Suo Marito La Guarda Mentre Prende Il Culo Tra I Dischi
Suo marito Franklin, 42 anni, la guarda eccitato mentre Nadia, 35enne arredatrice, si fa prendere selvaggiamente nel culo tra i dischi sparsi.
Nel loft immerso nella luce calda del tardo pomeriggio, le pile di dischi in vinile creavano un labirinto colorato sul parquet lucido. Franklin, fotografo di quarantadue anni con spalle larghe e sguardo affilato da chi ha passato la vita a catturare l’essenza dei corpi, osservava sua moglie Nadia muoversi tra gli scaffali. Nadia, arredatrice di trentacinque anni dal corpo sinuoso e maturo, aveva disegnato lei stessa quell’ambiente: muri di mattoni a vista, divani di velluto profondo e quegli LP che collezionavano da anni, ora sparsi ovunque come un invito al disordine. Il vestito nero aderente le fasciava i fianchi generosi e il culo alto e rotondo, quello stesso culo che entrambi avevano sognato di violare in modi sempre più spinti.
Nadia si fermò davanti a una cassa bassa, sfiorando con le dita le copertine. Sentiva lo sguardo di Franklin sulla schiena come una carezza calda. Da mesi, quasi da un anno, tra un bicchiere di vino e le lenzuola sfatte, avevano flirtato con l’idea. Lei gli aveva confessato, con voce bassa e vergognosa, quanto desiderasse provare un piacere anale estremo, selvaggio, e soprattutto quanto volesse che lui fosse lì, vicinissimo, a guardarla mentre succedeva. Franklin aveva risposto ogni volta con il cazzo duro e gli occhi lucidi di eccitazione, ammettendo che l’idea di vederla aprirsi, gemere, perdere il controllo mentre il suo ano veniva riempito lo faceva impazzire. Ora non c’era più spazio per i “forse”. Il desiderio reciproco aveva preso forma concreta.
«Franklin…» mormorò lei, voltandosi appena. La voce era già roca, calda. «Oggi voglio farlo. Voglio sperimentare quel piacere intenso nel culo che abbiamo solo immaginato. Voglio che tu mi guardi da vicino, che vedi tutto. Ogni centimetro che entra, ogni contrazione, ogni volta che il mio buco si allarga per te. Lo voglio sul serio. Lo vogliamo entrambi, vero?»
Lui si avvicinò lentamente, il respiro già pesante. Il suo cazzo premeva contro i pantaloni, visibile nella linea tesa della stoffa. Pensava a quante volte aveva immaginato la scena: Nadia piegata, il culo offerto, lui che osservava da pochi centimetri mentre il suo membro spariva dentro di lei. «Sì, Nadia. Lo voglio anch’io. Ti guarderò mentre prendi tutto. Voglio vedere la tua faccia quando ti riempio il sedere. Niente filtri, niente pudore. Solo noi, qui, tra questi dischi.»
L’aria tra loro divenne densa. Nadia sentì un calore liquido raccogliersi tra le cosce. Il suo sesso pulsava già, le mutandine di pizzo nero bagnate al solo pensiero. Si passò la lingua sulle labbra, immaginando la lingua di lui sul suo ano, poi il cazzo, grosso e venato, che spingeva senza pietà. Franklin la fissava con quell’intensità da fotografo, come se stesse già componendo l’inquadratura perfetta del suo abbandono.
Passarono ai dischi sparsi sul pavimento, fingendo di scegliere la musica giusta per accompagnare ciò che stava per accadere. Nadia si chinò volutamente su una pila bassa di LP, allargando un po’ le gambe. Il vestito risalì sulle cosce tornite, scoprendo il bordo delle mutandine nere che scomparivano tra due natiche piene, sode, leggermente abbronzate. Il tessuto si tendeva sul suo culo in modo osceno, disegnando la fessura profonda. Franklin deglutì, gli occhi inchiodati su quella visione.
«Lo fai apposta, vero?» ringhiò lui, la voce bassa e carica.
Nadia girò la testa, un sorriso malizioso sulle labbra rosse. «Forse. Voglio che tu veda quanto è pronto per te.»
Le mani di Franklin furono subito su di lei. Palmi caldi, dita forti che accarezzarono prima le cosce, poi risalirono fino a stringere quelle natiche perfette. Le separò appena, sentendo il calore che irradiava dal centro. Si chinò su di lei, il petto contro la schiena di Nadia, e le baciò il collo con lentezza deliberata. Le labbra succhiavano la pelle sensibile sotto l’orecchio, la lingua tracciava linee umide fino alla nuca. Nadia rabbrividì, un gemito basso le sfuggì dalla gola.
«Dimmi cosa vuoi davvero,» sussurrò lui contro la sua pelle, mentre una mano scivolava sotto il vestito e sfiorava il pizzo bagnato delle mutandine.
Nadia spinse indietro il culo contro il palmo di lui, la voce ormai spezzata dal desiderio. «Voglio sentirmi riempita nel culo davanti ai tuoi occhi, Franklin. Voglio che tu veda il mio ano aprirsi, che guardi mentre il tuo cazzo mi sfonda. Voglio essere la tua troia anale, ma con il tuo sguardo fisso su di me. Leccami prima… ti prego. Leccami il buco e guardalo mentre si bagna.»
Quelle parole furono come benzina. Franklin si abbassò in ginocchio tra i dischi sparsi, il parquet freddo sotto le ginocchia. Con entrambe le mani afferrò l’orlo delle mutandine e le abbassò lentamente fino alle caviglie di Nadia. Il culo di lei rimase esposto, due globi perfetti separati da una fessura rosa e stretta. L’ano era piccolo, corrugato, di un rosa scuro che contrastava con la pelle più chiara intorno. Sotto, la figa era già fradicia: grandi labbra gonfie, lucide di umori che colavano in fili trasparenti lungo l’interno delle cosce.
«Cazzo, Nadia… sei già zuppa,» mormorò lui, la voce rauca di pura lussuria.
Si avvicinò fino a pochi centimetri, respirando il suo odore intimo, muschiato, eccitato. Poi la lingua uscì, larga e calda, e tracciò un lungo colpo dal clitoride fino all’ano. Nadia sussultò, le dita che stringevano una copertina di vinile fino a piegarla. Franklin leccò con passione crescente: cerchi lenti intorno al buco stretto, poi la punta della lingua che premeva proprio al centro, cercando di violare quel piccolo anello di muscoli. Succhiava, leccava, saliva e scendeva, bagnando tutto con la saliva densa.
Nadia gemeva senza vergogna, il suono basso e animale che riempiva il loft. «Sì… così… leccami il culo, amore. Infilala dentro, fammi sentire la tua lingua nel buco.»
Franklin obbedì. Spinse la lingua più a fondo che poteva, sentendo l’ano di lei contrarsi e poi rilassarsi intorno alla sua intrusione. Il sapore era forte, proibito, eccitante da morire. Con una mano teneva aperte le natiche, con l’altra stuzzicava il clitoride gonfio di Nadia, disegnando cerchi rapidi. I succhi di lei colavano copiosamente ormai, gocciolando sui dischi sotto di loro, macchiando le copertine di umori lucidi. Il rumore era osceno: schiocchi umidi della lingua, gemiti di lei, il respiro affannoso di lui sepolto tra quelle natiche.
Nadia sentiva ogni singola leccata come una scarica elettrica diretta al ventre. Il suo ano pulsava, si apriva sempre di più sotto l’attacco insistente della lingua del marito. Pensava tra un gemito e l’altro: “Mi sta guardando tutto… vede il mio buco che si rilassa per lui, vede quanto sono bagnata, quanto voglio essere sfondata. È così sporco… così perfetto. Sto colando come una puttana tra i nostri dischi preferiti.”
Il piacere saliva in onde sempre più violente. Le gambe le tremavano, i capezzoli duri premevano contro il tessuto del vestito. Franklin continuava senza sosta, alternando leccate larghe a penetrazioni profonde della lingua, succhiando l’ano come se volesse divorarlo. Ogni tanto si scostava appena per guardare: l’ano di Nadia era ormai lucido di saliva, leggermente aperto, pulsante, invitante. Lo fissava con occhi famelici, memorizzando ogni dettaglio per quando avrebbe impugnato la macchina fotografica nella sua mente.
Nadia non ce la faceva più. Il fuoco nel basso ventre era insopportabile. Spinse il culo indietro con forza, strofinandolo sulla faccia di Franklin, lasciando che la barba di due giorni le graffiasse le natiche sensibili.
«Franklin… ti prego,» supplicò con voce rotta, quasi un singhiozzo di pura lussuria. «Basta leccare. Prendimi davvero. Prendimi il culo adesso. Infilami quel cazzo grosso e guardami mentre lo prendo tutto. Scopami selvaggiamente tra questi dischi sparsi. Riempimi il sedere fino in fondo, guardami negli occhi o da vicino, fai quello che vuoi ma prendimi. Ti supplico… sfondami il culo ora!»
Il suo corpo tremava, l’ano contratto e rilassato ritmicamente, la figa che stillava umori in un fiume continuo. Franklin si rialzò lentamente, il mento lucido degli umori di lei, il cazzo che tendeva i pantaloni in modo doloroso. La tensione era elettrica, sospesa, pronta a esplodere nel modo più brutale e meraviglioso. Tra loro, i dischi sparsi sembravano testimoni silenziosi di ciò che stava per accadere.
Franklin non riuscì più a trattenersi. Con un ringhio basso si strappò via i pantaloni e i boxer, liberando il cazzo duro e spesso, venato fino alla cappella gonfia e lucida di quel liquido trasparente che colava lungo l’asta. A quarantadue anni, fotografo abituato a catturare ogni dettaglio osceno, sentiva il sangue pulsare così forte nelle tempie da non udire altro che il proprio respiro rauco. Nadia, la sua moglie di trentacinque anni, arredatrice dal corpo maturo e sinuoso, era ancora chinata in avanti, il vestito nero arrotolato intorno alla vita come una cintura inutile, il culo alto e spalancato che brillava di saliva e umori.
«Mettiti a quattro zampe, troia. Tra i dischi. Voglio vederti aprire quel buco mentre ti guardo da vicino,» ordinò lui, la voce ridotta a un ringhio carico di lussuria.
Nadia obbedì immediatamente, le ginocchia che premevano sui vinili sparsi sul parquet, facendo scricchiolare le copertine sotto il suo peso. I dischi scivolavano, alcuni si rovesciavano, creando un caos colorato intorno alle sue mani aperte. Il culo perfetto, rotondo e sodo, si sollevò alto, le natiche che si separavano da sole nella posizione. Lei pensò, con la figa che stillava senza sosta: “Lo vuole davvero. Mio marito mi guarda mentre mi faccio sfondare il culo come una puttana tra i nostri ricordi. È così sporco… mi fa impazzire.”
Franklin si inginocchiò dietro di lei, le mani grandi da fotografo che afferravano quelle natiche mature e le spalancavano con forza brutale, tirandole verso l’esterno fino a far tendere la pelle. L’ano di Nadia, piccolo e rosa-scuro, pulsava visibile, ancora bagnato dalla sua lingua insistente. Lui ci sputò sopra lentamente, un filo denso di saliva che colò dritto sul buco contratto. «Guarda come si contrae per me. Trentacinque anni di culo stretto che sta per farsi rovinare,» mormorò lui, fissando ogni dettaglio come se stesse inquadrando uno scatto perfetto.
Appoggiò la cappella grossa contro l’anello di muscoli e spinse piano, molto piano, godendo dell’ostinata resistenza iniziale. Nadia urlò, un suono gutturale e animalesco che riempì il loft. «Cazzooo! Si sta aprendo… Franklin, mi stai spaccando il culo!» Il suo ano cedette millimetro dopo millimetro, inghiottendo la grossa cappella con uno schiocco umido e osceno. Lui si fermò a metà asta, lasciando che lei sentisse ogni vena, ogni pulsazione dentro di sé. Poi diede una prima spinta profonda, seppellendosi fino alle palle tra quelle natiche generose.
Il suono fu bagnato, sporco: carne che sbatteva contro carne mentre i dischi sotto le ginocchia di Nadia scivolavano ancora. Lui alternava spinte lente e profonde, ritirandosi quasi del tutto per far vedere all’ano dilatato come si richiudeva solo per riaprirsi subito dopo, più largo, più cedevole. Poi arrivò lo schiaffo. La mano di Franklin si abbatté con forza sulla natica destra, lasciando un’impronta rossa bruciante. Nadia urlò di piacere puro, la voce che si spezzava. «Ancora! Schiaffeggiami mentre mi inculi, marito! Guardami il buco che si allarga per il tuo cazzo!»
Lui obbedì, alternando affondi brutali che facevano tremare tutto il corpo maturo di lei con schiaffi secchi, ritmici, che facevano rimbalzare le natiche. Ogni colpo produceva un suono secco, seguito dal gemito strozzato di Nadia. Il suo ano ormai era una bocca calda e gonfia intorno all’asta spessa di Franklin, che entrava e usciva lucida di succhi intestinali e saliva. Lei sentiva ogni centimetro scavare dentro, toccare punti che la facevano vedere stelle. “Mi sta guardando tutto… vede il mio culo di trentacinque anni che diventa una fica larga, vede come godo ad essere la sua troia anale tra i dischi rotti. Sto colando sulla copertina di Miles Davis, cazzo che umiliazione eccitante.”
Le spinte divennero più violente. Franklin la teneva per i fianchi, tirandola indietro mentre affondava, facendo sbattere le palle contro la figa fradicia di lei. Schiaffo dopo schiaffo, le natiche di Nadia erano ormai rosse fuoco, segnate dalle sue dita. Lei urlava senza freni, parole sconce che uscivano spezzate: «Più fondo! Sfondami l’intestino! Guardami mentre prendo tutto nel culo, Franklin! Sono la tua puttana anale!» L’orgasmo si avvicinava per lei solo dalla penetrazione posteriore, una sensazione profonda, oscura, che le faceva contrarre l’ano ritmicamente intorno al cazzo invasore.
Franklin sentì il limite. Estrasse il cazzo con un plop osceno, l’ano di Nadia che rimase aperto per qualche secondo, un buco dilatato e pulsante che lasciava intravedere l’interno rosato. «Sdraiati sulla schiena tra i dischi. Ora mi cavalchi al contrario. Voglio vedere il tuo culo ingoiare ogni millimetro mentre ti strizzo quelle tette da troia.»
Nadia, le gambe tremanti, si voltò e lo guardò con occhi annebbiati dal piacere. Franklin si distese tra i vinili sparsi, il cazzo dritto come un palo, lucido dei suoi stessi umori anali. Lei gli diede le spalle, posizionandosi sopra di lui in reverse cowgirl, le ginocchia ai lati dei fianchi del marito. Con una mano dietro si afferrò una natica, spalancandola, e guidò di nuovo la cappella contro il buco già aperto. Si lasciò cadere di peso.
Il cazzo entrò tutto in un colpo solo, fino in fondo. Nadia urlò, la testa gettata indietro, i capelli sudati che le si incollavano alla schiena. «Dio santo… ce l’ho tutto nel culo di nuovo! Mi arriva fino allo stomaco!» Cominciò a cavalcare selvaggiamente, su e giù, con movimenti circolari e violenti che facevano sbattere le natiche rosse contro il pube di Franklin. I dischi scricchiolavano e si rompevano sotto il culo di lui, ma nessuno dei due ci badava. Il rumore era osceno: il risucchio bagnato del suo ano che inghiottiva e rilasciava il cazzo spesso, i gemiti rauchi di lei, i grugniti di lui.
Le mani di Franklin salirono dal basso, afferrando i seni pesanti di Nadia da dietro, strizzandoli con forza brutale, tirando i capezzoli duri come se volesse strapparli. Le dita di una mano scesero poi sulla figa, trovando il clitoride gonfio e bagnatissimo. Iniziò a stuzzicarlo con movimenti rapidi, circolari, pizzicandolo e schiaffeggiandolo piano mentre lei continuava a impalarsi sul suo cazzo anale. «Cavalca più forte, Nadia. Fammi sentire quanto ti piace avere il culo pieno mentre ti guardo dal basso. Sei una troia di trentacinque anni che si fa distruggere il buco davanti agli occhi del marito.»
Nadia accelerò, il culo che saliva e scendeva con furia, l’ano ormai completamente dilatato che scivolava senza resistenza lungo tutta l’asta. Il piacere anale la stava travolgendo come un’onda nera. Sentiva il cazzo toccare punti proibiti, la prostata femminile che la faceva tremare dalle caviglie alla nuca. Le dita di Franklin sul clitoride erano implacabili, strofinando veloce, infilandosi anche nella figa per raccogliere umori e spalmarli sul bottoncino pulsante. «Sto per venire… dal culo! Guardami, Franklin! Guarda come tremo mentre mi inculi!»
L’orgasmo anale esplose violento. Nadia si irrigidì di colpo, il corpo maturo scosso da spasmi incontrollabili. L’ano si contrasse con forza brutale intorno al cazzo di lui, strizzandolo in una morsa calda e ritmica. Urlò fino a perdere la voce, un grido lungo e animalesco mentre fiotti di squirt le schizzavano dalla figa sulla pancia e sul petto di Franklin. Tremava così forte che i dischi sotto di loro vibravano. Franklin non resistette: con un ruggito finale spinse i fianchi verso l’alto e scaricò tutto dentro di lei. Sborra calda, densa, fiotto dopo fiotto, che riempì l’intestino di Nadia fino a tracimare intorno all’asta ancora infilata.
Esausta, con il culo ancora dilatato e colmo di sperma bollente che cominciava a colare in rivoli bianchi lungo le cosce, Nadia si sollevò lentamente. Il buco rimase aperto per lunghi secondi, una cavità gonfia e arrossata che pulsava e lasciava uscire altro seme denso sui dischi rotti sotto di lei. Si girò, gli occhi ancora velati di piacere animalesco, e baciò il marito con lingua profonda, sporca, succhiandogli le labbra mentre il sapore del proprio culo ancora gli impregnava la barba.
Gli sussurrò sulle labbra, con voce roca e senza un briciolo di dolcezza: «La prossima volta voglio che filmi tutto con la videocamera mentre mi prendo ancora più a fondo questo cazzo nel culo dilatato.»
Poi, con uno sguardo complice da puttana soddisfatta, aggiunse l’ultima frase sporca mentre altro sperma caldo le colava dal buco distrutto: «Voglio che riprendi il mio ano rovinato che gocciola sborra come una fogna usata, perché sono solo la tua troia anale da inculare tra i dischi rotti.»
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