Primo Appiglio sul Muro

Il muratore di 32 anni Marco si scopa con forza l’architetto di 29 anni Luca contro il muro dell’impalcatura.

12 min read September 09, 2026New

Mi chiamo Luca e ho ventinove anni, faccio l’architetto e quel pomeriggio di fine giugno, nel centro storico di Roma, sono salito sull’impalcatura convinto di svolgere solo un controllo di routine. Invece ho incontrato Marco, il muratore di trentadue anni che lavorava da solo da ore sotto un sole che sembrava volerti sciogliere la pelle. Il suo corpo mi colpì prima ancora che parlassimo: spalle larghe, braccia gonfie di lavoro e vene in rilievo, la canotta bianca fradicia di sudore che aderiva ai pettorali potenti e agli addominali scolpiti. I tatuaggi neri gli correvano dal collo fino ai polsi, linee spesse e figure tribali che sembravano muoversi ogni volta che contraeva un muscolo. La polvere di calce gli imbiancava i pantaloni da lavoro bassi sui fianchi, e il rigonfiamento tra le gambe era impossibile da ignorare.

Appena misi piede sulle assi di legno, i nostri occhi si agganciarono. Lui stava fissando proprio me, con uno sguardo lento, consapevole, che scese dal mio casco alla bocca, poi più giù, fermandosi sul davanti dei miei pantaloni e sul culo prima di tornare su. Un mezzo sorriso gli piegò le labbra. «Luca, l’architetto?» domandò con quella voce bassa, graffiata dalla polvere e dal caldo. Annuii, sentendo già il battito accelerare. «Sì, sono io. Continua pure, ti do una mano se serve.»

Da quel momento ogni gesto divenne un pretesto. Gli passavo la cazzuola e le nostre dita restavano unite un secondo di troppo. Gli porgevo il martello e lui lo prendeva sfiorandomi il polso con il pollice calloso, come a testare se mi sarei ritratto. Non lo feci. Anzi, sostenni il suo sguardo ogni volta, lasciando che vedesse quanto mi piaceva. Dentro di me pensavo che era una follia: eravamo in pieno giorno, a dieci metri da terra, con i rumori della città che salivano dal vicolo sotto di noi – motorini, voci di turisti, il tintinnio dei bicchieri di un bar vicino – eppure tra noi due si stava creando un’intesa silenziosa, elettrica, da animali che si riconoscono al primo odore. Marco era disponibile, lo capivo dal modo in cui mi guardava il culo quando mi giravo a prendere un attrezzo dalla borsa. E io lo ero altrettanto. Lo volevo lì, subito, contro quel muro antico.

Per quasi mezz’ora continuammo così. Ogni passaggio di attrezzi era una carezza mascherata. Gli diedi il livello a bolla e lui lo prese appoggiando deliberatamente il dorso della mano sul mio addome, proprio sopra la cintura. Sentii il calore della sua pelle attraverso la maglietta e il mio cazzo reagì all’istante, gonfiandosi contro la stoffa. Lui se ne accorse. Il suo sorriso divenne più scuro, più affamato. «Grazie, Luca… sei preciso» mormorò, ma il tono diceva tutt’altro. Io deglutii e risposi: «Faccio solo il mio lavoro.» Bugia. Stavo già immaginando la sua mano grande che mi stringeva la nuca mentre mi spingeva contro il muro.

Il sole picchiava. Il sudore gli colava dalla fronte, scendeva lungo la gola, finiva nel solco tra i pettorali. Ogni volta che si allungava per lavorare in alto, la canotta si alzava e mostrava una striscia di pelle abbronzata e peli scuri che sparivano nei pantaloni. Io sentivo la bocca secca. Pensavo che avrei voluto leccare quel sudore, assaggiarlo proprio lì, sull’impalcatura che tremava leggermente a ogni nostro movimento. Entrambi sapevamo. Non servivano parole. Gli sguardi prolungati, i sorrisi complici, il modo in cui mi passava accanto sfiorandomi la spalla con il petto: era un corteggiamento muto, rude, da maschi che non hanno tempo da perdere.

Poi arrivammo alla crepa. Una fenditura verticale nel muro antico, larga due dita, che correva per mezzo metro. «Devo controllare da vicino» dissi, e lui si avvicinò subito, troppo. I nostri corpi si ritrovarono spalla contro spalla in quello spazio stretto tra il muro e il parapetto dell’impalcatura. Sentivo il calore che emanava dalla sua pelle, l’odore intenso di sudore maschile, di lavoro, di maschio eccitato. Il suo braccio sfiorò il mio, poi la coscia. Stavolta non fu casuale. Marco premette deliberatamente il fianco contro il mio, e io non mi spostai.

Allungai la mano per tastare i bordi della crepa e, senza pensarci, la appoggiai prima sul suo petto. Il palmo si aprì sui pettorali duri, bagnati, caldi come una fornace. Sentii il capezzolo indurito sotto la stoffa bagnata, il battito del suo cuore che correva forte quanto il mio. Il suo odore mi invase le narici. Non resistetti. «Mi stai facendo impazzire» sussurrai, la voce roca, quasi un gemito.

Marco non parlò. La sua mano grande scese di colpo e afferrò il mio culo con forza brutale, le dita che affondavano nella carne attraverso i pantaloni, tirandomi contro di lui. Sentii il suo cazzo già duro premere contro il mio ventre come un ferro rovente. Poi la sua bocca fu sulla mia.

Il bacio fu fame pura. Le sue labbra spesse si schiantarono sulle mie, la lingua entrò senza chiedere permesso, invadente, dominante. Sapeva di caffè, di sigaretta fumata poco prima e di puro desiderio maschile. La sua barba corta mi graffiava il mento mentre mi divorava, stringendomi il culo con entrambe le mani adesso, sollevandomi quasi sulle punte dei piedi. Io gemetti nella sua bocca, spingendo il bacino contro il suo, sentendo i nostri cazzi strofinarsi attraverso i vestiti. Il mondo sotto di noi sparì. C’eravamo solo noi due, il muro antico alle mie spalle e l’impalcatura che cigolava piano sotto il nostro peso.

Il desiderio mi esplose dentro come una bomba. Non ragionai più. Mi staccai dal bacio solo per guardarlo negli occhi un secondo: erano neri, dilatati, pieni di una lussuria che mi fece tremare le gambe. Senza dire una parola, mi abbassai lentamente, volontariamente, in ginocchio davanti a lui sulle assi di legno ruvido. Le mie mani salirono lungo le sue cosce muscolose, sentirono i quadricipiti tesi sotto la stoffa sporca. Arrivai alla cintura. Lo guardai dal basso verso l’alto con uno sguardo famelico, la bocca già aperta, la lingua che passava sulle labbra.

Marco respirava pesante, il petto che si alzava e abbassava rapido. Una mano grande scese a sfiorarmi la guancia, il pollice che mi apriva leggermente la bocca. «Cazzo, Luca…» ringhiò piano, la voce carica di promessa.

Le mie dita slacciarono il primo bottone dei suoi pantaloni da lavoro. Il suono della zip che scendeva fu osceno nel silenzio tra noi. Spinsi la stoffa pesante giù sui fianchi stretti, rivelando i boxer grigi tesi al limite dal cazzo duro che spingeva per uscire. Vedevo il contorno spesso della cappella, il tessuto già umido di liquido preseminale. Infilai le dita sotto l’elastico, pronto a liberarlo, a prenderlo in bocca proprio lì, con il rischio che qualcuno alzasse gli occhi dal vicolo e ci vedesse.

Il cuore mi batteva nelle tempie. Sentivo il suo odore muschiato, forte, eccitante. La punta del suo cazzo stava già spingendo fuori dall’orlo dei boxer, grossa, violacea, lucida. Mi sporsi in avanti, il fiato caldo che gli accarezzava la pelle sensibile, le labbra che quasi lo sfioravano. Marco mi teneva una mano tra i capelli, non spingendo ancora, ma pronto a farlo. L’impalcatura tremò di nuovo sotto le nostre gambe. Il calore del pomeriggio ci avvolgeva, il muro antico era freddo contro la mia schiena se mi fossi spostato. Sapevo che questo era solo l’inizio. Sapevo che mi avrebbe preso con forza, contro quel muro, proprio come prometteva il suo sguardo mentre io, in ginocchio, stavo per assaggiarlo.

E in quel momento, con il suo cazzo che pulsava a un centimetro dalla mia lingua, capii che non ci sarebbe stato più nessun controllo. Volevo tutto. Volevo che mi usasse, che mi scopasse fino a farmi urlare contro i mattoni antichi, con Roma che continuava a vivere ignara sotto di noi.

(Parole: 1202)

Mi sporsi in avanti e chiusi le labbra intorno alla cappella gonfia e lucida del suo cazzo. Il sapore mi invase subito la lingua: salato, muschiato, con quel retrogusto di sudore maschile e polvere di calce che sapeva di lavoro duro sotto il sole. Marco emise un ringhio basso, gutturale, la mano tatuata che mi afferrava i capelli corti sulla nuca spingendomi più a fondo. «Cazzo, Luca, hai la bocca calda come un forno» grugnì, la voce graffiata dal caldo e dal desiderio. Io succhiavo con avidità, la lingua che girava intorno alla vena spessa che pulsava sotto la pelle tesa, sentendo ogni centimetro scivolare verso la gola. Il mio naso premeva contro i peli scuri alla base del ventre scolpito, inalando l’odore forte di maschio eccitato dopo ore di lavoro.

L’impalcatura tremava leggermente sotto le mie ginocchia, le assi di legno ruvido che mi graffiavano la pelle attraverso i pantaloni. Da sotto saliva il rumore costante di Roma: motorini che sfrecciavano nel vicolo, turisti che chiacchieravano, il tintinnio di bicchieri da un bar all’aperto. Tutto sembrava lontanissimo eppure pericolosamente vicino. Io, l’architetto di ventinove anni che era salito per un semplice controllo, ero in ginocchio a succhiare il cazzo del muratore di trentadue anni come se ne andasse della mia vita. Il mio stesso cazzo premeva dolorosamente contro la stoffa, bagnando gli slip di liquido preseminale. Pensavo solo a quanto lo volevo dentro, a come mi avrebbe aperto, a come il muro antico mi avrebbe bruciato la pelle mentre lui mi usava.

Marco respirava pesante, il petto ampio che si alzava e abbassava rapido sotto la canotta fradicia. I tatuaggi tribali neri gli correvano lungo gli avambracci tesi, linee spesse che si muovevano a ogni contrazione dei muscoli. Tirò più forte i miei capelli, scopandomi la bocca con spinte brevi e profonde, la cappella che mi toccava il fondo della gola facendomi lacrimare gli occhi. «Brava puttana, ingoia tutto. Ma non pensare che finisca così. Ti voglio contro quel muro, con il culo aperto per me.» Le sue parole sporche mi fecero gemere intorno al suo cazzo, una vibrazione che lo fece imprecare.

Non mi diede il tempo di continuare. Mi tirò su di colpo, mi voltò con forza brutale e mi spinse contro il muro. I mattoni antichi, scaldati per tutto il pomeriggio dal sole di fine giugno, erano roventi contro la mia guancia e il petto. Sentivo il calore penetrarmi nella pelle attraverso la maglietta leggera. Marco mi abbassò i pantaloni e gli slip fino alle caviglie in un gesto secco, esponendo il mio culo al sole e al suo sguardo affamato. «Guarda che culo sodo che hai, architetto» ringhiò, una mano grande che mi apriva una natica mentre l’altra sputava saliva dritta sulla sua asta ancora bagnata della mia saliva. La cappella grossa premette contro il mio buco, poi entrò con un colpo solo, violento, fino alle palle.

Il bruciore mi esplose dentro, mescolato a un piacere così intenso da farmi tremare le gambe. Aprii la bocca per gemere ma lui fu più veloce: la mano callosa mi coprì completamente la bocca, soffocando ogni suono in un mugolio strozzato. «Zitto, cazzo. Non vorrai che tutta Roma senta come ti piace farti sfondare da un muratore sull’impalcatura, vero?» Le sue spinte erano immediate, profonde, possessive. Mi fotteva in piedi da dietro con tutta la forza del suo corpo da lavoro, i fianchi che sbattevano contro il mio culo producendo schiocchi umidi e osceni. Ogni affondo mi schiacciava contro il muro caldo, i mattoni che mi graffiavano la guancia mentre il suo cazzo mi massaggiava la prostata senza pietà.

Il sudore ci colava addosso. Sentivo il suo petto bagnato premere contro la mia schiena, la canotta fradicia che si incollava alla mia maglietta. I suoi tatuaggi mi sfioravano la pelle ogni volta che si spingeva dentro. Il suo odore era ovunque: sudore maschile, calce, caffè e sigaretta, un mix che mi faceva girare la testa. Dentro di me pensavo che era esattamente quello che volevo dal primo momento in cui i nostri sguardi si erano incrociati. Essere preso con forza, usato come un buco da scopare a dieci metri da terra, con il rischio che qualcuno alzasse gli occhi e ci vedesse. La mano sulla mia bocca mi impediva di urlare, ma i gemiti soffocati vibravano contro il suo palmo mentre lui accelerava, pompando con spinte sempre più rabbiose.

«Stringi quel culo, Luca. Mungimi il cazzo con la tua figa da maschio» mi sussurrava all’orecchio, il fiato caldo che mi bagnava il collo. Io spingevo indietro contro di lui, cercando di prenderlo ancora più a fondo, sentendo le sue palle pesanti che sbattevano ritmicamente contro le mie. Il muro era bollente, il sole ci picchiava sulla pelle esposta, il sudore ci faceva scivolare uno contro l’altro. Il mio cazzo duro oscillava a ogni spinta, gocciolando filamenti trasparenti sulle assi di legno dell’impalcatura. Marco mi teneva fermo con una mano sul fianco, le dita tatuate che affondavano nella carne, mentre l’altra restava sigillata sulla mia bocca a soffocare i versi sempre più disperati.

Dopo minuti che sembrarono ore di quel martellamento implacabile, uscì da me con un suono bagnato e osceno. Mi girò di nuovo, mi afferrò sotto le cosce e mi sollevò come se non pesassi nulla, dimostrando tutta la forza accumulata in anni di cantiere. Le mie gambe gli circondarono i fianchi stretti per istinto, le caviglie incrociate dietro la sua schiena muscolosa. La mia schiena sbatté di nuovo contro il muro caldo, e lui guidò il cazzo ancora più duro dentro di me con una spinta verso l’alto che mi fece sentire impalato fino allo stomaco. «Così, avvolgimi bene con quelle gambe da troia. Voglio guardarti mentre ti riempio» ringhiò, gli occhi neri fissi nei miei.

Iniziammo a masturbarci a vicenda. La mia mano destra stringeva il suo cazzo alla base ogni volta che usciva parzialmente dal mio culo, sentendo le vene pulsare mentre lui spingeva di nuovo dentro. La sua mano callosa pompava il mio cazzo con movimenti rapidi e ruvidi, il pollice che passava sulla cappella bagnata raccogliendo il liquido per lubrificare. «Ti piace, eh? Ti piace farti scopare contro il muro come una puttana da cantiere» mi diceva tra un affondo e l’altro, la voce spezzata dallo sforzo. Io rispondevo con parole altrettanto sporche, la bocca libera ora ma bassa per non farci scoprire: «Scopami più forte, Marco. Sfonda questo culo con quel cazzo grosso da muratore. Voglio la tua sborra densa che mi cola fuori per tutto il giorno.»

I nostri corpi erano un disastro di sudore e saliva. Lui mi leccava il collo, mordendo la pelle, poi saliva a baciarmi in modo sporco, lingue che si spingevano fuori dalle bocche, saliva che colava tra i nostri menti mentre le spinte diventavano più profonde, più possessive. Il muro vibrava sotto la forza dei suoi fianchi. Il mio culo stretto lo stringeva come una morsa, ogni affondo colpiva la prostata facendomi vedere lampi bianchi. Le nostre mani volavano sui cazzi, il rumore umido della pelle contro pelle che si mescolava ai nostri respiri affannati. «Sto per sborrare, cazzo» ringhiai, sentendo l’orgasmo montare come una marea.

«Vieni insieme a me, Luca. Sborra mentre ti riempio quel buco schifoso» rispose lui, accelerando fino a diventare quasi brutale. L’orgasmo ci prese nello stesso istante. Il suo cazzo pulsò violentemente dentro di me, sparando getti caldi e abbondanti di sborra profonda nel mio intestino, ondata dopo ondata. Il mio cazzo schizzò tra le nostre pance, getti densi che schizzavano sui nostri addominali tesi, colando poi lungo le mie cosce in rivoli viscidi e caldi. Tremavamo entrambi, incastrati, il suo cazzo ancora sepolto fino in fondo mentre il seme di entrambi continuava a colare, sporcandoci le gambe e le assi di legno sotto di noi.

Ansimanti, ancora incastrati, ci guardammo con gli occhi appannati dal piacere animale. Il suo seme denso mi colava dal culo dilatato lungo le cosce mescolandosi al mio. Marco mi passò il pollice sporco di saliva e sborra sulle labbra, pulendomi con un gesto rozzo. Sorrise con quel ghigno da predatore e disse: «Stesso orario domani?» Annuii rapido, il corpo ancora scosso da tremiti mentre mi rivestivo in fretta, sentendo il suo carico caldo che mi restava dentro e mi colava fuori dal culo distrutto. Non vedevo l’ora di tornare a farmi sfondare come una troia sul muro, con quel cazzo enorme che mi spaccava le budella e mi riempiva di sborra fino a farmela schizzare dal naso.

Rate this story

Thanks for rating
Qualcosa non va in questa storia?
Tagged rough-sex anal standing-doggy dirty-talk creampie

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.