Ritardo Notturno tra le Corde con lo Sconosciuto Nero
Bored 28-year-old wife Elena sneaks away for a hot interracial fuck with muscular black jazz musician Marcus in the hotel music room. (Questa è la risposta in inglese come da istruzioni
Sono Kiara, ho ventotto anni e sono una moglie che ha smesso di riconoscersi nello specchio da troppo tempo. Quella sera d’estate in Sicilia l’aria era calda e densa come miele, e io mi sentivo soffocare dentro la suite dell’hotel. Cody, mio marito, aveva trovato il modo di trasformare una cena romantica in l’ennesima discussione su soldi e orari. Mezz’ora dopo era crollato sul letto in boxer, russando con la bocca semiaperta, ignaro di tutto. Io invece avevo il sangue che mi bolliva. Mi sono infilata un vestito leggero di lino bianco, corto quanto bastava per sentire il fresco sulla pelle nuda delle cosce, e sono scesa al bar dell’hotel senza nemmeno mettermi le mutandine. Volevo solo un bicchiere di vino e un po’ di silenzio.
Non fu silenzio quello che trovai.
Trent era seduto al bancone, trentacinque anni, musicista jazz americano in tournée con il suo quartetto. Alto, spalle larghe, braccia scolpite che tendevano la camicia nera. La sua pelle scura sembrava assorbire la luce calda delle lampade e rifletterla in un bagliore quasi ipnotico. Quando i nostri sguardi si incrociarono per la prima volta, sentii un nodo caldo stringersi basso nel ventre. Lui non abbassò gli occhi. Anzi, li lasciò scorrere lentamente sul mio corpo, soffermandosi sul punto in cui il vestito aderiva ai seni. Un sorriso lento, consapevole, gli curvò le labbra. Io ricambiai. Fu come dare fuoco a una miccia.
Ordinai un bicchiere di nero d’Avola. Lui si spostò sullo sgabello accanto al mio senza chiedere permesso. La sua voce era bassa, calda, con un accento americano che rendeva ogni parola più sporca di quanto non fosse. «Non sembri una che vuole passare la notte da sola, stasera.» Parlammo di cose banali – il caldo, la musica, il fatto che suo padre era di New Orleans e che lui suonava il contrabbasso come se fosse una donna da sedurre. Ma sotto le parole c’era altro. Ogni volta che ridevo, i suoi occhi scendevano sulla mia bocca. Ogni volta che mi spostavo sullo sgabello, la mia gamba sfiorava la sua. La tensione sessuale cresceva, palpabile, quasi elettrica. Sentivo i capezzoli indurirsi contro il tessuto leggero e, tra le cosce, il lento pulsare della mia figa già bagnata. Lui se ne accorse. Lo capii dal modo in cui strinse il bicchiere.
«Ti va di prendere aria?» mi chiese dopo un po’, la voce ridotta a un mormorio roco.
Annuii. Uscimmo sulla terrazza deserta che dava sul mare. Le stelle erano così basse che sembrava di poterle toccare. Camminavamo vicini, le spalle che si sfioravano. A un certo punto Trent si fermò, mi guardò e disse, senza filtri: «Il contrasto della tua pelle chiara contro la mia mi sta facendo impazzire da quando ti ho vista. Immagino le mie mani grandi su di te, le impronte scure che lascerei sulle tue cosce… cazzo, Kiara, mi sta diventando duro solo a parlarne.»
Le sue parole mi colpirono come una scarica. Sentii un fiotto caldo bagnarmi le labbra intime. Mi avvicinai di un passo, alzando il viso verso di lui. «Allora toccami. Voglio sentire quanto sono grandi quelle mani. Voglio sentirle ovunque.»
Non servì altro.
Mi afferrò per la nuca e mi baciò. Fu un bacio famelico, profondo, la lingua che invadeva la mia bocca senza chiedere permesso. Le sue mani grandi scesero subito, una sul mio seno, l’altra sotto il vestito. Quando le sue dita trovarono la mia figa nuda e già fradicia, emise un gemito basso contro le mie labbra. «Sei zuppa… ti sei tolta le mutandine per me, vero?» Due dita spesse mi aprirono, scivolarono dentro senza sforzo, mentre il pollice trovava il clitoride gonfio e lo massaggiava in cerchi lenti e perfetti. Io gemetti nella sua bocca, aggrappandomi alle sue spalle muscolose. Le gambe mi tremavano.
«Qui ci possono vedere» ansimai, anche se in realtà non me ne fregava niente.
Trent ritrasse le dita, se le portò alla bocca e le leccò guardandomi negli occhi. «Allora andiamo dove nessuno ci disturba. La sala prove dell’hotel… ho la chiave, suono lì domani. Vieni con me.»
Lo seguii senza esitare.
La sala era buia, illuminata solo dalla luce della luna che entrava dalle grandi finestre. L’odore di legno, di cera per gli strumenti e di vecchi spartiti riempiva l’aria. Un contrabbasso enorme riposava in un angolo, corde tese come nervi. Un pianoforte a coda nero dominava il centro della stanza. Trent chiuse la porta a chiave, poi fu su di me.
Mi spogliò con calma brutale, facendo scivolare il vestito lungo il corpo fino a farmelo cadere ai piedi. Rimasi completamente nuda. Le sue mani grandi mi palparono i seni, strizzandoli, poi mi sollevò come se non pesassi niente e mi mise seduta sul pianoforte freddo. Il legno liscio sotto il culo mi fece rabbrividire. Trent si inginocchiò tra le mie cosce aperte, mi guardò per un secondo con quegli occhi scuri e affamati, poi affondò la faccia nella mia figa.
La sua lingua era esperta, calda, implacabile. Leccò lentamente dal basso verso l’alto, succhiò il clitoride tra le labbra, lo tormentò con la punta mentre due dita spesse mi penetravano ritmicamente. Io gettai la testa indietro, gemendo senza più controllo. «Oddio… sì, così… leccami tutta…» Le sue dita curve trovarono quel punto perfetto dentro di me e lo massaggiarono senza pietà mentre la lingua batteva veloce sul clitoride. Venni con violenza, le gambe strette intorno alla sua testa, il corpo che si inarcava sul pianoforte, un orgasmo lungo che mi lasciò tremante e senza fiato.
Non mi diede il tempo di riprendermi.
Mi fece scendere, mi girò e mi spinse contro il muro. Sentii il rumore della cintura, poi il calore del suo cazzo grosso e scuro che mi premeva tra le natiche. Era enorme. Con una spinta profonda mi entrò tutto dentro, strappandomi un grido soffocato. Le sue mani mi afferrarono i fianchi e cominciò a scoparmi con spinte potenti, profonde, ogni colpo che mi sollevava quasi da terra. Il suono bagnato della mia figa che lo accoglieva riempiva la stanza insieme ai nostri respiri rauchi.
«Girati» ringhiò dopo un po’. Mi fece voltare, mi piegò in avanti contro il muro e mi prese da dietro. Una mano mi tirò i capelli, costringendomi a inarcare la schiena mentre l’altra mi schiaffeggiava una natica. Il suo cazzo mi apriva completamente a ogni affondo. «Dimmi che ti piace essere scopata così da uno sconosciuto nero.»
«Sì… cazzo, sì che mi piace» ansimai, completamente persa.
Mi fece inginocchiare sul tappeto. Il suo cazzo, lucido dei miei umori, mi sfiorò le labbra. Lo presi in bocca avidamente, succhiando con gusto mentre lui mi teneva la testa e spingeva nella gola. I suoi gemiti diventavano sempre più bassi, più animaleschi. Alla fine uscì dalla mia bocca, mi tirò su per i capelli e mi fece appoggiare di nuovo al pianoforte. Si masturbò furiosamente sopra di me, guardandomi negli occhi.
«Voglio marchiarti» ringhiò.
Il primo schizzo caldo mi colpì il seno sinistro, il secondo il collo, poi fiotti densi e potenti mi coprirono le tette e il viso. Lo guardai tutto il tempo con desiderio totale, la bocca aperta, la lingua fuori a raccogliere quello che potevo. Il suo sperma era denso, salato, buonissimo.
Restammo ansimanti per qualche minuto, sudati, sporchi, increduli. Poi lui mi aiutò a pulirmi con un asciugamano trovato in un armadietto. Ci baciammo di nuovo, questa volta piano, teneramente, come se avessimo appena condiviso un segreto prezioso. Ci rivestimmo lentamente, scambiandoci sorrisi tra un bacio e l’altro. Mi diede il suo numero di telefono. Io gli diedi il mio.
«Questa non può essere l’unica volta» sussurrò mentre mi accompagnava alla porta della sala.
Tornai in camera con le gambe ancora molli e il sapore del suo cazzo ancora in bocca. Cody dormiva esattamente come l’avevo lasciato, ignaro, innocente. Mi infilai in bagno, mi guardai allo specchio: avevo ancora un po’ del suo sperma secco sulla curva di un seno. Lo toccai, lo spalmai sulla pelle con un sorriso complice.
Il telefono vibrò. Un messaggio da Trent.
“Non riesco a togliermi dalla testa il sapore della tua figa. Domani sera suono fino alle undici. Dopo voglio trovarti qui, nuda, sul pianoforte. Dimmi che verrai.”
Rimasi a fissare lo schermo, il cuore che batteva forte, la figa che ricominciava a pulsare nonostante tutto. Sapevo che avrei risposto sì. Sapevo che questa notte non era stata un’eccezione. Era solo l’inizio di qualcosa di molto più pericoloso e irresistibile.
E mentre mi infilavo sotto le lenzuola accanto a mio marito addormentato, sentivo ancora dentro di me il calore profondo di quel cazzo nero, la promessa di altre ore proibite, e il brivido eccitante di una vacanza che, da quel momento, non sarebbe più stata noiosa.
Risposi al messaggio con le dita che tremavano di eccitazione. «Sarò lì. Nuda sul pianoforte, ad aspettarti.» Inviai e spensi il telefono, infilandomi sotto le lenzuola accanto al respiro pesante di Cody. Il suo corpo caldo e ignaro sfiorava il mio, ma io sentivo solo il pulsare lontano tra le cosce, il ricordo viscido dello sperma di Trent che ancora mi segnava la pelle. Sapevo che era una follia. Sapevo che avrei dovuto cancellare quel numero e fingere che quella prima notte fosse stata solo un momento di debolezza estiva. Invece, mentre chiudevo gli occhi, la mia figa si contraeva al pensiero di rivederlo, di sentire di nuovo quelle mani grandi e scure che mi aprivano come se fossi creata apposta per il suo cazzo nero.
La giornata seguente fu un supplizio lento e delizioso. Cody voleva visitare le rovine, parlava di biglietti e orari, mi stringeva la mano sudata mentre camminavamo sotto il sole siciliano. Io annuivo, sorridevo, ma dentro di me bruciava solo l’immagine di Trent: le spalle larghe, la pelle color ebano tesa sui muscoli, il modo in cui il suo cazzo aveva gonfiato le vene del collo quando era venuto sulle mie tette. Ogni passo faceva strusciare le cosce nude sotto il vestito leggero, e sentivo l’umido raccogliersi, lento, insistente. A pranzo ordinai vino bianco e lasciai che il bicchiere freddo mi premesse contro il labbro inferiore, immaginando la cappella spessa di Trent che premeva lì invece. «Stasera alle undici» ripetevo mentalmente, contando i minuti come una puttana in attesa del suo amante proibito. Mio marito era lì, reale, gentile, e io già bagnata per un altro uomo. Il senso di colpa non faceva che rendere tutto più eccitante.
Quando l’orologio segnò le dieci e tre quarti, dissi a Cody che scendevo a prendere un po’ d’aria fresca. Lui mi diede un bacio sulla fronte, già mezzo addormentato, e io uscii con il cuore che batteva così forte da farmi tremare le ginocchia. Il vestito nero stavolta era ancora più corto, scollato fino a mostrare la curva interna dei seni. Niente mutandine, niente reggiseno. Volevo arrivare già pronta, già aperta.
La porta della sala prove era socchiusa. Entrai e l’odore di legno antico, cera e desiderio mi avvolse subito. Trent era in piedi accanto al contrabbasso, illuminato solo dalla luna che filtrava dalle finestre alte. Indossava una camicia nera aperta sul petto, i muscoli lucidi di sudore leggero. Quando mi vide, posò l’archetto e mi fissò con quegli occhi scuri che sembravano inghiottire la luce. Trent aveva trentacinque anni, girava il mondo con il suo contrabbasso e il suo sorriso lento da musicista che sa esattamente come far vibrare una donna.
«Sei venuta davvero» mormorò, la voce bassa e sporca. «Brava moglie bianca. Togliti quel vestito. Voglio vederti nuda tra le mie corde.»
Non ci fu bisogno di ripeterlo. Slacciai la cerniera e lasciai cadere l’abito ai miei piedi. Rimasi completamente esposta, i capezzoli già duri, la figa lucida di umori che mi colavano lungo l’interno coscia. Lui si avvicinò, torreggiando su di me. Le sue mani grandi mi presero i seni, strizzandoli con forza possessiva, i pollici scuri che ruotavano sui capezzoli chiari. Il contrasto era osceno e perfetto. Mi spinse all’indietro finché il bordo del pianoforte a coda mi premette contro le natiche.
«Sali. Apri le gambe. Fammi vedere quanto sei bagnata per questo cazzo nero.»
Obbedii, saltando sul legno freddo. Il contatto mi strappò un brivido. Allargai le cosce, i talloni appoggiati sul bordo lucido, la figa completamente esposta sotto la luce della luna. Trent prese l’archetto del contrabbasso e lo passò lentamente sulle mie labbra intime, la criniera tesa che solleticava il clitoride gonfio. La sensazione era elettrica. Vibrava appena, come se lo strumento stesse già suonando il mio corpo.
«Stanotte non ti lecco piano» ringhiò. Gettò via l’archetto e affondò la bocca sulla mia figa con fame brutale. La sua lingua larga e calda mi aprì in un colpo solo, leccando dal perineo fino al clitoride in lunghe passate bagnate. Succhiò il bottoncino tra le labbra, lo torturò con la punta mentre due dita spesse mi penetravano fino alle nocche. Le curvò, trovando quel punto ruvido dentro di me e massaggiandolo senza pietà. Io gettai la testa indietro, gemendo senza vergogna.
«Oddio, Trent… sì, mangiami la figa… sono tua, cazzo, sono la tua troia bianca…»
Le parole mi uscivano da sole. Lui ringhiò contro la mia carne, le vibrazioni mi fecero tremare. Aggiunse un terzo dito, allargandomi fino al limite, pompando veloce mentre la lingua batteva sul clitoride come un metronomo impazzito. Venni con violenza, la schiena che si inarcava sul pianoforte, la figa che schizzava umori sulla sua faccia scura. Lui bevve tutto, gemendo di gusto, senza fermarsi finché non smisi di tremare.
Non mi diede respiro. Mi tirò giù dal pianoforte, mi fece inginocchiare sul tappeto persiano davanti al contrabbasso. Il suo cazzo era mostruoso, completamente eretto, venato, la cappella scura lucida di precum. Lo presi tra le mani pallide – il contrasto mi faceva impazzire – e lo adorai. Lo leccai dalla base pesante fino alla punta, succhiando le palle pesanti e piene, poi spalancai la bocca e lo presi in gola. Trent mi afferrò i capelli, spingendo piano ma deciso, scopandomi la faccia con ritmo profondo.
«Guardati… moglie di un altro che ingoia il cazzo di un nero come una puttana affamata. Succhia più forte, Kiara. Voglio sentire la gola che mi stringe.»
Obbedii, sbavando copiosamente, gli occhi che lacrimavano mentre lo prendevo fino alle palle. Il sapore salato e virile mi riempiva la bocca. Quando lo sentii pulsare troppo vicino al limite, lui uscì con un ringhio e mi sollevò di peso, girandomi contro il corpo del contrabbasso. Il legno freddo e le corde tese premevano sui miei seni nudi. Mi aprì le gambe e mi penetrò da dietro con una sola spinta brutale.
Il grido che mi uscì fu animalesco. Era ancora più grosso di quanto ricordassi, mi spalancava completamente, arrivando così in fondo da farmi sentire violata nel modo più perfetto possibile. Iniziò a scoparmi con colpi potenti, ogni affondo che faceva vibrare lo strumento contro il mio corpo. Le corde trasmettevano le vibrazioni direttamente al mio clitoride schiacciato contro il legno. Era come essere scopata e suonata allo stesso tempo.
«Dimmi che questo cazzo nero è meglio di quello di tuo marito» ringhiò, schiaffeggiandomi il culo con forza. Lo schiocco risuonò tra le pareti.
«È meglio… cazzo, è molto meglio! Mi riempie tutta, mi rovina… non voglio più nient’altro!»
Mi prese per i capelli, tirandomi la testa indietro mentre accelerava. Il suono bagnato e osceno della mia figa che lo accoglieva si mescolava al ronzio delle corde. Mi fece venire di nuovo, le gambe che cedevano, il corpo che si contraeva intorno alla sua asta spessa. Sentivo gli umori colarmi lungo le cosce.
Trent mi girò, mi sollevò una gamba e mi entrò di nuovo, questa volta faccia a faccia, guardandomi negli occhi mentre mi fotteva contro il pianoforte. I suoi muscoli brillavano di sudore, la pelle nera contro la mia bianca era uno spettacolo osceno e bellissimo. Mi baciò con violenza, mordendomi il labbro, mentre la mano libera mi strizzava un capezzolo.
«Voglio sborrare dentro di te stasera. Voglio marchiarti dove tuo marito non arriverà mai.»
«Sì… riempimi, Trent. Dammi tutto il tuo seme nero…»
Accelerò, diventando quasi feroce. Il contrabbasso vibrava accanto a noi come se suonasse il nostro ritmo. Quando venne, spinse fino in fondo e rimase lì, pulsando, scaricando fiotti caldi e densi dentro di me. Sentivo ogni schizzo potente, il calore che mi inondava, che straripava intorno al suo cazzo ancora duro. I nostri respiri erano rauchi, i corpi incollati, sudati, tremanti. La sua fronte appoggiata alla mia, il suo cazzo che continuava a pulsare dentro la mia figa piena, il seme che colava lento lungo le mie cosce mentre restavamo abbracciati nel bagliore della luna, persi nel dopo, senza parole, solo carne e vibrazioni residue tra le corde.
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