Surrendering to the Lighthouse Keeper
La ventiseienne Yvonne si fa scopare con passione dal guardiano nero del faro di trentotto anni.
La scogliera si ergeva nera e tagliente contro il cielo di piombo quando Yvonne, ventiseienne turista bianca in vacanza solitaria, scese dall’auto affittata e sentì il vento salato sferzarle i capelli. Aveva scelto quel posto remoto proprio per fuggire tutto: niente amici, niente piani, solo il faro isolato che da lontano brillava già con la sua luce rotante. Aveva trentotto anni il guardiano che le aprì la porta pesante, Theo, ex marinaio dal fisico imponente, pelle scura lucida di salsedine, spalle larghe che riempivano l’uscio. I loro sguardi si incrociarono subito, carichi, senza preamboli. Lei notò le vene gonfie sulle braccia nerissime, lui il pallore del suo collo sotto il maglione leggero e il modo in cui le labbra si aprivano appena.
«Tempesta in arrivo», disse lui con voce grave, facendola entrare. «Meglio che resti qui finché non passa.» La condusse su per la scala elicoidale, mostrandole la lanterna, la sala macchine, la cucina stretta con il tavolo di legno scuro. Ogni volta che lei passava vicina, il braccio di Theo sfiorava la sua schiena. Yvonne sentì un brivido basso nel ventre. Lui era enorme rispetto a lei, e la differenza di pelle—la sua chiara contro la sua nera—la scosse più di quanto volesse ammettere. Mentre il tuono ruggiva lontano, si guardarono di nuovo. Desiderio crudo, non mascherato.
La pioggia arrivò di colpo, battendo contro le finestre come un tamburo. Nella cucina, Theo le porse un tè caldo. Le dita scure sfiorarono le sue mentre passava la tazza. «Hai le mani piccole», borbottò lui, senza smettere di guardarle. Yvonne rise, un suono roco. «E tu le hai enormi. Nere. Voglio sentirsele sul mio corpo pallido. Dappertutto.» Lo disse così, senza filtro, e vide la mascella di Theo stringersi. Si avvicinò, la voce rauca: «Muoio dalla voglia di farti urlare di piacere. Di sentire quanto sei bagnata sotto quei jeans.» Lei non indietreggiò. I tocchi diventarono intenzionali: la sua mano sulla sua anca, le dita di lui che scendevano lungo il fianco, premevano. Yvonne lo baciò per prima, bocca aperta, lingua che cercava la sua. Theo la sollevò di peso come se non pesasse nulla e la posò sul tavolo. I piatti tintinnarono. Lei gli avvolse le gambe intorno ai fianchi, sentendo già il cazzo duro premere contro il cavallo dei pantaloni. «Sì», sussurrò contro le sue labbra. «Voglio questo. Ora.»
Lui le strappò la maglia e il reggiseno con un gesto secco, esponendo i seni pallidi, capezzoli già duri. Le mani nere le coprirono, contrastando in modo quasi osceno. Le leccò un seno, poi l’altro, mentre le sbottonava i jeans e glieli tirava giù insieme alle mutandine. Yvonne era già gocciolante. Theo si inginocchiò, le aprì le cosce e conficcò la faccia tra di esse. La lingua esperta le leccò la fessura dal basso verso l’alto, poi si concentrò sul clitoride, succhiando, facendo pressione. Yvonne gettò la testa all’indietro, le dita conficcate nei capelli corti e ricci di lui. «Cazzo, Theo… così…» Lui non si fermò: due dita scure entrarono in lei mentre la lingua lavorava, e lei venne gridando, le cosce che tremavano intorno alla sua testa, il succo chiaro che gli bagnava il mento scuro. Lui la leccò fino all’ultimo spasmo, poi si alzò, gli occhi lucidi di lussuria.
Yvonne scivolò giù dal tavolo e si mise in ginocchio sul pavimento di pietra. Gli sbottonò i pantaloni con mani frettolose e tirò fuori il cazzo: grosso, nero, venoso, già gocciolante di liquido. «Gesù…» mormorò, e lo prese in bocca con avidità, le labbra chiare che si stiravano intorno all’ampiezza scura. Lo ingoiò fino in gola, tossendo un poco, saliva che le colava sul mento, mentre lui le teneva i capelli e spingeva piano. «Succhialo bene», ringhiò. Lei lo faceva, su e giù, le guance concave, la lingua che girava intorno alla testa. Il contrasto la eccitava da morire: la sua bocca bianca piena di quel cazzo nero. Quando lui la tirò su, era quasi al limite.
Theo la spinse contro il muro di pietra, le sollevò una gamba e entrò in lei con una spinta profonda e potente. Yvonne urlò, sentendosi aperta, riempita fino in fondo. Lui la scopò in piedi, spinte lunghe e forti che facevano sbattere la sua schiena contro la pietra, le palle nere che sbattevano contro il suo culo chiaro. «Più forte», gemette lei. «Dai, cazzo, più forte.» Lui obbedì, martellandola, le mani scure che le stringevano i fianchi bianchi lasciando segni rosati. Poi la trascinò verso il letto stretto nella stanza accanto, la piegò a novanta gradi e la prese di doggy. Le mani enormi le aprevano le natiche, il cazzo nero che spariva e riemergeva dalla fica rosa e gonfia. Ogni spinta era un colpo sordo, umido, selvaggio. Yvonne urlava di piacere, il viso premuto contro le lenzuola, lo supplicava: «Dammene di più… non fermarti… riempimi…» Theo le afferrò i capelli, tirò, e accelerò, martellandola senza pietà. Il contrasto tra la pelle scura di lui e quella chiara di lei amplificava ogni movimento: le dita nere sul culo bianco, il cazzo nero che la sfondava, i suoi gemiti acuti contro i grugniti bassi di lui. Lei venne di nuovo, contraendosi intorno a lui, le gambe che fallivano.
Esausti e sudati, ancora uniti, Theo la fece girare, la baciò lentamente, profondamente, mentre le davava un ultimo affondo potente e le veniva dentro, caldo e abbondante. Yvonne sentì i getti riempirla, sgorgare un poco lungo le cosce. Gli sorrise, soddisfatta, i capelli appiccicati alla fronte. «Tornerò ogni sera», gli disse, la voce ancora roca. «Finché resta la tempesta… e anche dopo.» Theo le accarezzò una guancia con il dorso della mano nera, gli occhi ancora scuri di fame non del tutto saziata. Fuori il vento ululava più forte, e qualcosa nel modo in cui lui la teneva ancora stretta faceva capire a Yvonne che quella notte era solo l’inizio di quello che il faro aveva da offrirle.
La pioggia batteva ancora più forte contro i vetri spessi del faro, un rullio continuo che si mescolava ai loro respiri affannati. Theo era ancora dentro di lei, il cazzo nero e spesso che pulsava mentre l’ultima sborra calda le colava lenta lungo l’interno coscia. Yvonne lo sentiva gonfio, vivo, e il contrasto tra la sua pelle chiara sudata e il corpo scuro di lui le faceva venire un’altra ondata di brividi. Aveva ventisei anni e non aveva mai voluto niente con quella fame cruda. Lui le stava sopra, trentotto anni di muscoli da marinaio, e la guardava come se volesse divorarla di nuovo.
«Non ho finito con te», mormorò Theo, la voce rauca. Le labbra scure scesero sul suo collo, succhiarono, lasciarono un segno rosso sul pallore. Yvonne gemette, le gambe che si riaprivano da sole. Il cazzo di lui si indurì di nuovo dentro la fica ancora gonfia e piena. Lei lo sentì crescere, spingere, e scosse il bacino incontro.
«Allora prendimi di nuovo. Più duro di prima.»
Theo non ebbe bisogno di altro. Si ritrasse quasi del tutto, solo la testa nera e lucida che restava a sfiorarle l’ingresso bagnato, poi affondò con un colpo secco che le strappò un urlo. Il tavolo di prima sembrava lontano; ora il letto stretto scricchiolava sotto di loro mentre lui la scopava a fondo, spinte lunghe che facevano sbattere la testata contro il muro di pietra. Le mani enormi le tenevano i polsi sopra la testa. Yvonne guardava in basso: il suo ventre bianco che si gonfiava a ogni affondo, il cazzo nero che spariva completamente nella figa rosa, le palle scure che le battevano contro il culo. Il suono era obscene, umido, ritmico.
«Cazzo, sei stretta anche dopo che ti ho riempito», ringhiò lui. «La tua fica bianca mi sta succhiando tutto.»
Yvonne chiuse gli occhi, l’immagine bruciava. «Più forte… voglio sentirti fino allo stomaco.» Lui obbedì, accelerando. Il sudore scorreva tra i seni di lei, gocciolava sul petto scuro di lui. Theo le liberò un polso solo per afferrarle un seno, stringere il capezzolo fino a farla gridare di piacere-dolore. Lei venne di nuovo senza preavviso, le pareti vaginali che si contraevano a ondate intorno a quel monumento di carne nera, il succo misto a sborra che schizzava ad ogni spinta.
Non si fermò. La girò a forza, la mise a quattro zampe sul materasso, e le entrò di nuovo da dietro con una spinta che le fece allargare la bocca in un gemito muto. Le mani scure le aprirono le natiche, i pollici che premevano ai lati della figa per guardarli mentre il cazzo entrava e usciva. Yvonne spingeva indietro, cercando di prenderlo tutto, i capelli biondi appiccicati alla schiena sudata. «Scopami il culo con le dita», chiese, la voce rotta. Theo sorrise scuro, raccolse la sborra che le colava e se la stese sull’indice. Lo spinse piano nel buco stretto mentre continuava a fotterle la fica. Yvonne urlò, il piacere doppio che le faceva tremare le braccia.
«Così… cazzo sì… riempimi ovunque.»
Lui aggiunse un secondo dito, la aprì, e martellò più forte. Il letto cigolava come se stesse per spezzarsi. Fuori il tuono esplose vicino, illuminando per un attimo la stanza: la pelle nera lucida di Theo, il culo bianco arrossato di lei, il cazzo che entrava senza pietà. Yvonne venne di nuovo, le ginocchia che cedettero; Theo la tenne su con un braccio intorno alla vita e le sparò dentro il secondo carico, getti caldi che la riempirono fino a farne uscire dai bordi.
Esausti solo per un momento. Lui la sollevò come una bambola, la portò nuda su per la scala elicoidale stretta. Yvonne sentiva la sborra scendere lungo le cosce a ogni gradino, il pavimento di ferro freddo sotto i piedi nudi. Arrivarono alla lanterna. La luce enorme ruotava lenta, tagliando il buio della tempesta a fette gialle. Theo la spinse contro il vetro spesso. Sotto di loro le onde si frangevano nere sulla scogliera.
«Guardala», ordinò lui all’orecchio. «Mentre ti prendo.»
Le alzò una gamba, la agganciò al braccio, e conficcò di nuovo il cazzo ancora duro nella fica gonfia. Yvonne guardò fuori mentre veniva sfondata: il mare in tempesta, il faro che girava, e il riflesso di loro due — lei pallida e aperta, lui nero e potente che la sollevava a ogni spinta. Le labbra di Theo le mangiarono il collo, i denti che graffiavano. «Questa fica è mia stanotte. Dillo.»
«È tua… cazzo, è tua… sfondala», gemette lei, una mano che cercava i ricci corti dietro la testa di lui per tenerlo contro. Theo la scopò in piedi contro il vetro finché le gambe di lei non tremarono. Poi la fece girare, la mise in ginocchio sul pianale di metallo, e le spinse il cazzo in bocca. Yvonne lo prese fino in gola, assaporando se stessa e lui insieme, saliva e sborra che le colavano sul petto. Lui la teneva pei capelli e la usava piano, profondo, guardandola negli occhi chiari.
«Succhia tutto. Poi ti rimetto sotto e ti riempio un’altra volta.»
Lei lo fece, le guance concave, la lingua che lavorava la vena spessa sul lato. Quando lui la tirò su, la sesso era di nuovo di ferro. La stese sul pavimento freddo della lanterna, le aprì le gambe a V e se le mise sulle spalle. Entrò con un affondo che le fece vedere stelle. La luce ruotante li illuminava a intermittenza: nero su bianco, bianco su nero. Theo la fotteva lento e pesante, ogni centimetro che usciva lucido dei loro liquidi, ogni centimetro che rientrava fino in fondo. Yvonne piangeva di piacere, le unghie conficcate nei suoi dorsi larghi.
«Non smettere mai… voglio restare piena di te.»
Lui accelerò, il suono delle palle che battevano contro il suo culo che riempiva la cupola di vetro. Vennero insieme: lei con un urlo che si perse nel vento, lui con un grugnito basso mentre le sparava il terzo carico caldo in fondo all’utero. Restarono uniti, ansimanti, la luce che girava sopra di loro come un occhio indifferente.
Theo la portò giù di nuovo, la lavò piano sotto la doccia stretta del faro, le dita scure che le pulivano la figa ancora pulsante, le labbra che le baciavano le spalle. Poi la rimise a letto. Yvonne si addormentò contro il petto di lui, il sapore di sesso e sale ancora in bocca, sicura che la tempesta li avrebbe tenuti lì per giorni, che ogni sera sarebbe tornata a farsi aprire e riempire da quel cazzo nero enorme, che il faro era diventato la sua prigione di piacere.
Quando aprì gli occhi all’alba, la pioggia era cessata e il letto era vuoto. Trovo solo un biglietto sulla sedia: «Il vero guardiano torna stasera. Io non sono mai stato altro che il sogno che volevi sognare.»
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