Alba di farina, lei si apre al suo giovane desiderio
Il marito impotente guarda la moglie di 38 anni che si fa scopare con gusto dal giovane muratore di 24 anni sul tavolo della cucina.
Bruno aveva quarantadue anni e un cazzo che non si alzava più. Non per mancanza di voglia: la voglia gli bruciava sotto la pelle ogni volta che guardava Miriam, sua moglie di trentotto anni, con quel corpo morbido, le tette pesanti che si muovevano sotto le camicie, le cosce piene, il culo rotondo che riempiva i pantaloncini quando si chinava. L’impotenza lo umiliava in silenzio da mesi, e lei lo sapeva. Vivevano in un piccolo appartamento al secondo piano, muri sottili, cucina stretta, luce che entrava dalle finestre sul cortile.
Grant abitava di fronte. Ventiquattro anni, muratore, spalle larghe, braccia segnate dalla fatica, mani grandi sempre un po’ impolverate di cemento. Da settimane, quando si incrociavano sulle scale, il ragazzo non abbassava lo sguardo. Guardava Miriam dritto negli occhi, le sorrideva lento, le diceva «Buongiorno, signora» con una voce calda che faceva arrossire lei e faceva battere il cuore a Bruno. Miriam ricambiava. Non con parole volgari, non ancora: con un sorriso più lungo del dovuto, con le dita che si sistemavano i capelli, con lo sguardo che scendeva un attimo sul torace stretto nella maglietta sudata. Bruno lo vedeva tutto. E mentre il suo cazzo restava floscio e inutile nei pantaloni, una stretta di eccitazione gliela sentiva lo stesso, bassa, sporca, vergognosa.
Quella mattina di sole la cucina odorava di caffè. Bruno sedeva al tavolo con il giornale aperto, le parole che non leggeva. Miriam indossava solo una camicia da notte leggera, quasi trasparente, i capezzoli scuri che si disegnavano sotto il tessuto, le cosce nudi sotto l’orlo corto. Bussarono. Grant entrò come se fosse di casa, sorriso facile, una mano già sulla porta.
«Ho sentito l’odore. Mi offrite un caffè?»
Miriam gli porse la tazza. Le dita di Grant sfiorarono le sue. Poi, senza fretta, mentre Bruno teneva gli occhi fissi sulle colonne stampate e il cuore gli martellava in gola, il ragazzo alzò la mano e le accarezzò il seno attraverso la camicia. Miriam non si scostò. Anzi, spinse leggermente il petto in avanti. Grant le strinse il capezzolo tra pollice e indice, poi scese lungo il fianco, sulla coscia nuda, su fino all’interno, dove la pelle era calda.
«Cristo, sei già bagnata», mormorò Grant.
Miriam alzò lo sguardo verso il marito. Bruno la guardava, le labbra socchiuse, il giornale che gli tremava tra le mani. Poi Grant la baciò. Non un bacio leggero: bocca aperta, lingua profonda, una mano sul culo che la tirava contro di sé. Miriam gemette nel bacio, le braccia intorno al collo del ragazzo, il corpo che si premeva contro il cazzo già duro che spingeva nei jeans di Grant. Quando si staccò, aveva le labbra lucide e la voce roca.
«Bruno… voglio che mi scopi. Voglio il cazzo di Grant dentro di me. Dammi il permesso. Ti prego.»
Bruno annuì. Un cenno breve, tremante. Il suo cazzo inutile pulsava debole nei pantaloni, un solletico umiliante che non diventava erezione, solo battito e umiliazione calda.
Miriam si inginocchiò sul pavimento della cucina. Aprì i jeans di Grant, tirò fuori il cazzo grosso, già teso, la testa scura lucida di liquido. Lo guardò un secondo, poi alzò gli occhi verso il marito.
«Guarda che pezzo di carne, Bruno. Guarda quanto è grosso e duro. Il tuo non si alza nemmeno. Questo sì che è un cazzo da uomo.»
Poi lo prese in bocca. Avida, senza pudore. Lo inghiottì fino in gola, le labbra stirate, la saliva che colava sul mento, un suono umido e volgare a ogni spinta. Grant le tenne la testa, le dita nei capelli, e gemette basso.
«Che puttana di bocca… sì, prendilo tutto.»
Miriam si ritirò solo per parlare, il filo di saliva che ancora collegava le labbra al glande.
«Sai che sapore ha, marito mio? Sapore di cazzo vero. Il tuo non lo sento da mesi. Questo mi riempie la gola.»
Tornò a succhiare, più profonda, le mani sul sacco di Grant, le ginocchia aperte sul pavimento freddo. Bruno non riusciva a distogliere lo sguardo. Il suo stupido cazzo faceva un tentativo patetico di muoversi, falliva, e l’eccitazione gli saliva ugualmente alla testa come una febbre.
Grant la sollevò, le fece sdraiare sul tavolo della cucina. Spostò tazza e giornale con un braccio. Le aprì le cosce, tirò su la camicia da notte, le guardò la figa già lucida e aperta. Si infilò d’un colpo in missionario, fino in fondo. Miriam urlò, le unghie sulla schiena di lui.
«Ah—caz—sì, così! Bruno, guardami! Guardami mentre mi fotte!»
Grant la scopava con forza, le anche che battevano contro le sue, il tavolo che scricchiolava. Le tette di Miriam sobbalzavano a ogni spinta. Lei teneva gli occhi aperti su Bruno, la bocca aperta nei gemiti.
«È più grosso del tuo… mi allarga… lo sento tutto, Bruno, tutto!»
Poi Grant la girò. Miriam in piedi, piegata sul tavolo, il culo offerto. Grant la prese da dietro, le mani sui fianchi morbidi, e la sbaté con colpi secchi e profondi. Il suono della pelle contro la pelle riempiva la cucina. Miriam urlava, il viso rovesciato verso il marito.
«Guardami, cazzo! Guarda come un vero uomo mi fa venire! Tuo marito è un coglione impotente, Grant, ma tu mi stai spaccando… sì, più forte!»
Bruno restava seduto, le mani strette sui bordi della sedia, il respiro corto. Ogni parola di lei gli entrava sotto la pelle come un bruciore dolce e crudele. Il cazzo gli faceva male di tanta voglia inutile.
Grant la fece salire su di sé. Miriam a cavalcioni, le ginocchia sul tavolo, e iniziò a cavalcarlo con movimenti ampi, il culo che batteva sulle cosce di lui, il cazzo che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi. Lei si teneva alle spalle di Grant, il seno che ballava davanti alla faccia del ragazzo, e parlava guardando Bruno.
«Ti piace vedermi così, eh? La tua moglie che sborra sul cazzo di un ragazzo di ventiquattro anni. Guarda come mi scorre sulle cosce… sto per… sto—»
Venire fu violento. Miriam si irrigidì, un grido rotto, e schizzò, un getto caldo che bagnò il ventre e il cazzo di Grant, gocce che colarono sul tavolo. Continuò a muoversi attraverso l’orgasmo, le cosce che tremavano, la voce rotta.
«Guarda, Bruno… guardami squirtare come una troia… sul suo cazzo… il tuo non mi ha mai fatto così…»
Grant la tenne stretta, le spinte dal basso ancora profonde, e poi venne. Si conficcò fino in fondo e scaricò, gemendo contro il collo di lei, riempiendola di sperma caldo a getti lunghi. Miriam sentì il calore spandersi dentro, e un altro orgasmo le scosse il corpo, più corto, più disperato, le unghie nella schiena di Grant.
«Sì… riempimi… sento tutto… caldo…»
Quando Grant si ritirò, un filo denso di sborra le colò dalla figa aperta lungo la coscia. Miriam era ancora seduta sul tavolo, le gambe aperte, la camicia da notte arrotolata sotto le tette, il respiro corto. Grant le prese il viso tra le mani e la baciò sulla bocca, lungo, profondo, davanti agli occhi di Bruno. Lingua, saliva, il sapore misto di lei e di lui. Miriam ricambiò il bacio senza nascondersi, una mano ancora sul petto nudo del ragazzo.
Bruno restava fermo, il giornale caduto a terra, il cazzo molle e pulsante di una voglia che non poteva sfogare. Grant si staccò dalle labbra di Miriam solo per guardare il marito, un mezzo sorriso ancora sudato sul viso.
«Non abbiamo finito», disse a bassa voce, e Miriam, con gli occhi lucidi e lo sperma che le scendeva ancora, annuì guardando Bruno.
«No», sussurrò lei. «Non abbiamo finito. Resta seduto, marito mio. Guarda.»
Grant non le diede tempo di riprendere fiato. Con le mani ancora improntate di cemento e di lei, le aprì di nuovo le cosce sul tavolo della cucina e le guardò la figa aperta, rosata, che stillava il suo sperma denso. Miriam ansimava, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto arrotolato della camicia da notte, gli occhi fissi su Bruno.
«Guarda, marito mio», disse con voce roca, le dita che scendevano a toccarsi, a spargersi lo sperma sulle labbra gonfie. «È ancora pieno. Me lo ha riempito come un toro. Il tuo cazzo non ci riuscirebbe nemmeno se si alzasse.»
Bruno stringeva i bordi della sedia finché le nocche gli diventarono bianche. Il giornale giaceva a terra spiegazzato. Tra le gambe il suo membro restava molle, un pezzo di carne inutile che pulsava solo di umiliazione, eppure il bruciore basso gli saliva lungo la schiena, gli faceva sudare la fronte. Grant sorrise, quel mezzo sorriso da ragazzo che sa di vincere, e si accucciò tra le cosce di Miriam. La lingua le passò sopra la figa con un colpo largo, raccogliendo il suo stesso sapore misto al di lei. Miriam gettò la testa indietro e gemette.
«Cazzo… sì… leccami così… Bruno, sta guardando. Il tuo marito impotente sta guardando mentre un muratore di ventiquattro anni mi mangia la figa piena di sborra.»
Grant le succhiò il clitoride, le dita che entravano facile, due, poi tre, aprendo e chiudendo, facendo uscire altri fiotti bianchi che colavano sul legno del tavolo. Miriam si contorceva, le unghie che graffiavano il bordo, le cosce che stringevano la testa del ragazzo.
«Più forte… mettici la lingua… Cristo, sì…»
Bruno sentiva ogni suono umido come un colpo allo stomaco. Voleva alzarsi, voleva toccarsi, ma le mani restavano inchiodate. Grant si rialzò, il cazzo già di nuovo duro, grosso, venato, lucido di saliva e di resti. Lo sfregò contro la fessura di Miriam, avanti e indietro, senza entrare subito.
«Chiedilo», le ordinò a bassa voce. «Chiedilo mentre lui sente.»
Miriam guardò Bruno dritto negli occhi, le labbra umide, il respiro spezzato.
«Scopami di nuovo, Grant. Mettilo dentro e scopami forte. Voglio che mio marito veda ogni centimetro. Voglio che senta quanto sono puttana per il tuo cazzo.»
Grant spinse. Entrò tutto d’un colpo, fino alle palle, e Miriam urlò. Il tavolo scricchiolò sotto i colpi. Lui la prendeva a spinte lunghe e profonde, le mani che le tenevano i fianchi morbidi, il suono della carne che sbatteva contro la carne che riempiva la cucina stretta. Le tette di Miriam ballavano pesanti, i capezzoli scuri che facevano ombra sulla camicia.
«È così stretta ancora… cazzo, ti stringe intorno», gemette Grant, sudore che gli scorreva sul torace segnato dal lavoro. «La tua moglie di trentotto anni ha una figa da ragazza quando le metto il cazzo, Bruno. Senti come grida.»
Miriam ruggì, le unghie che cercavano presa.
«Più forte! Spaccami! Bruno, guardami… guardami venire di nuovo sul suo cazzo… il tuo non mi ha mai… ah—!»
Grant la girò di scatto. Miriam a quattro zampe sul tavolo, il culo alto, la schiena inarcata. Lui le spalmò le chiappe, le diede uno schiaffo secco che lasciò il segno rosso, poi rientrò da dietro con una spinta che le fece sbattere le tette sul legno. Le mani di Grant le afferrarono i capelli, le tirarono la testa indietro così che fosse costretta a guardare Bruno mentre veniva scopata.
«Dillo», le bisbigliò Grant all’orecchio, le anche che non smettevano di battere. «Dillo al tuo coglione di marito.»
«Sei un impotente…», singhiozzò Miriam tra i gemiti, la voce rotta dal piacere. «Un povero coglione col cazzo morto… mentre questo ragazzo mi riempie… mi fa squirtare… mi fa sentire donna… sì, Grant, così… più a fondo…»
Bruno sentiva il cuore battergli nelle tempie. Il suo cazzo faceva piccoli sbalzi patetici, senza mai alzarsi davvero, solo un formicolio crudele. Guardava il culo di Miriam che si schiacciava contro il ventre di Grant a ogni colpo, guardava lo sperma precedente che schiumava ai lati del cazzo grosso che entrava e usciva lucido. L’odore di sesso, di caffè freddo e di corpo sudato riempiva l’aria.
Grant rallentò all’improvviso, uscendo quasi tutto, solo la testa che rimaneva dentro a stuzzicarla.
«Vuoi venire di nuovo?» chiese.
«Sì… ti prego…»
«Allora cavalcalo. Voglio che lui veda la tua faccia mentre sborri.»
Si sdraiò sul tavolo, il cazzo dritto verso l’alto. Miriam ci montò sopra a cavalcioni, le ginocchia aperte ai lati dei fianchi di lui, e si calò lentamente, prendendolo tutto fino a sedersi sulle sue cosce. Poi cominciò a muoversi. Ampie ondate del bacino, il culo che si alzava e scendeva, il seno che sobbalzava davanti alla faccia di Grant. Lei teneva gli occhi su Bruno, la bocca aperta, la saliva che le luccicava sul mento.
«Guarda… guardi come lo prendo tutto… come mi si apre… sto per… sto per sborrare di nuovo…»
Grant le afferrò i fianchi e spinse dal basso, incontrando ogni sua discesa. Miriam accelerò, i muscoli delle cosce che tremavano, i capezzoli duri che sfioravano il petto del ragazzo. Il tavolo scricchiolava in ritmo con i suoi gemiti.
«Vieni», le ordinò Grant. «Vieni sulla mia sborra e digli che non ti ha mai fatto così.»
Miriam si spezzò. Un grido lungo, rauco, il corpo che si irrigidì e poi scosse in onde violente. La figa le pulsò intorno al cazzo di Grant e un altro getto caldo schizzò, bagnando il ventre di lui, colando sulle palle, gocciolando sul legno. Continuò a cavalcarlo attraverso l’orgasmo, cieca, ansimante, le unghie conficcate nelle spalle di Grant.
«Bruno… guardami… sborro come una troia… sul cazzo di un muratore… il tuo non… non merita nemmeno di toccarmi…»
Grant ruggì e la rialzò di poco, le spinte dal basso diventate furie. Si conficcò fino in fondo e venne di nuovo, getti caldi e spessi che le riempirono la figa già piena, traboccando ai lati. Miriam sentì il calore e ebbe un altro spasmo più corto, un singhiozzo di piacere, la testa che le cascò in avanti sul petto di lui.
Restarono così qualche secondo, Grant ancora dentro, Miriam che tremava sopra di lui, il respiro di entrambi pesante e confuso. Poi Grant la baciò, lento, profondo, la lingua che le assaporava la bocca mentre le mani le accarezzavano la schiena sudata. Quando si staccò, Miriam scese piano, le gambe molli. Si sedette sul bordo del tavolo, le cosce aperte, e lo sperma le colò abbondante dalla figa aperta, un filo bianco e denso che le scese lungo la coscia interna fino al ginocchio, gocciolando sul pavimento della cucina.
Grant si sistemò i jeans senza fretta, il sorriso ancora sul viso sudato. Si chinò e le baciò un seno attraverso la camicia, poi l’altro, poi le labbra un’ultima volta.
«La prossima volta porto qualcosa di più…», mormorò contro la sua bocca. «Se il tuo marito resta a guardare.»
Miriam annuì, gli occhi lucidi, il respiro che cominciava appena a calmarsi. Guardò Bruno. Lui era ancora seduto, le mani tremanti, il cazzo molle e umido di un’eccitazione che non aveva trovato sfogo, solo l’umiliazione calda che gli bruciava sotto la pelle.
Lei gli sorrise, un sorriso stanco e sazio, e allargò un poco di più le cosce perché vedesse tutto: la figa arrossata, aperta, che stillava ancora.
«Hai guardato bene, marito mio», sussurrò. «Hai visto tutto. Adesso resta lì. Non toccarmi. Solo guarda.»
Grant le passò una mano sui capelli, affettuoso e padrone allo stesso tempo, poi si diresse verso la porta. Miriam restò seduta sul tavolo, le gambe penzoloni, lo sperma che continuava a scendere lento, il sole del mattino che le illuminava la pelle lucida di sudore e di sesso. Bruno non si mosse. Il cuore gli batteva ancora forte, il respiro corto, e tra le gambe il fuoco inutile non si spegneva.
La cucina odorava di caffè freddo e di loro. Miriam chiuse gli occhi un attimo, un sorriso leggero ancora sulle labbra, e lasciò che il calore le restasse dentro mentre il giovane muratore spariva oltre la porta, e il marito restava a guardare.
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