duri, e tra le gambe già lucida.
Si chinò. La lingua calda mi sfiorò prima le chiappe, poi scese dritta sull’ano. Lecco lento, circolare, spingendo la punta appena dentro. Un brivido mi attraversò la schiena intera. «Cazzo, Roxanne…», gemetti. Lei massaggiò con un dito lubrificato — aveva preso il flacone dal cassetto del comodino senza esitare — e cominciò a girare intorno all’orifizio, premendo dolcemente finché il primo falange scivolò dentro. Il mio buco si strinse riflesso, poi si aprì a lei. Un secondo dito si unì al primo, allargandomi con pazienza crudele. Io spingevo indietro, implorando. «Di più… per favore, aprimi di più. Voglio sentirti.»
«Bravo», mormorò lei. «Chiedilo. Dimmi che il tuo culo vergine è mio stanotte.»
«È tuo. Tutto tuo. Usami.»
I suoi digiti si muovevano più profondi, trovando quel punto che mi fece vedere stelle. La tensione salì fino a diventare insopportabile. Entrambi eravamo fradici di eccitazione e di consenso chiaro, ripetuto. «Voglio superarlo adesso», dissi io, la faccia affondata nel cuscino. «Mettitelo. Prendimi.»
Roxanne indossò lo strap-on davanti ai miei occhi: un dildo spesso, lungo, color carne, fissato all’imbracatura nera che le cingeva i fianchi. Lo lubrificò con gesti lenti, deliberati, poi mi fece rotolare supino. Mi sollevò le gambe e me le appoggiò sulle sue spalle. Il glande di silicone premette contro il mio buco già ammorbidito. «Respira», sussurrò. «Te lo do tutto.»
Entrò millimetro dopo millimetro. Il bruciore dolce si trasformò in pienezza schiacciante. Io arsi, gemetti, le unghie conficcate nelle lenzuola. Quando fu dentro fino in fondo restò ferma un secondo, lasciandomi abituare, poi cominciò a spingere. Profondo. Lento all’inizio, poi più deciso. Ogni affondo mi toglieva il fiato. La sua mano scese sul mio cazzo e lo strofinò a ritmo delle penetrazioni. «Guarda come ti prendo», ansimò. «Il mio migliore amico con il culo pieno del mio cazzo. Sei così stretto… così ubbidiente.»
Le spinte diventarono più forti, più lunghe. Io la guardavo tra le mie cosce aperte, il suo seno che oscillava, il sudore sulla fronte. Poi mi fece girare. Carponi di nuovo, pecorina. Lei mi afferrò i fianchi e ricominciò a scoparmi con ritmo crescente. Schiaffo. Il palmo le scoppiò su una chiappa. Poi sull’altra. «Apri quel buco da troia. Dillo. Di’ che sei la mia puttana di culo.»
«Lo sono», gemetti, la voce rotta. «Sono la tua puttana. Fottermi più forte, Roxanne, ti prego… spaccami.»
Il ritmo si fece selvaggio. Il dildo entrava e usciva con suoni umidi, schiaffi e sporcizie. Lei mi umiliava con parole calde e precise: «Ti sei tenuto vergine per questo momento. Per farti riempire da me. Guarda come ti dilati. Come spingi indietro come una cagna in calore.» Io non toccavo il mio cazzo. Non ne avevo bisogno. La pressione sull’interno, le sue parole, il possesso totale mi portarono al bordo. Un orgasmo improvviso, violento, mi scosse dalle ginocchia alla gola. Sborrai a fiotti spessi sul lenzuolo senza una sola carezza, spasmi che mi strinsero il buco intorno al dildo mentre lei continuava a pomparmi attraverso il climax.
Quando finii di tremare, lei rallentò, uscì con delicatezza e si sfilò lo strap-on. Si sdraiò dietro di me, nuda, e mi abbracciò forte, il petto contro la mia schiena sudata. Le labbra mi sfiorarono l’orecchio. «Mi è piaciuto da morire possedere il tuo culo per la prima volta», sussurrò. «Sentirti aprirti e venire solo perché ti stavo scopando. Sei stato perfetto.»
Il respiro di entrambi si calmò a poco a poco. La tempesta fuori non aveva ancora finito di ruggire. Ci addormentammo stretti così, la sua mano sul mio ventre, il mio culo ancora pulsante e aperto al ricordo di lei. Prima che il sonno mi prendesse del tutto, Roxanne mormorò contro la mia nuca una promessa a mezza voce: «La prossima volta voglio di più. Voglio legarti. Voglio farmi venire in gola mentre ti tengo pieno. E voglio che tu mi chieda di lasciarti il segno…»
Il tuono successivo mi scosse dal sonno leggero. Roxanne era ancora avvolta dietro di me, nuda, la mano ferma sul mio ventre. La tempesta non aveva mollato; fuori pioveva a dirotto e il vento sbatteva le imposte. Avevo trentadue anni e lei trenta, e il mio culo pulsava ancora dolcemente al ricordo del suo cazzo di silicone. Lei si mosse, le labbra calde contro la mia nuca.
«Sveglio?», mormorò. «La prossima volta è adesso. La tempesta non finisce, e io non ho finito con te.»
Mi girai a guardarla. Gli occhi scuri brillavano di fame. «Sì. Voglio di più. Come hai promesso.»
Si alzò nuda, seni pieni che oscillavano, e andò al cassetto. Tirò fuori corde morbide di cotone nero, un collare sottile con anello, e lo strap-on ancora lucido di lubrificante. «Carponi di nuovo. Mani dietro la schiena.»
Obbedii senza esitare. Il materasso scricchiolò sotto le mie ginocchia. Lei mi legò i polsi con nodi fermi ma non troppo stretti, poi mi fece alzare il busto e mi cinse il collo col collare, agganciando la corda all’anello. Tirò piano, obbligandomi a piegare la testa indietro. «Il tuo culo è ancora aperto e mio. Stasera ti tengo pieno mentre ti uso la gola. E ti lascio i segni che mi hai chiesto.»
«Sì, Roxanne. Usami. Segnami. Sono tuo.»
Mi spinse a quattro zampe, mi allargò le chiappe con le mani e rivide il buco arrossato, ancora leggermente dilattato. Spalmò altro lubrificante freddo, poi infilò due dita di colpo, profonde, piegandole contro la prostata. Gemetti forte, il cazzo che si induriva di nuovo a scatti. «Cazzo… più in fondo.»
«Lo prendi tutto, puttana di culo», disse lei, e sfilò le dita per montare lo strap-on. Il dildo spesseggiante premette contro l’ano e scivolò dentro con un solo spinta lunga, fino alle palle finte. Il bruciore dolce mi strappò un urlo soffocato. Lei restò sepolta in me, immobile, e mi diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi sull’altra, lasciando le impronte rosse.
«Respira e allargati. Adesso ti lego meglio.»
Mi fece scendere il busto sul letto, guance contro il cuscino, culo alto. Tirò la corda del collare, tenendomi la testa sollevata, e con l’altra mano allacciò le caviglie ai montanti del letto, gambe divaricate. Ero completamente esposto, immobile, pieno del suo cazzo finto. Lei iniziò a scoparmi con affondi lenti e pesanti, il silicone che sfregava incessante sulla prostata. Ogni spinta mi faceva dondolare in avanti, la corda al collo che mi ricordava di chi comandava.
«Guarda come ti dilati per me», ansimava, schiaffi ritmati sulle natiche. «Il migliore amico che finalmente offre il culo vergine e lo tiene aperto come una cagna. Di’ che vuoi i miei segni.»
«Lasciami i segni, Roxanne. Mordimi, graffiami, marchiami. Voglio sentirmi tuo per giorni.»
Lei si piegò su di me senza smettere di pomparmi. I denti le affondarono nella carne della spalla, un morso forte che mi fece gemere di dolore e piacere misti. Poi le unghie mi solcarono la schiena, righe calde che bruciavano. Continuò a scoparmi più forte, il ritmo che diventava selvaggio, il suono umido del dildo che entrava e usciva dal mio buco stretto. Il mio cazzo gocciolava precome sui lenzuoli senza che nessuno lo toccasse.
Quando il piacere mi stava di nuovo soffocando, lei uscì di scatto. Il vuoto improvviso mi fece piagnucolare. «No… rimettilo…»
«Zitto. Gola adesso.» Mi slegò le caviglie ma lasciò i polsi e il collare. Mi fece girare sulla schiena, gambe piegate, e si tolse lo strap-on solo il tempo di lubrificare di nuovo il dildo. Poi lo rimise e mi rialzò le cosce, riaffondandolo fino in fondo nel mio culo con un colpo secco. Rimanendo conficcata in me, si spostò in avanti, ginocchia ai lati del mio petto, e mi presentò la figa gocciolante sul viso.
«Leccami mentre ti tengo pieno. Poi ti do la gola.»
La lingua le scivolò sulla fessura calda, sapore salato e intenso. Lei gemette e iniziò a muovere i fianchi, strofinandosi sulla mia bocca mentre il dildo restava sepolto nel mio ano, immobile ma massiccio. Leccai il clitoride gonfio, succhiai, spinsi la lingua dentro di lei. Lei tirava la corda del collare, obbligandomi a restare con la faccia sepolta tra le sue cosce.
Dopo lunghi minuti di questa tortura dolce, si sollevò, si girò e mi straddolò il petto a rovescio, il culo verso il mio viso, la figa ancora sulla bocca, e lo strap-on che sporgeva verso di me. No: si tolse l’imbracatura di nuovo, la posò, e si mise a cavallo del mio viso in 69, ma questa volta con me legato. Poi riprese lo strap-on, lo fissò e lo riaffondò nel mio buco mentre si chinava in avanti e spingeva la figa più forte sulla mia bocca. Aspetta—no: lei voleva la gola.
Si alzò, mi tirò per il collare fino a farmi sedere a bordo letto, polsi ancora legati dietro. Infilò di nuovo il dildo nel mio culo con una spinta che mi fece vedere stelle, e lo lasciò conficcato. Poi si tolse l’imbracatura, se la mise di lato, e mi presentò la figa. «Apri la bocca. Ti riempio di sapore mentre stai pieno.»
Infilò le dita tra le labbra, poi si strinse al mio volto. Leccai avidamente, ma lei voleva di più. Si spostò, afferrò i miei capelli e spinse il bacino in avanti finché la figa mi coprì naso e bocca. «Respiri quando ti dico io. Succhia.»
Poi si alzò di nuovo, recuperò lo strap-on, se lo rimise e questa volta mi costrinse a inginocchiarmi a terra, culo ancora pieno del dildo che lei spingeva con i fianchi. Si mise davanti a me e mi spinse la figa in faccia di nuovo, ma con le parole: «No. Gola vera.»
Si tolse lo strap-on una volta di più? No: Roxanne si piegò, mi allontanò il dildo dal culo solo per secondi, mi fece aprire la bocca e mi cacciò due dita profonde in gola, preparandomi. Poi, con lo strap-on ancora allacciato, mi fece piegare in avanti, culo alto, e lo riaffondò. Allo stesso tempo mi tirò il collare e mi costrinse a prendere in bocca… aspettavo: lei voleva farmi venire in gola, ma è lei donna. «Voglio farmi venire in gola mentre ti tengo pieno» — intendeva venire lei, con me che le lecco/succhio mentre sono pieno.
Lei mi tenne il dildo conficcato, si sedette sul mio volto a 69 rovesciato, e si strofinò forte sulla mia lingua e labbra mentre spingeva i fianchi all’indietro, facendo entrare e uscire lo strap-on dal mio ano. Il ritmo era sincrono: ogni affondo nel culo corrispondeva a una spinta della figa sulla mia bocca. Io leccavo, succhiavo, gemево nel calore di lei. Le parole sporche mi piovevano addosso: «Apri quel buco da troia, inghiotti i miei succhi, sei la mia puttana legata, il mio culo personale. Guarda come ti marchio.»
I denti le affondarono di nuovo sulla mia coscia interna, un morso che avrebbe lasciato un livido scuro. Le unghie mi graffiarono i fianchi. Il piacere saliva come un’onda nera. Il dildo martellava la prostata, la corda al collo mi teneva presente, la sua figa bagnata mi soffocava di sapore. Venivo senza toccarmi, di nuovo: spasmi violenti, sborra che schizzava sul pavimento e sul mio stesso stomaco, il buco che si contraeva a ritmo intorno al silicone mentre lei non smetteva di scoparmi attraverso l’orgasmo.
Lei gemette più forte, si strinse le cosce intorno alla mia testa e venne sulla mia lingua, scosse lunghe, liquidi caldi che mi colavano sul mento. Continuò a muoversi finché i tremori non calarono. Poi rallentò, uscì piano dal mio culo, si sfilò lo strap-on e mi slegò i polsi con dita tremanti. Il collare restò un altro momento, poi lo aprì.
Ci lasciammo cadere sul letto. Lei mi abbracciò da dietro di nuovo, petto contro schiena, una gamba gettata sulla mia. Il mio cuco pulsava aperto, arrossato, i morsi e i graffi bruciavano dolci sulla pelle. Il respiro di entrambi era ancora pesante. Fuori la tempesta ruggiva più lontana. Lei baciò la nuca dove i denti avevano lasciato il segno.
«Sei stato perfetto», sussurrò contro la pelle sudata. «Il tuo culo è mio. E la prossima volta…» Non finì la frase. Restammo così, stretti, il calore dei corpi che si mescolava, il mio buco ancora che batteva al ritmo del suo cuore contro la mia schiena.
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