Riunione Ardente nell’Hotel dell’Aeroporto
Marco, 42 anni, tradisce la moglie scopando selvaggiamente Yvonne, 38 anni, nella stanza d’hotel dell’aeroporto.
Confesso che quel pomeriggio all’hotel dell’aeroporto di Milano segnò il ritorno di una fame che pensavo di aver seppellito sotto quindici anni di matrimonio. Ho quarantadue anni, dirigo una divisione commerciale che mi porta in giro per l’Europa due settimane al mese, e mia moglie mi aspetta a casa con la cena pronta e la solita domanda gentile su come è andato il volo. Atterrai con la cravatta già allentata, la valigetta pesante di contratti e la mente occupata solo dalla riunione del mattino dopo. Entrando nel bar dell’hotel per un caffè veloce, però, il mondo si restrinse di colpo.
Yvonne era seduta al bancone, trentotto anni portati con la sicurezza di chi sa esattamente quanto vale il proprio corpo. Manager in una multinazionale farmaceutica, sposata da quattro anni con un altro uomo del nostro stesso giro, capelli castani mossi che le sfioravano le spalle, tailleur grigio perla che le stringeva i fianchi pieni e il seno alto e sodo. Quando i nostri sguardi si incrociarono, vidi la stessa scarica che attraversò anche me. Fingemmo benissimo. Un sorriso educato, un bacio leggero sulla guancia, il profumo di vaniglia e muschio che mi entrò subito nelle narici e mi risvegliò ogni ricordo.
«Marco, che sorpresa» disse lei con voce neutra, ma gli occhi le brillavano di quella luce sporca che conoscevo fin troppo bene. «Sei qui per lavoro?»
«Riunione domani mattina. E tu?»
«Scalo per Parigi. Mio marito è a Singapore fino a venerdì.»
Le parole erano banali, ma sotto c’era tutto il resto: i nostri tradimenti passati, le stanze pagate in contanti, i lividi che nascondevamo sotto i vestiti eleganti. Nessuno dei due poteva resistere. Lo sapevamo entrambi. Restammo lì al bancone ancora due minuti, fingendo di essere solo due ex colleghi che si salutano, mentre il mio cazzo già premeva contro la stoffa dei pantaloni e immaginavo la sua figa bagnarsi sotto la gonna stretta.
Fu lei a proporre il lounge. «Un bicchiere di vino? Per non fare la figura dei maleducati.» Il sorriso era innocente per chi ci guardava da lontano. Per me era una dichiarazione di guerra al matrimonio.
Ci sedemmo in un angolo semibuio del lounge, due calici di rosso corposo tra noi. Il primo sorso le colorò le guance. Il secondo le sciolse la lingua.
«Lo sai che mi basta guardarti per bagnarmi?» sussurrò, sporgendosi appena. «Sento già la figa pulsare. È ridicolo quanto sia bagnata solo per averti rivisto.»
Le mie dita strinsero lo stelo del bicchiere. «Confesso che da quando ti ho vista non riesco a smettere di immaginarti in ginocchio, Yvonne. Quella bocca calda che mi prende fino in gola, gli occhi che mi guardano mentre succhi come una puttana affamata.»
Lei rise piano, un suono basso e rauco che mi fece contrarre i testicoli. Ricordammo tutto: l’hotel di Francoforte dove l’avevo presa contro il vetro della finestra mentre i suoi colleghi cenavano al piano di sotto, la volta in cui mi aveva mandato un video di lei che si masturbava in macchina pensando al mio cazzo, i messaggi sporchi alle tre di notte quando entrambi mentivamo ai rispettivi coniugi dicendo di essere in riunione. Il vino finì in fretta. Sotto il tavolo la sua mano trovò la mia, la guidò tra le cosce calde. Le dita sfiorarono il pizzo umido delle mutandine. Sentii il calore, il gonfiore delle grandi labbra.
«Ti voglio dentro di me stasera stessa» mormorò, vicinissima al mio orecchio. «Non m’importa di mio marito, non m’importa di tua moglie. Voglio il tuo cazzo grosso che mi apre, che mi riempie, che mi fa urlare. Andiamo in camera. Adesso.»
L’ascensore fu una tortura. Non ci toccammo, ma l’aria era elettrica. Appena la porta della stanza 412 si chiuse, le mani furono ovunque. La spinsi contro la parete con forza, il mio corpo premuto contro il suo. Le alzai la gonna fino alla vita, strappai le mutandine con uno strattone secco e le divaricai le gambe. Il mio cazzo era già fuori, duro, venoso, la cappella lucida di liquido preseminale. Lo guidai tra le sue labbra bagnate e affondai con un colpo solo, fino in fondo.
Yvonne gridò, un suono strozzato di piacere e sollievo. «Sì… così… scopami.»
La presi in piedi, da dietro, le mani aggrappate ai suoi fianchi mentre la martellavo con colpi profondi e brutali. Il suono bagnato della sua figa che inghiottiva ogni centimetro riempiva la stanza insieme ai suoi gemiti. Sentivo le sue pareti interne stringermi, contrarsi, risucchiarmi. Il suo culo perfetto sbatteva contro il mio bacino a ogni affondo. Le tirai i capelli, le morsi la spalla attraverso la camicetta.
«Sei ancora più stretta di quanto ricordassi» ringhiai. «Tuo marito non ti scopa così, vero? Non ti apre come faccio io.»
«No… nessuno… solo tu» ansimò lei, spingendo indietro per prendermi più a fondo.
La girai, la buttai sul letto. Le aprii le gambe come un libro, mi inginocchiai e attaccai la sua figa con la bocca. La leccai con avidità, lingua larga sulla clitoride gonfia, due dita che la penetravano mentre succhiavo e mordevo piano. Yvonne si inarcò, le mani tra i miei capelli, i talloni che premevano sulla mia schiena. Veniva già dopo pochi minuti, un orgasmo violento che la fece tremare e urlare il mio nome, la figa che schizzava umori caldi sulla mia lingua e sul mento.
Non le diedi tregua. Mi sdraiai supino e lei mi montò sopra come una cavallerizza impazzita. Afferrò il mio cazzo ancora bagnato dei suoi succhi e se lo infilò dentro con un gemito lungo, poi cominciò a cavalcare con forza brutale. I seni le uscivano dalla camicetta, ballavano davanti ai miei occhi. Le unghie mi graffiavano il petto, lasciando segni rossi che avrei dovuto nascondere l’indomani.
«Riempimi, Marco… voglio sentire il tuo sperma fino in fondo» implorava, roteando i fianchi, sbattendo il clitoride contro il mio pube. «Sono la tua troia d’aeroporto… usami… tradisci quella povera moglie con la mia figa bagnata.»
La dominai ancora, ribaltandola in missionario aggressivo. Le bloccai entrambi i polsi sopra la testa con una sola mano, mentre con l’altra le tenevo una gamba piegata contro il petto. I miei affondi erano violenti, quasi rabbiosi, il bacino che sbatteva contro il suo con forza tale da far tremare il letto. I nostri sguardi erano incatenati. Vedevo i suoi occhi dilatati dal piacere, la bocca aperta in un urlo silenzioso.
«Vieni insieme a me» ordinai. «Voglio sentirti contrarre mentre ti riempio.»
L’orgasmo arrivò come un treno. Yvonne urlò, un suono gutturale e liberatorio, la figa che pulsava e strizzava il mio cazzo in spasmi fortissimi. Io spinsi fino in fondo e venni con un ruggito, scaricando getti caldi e abbondanti dentro di lei, svuotandomi completamente mentre i nostri corpi tremavano insieme.
Restammo ansimanti, sudati, i vestiti stropicciati ancora mezzo addosso. Nessuna parola dolce. Ci rivestimmo in fretta, sistemando camicie e cravatte, pettinandoci con le dita. Sulla soglia Yvonne mi afferrò per la nuca e mi diede un ultimo bacio profondo, la lingua che invadeva la mia bocca con possessione feroce. Sapeva di vino, di figa e di tradimento.
«Ci vediamo al prossimo scalo» sussurrò contro le mie labbra, con quel sorriso obliquo che prometteva guai.
Poi se ne andò, tacchi che ticchettavano nel corridoio verso il suo gate.
Io rimasi solo nella stanza, il letto disfatto, l’odore del suo corpo ancora nell’aria, il suo sapore ancora sulla lingua. Il telefono vibrò nella tasca: un messaggio di mia moglie che mi chiedeva se ero arrivato bene. Lo lessi senza rispondere. Il cuore mi batteva ancora forte, il cazzo mezzo duro nei pantaloni al solo pensiero di lei che camminava verso l’aereo con il mio sperma che le colava tra le cosce. Sapevo che non era finita. Sapevo che la prossima volta che i nostri itinerari si sarebbero incrociati avrei prenotato due stanze invece di una, solo per avere più tempo. La riunione del mattino dopo sarebbe stata un inferno di concentrazione, ma la tensione era già lì, viva, pulsante, pronta a trascinarmi di nuovo nel fuoco. E io non vedevo l’ora di bruciarmi ancora.
Il messaggio di mia moglie rimaneva lì, non letto, sullo schermo illuminato del telefono. Confesso che una fitta di qualcosa di simile al rimorso mi sfiorò il petto, ma durò meno di un secondo, schiacciata dal calore che ancora mi pulsava nelle vene e dal ricordo della figa di Yvonne stretta intorno al mio cazzo. Il telefono squillò di nuovo. Il suo nome apparve. Risposi senza esitare.
«Marco, il volo è ritardato di due ore,» disse lei con quella voce bassa, rauca, ancora impregnata di desiderio. Aveva trentotto anni, era una manager affermata in una multinazionale farmaceutica, sposata da quattro anni con un uomo che in quel momento si trovava a Singapore, eppure il tono era quello di una donna che non riusciva a controllarsi. «Ho la gonna bagnata, sento la tua sborra colarmi lungo l’interno delle cosce mentre cammino. Non posso salire su quell’aereo così. Sto tornando in camera. Apri la porta e scopami di nuovo. Più forte. Più a fondo. Voglio che mi usi fino a farmi male.»
Il mio cazzo, che si era appena ammorbidito, tornò a indurirsi all’istante. Le dissi solo: «Sbrigati.» Quando bussò, aprii di scatto, la afferrai per un polso e la tirai dentro, chiudendo la porta con un calcio. L’aria tra noi era elettrica, carica di urgenza. Non perdemmo tempo in baci teneri. La spinsi contro il muro, la bocca sulla sua, la lingua che la invadeva mentre le mani le alzavano di nuovo la gonna fino alla vita. Le sue mutandine erano già state strappate prima; sotto non c’era niente. Le mie dita trovarono subito la figa gonfia, calda, stillante di umori misti al mio sperma precedente. La penetrai con due dita, poi tre, sentendo il risucchio osceno e il modo in cui le pareti interne si contraevano intorno a me.
«Sei ancora piena di me,» ringhiai contro il suo orecchio, mordendole il lobo. «Senti come scivolo? Sei una troia insaziabile, Yvonne.»
Lei spinse il bacino contro la mia mano, ansimando. «Sì, sono la tua troia d’aeroporto. Mio marito mi chiama “amore” mentre tu mi apri come una puttana. Scopami, Marco. Il tuo cazzo. Subito.»
La buttai sul letto disfatto. Il lenzuolo era ancora umido dei nostri succhi di prima. Le aprii le gambe con forza, mi inginocchiai tra le sue cosce e attaccai la sua figa con la bocca. La leccai con avidità disperata, lingua larga sulla clitoride turgida, succhiando le grandi labbra gonfie, infilando la lingua dentro di lei per raccogliere il sapore salato del mio sperma mescolato al suo nettare dolce e denso. Yvonne inarcò la schiena, i talloni premuti sulle mie spalle, le mani tra i miei capelli mentre mi tirava più forte contro di sé.
«Leccami… mangiami… puliscimi la figa sporca,» gemeva, la voce spezzata. «Nessuno mi fa venire con la lingua come fai tu. Mio marito ci prova e io fingo, penso solo a te.»
Confesso che quelle parole mi fecero impazzire. Le infilai due dita mentre succhiavo il clitoride con ritmo costante, curvandole per colpire quel punto preciso. Lei venne in pochi minuti, un orgasmo violento che la fece tremare tutta, la figa che schizzava umori caldi sulla mia lingua e sul mento. Non le diedi respiro. Mi alzai, il cazzo duro, venoso, la cappella lucida e violacea. Lei si mise in ginocchio sul bordo del letto senza che glielo chiedessi, gli occhi fissi nei miei mentre lo prendeva in bocca.
La sua bocca era fuoco liquido. Lo inghiottì fino in gola senza esitazione, la gola che si contraeva intorno a me, la lingua che lavorava sulla vena sotto. Saliva densa colava dagli angoli delle labbra, le guance incavate mentre succhiava con forza brutale. Le tenni la testa con entrambe le mani e cominciai a scoparle la bocca, affondi profondi che le facevano lacrimare gli occhi ma che lei accoglieva con gemiti di piacere.
«Prendilo tutto, puttana,» le ordinavo tra i denti. «Succhialo come se volessi rubarmi la sborra prima che te la metta di nuovo nella figa. Tradisci tuo marito con ogni centimetro che ti entra in gola.»
Lei rispose con un mugolio strozzato, accelerando i movimenti, una mano che mi massaggiava i testicoli mentre l’altra si infilava tra le sue stesse gambe per toccarsi la clitoride. Ero al limite. La tirai su, la girai a quattro zampe e le spinsi il cazzo dentro la figa con un colpo solo, fino alle palle. Il suono fu bagnato, osceno, quasi osceno quanto i suoi gemiti immediati.
Iniziai a martellarla con violenza crescente. Le mani aggrappate ai suoi fianchi pieni, il bacino che sbatteva contro il suo culo perfetto a ogni affondo. I seni le oscillavano pesanti, il corpo sudato brillava sotto la luce debole della stanza. Le tirai i capelli castani, costringendola a inarcare la schiena, cambiando l’angolo per colpirla più in profondità.
«Senti come ti riempio? Tuo marito non ti scopa così, vero? Non ti fa urlare come una sgualdrina mentre ti tradisce con me.»
«No… solo tu… solo il tuo cazzo grosso mi apre in questo modo,» ansimò lei, spingendo indietro per prendermi tutto. «Più forte, Marco. Voglio i lividi. Voglio portarmi il tuo odore a Parigi.»
La stanza era piena del rumore dei nostri corpi che collidevano, del letto che cigolava, dei suoi gemiti sempre più acuti. Cambiai posizione ancora, la girai supina, le piegai le gambe contro il petto e la penetrai di nuovo, schiacciandola con il mio peso. I nostri sguardi erano incatenati. Vedevo nei suoi occhi dilatati la stessa fame selvaggia che sentivo io. Le morsi un capezzolo, poi l’altro, mentre i miei affondi diventavano più corti, più brutali, quasi rabbiosi.
Confesso che in quei momenti il mondo fuori dalla stanza 412 scompariva. Non esisteva più mia moglie che preparava la cena, non esisteva suo marito in un altro continente. Esisteva solo la figa calda e stretta di Yvonne che mi strizzava il cazzo, il suo profumo di vaniglia e sesso, il suono bagnato della sua eccitazione che colava sul lenzuolo.
Accelerai ancora. Sentivo l’orgasmo montare come una marea. Anche lei era vicina: la sua figa iniziò a pulsare ritmicamente, le pareti interne che si contraevano in spasmi sempre più forti.
«Vengo… vengo sul tuo cazzo!» urlò, le unghie piantate nelle mie spalle.
«Vieni, troia. Stringimi mentre ti riempio.»
L’orgasmo ci travolse insieme. Il suo corpo si inarcò violentemente, la figa che si contraeva in onde potenti, spremendomi fino all’ultima goccia. Io spinsi fino in fondo e venni con un ruggito gutturale, scaricando getti caldi, abbondanti, densi dentro di lei. Continuai a spingere piano mentre venivamo, mescolando la nuova sborra con quella di prima, sentendo il liquido caldo che fuoriusciva intorno al mio cazzo ancora sepolto dentro di lei.
Restammo così, ansimanti, sudati, i corpi incollati. Il mio peso su di lei, il suo respiro caldo contro il mio collo, il suo cuore che batteva fortissimo contro il mio petto. Il mio cazzo ancora mezzo duro dentro la sua figa straripante. Pensavo che questa volta fosse davvero finita, che avremmo riso del rischio corso e ci saremmo separati con un ultimo bacio sporco.
Ma proprio mentre recuperavamo il fiato, ancora uniti nel casino umido dei nostri corpi, il telefono di Yvonne sul comodino iniziò a squillare con insistenza. Lo schermo si illuminò mostrando chiaramente la scritta “MARITO”. Yvonne sbiancò, gli occhi improvvisamente pieni di panico mentre il cellulare continuava a vibrare sul legno. Nello stesso istante, un rumore metallico arrivò dalla porta: qualcuno aveva inserito una carta magnetica nella serratura elettronica della stanza 412 e stava cercando di aprirla.
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