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Mascherata Rovente: Il Vicino Finalmente La Prende Davanti A Me

Durante il carnevale, Bruno, 35 anni, scopa selvaggiamente la moglie 38enne Imani davanti al marito consenziente Sergio.

12 min read September 29, 2026New

Il trasloco era finito da tre settimane quando Sergio, quarantadue anni compiuti da poco, guardò per l’ennesima volta il corridoio che separava il loro nuovo appartamento da quello di Bruno. Trentacinque anni, spalle larghe da chi passa ore in palestra senza farne un vanto, sorriso da bastardo sicuro di sé. Imani, trentotto anni, moglie di Sergio da undici, lo aveva notato il primo giorno, mentre trasportava scatoloni con le braccia scintillanti di sudore. Sergio l’aveva visto guardarla. Aveva visto lei ricambiare. E qualcosa di caldo e sbagliato gli si era annidato sotto lo stomaco, un nodo di gelosia che, stranamente, gli faceva indurire il cazzo.

La mascherata di Carnevale l’avevano organizzata loro, nella sala con le finestre alte e i divani scuri. Maschere veneziane, luci basse, vino rosso che girava. Bruno era arrivato con una mezza maschera nera che gli lasciava libere le labbra e il mento. Imani indossava un corpetto rosso stretto sotto un mantello leggero, cosce lunghe, tacco alto, maschera dorata sugli occhi. Sergio, maschera semplice, stava in un angolo con il bicchiere in mano e non riusciva a staccare lo sguardo.

Le occhiate bollivano. Bruno passava vicino a Imani “per caso”, la spalla che sfiorava il seno, lo sguardo che scendeva sul collo, sul decolleté. Lei rideva basso, si mordeva il labbro. Sergio sentiva il sangue battere nelle orecchie. Sapeva. Lo sapevano tutti e tre da settimane, da quei saluti troppo lunghi sulla porta, da quelle conversazioni sul pianerottolo dove Imani arrossiva e Bruno sogghignava. Un gioco umiliante che entrambi desideravano e che lui, marito consenziente fino al midollo, aveva accarezzato nelle masturbazioni notturne immaginando lei sotto un altro.

Il ballo si fece più stretto. La musica lenta. Imani e Bruno si mossero al centro del salone, corpi vicini. Lei gli posò una mano sul petto largo; lui le afferrò il fianco, poi scese e le strinse una chiappa con decisione, davanti a tutti, davanti a Sergio. Imani gettò la testa indietro e rise, un suono rauco. Sergio bevve un sorso, la gola secca. Il cazzo gli premeva contro la cerniera dei pantaloni.

Tra un bicchiere e l’altro i flirt si fecero spudorati. Imani, con le labbra a un soffio dall’orecchio di Bruno, sussurrò abbastanza forte perché Sergio sentisse: «Voglio essere presa da un vero uomo stasera. Uno che sa come scoparmi. Non come…» Non finì la frase. Non serviva. Bruno sorrise contro la sua guancia, le dita ancora affondate nella carne del culo di lei, impastandola sotto il tessuto sottile.

«Davanti a lui?» chiese Bruno, voce bassa e chiara.

Imani si voltò. Gli occhi dietro la maschera dorata trovarono quelli di Sergio. Si staccò un attimo dal ballo, gli andò vicino, gli mise una mano sul petto del marito. Il cuore di Sergio batteva da pazzi.

«Vuoi vedermi finalmente scopata dal vicino?» chiese lei, diretta, senza vergogna. La voce era calda di vino ma lucida, desiderosa. «Vuoi stare seduto lì mentre Bruno mi usa come una troia? Dimmi di sì, Sergio. Ti prego. Lo voglio da troppo.»

Sergio deglutì. La gelosia gli bruciava il petto; l’eccitazione gli scuoteva le cosce. Annuì. Poi, perché la voce non usciva bene: «Sì. Voglio. Falla. Fatti scopare da lui. Voglio guardare.»

Il consenso scese tra loro come una miccia. Bruno non aspettò altro. Prese Imani per un polso e la condusse al divano grande, quello scuro di fronte alla poltrona dove Sergio si era già seduto, gambe divaricate, respiro corto. Imani si tolse la maschera e la lanciò a terra: il volto scoperto, labbra rosse, occhi lucidi di lussuria. Bruno si tolse solo la giacca, restò in maglia scura che segnava i pettorali, e aprì i pantaloni.

Il cazzo di Bruno saltò fuori grosso, pesante, già duro, venature in rilievo. Imani emise un gemito solo a vederlo. Si inginocchiò tra le sue gambe senza pudore, davanti al marito, e lo prese in bocca con avidità. Labbra spalancate, lingua larga che girava intorno al glande, poi giù, ingoiandolo fino in gola. Il rumore bagnato riempì la stanza. Sergio vide le guance di lei gonfiarsi, vide la saliva colarle sul mento, vide Bruno afferrarle i capelli e spingere più a fondo. Imani gorgogliò ma non si tirò indietro; gli occhi pieni di lacrime fissavano Sergio mentre succhiava quel cazzo che non era il suo.

«Guardalo, puttana», borbottò Bruno, rauco. «Guarda tuo marito mentre mi pulisci il cazzo. Quanto è più grosso del suo, eh? Diglielo.»

Imani si staccò con un filamento di bava che restava attaccato alle labbra. «È più grosso… e più duro del cazzo del mio maritino inutile», ansimò, guardando Sergio dritto negli occhi. «Mi fa male già in bocca. Voglio sentirlo in figa.»

Bruno la sollevò come se non pesasse niente, le strappò via le mutandine da sotto la gonna corta e la stese sul divano. Si infilò tra le sue cosce aperte. Il primo colpo in missionario fu profondo, secco, la fece gridare. Imani agganciò le caviglie dietro la schiena di lui; le tette le saltavano fuori dal corpetto a ogni spinta. Bruno martellava, bacino che sbatteva contro il suo, il suono umido di figa bagnata che si apriva intorno a quel cazzo grosso.

«Puttana del marito», le diceva contro la bocca, baciandola a morsi. «Troia che si fa scopare dal vicino mentre il cornuto guarda. Digli quanto ti piace.»

«Mi piace—ah, cazzo—mi piace da morire! Scopami più forte, Bruno, riempimi… Sergio, guardami, guardami mentre mi sfonda…»

Sergio si era aperto i pantaloni. Si strofinava il cazzo lento, umiliato e arrapatissimo, le guance calde. Ogni parola era una frustata e un sollievo. Bruno girò Imani sulla pancia, le sollevò i fianchi e la prese da dietro. Le mani le afferravano le chiappe, le separavano, spingendo fino in fondo. Imani urlava nel cuscino, poi alzava la testa per guardare il marito.

«È così grosso… mi apre tutta… più del tuo, Sergio, molto di più… sto per venire…»

Bruno le diede un ceffone leggero sul culo, poi un altro. Accelerò. Imani scoppiò in un orgasmo che la fece contrarre e gridare, figa che stringeva a scatti intorno al cazzo del vicino, cosce che tremavano. Bruno non si fermò. Continuò a martellarla attraverso l’orgasmo finché non tirò fuori, la rivoltò di scatto e si masturbò forte sopra il suo corpo.

Vennero getti densi di sborra calda. Prima sul viso, labbra, guance, ciglia. Poi sulle tette, il seno che si ricopriva di bianco caldo. Imani teneva la bocca aperta, riceveva, leccava quello che le cadeva vicino alla lingua. Sergio guardava la moglie sporca di un altro uomo e si sentì venire anche lui, in silenzio, nella mano, con un gemito soffocato.

Bruno si rimise la maschera nera, sorriso soddisfatto sotto il bordo. Si versò del vino, ne porse un bicchiere a Sergio ancora trafelato sulla poltrona.

«Alla salute del cornuto», disse con tono amichevole e crudele insieme. «D’ora in poi passerò spesso a “prendere in prestito” tua moglie. Quando mi pare. Lei è d’accordo. Tu pure, a quanto pare.»

Imani era ancora distesa, sborra sul viso e sul petto, respiri irregolari, sorriso sazio e sporco. Si alzò lentamente, andò da Sergio, si chinò e lo baciò in bocca. Lui assaporò il sale e l’amaro del seme di Bruno sulle labbra di lei, e non si tirò indietro. Lei gli mormorò contro la bocca: «Questa è solo l’inizio… la prossima volta voglio che tu stia ancora più vicino mentre mi usa. E forse… forse lo farà anche altrove. Nel suo letto. O qui, ogni volta che bussa.»

Bruno rise basso dalla porta del soggiorno, già mezzo vestito, la maschera ancora sul volto. «Domani sera. Tienila pronta, Sergio. E tieni la porta socchiusa.»

Imani si strinse a Sergio, il corpo ancora caldo e appiccicoso contro di lui, gli occhi che brillavano di una fame nuova. Fuori, il Carnevale continuava a far rumore per le strade, ma dentro l’appartamento la tensione non si era sciolta: si era solo attorcigliata più stretta, pronta a tirare di nuovo.

Il giorno dopo Sergio non riuscì a lavorare. Restò a casa, a fissare la porta socchiusa come Bruno aveva ordinato. Imani era uscita al mattino per fare la spesa, era tornata con un vestitino nero cortissimo e niente mutandine. Glielo aveva detto subito, senza pudore: «Così quando arriva mi trova già pronta. Voglio che mi infili il cazzo appena varca la soglia». Sergio aveva annuito, il nodo allo stomaco più stretto di ieri, il cazzo già mezzo duro contro i pantaloni della tuta.

Alle nove e un quarto bussarono. Non tre colpi educati: uno solo, forte, da chi sa di avere il diritto di entrare. Bruno non aspettò risposta. Spinse la porta e chiuse alle sue spalle. Maschera nera ancora sul volto, maglia scura tesa sui pettorali, jeans già sbottonati. Guardò Imani in piedi in mezzo al soggiorno e sorrise.

«Brava troia. Niente mutandine, come ti ho detto di fare.»

Si avvicinò, le afferrò i fianchi e la sollevò di peso. Imani avvolse le gambe intorno alla sua vita mentre lui la portava dritta al tavolo della cucina. La stese a pancia in su, le divaricò le cosce e le ficcò due dita nella figa già zuppa. Imani gemette, gettando la testa all’indietro.

«Guarda tuo marito, puttana. Digli che sei già bagnata solo perché ho bussato.»

«Sergio…» ansimò lei, gli occhi lucidi fissi sul marito seduto sulla sedia di fronte. «Sono già gocciolante. Solo per lui. Non per te. Solo per il cazzo grosso del vicino.»

Bruno sfilò le dita, le levò alla bocca di lei e le costrinse a succhiarle. Poi aprì i jeans. Il cazzo saltò fuori ancora più gonfio di ieri, la testa lucida di liquido. Lo strofinò contro la fessura di Imani, su e giù, senza entrare. Lei si contorse, cercando di spingere il bacino in avanti.

«Pregami. Digli che lo vuoi più di quello del maritino.»

«Ti prego, Bruno… infilamelo. Sfondami. Sergio non mi riempie più… tu sì. Scopami davanti a lui, usami.»

Bruno entrò d’un colpo solo. Imani urlò, un suono rauco che riempì l’appartamento. Le unghie graffiarono il legno del tavolo. Bruno la martellò forte, le cosce battute contro il bordo, le tette che saltavano fuori dallo scollo. Ogni spinta faceva sbattere il tavolo contro il muro. Sergio guardava, pugno chiuso intorno al proprio cazzo, strofinandosi lento, le guance in fiamme. La gelosia gli bruciava la gola, ma l’eccitazione lo teneva inchiodato.

«Più vicino», ordinò Bruno senza voltarsi. «Voglio che senta ogni schiocco. Voglio che veda come le dilato la figa.»

Sergio si alzò e si avvicinò fin quasi a toccarli. Vide da vicino il cazzo grosso di Bruno sparire e riemergere lucido di succhi, vide le labbra di Imani spalancate, vide lo sguardo di lei che lo cercava mentre veniva scossa come una bambola.

Bruno la girò di scatto, la piegò a novanta gradi sul tavolo, le afferrò i capelli e le rialzò la testa perché guardasse Sergio.

«Digli. Digli che sei la mia troia adesso.»

«Sono la sua troia… ah, cazzo, sì… mi scopa meglio di te, Sergio. Mi apre tutta. Sto per venire di nuovo…»

Bruno accelerò, un ceffone secco sulla chiappa destra, poi sulla sinistra. Imani esplose, la figa che si contraeva a scatti intorno a quel cazzo, le gambe che tremavano. Bruno non si fermò. La sollevò ancora, la portò in salotto e la scaraventò sul divano. Si mise sopra di lei in missionario, le spalle larghe che bloccavano la vista, e ricominciò a spingere a fondo.

«Togliti i pantaloni, cornuto. Voglio che ti tocchi mentre ti fotto la moglie. E non venire prima di me, capito?»

Sergio obbedì. Si sedette a terra, a un metro da loro, e si masturbò guardando. Bruno le mangiò la bocca a morsi, le succhiò il collo, le lasciò segni rossi. Imani si aggrappava alla sua schiena, le unghie che lasciavano strisce.

«Voglio il culo», ringhiò Bruno. «Stasera te lo prendo tutto.»

Imani annuì, senza esitazione. «Sì… prendilo. Sergio non l’ha mai fatto bene. Tu sì.»

Bruno le spalmò della saliva sul buco stretto, poi spinse la testa del cazzo contro l’anello. Imani strinse i denti, gemette lungo mentre lui avanzava centimetro per centimetro. Quando fu tutto dentro, restò fermo un secondo, lasciandola abituare. Poi cominciò a muoversi. Lento prima, poi più forte. Imani urlava a ogni colpo, il culo che si apriva intorno a lui.

«Guardalo, Sergio. Guarda come le allargo il culo. Digli quanto ti piace, troia.»

«Mi piace… mi piace da morire… mi sta sfondando il culo… più grosso, più duro… ah, cazzo, sto venendo di nuovo…»

Bruno le massaggiò il clitoride mentre la inculava. Imani scoppiò in un secondo orgasmo, più violento, il corpo che si contorceva sotto di lui. Bruno tirò fuori, la rivoltò di nuovo e le ficcò il cazzo in bocca.

«Puliscilo. Lecca il tuo culo dal mio cazzo mentre tuo marito guarda.»

Imani lo fece con avidità, labbra e lingua che lavoravano, occhi bassi di lussuria. Bruno la spinsero in ginocchio a terra, le afferrò i capelli e la usò per la gola. Imani gorgogliava, saliva che le colava sul seno, ma non si tirava indietro. Sergio si strofinava più veloce, umiliato fino alle ossa, arrapato da far male.

Bruno la sollevò di nuovo, la mise a cavallo e la fece scendere sul cazzo. Lei si impalò da sola, si muoveva su e giù, tette che ballavano, faccia contorta di piacere. Bruno le afferrò i fianchi e la sbatteva contro di sé, spingendo verso l’alto.

«Dillo. Dillo che da stasera vengo quando voglio. Che tua moglie è disponibile per me.»

«Sì… vieni quando vuoi… usami… Sergio tiene la porta aperta… sono tua…»

Bruno ruggì. La scaraventò sulla schiena, le divaricò le gambe e la scopò a fondo per gli ultimi colpi. Poi tirò fuori e si sparò addosso a lei: getti caldi sul ventre, sul pube, sulle cosce aperte. Imani ci ficcò le dita, si sparpagliò la sborra sulla figa ancora aperta, se ne mise un po’ in bocca e guardò Sergio mentre la leccava.

Sergio venne a sua volta, con un gemito strozzato, lo sperma che gli sporcava la mano e la coscia. Restò lì, ansimante, a guardare la moglie coperta del seme di un altro.

Bruno si rialzò, si sistemò i jeans, si versò un bicchiere d’acqua al lavandino della cucina come se fosse a casa propria. Tornò e guardò Sergio dall’alto.

«Domani passo verso le otto. Tienila pulita fuori e sporca dentro. E tu stai a guardare, come al solito.»

Imani era ancora distesa, gambe aperte, respiro lento che tornava. Sorrise a Sergio, ma qualcosa nel sorriso era diverso. Si alzò, andò in bagno a pulirsi un po’, tornò e si sedette accanto al marito sul pavimento. Gli prese la mano appiccicosa, la strinse.

Bruno uscì senza salutare, la porta che si richiuse con un click secco.

Il silenzio nell’appartamento fu improvviso e pesante. Imani posò la testa sulla spalla di Sergio. Lui sentiva ancora l’odore di sesso e di un altro uomo su di lei. Il cuore gli batteva troppo forte, non di eccitazione adesso. Di qualcosa di vuoto.

«È andata bene?» chiese lei a voce bassa. «Ti è piaciuto?»

Sergio annuì, ma le parole non gli venivano. Guardava il divano scomposto, le macchie umide sul legno del tavolo, i segni rossi sul collo di Imani. Il cazzo di Bruno gli restava impresso dietro gli occhi. La frase di Imani — «sono tua» detta a un altro — gli girava in testa come un ago.

Lei lo baciò sulla tempia. «Domani di nuovo. E poi ancora. È quello che volevamo, no?»

Sergio restò zitto. Fuori, le ultime voci del Carnevale si spegnevano. Dentro, la casa sembrava più piccola. Imani si alzò per andare a letto, nuda, sborra ancora secca sulle cosce. Si voltò sulla soglia della camera.

«Vieni?»

Lui la seguì. Si sdraiarono uno accanto all’altra al buio. Imani si addormentò quasi subito, il respiro regolare, un sorriso stanco sulle labbra. Sergio restò a occhi aperti, a fissare il soffitto. La gelosia che ieri lo eccitava adesso gli pesava sul petto come un sasso. Aveva detto sì. Aveva guardato. Aveva goduto. Ma qualcosa si era incrinato, sottile e netto. Si chiese se la prossima volta, quando Bruno avrebbe bussato, avrebbe ancora tenuto la porta socchiusa. O se avrebbe girato la chiave dall’interno e fatto finta di non esserci. Il dubbio gli restò addosso tutta la notte, freddo, mentre Imani dormiva tranquilla al suo fianco, già lontana.

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