Risveglio Infuocato sotto la Tenda con l'Amica Nera

Marco, 28 anni, e Yvonne, 32 anni, si scopano selvaggiamente nella tenda afosa durante una vacanza in Kenya.

17 min read September 24, 2026New

Marco aveva ventotto anni e il corpo di chi passa le giornate a muoversi: spalle larghe, addome piatto, mani grandi che ora stringevano il bordo del sacco a pelo come se potesse tenervi dentro anche il caldo. La tenda era troppo stretta per due adulti e l’aria del Kenya notturno pesava come un panno bagnato sulla pelle. Fuori, gli amici russavano nelle altre tende; dentro, c’era solo il respiro di Yvonne.

Lei ne aveva trentadue, la pelle scura lucida di sudore, i capelli corti e ricci appiccicati alla fronte. Si erano conosciuti due anni prima, durante un altro viaggio: lei guida locale per un trekking, lui turista un po’ perso e troppo curioso. Da allora i messaggi, le videochiamate, i flirt che non osavano mai diventare promesse. Quella sera, quando il gruppo aveva deciso di condividere le tende per risparmiare spazio, Marco aveva alzato la mano senza pensarci. «Io e Yvonne andiamo d’accordo», aveva detto, e lei aveva sorriso con quel sorriso che gli mandava il sangue dritto in mezzo alle gambe.

Ora erano lì. Lei di lato, lui di fronte, e tra i loro corpi restava forse un palmo d’aria calda. Ogni volta che uno si muoveva, un ginocchio, un gomito, un fianco sfiorava l’altro. Marco sentiva il tessuto sottile della canottiera di lei contro il braccio nudo; sentiva il calore della coscia di Yvonne quando, girandosi, le gambe si toccavano per un secondo di troppo.

Non riusciva a dormire. Il sudore gli scorreva lungo la schiena, gli scivolava nel solco dei glutei, gli bagnava l’interno coscia. Il pene gli si era gonfiato da un pezzo, pesante e indolente contro lo slip umido, e lui teneva le anche immobili per non farle notare quanto fosse duro. Ma Yvonne non dormiva. Lui lo sapeva dal respiro irregolare, dal modo in cui le ciglia tremavano quando un raggio di luna filtrava dalla cerniera socchiusa.

«Non si respira», mormorò lei. La voce era bassa, rauca, tutta sabbia e miele. «Marco… tu stai sveglio?»

«Da ore», rispose lui. «Se apro la cerniera ci entrano le zanzare. Se la lascio chiusa ci cuociamo vivi.»

Yvonne rise piano, un suono che gli vibrò contro il petto. Si voltò verso di lui. Il seno pieno premeva contro la canottiera scura; i capezzoli, duri per il caldo o per qualcos’altro, disegnavano due punte evidenti. Marco non distolse lo sguardo in tempo. Lei lo notò. Non arrossì. Gli occhi neri brillarono.

«Mi guardi», disse. Non era un’accusa. Era un invito velato.

«È difficile non farlo.» Lui inghiottì. «Sei… cazzo, Yvonne, sei così vicino che sento il tuo odore. Sapone, sudore, pelle. Mi fa impazzire da mesi.»

Il silenzio si fece denso. Fuori un animale notturno stridette lontano. Dentro, i corpi sudati si sfiorarono di nuovo: il ginocchio di Marco contro la coscia di lei, la mano di Yvonne che, sistemandosi, gli strisciò le dita sull’avambraccio e ci restò un attimo di troppo.

«Da mesi», ripetè lei. La lingua le umettò il labbro inferiore. «Anche io. Quando mi scrivevi la sera tardi, immaginavo le tue mani. Grandi. Bianche sul mio culo nero. Le immaginavo che mi aprivano le cosce.»

Marco sentì il cazzo saltare contro il tessuto. Un gemito basso gli uscì dalla gola. «Yvonne…»

«Dillo», sussurrò lei. «Dillo com’è che mi vuoi.»

Si avvicinò ancora. Ora i nasi quasi si toccavano. Il petto di lei premeva contro il suo; i capezzoli duri gli graffiavano la pelle attraverso due strati sottili di cotone. Il calore era insopportabile, eppure nessuno dei due indietreggiò.

«Voglio metterti le mani addosso», disse Marco, la voce roca. «Voglio spogliarti in questa tenda di merda e leccarti il sudore tra le tette. Voglio sentire quanto sei bagnata quando ti ficco le dita dentro. Da mesi mi seghe pensando al tuo culo, a come si muoverebbe mentre ti scopo da dietro, a come gemeresti il mio nome con quell’accento che hai.»

Yvonne chiuse gli occhi un istante, come se le parole le fossero entrate dritto nella figa. Quando li riaprì, le pupille erano dilatate. «E io voglio le tue mani sulla mia pelle scura», mormorò. «Voglio vederti confrontare il bianco delle tue dita con il nero delle mie cosce. Voglio che mi tocchi le tette, che mi pizzichi i capezzoli finché non mi viene da spingere il culo contro di te. Ho fantasticato di te che mi possiedi. Di te che mi riempi. Di te che mi fai venire con la bocca prima di mettermelo dentro.»

La mano di lei scese. Non andò dritta al cazzo: prima gli accarezzò il petto sudato, il capezzolo, la linea dell’addome, poi si fermò sul bordo degli slip. Il pollice sfiorò il tessuto teso, sentì il calore, la durezza. Marco emise un suono gutturale.

«Cazzo, Yvonne…»

«Posso?», chiese lei. Gli occhi cercavano i suoi. Consenso chiaro, caldo, voluto. «Voglio toccarti. Voglio che tu mi tocchi. Se dici di no, mi fermo e dormiamo… o ci proviamo.»

«Sì», soffiò lui. «Sì, toccami. Tocca tutto. Io voglio mettere le mani su di te. Adesso.»

Lei non aspettò oltre. Le dita scivolarono dentro lo slip, avvolsero il cazzo gonfio, caldo, pulsante. La pelle era liscia, tesa; la testa già umida di precome. Yvonne lo strinse piano, lo fece scorrere nel pugno sudato, e Marco conficcò la fronte contro la sua spalla per non gemere troppo forte.

«Sei grosso», mormorò lei, apprezzamento esplicito, voce carica di lussuria. «Mi sei mancato anche senza averti mai avuto. Guardalo… bianco, duro, che mi riempie la mano. Lo voglio in bocca. Lo voglio nella figa.»

Le mani di Marco, finalmente libere dal controllo, le salirono sotto la canottiera. Trovò i seni pesanti, pieni, la pelle vellutata e calda. I capezzoli erano duri come sassolini; li pinzò tra pollice e indice, li stropicciò, e Yvonne arcuò la schiena spingendo il petto contro le sue palme. Un gemito le scivolò dalle labbra.

«Così», sussurrò. «Proprio così. Segnami. Lascia i segni delle tue dita sulla mia pelle scura. Voglio vedermeli domani allo specchio del bagno del camp e ricordarmi di questa notte.»

Si baciarono. Fu lei a prendere l’iniziativa: bocca calda, lingua che entrò senza pudore, denti che gli morsero il labbro inferiore. Marco rispose con la stessa fame. Il bacio era umido, disordinato, sapeva di sale e di desiderio represso troppo a lungo. Le lingue si avvolgevano, si succhiavano; lei gli pompava il cazzo con lentezza deliberate mentre lui le massaggiava i seni, poi scendeva lungo il fianco, affondava le dita nell’elastico dei suoi pantaloncini.

«Posso?», chiese di nuovo, le labbra contro le sue.

«Sì. Tutto. Toglili. Metti le dita dove sono bagnata.»

Glieli calò lungo le cosce. Sotto non c’era mutandine: solo la figa nuda, le labbra gonfie e lucide di umidità. Marco gemette nel bacio quando le dita trovarono quella fessura calda, scivolosa. Due dita le aprirono le labbra, strisciarono lungo la fessura, raccolsero il succo e lo portarono sul clitoride gonfio. Yvonne aprì le gambe quanto la tenda permetteva, agganciò un ginocchio sul fianco di lui, e spinse il bacino incontro alle dita.

«Dentro», ordinò tra un bacio e l’altro. «Ficcamene due. Voglio sentire le tue mani — le tue dita bianche — che mi aprono.»

Lui obbedì. L’indice e il medio affondarono in quella stretta calda; le pareti lo strinsero subito, bagnate, pulsanti. Il pollice le sfregava il clitoride in circoli lenti. Yvonne si staccò dal bacio solo per gemere contro la sua bocca, gli occhi socchiusi, le labbra aperte.

«Marco… così… cazzo, da mesi aspettai questo.»

«Sei stretta», borbottò lui, spingendo le dita più a fondo, curvandole per cercarle il punto gonfio dentro. «Stretta e cascata di succo. Mi bagno tutta la mano. Immagino già il cazzo al posto delle dita. Ti aprirò. Ti riempirò. Ti farò squirtare su questo sacco a pelo finché non resterà solo odore di figa e di noi.»

Lei gli strinse il cazzo più forte, il pollice che stropicciava il frenulo umido. «Allora fallo. Togliti tutto. Voglio vederti nudo. Voglio il tuo corpo contro il mio — bianco su nero, sudato, che scivola.»

Si liberarono dei vestiti rimanenti in una confusione di gomiti e stoffe appiccicose. Nudi, pelle contro pelle, il contrasto era violento e bellissimo: le mani chiare di Marco che affondavano nelle chiappe scure e sode di Yvonne, il cazzo roseo e venato che pulsava contro il ventre nero di lei, il seno pieno che si schiacciava sul petto peloso di lui. Sudore ovunque. Sapore di sale quando lui le abbassò la testa e le prese un capezzolo in bocca, lo succhiò forte, lo morsicò piano mentre le dita continuavano a fotterla con ritmo crescente.

Yvonne gli afferrò i capelli, lo tenne lì. «Sì… leccami le tette. Segnami il collo. Voglio che gli altri domani si chiedano perché cammino storta e sorrido come una cretina.»

Marco le salì sul collo, le succhiò la pelle scura sotto l’orecchio, le lasciò un morso che faceva già il segno. Lei gemette più forte, le anche che ridevano sulle sue dita. Il palmo di Marco era fradicio; ogni spinta produceva un suono osceno, bagnato, che riempiva la tenda piccola insieme ai loro respiri.

«Apri di più», le disse contro la gola. «Voglio entrare con tre. Voglio allargarti per il cazzo.»

Lei aprì le cosce quanto poteva, un piede che spingeva contro il telo della tenda. Lui aggiunse l’anulare. Tre dita, strette, profonde. Yvonne emise un suono rotto, quasi un pianto di piacere, e il canale le si contrasse intorno.

«Cazzo — Marco — mi fai venire se continui così…»

«Vieni», la spinse lui. «Vieni sulle mie dita. Poi ti leccolo tutto. Poi ti metto il cazzo in gola e ti faccio assaggiare quanto ti desidero da mesi.»

Il ritmo aumentò. Il pollice le stropicciava il clitoride con precisione crudele; le dita le fottevano la figa con spinte corte e profonde. Yvonne aveva il viso sepolto nel collo di lui, i denti contro la sua pelle, i gemiti soffocati per non svegliare il campo. Il corpo le tremava. Le cosce le si chiusero attorno al polso di Marco. Un attimo dopo venne: un’ondata lunga, le pareti che pulsavano a scatti, il succo che gli scorreva lungo il palmo e gli arrivava al polso. Un gemito rauco le scoppiò contro la spalla di lui.

Marco non smise subito. La portò giù piano, le dita che si muovevano ancora lente mentre lei sussultava. Quando le ritirò, lucide e fradice, le portò alla bocca e le leccò sotto lo sguardo di Yvonne. Lei lo guardò fare, gli occhi lucidi, le labbra socchiuse.

«Sapore di te», mormorò lui. «Dolce e salato. Adesso tocca a me sentirtelo sulla lingua. Sdraiati. Apriti. Voglio mangiarti la figa finché non mi implori il cazzo.»

Yvonne, ancora tremante, obbedì. Si mise supina sul sacco a pelo umido, le ginocchia piegate, le cosce spalancate. La figa scura, le labbra gonfie, il clitoride scoperto e lucido, il buco che ancora si contraeva sui resti dell’orgasmo. Marco si sistemò tra le sue gambe, le spalle che le tenevano aperte le cosce, e respirò contro quella carne calda.

«Dimmi che lo vuoi», chiese, la bocca a un millimetro da lei.

«Lo voglio», ansimò Yvonne. «Leccami. Succhiami. Ficci la lingua dentro e scopami con la bocca. Poi montami. Voglio il tuo cazzo bianco che mi spacca la figa nera in questa tenda afosa finché non grido.»

Marco abbassò la testa. La lingua le spazzò l’intera fessura, dal buco al clitoride, raccogliendo i succhi. Il sapore lo fece gemere contro di lei. Le labbra le chiusero sul clitoride, lo succhiarono con colpi di lingua rapidi; due dita le rientrarono dentro e ripresero a spingere. Yvonne agguantò la sua testa, gli apre le cosce ancora di più, e spinse il bacino incontro alla bocca.

«Così… cazzo, Marco… leccami come se volessi vivermi addosso…»

Lui lo fece. Leccò, succhiò, penetrò con la lingua, le dita curve che le strofinavano il punto gonfio dentro mentre il naso le premeva sul clitoride. Il sudore gli scorreva sulla schiena nuda; il cazzo, dimenticato per un attimo, pulsava pesante contro il sacco a pelo, lasciando una scia di precome. Ogni gemito di lei gli mandava una scossa dritta alle palle.

Yvonne era di nuovo vicina. Le cosce gli tremavano contro le orecchie; i respiri erano diventati singhiozzi corti. «Non fermarti — non — Marco, ti prego, fammi venire di nuovo e poi fottemi. Fottemi forte. Voglio sentire le palle che mi sbattono sul culo.»

Lui accelerò. La lingua a martello sul clitoride, le dita che la fottevano senza pietà. Il secondo orgasmo la prese ancora più forte del primo: un grido strozzato, il corpo in arco, la figa che gli strizzava le dita e gli sparava altro liquido sulla bocca e sul mento. Marco la bevve, la leccò attraverso i sussulti, finché lei non lo tirò su per i capelli, il viso stravolto dal piacere.

Si baciarono di nuovo. Lei assaporò se stessa sulla sua lingua, gli leccò le labbra, gli morsicò la bocca. La mano le scese di nuovo tra i corpi, gli strinse il cazzo fradicio di desiderio.

«Adesso», sussurrò contro la sua bocca, gli occhi neri che bruciavano. «Mettilo. Voglio sentirti entrare. Voglio che mi possiedi come hai fantasticato. Piano all’inizio… poi selvaggio. Sì?»

«Sì», ragliò Marco. Si sistemò tra le sue cosce, la testa del cazzo che already spingeva tra le labbra gonfie, scivolosa, pronta. Il calore della sua entrata lo fece tremare. «Yvonne… cazzo, sei prontissima…»

Lei agganciò le caviglie dietro la sua schiena, le mani sui suoi glutei sudati, e lo guardò dritto mentre lui affondava il primo centimetro.

«Tutto», ordinò. «Dammelo tutto. E non fermarti finché non mi hai riempita.»

Marco spinse. Il cazzo sprofondò in quella stretta bagnata, centimetro dopo centimetro, le pareti che lo stringevano come una bocca affamata. Il gemito che gli uscì fu basso, animale. Yvonne aprì la bocca in un ‘ah’ lungo e silenzioso, le unghie che gli affondavano nei glutei. Quando fu tutto dentro, le palle premute contro il suo culo, restarono immobili un secondo, sudati, uniti, il contrasto delle pelli visibile anche nella penombra: bianco conficcato nel nero, pulsante, sepolto.

Fuori la notte del Kenya continuava quieta. Dentro la tenda, il vero fuoco stava solo iniziando a divampare.

Marco restò conficcato fino in fondo, le palle premute contro il culo scuro e caldo di Yvonne, il cazzo pulsante che le riempiva ogni millimetro. Il sudore gli colava dalla fronte sul seno di lei, scivolava tra le tette piene e si perdeva nel solco profondo. Lei lo strinse con le cosce, le unghie conficcate nei suoi glutei, e mosse il bacino in un cerchio lento, sentendolo strofinarsi contro il fondo.

«Muoviti», ansimò Yvonne, la voce rauca di chi non vuole più fingere. «Voglio sentirti spingere. Voglio il tuo cazzo bianco che mi apre tutta.»

Marco tirò indietro i fianchi e affondò di nuovo, una spinta lunga e pesante che le strappò un gemito. Il sacco a pelo scricchiolava sotto di loro; l’aria nella tenda era densa di odore di sesso e di pelle sudata. Lui accelerò, le anche che battevano contro le sue, il cazzo che usciva lucido dei suoi succhi e rientrava con un suono bagnato, osceno. Yvonne alzò il bacino incontro a ogni spinta, i seni che rimbalzavano, i capezzoli scuri e duri che lo sfioravano il petto.

Poi lei lo spinse di lato con una forza improvvisa. «Sdraiati. Adesso monto io.»

Marco obbedì, si mise supino sul tessuto umido, il cazzo dritto e venato che puntava verso l’alto, lucido di lei. Yvonne gli salì a cavallo, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi, la figa scura e gonfia che si posò sulla testa del cazzo. Si abbassò piano, centimetro dopo centimetro, finché non lo ebbe tutto dentro. Il contrasto era violento: il bianco del suo corpo contro il nero lucido del suo, le mani chiare di Marco che le afferrarono i fianchi larghi, le dita che affondavano nella carne soda.

Lei iniziò a muoversi. Non piano. Selvaggia. Si alzò e si lasciò cadere con forza, il culo che batteva sulle sue cosce, i seni pesanti che rimbalzavano a ogni colpo. Marco la guardò da sotto: la pancia piatta e sudata, le tette scure che oscillavano, i capezzoli che chiedevano di essere presi. Le strinse i fianchi e spinse in su mentre lei scendeva, conficcandosi ancora più a fondo.

«Cazzo, Yvonne… ti muovi come una pazza», ragliò lui. «Il tuo culo nero che mi mangia il cazzo… guardalo come ti entra.»

«Più forte», ordinò lei, la voce spezzata. Cavalcava più veloce, i capelli corti e ricci appiccicati alla fronte, il sudore che le scorreva tra le tette e gli gocciolava sul ventre. «Stringimi i fianchi. Spingi. Voglio sentirlo fino allo stomaco.»

Marco obbedì. Le dita le segnarono la pelle scura, i pollici che premevano sulle ossa del bacino mentre la martellava dal basso. Ogni volta che lei scendeva, lui spingeva su, le palle che sbattevano contro di lei, il suono umido che riempiva la tenda piccola. Yvonne gettò la testa all’indietro, un gemito lungo che cercò di soffocare con una mano sulla bocca. I seni rimbalzavano senza freno; lui li afferrò, li strinse, pinzò i capezzoli tra le dita e li tirò mentre lei lo scopava come se volesse cavargli l’anima.

«Mi stai rompendo», ansimò lei, gli occhi socchiusi, le labbra aperte. «Il tuo cazzo… grosso, duro, bianco… mi riempie tutta. Da mesi volevo questo. Volevo un italiano che mi montasse così.»

Lui le diede uno schiaffo leggero su una chiappa mentre lei era ancora a cavallo. Il suono secco echeggiò. Yvonne gemette più forte e accelerò, la figa che lo strizzava a ogni discesa. Il sudore gli colava negli occhi; il caldo era insopportabile e perfetto. Sentiva le pareti di lei contrarsi, bagnate, che lo succhiavano dentro.

Poi Marco decise. La afferrò per i fianchi, la sollevò dal cazzo con un movimento netto e la girò. Yvonne capì subito: si mise a quattro zampe sul sacco a pelo, la schiena inarcata, il culo nero e tondo alzato verso di lui, la figa aperta e gocciolante che lo guardava. Lui le si mise dietro, le mani sulle chiappe sode, e le diede uno schiaffo secco sulla destra. La carne oscillò. Poi un altro sulla sinistra.

«Così?», chiese, la voce bassa e roca.

«Sì. Schiaffeggiami il culo. Poi mettilo dentro e scopami da dietro come un animale», ansimò lei, voltando la testa per guardarlo. Gli occhi neri brillavano di lussuria. «Voglio sentire le tue palle che mi sbattono. Voglio che mi prendi con forza.»

Marco non se lo fece ripetere. Afferrò la base del cazzo, lo guidò tra le labbra gonfie e affondò tutto d’un colpo. Yvonne emise un suono gutturale, le braccia che cedettero un istante, la faccia contro il tessuto. Lui le tenne i fianchi e iniziò a spingere. Potente. Profondo. Ogni colpo faceva battere il suo bacino contro il culo di lei con un suono umido e carnale. Alternava: tre spinte dure, poi uno schiaffo secco su una chiappa, altre tre spinte, schiaffo sull’altra. La pelle scura di Yvonne si arrossava sotto i palmi chiari; lei spingeva indietro incontro a ogni affondo, chiedendo di più.

«Più forte», singhiozzò. «Scopami più forte, Marco. Riempimi. Voglio sentire il tuo sborro caldo che mi riempie tutta. Non fermarti. Fottemi finché non posso più camminare.»

Lui accelerò. Le mani le affondavano nelle chiappe, le dita che le aprivano per vedere meglio il cazzo bianco che spariva e riappariva nella figa nera, lucido di succhi. Il sudore gli scorreva lungo la schiena, gli gocciolava sul culo di lei. La tenda sembrava più stretta, l’aria irrespirabile, i loro corpi che scivolavano uno sull’altro. Yvonne gemette il suo nome, lo ripeté come una litania, le unghie che graffiavano il sacco a pelo.

«Ti sto riempiendo», borbottò lui tra una spinta e l’altra. «La tua figa mi succhia tutto. Stretta, calda, nera… cazzo, Yvonne, ti voglio venire dentro. Dimmi che lo vuoi.»

«Lo voglio», urlò quasi, poi abbassò la voce per non svegliare il campo. «Sborrami dentro. Riempimi. Voglio sentirti pulsare mentre mi riempi. Scopami, italiano di merda, prendimi come hai sognato.»

Marco le diede un ultimo schiaffo forte, poi le afferrò i fianchi con entrambe le mani e martellò. Le spinte erano selvagge, profonde, il suono delle palle contro il culo di lei che riempiva tutto. Yvonne venne per prima: il corpo che si irrigidì, la figa che lo strinse a scatti violenti, un gemito lungo e rotto che soffocò contro il braccio. Le contrazioni la fecero tremare; il succo le colò lungo le cosce.

Lui non resistette. Due, tre spinte ancora e esplose. Il cazzo pulsò forte, scaricando getti caldi e spessi nel fondo di lei. Continuò a spingere mentre sborrava, svuotandosi completamente, le anche che scattiavano, un grugnito basso che gli uscì dal petto. Restò conficcato fino in fondo, sentendo il proprio sborro che le riempiva e cominciava a uscire intorno all’albero, caldo e denso.

Per un lungo momento non si mossero. Solo il respiro affannoso, il sudore che gocciolava, i muscoli che tremavano. Poi Marco uscì piano; un filo di sborra bianca scivolò dalla figa scura di Yvonne e le macchiò la coscia interna. Lei gemette alla perdita e si lasciò cadere di fianco. Lui si stese dietro di lei, la prese tra le braccia, il petto contro la sua schiena sudata, un braccio sotto il suo collo, l’altra mano che le accarezzava il ventre ancora tremante.

Esausti, ansimanti, restarono abbracciati nel caldo umido della tenda. Fuori il cielo cominciava a schiarire; un primo filo di luce grigia filtrava dalla cerniera. Yvonne si voltò un poco, il viso contro il suo, e gli sussurrò all’orecchio, la voce roca e soddisfatta:

«Volevo da tempo essere presa così da un bianco italiano. Con forza. Senza pietà. Le tue mani chiare sul mio culo nero, il tuo cazzo che mi riempie… l’ho fantasticato per mesi. Ogni volta che mi scrivevi.»

Marco le baciò la spalla, poi la nuca, le labbra lente e languide sulla pelle salata. «Questa sarà solo la prima di molte notti infuocate sotto la tenda», mormorò contro la sua pelle. «La prossima volta ti legherò i polsi con la mia cintura e ti leccerò finché non piangi. E quella dopo ti monterò di nuovo da dietro mentre il sole tramonta. Ti voglio, Yvonne. Tutto. Sempre.»

Si baciarono. Lenti, umidi, le lingue che si toccavano senza fretta, il sapore di sale e di sesso ancora sulla bocca. Il sole saliva davvero adesso; la luce dorata entrava più forte, illuminava il contrasto delle loro pelli intrecciate, il sacco a pelo macchiato, i corpi ancora uniti dal sudore. Le mani di Marco le accarezzavano un seno con dolcezza; lei gli stringeva un polso, gli occhi socchiusi, un sorriso stanco e felice.

Un rumore improvviso li fece irrigidire entrambi.

Fuori, a pochi passi dalla tenda, una voce maschile chiara e vicina chiamò forte: «Marco! Yvonne! Siete svegli? C’è un problema con le scorte d’acqua, dovete venire adesso. Subito.»

La cerniera della tenda scricchiolò, tirata da fuori.

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