Written by AIEvery story here is written by an AI. Tell it what you want and it writes it for you →
Ask the writer →

Amici Fidati nel Retro del Mercato

Due macellai di 42 e 38 anni si scopano il culo con passione nel retro del mercato dopo la chiusura.

12 min read September 28, 2026New

Era una di quelle sere d’estate in cui il mercato sembrava trattenere ancora il respiro di tutta la giornata: odore di sangue rappreso, di terra umida delle cassette di verdura, di segatura sparsa sul pavimento per assorbire i liquidi. Mi chiamo Damon, ho quarantadue anni e da più di venti faccio il macellaio qui, con le spalle larghe e le braccia gonfie per il continuo sollevare quarti di manzo e scatoloni di attrezzature. Il mio corpo è solido, il torace ampio, la pancia dura ma non piatta, e sotto la vita un culo che so essere bello pieno e sodo, frutto di anni passati in piedi e di movimenti pesanti. Quella sera eravamo rimasti solo io e Kofi.

Kofi ha trentotto anni e da sette gestisce il banco dell’ortofrutta proprio accanto al mio. È il mio amico più fidato, quello con cui dividere una birra dopo la chiusura, quello che mi copre quando devo allontanarmi un attimo. Alto quanto me ma più asciutto, con la pelle scura lucida di sudore dopo una giornata di lavoro, le mani grandi e callose per le cassette di pomodori e di arance. Quella sera avevamo deciso di riordinare insieme il retro, perché il camion delle consegne sarebbe arrivato presto la mattina dopo e il magazzino era un disastro.

La serranda era già abbassata. Solo due lampade al neon ronzavano sopra di noi, gettando una luce fredda sugli scatoloni impilati, sui tavoli di acciaio inox ancora macchiati, sulle pareti di cemento grezzo. L’aria era calda, densa. Ci eravamo tolti i grembiuli sporchi; io indossavo una canotta bianca aderente che segnava i pettorali e un paio di pantaloni da lavoro blu scuro, lui una maglietta grigia scolorita e pantaloni simili. Scherzavamo come sempre, ma qualcosa nell’aria era diverso.

«Cazzo, Damon, oggi hai macellato quel vitello come se volessi sfogarti su qualcuno,» disse lui ridendo, mentre trascinava una cassa di legno vuota. I suoi bicipiti si tendevano sotto la pelle lucida. Io mi chinai a raccogliere dei pezzi di cartone sparsi e sentii il suo sguardo. Non era la prima volta, ma quella sera lo sentivo pesare, caldo, insistente, proprio sulla curva del mio culo.

«Parla quello che passa le giornate a palpare meloni,» risposi voltandomi con un mezzo sorriso. I nostri occhi si incrociarono un secondo di troppo. Lui non rise subito. Deglutì. Io sentii un calore improvviso alla base della schiena, come se il suo sguardo mi avesse toccato fisicamente.

Continuammo a lavorare. Le battute si fecero più lente, più cariche. Ogni volta che ci passavamo accanto, l’aria sembrava vibrare. Io pensavo: “È solo stanchezza, è solo che siamo soli, non può essere che…”. Invece era esattamente quello. Dopo dieci minuti di silenzio rotto solo dal rumore degli scatoloni, Kofi si fermò. Si passò l’avambraccio sulla fronte sudata e mi guardò dritto.

«Devo dirtelo, Damon. Altrimenti scoppio.» La sua voce era bassa, rauca. «Da almeno due anni fantastico sul tuo culo. Ogni mattina quando ti pieghi sul banco per sistemare la carne, ogni volta che ti alzi e quei pantaloni tirano… non riesco a pensare ad altro. Immagino di metterti le mani addosso, di aprirti, di spingermi dentro di te fino in fondo. È una cosa che mi consuma.»

Rimasi immobile con uno scatolone tra le braccia. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle tempie. Il mio cazzo, traditore, cominciò a gonfiarsi lentamente contro la stoffa ruvida dei pantaloni. Dentro di me una voce urlava di vergogna, un’altra urlava di sollievo. Avevo tenuto nascosto lo stesso desiderio per troppo tempo.

Posai lo scatolone. Mi girai verso di lui, a meno di un metro. «Lo voglio anch’io, Kofi. Esattamente lo stesso. Il tuo cazzo dentro il mio culo. Ti ho guardato per mesi, pensando a quanto saresti stato grosso e caldo dentro di me. Non è solo amicizia, non più.»

Le parole uscirono crude, sincere. L’atmosfera cambiò di colpo. L’aria divenne elettrica, quasi irrespirabile. Nessuno dei due si mosse per un lungo momento. Poi riprendemmo a spostare gli scatoloni, ma adesso ogni gesto era intenzionale. Le nostre mani si sfioravano di proposito: le dita di Kofi che restavano un secondo di troppo sulle mie quando mi passava una cassa, il suo pollice che mi accarezzava il dorso della mano. Ogni tocco mandava scariche dritte al mio inguine.

Le battute diventarono sporche, esplicite.

«Lo sai che ce l’ho duro da quando hai detto quelle parole?» mormorò lui mentre sollevava una pila di cartoni vuoti. «Sento il cazzo che mi pulsa solo a guardarti il culo dentro quei pantaloni.»

Io deglutii, la gola secca. «E io sento il buco che mi si contrae. Mi stai facendo impazzire.»

La tensione cresceva come una corda tirata fino al limite. A un certo punto, mentre ero chino su una fila di scatoloni bassi per sistemarli meglio, sentii il suo corpo dietro di me. Kofi si premette lentamente contro la mia schiena. Il suo petto caldo contro le mie scapole, il suo bacino che aderiva perfettamente al mio culo. Sentii chiaramente la sagoma dura del suo cazzo, grosso, che spingeva tra le mie natiche attraverso due strati di stoffa. Il suo respiro caldo mi sfiorò l’orecchio.

«Voglio scoparti, Damon,» sussurrò con voce bassa e urgente, quasi un ringhio. «Voglio abbassarti questi pantaloni, spalancarti le chiappe e spingere il mio cazzo dentro questo culo sodo che mi fa impazzire da anni. Voglio sentirti gemere mentre ti apro, mentre ti riempio tutto.»

Un brivido violentissimo mi attraversò. Il mio uccello era ormai completamente duro, dolorante, premuto contro la chiusura dei pantaloni. Sentivo il calore del suo corpo, l’odore di sudore pulito, di uomo che ha lavorato tutto il giorno, e mi stava facendo perdere la testa. Dentro di me pensavo: “È davvero successo. Lo vogliamo tutti e due. Cazzo, quanto lo voglio”.

Mi girai di scatto tra le sue braccia. I nostri visi erano vicinissimi. Vidi i suoi occhi neri dilatati dal desiderio, le labbra socchiuse. Non ci fu più spazio per le parole. Lo afferrai per la nuca e lo baciai con tutta la passione che avevo represso per anni. Le nostre bocche si aprirono subito, le lingue si cercarono fameliche, bagnate, aggressive. Era un bacio da uomini, senza delicatezza: denti che sbattevano, labbra succhiate, gemiti bassi che vibravano tra di noi. Le sue mani scesero immediatamente sul mio culo, stringendolo forte attraverso i pantaloni, separando le natiche, premendo il dito indice proprio sulla fessura.

Io gli infilai una mano sotto la maglietta, sentendo la pelle bollente, i muscoli tesi dell’addome, i peli corti sul petto. Lo baciai più forte, mordendogli il labbro inferiore, e tra un respiro e l’altro gli dissi chiaramente, guardandolo negli occhi:

«Ti voglio dentro di me, Kofi. Adesso. Voglio il tuo cazzo nel mio culo. Scopami come hai sempre sognato. Sono tuo.»

Le sue pupille si dilatarono ancora di più. Sentii il suo cazzo dare un guizzo violento contro il mio ventre. Le sue dita affondarono più forte nelle mie natiche, quasi a farmi male, e il suo respiro divenne un rantolo.

«Cazzo, Damon… non hai idea di quanto ti desidero.»

Ci stringemmo ancora di più, corpi premuti, bocche che si cercavano di nuovo, mani che esploravano con urgenza sempre maggiore. I nostri fianchi si muovevano istintivamente, simulando già l’atto, il suo cazzo duro che sfregava contro il mio attraverso i vestiti. Il desiderio era diventato quasi insopportabile, un fuoco che ci stava consumando entrambi. Sapevamo che stavamo per superare un confine da cui non si tornava indietro, e nessuno dei due voleva fermarsi.

Il retro del mercato sembrava improvvisamente troppo piccolo per tutta la tensione che avevamo liberato. I nostri respiri affannosi riempivano lo spazio, mescolati al ronzio dei neon. Le mani di Kofi continuavano a palparmi il culo con possesso crescente, mentre io gli mordevo il collo, assaggiando il sale della sua pelle. Il bacio si fece più profondo, più sporco. Le lingue si intrecciavano con una fame che non lasciava dubbi su cosa sarebbe successo di lì a poco.

Eppure, in quel preciso momento, ancora completamente vestiti, ancora con il cuore che batteva così forte da far male, ci fermammo un istante a guardarci. I nostri sguardi erano pieni di promesse oscene, di bisogno animale. Sapevamo entrambi che questo era solo l’inizio. Il resto… il resto sarebbe arrivato tra poco, nel caldo umido di quel magazzino, tra gli scatoloni e l’odore del mercato chiuso. Ma per adesso il desiderio era così denso che si poteva quasi toccare, e nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi prima di averlo soddisfatto completamente.

Il bacio si interruppe di colpo, le nostre bocche ancora bagnate di saliva, e io sentii il fuoco divorarmi dal basso ventre. Senza dire una parola di più, mi staccai dal corpo caldo di Kofi e mi spostai verso il bancone di acciaio inox, quello dove tagliavo la carne ogni mattina. Appoggiai i palmi delle mani sulla superficie fredda e appiccicosa, ancora segnata da residui di sangue rappreso e segatura, e spinsi il bacino all’indietro offrendogli tutto. Con un gesto deciso abbassai i pantaloni da lavoro blu scuro e le mutande fino alle caviglie, esponendo il mio culo sodo, pieno, peloso tra le natiche. Avevo quarantadue anni, vent’anni di macelleria sulle spalle, e quel culo era il frutto di ore passate in piedi a sollevare quarti di manzo: rotondo, muscoloso, pronto per essere preso. Il buco stretto pulsava sotto lo sguardo di Kofi, contratto dall’eccitazione.

«Ecco, Kofi,» ringhiai voltando la testa verso di lui, la voce bassa e rotta dal desiderio. «Questo culo è tuo da due anni di fantasie. Abbassati i pantaloni, sputaci sopra e preparalo. Voglio le tue dita dentro, tanta saliva, e poi il tuo cazzo duro fino alle palle. Scopami come meriti.»

Kofi, trentotto anni passati a sollevare cassette di frutta e verdura, si leccò le labbra. I suoi occhi neri erano dilatati, la pelle scura lucida di sudore sotto i neon ronzanti. Si abbassò i pantaloni con uno strattone e il suo cazzo schizzò fuori: grosso, nero, venoso, la cappella larga e già bagnata di liquido preseminale. Lo afferrò alla base e si avvicinò. Senza preavviso sputò un grosso grumo di saliva direttamente sulla mia fessura, poi un altro e un altro ancora. Il liquido caldo colò lungo la piega, e lui lo spalò con due dita callose, strofinando in cerchi lenti intorno al mio ano.

«Cazzo, Damon… è perfetto,» mormorò rauco mentre infilava il primo dito. Sentii l’intrusione calda, bagnata, che forzava l’anello muscolare. Il dito entrò fino alla nocca, girando dentro di me, esplorando le pareti interne. Io gemetti forte, spingendo indietro il culo per prenderlo più a fondo. Il mio cazzo, spesso e duro come pietra, dondolava tra le gambe, una goccia di liquido che cadeva sul pavimento sporco. Kofi aggiunse altra saliva, sputando rumorosamente, e infilò un secondo dito. Li aprì a forbice, allargandomi, preparandomi per quello che sarebbe arrivato. Il suono era osceno: schiocco bagnato di saliva e carne, i suoi polpastrelli che premevano sulla prostata facendomi vedere lampi di piacere.

«Ti sto aprendo bene, amico,» diceva lui mentre muoveva le dita dentro e fuori, sempre più veloce, aggiungendo un terzo sputo denso per lubrificare tutto. «Sento il tuo buco che mi stringe. Da domani questo culo sarà mio ogni sera.» Io ansimavo, la fronte premuta sul bancone freddo. Pensavo che per anni avevo nascosto questo bisogno, e ora il mio amico più fidato mi stava dilatando con le dita come una puttana consenziente, e io lo volevo con tutto me stesso. Il piacere era brutale, animale. Il mio pugno si chiuse intorno al mio cazzo e iniziai a masturbarmi lentamente, gemendo ogni volta che le sue dita colpivano il punto giusto.

Dopo minuti che sembrarono ore di quel tormento bagnato, Kofi ritirò le dita con un suono osceno. Sputò di nuovo, stavolta direttamente sulla cappella del suo cazzo turgido, e lo spalmò per tutta la lunghezza. Si posizionò dietro di me, in piedi, le mani forti sui miei fianchi larghi. Sentii la grossa cappella premere contro il buco rilassato. «Prendilo tutto, Damon,» grugnì, e cominciò a spingere. Lentamente, inesorabilmente. La cappella mi aprì, poi il fusto spesso entrò un centimetro alla volta, bruciando e riempiendo. Io spinsi indietro, volevo tutto. Quando le sue palle pesanti toccarono le mie, ero completamente impalato. Il suo cazzo da trentottenne mi arrivava fino in fondo, caldo, pulsante, enorme dentro le mie viscere.

«Cazzo… mi stai spaccando,» rantolai, ma il dolore si trasformò subito in un piacere feroce. Kofi rimase fermo un attimo, godendosi la stretta, poi cominciò a muoversi. Prima spinte lente e profonde, che mi facevano sentire ogni vena, ogni pulsazione. Poi aumentò il ritmo. Le sue anche sbattevano contro le mie natiche con schiocchi forti, le palle che colpivano le mie. Io mi masturbavo più veloce, la mano che volava sul mio cazzo bagnato di precum, mentre gemevo senza vergogna. «Più duro, Kofi! Scopami più forte, cazzo! Sfonda questo buco, voglio sentirti fino allo stomaco!»

Lui ringhiava come una bestia, le dita affondate nella mia carne. «Questo culo è mio ora. Ti sto inculando come ho sognato per due anni, porco.» Le spinte diventarono martellanti, violente, il bancone che cigolava sotto la forza dei suoi affondi. Il sudore ci colava addosso, l’odore di maschio, di lavoro, di sesso crudo riempiva il magazzino. Io imploravo tra un gemito e l’altro: «Più forte! Prendimi come una troia, Kofi! Rompimi il culo!» Il mio pugno stringeva il cazzo, masturbandomi furiosamente, le palle contratte.

Dopo una decina di minuti così, Kofi rallentò, tirò fuori il cazzo con un plop bagnato e mi ordinò di spostarmi. Spazzò via scatoloni e stracci dal tavolo grande di acciaio inox, quello dove preparavamo gli ordini. Mi ci sdraiai a pancia in giù, il torace premuto sul metallo freddo, le gambe larghe. Il mio cazzo duro sfregava contro la superficie liscia. Kofi salì dietro di me, mi aprì le natiche con le mani e rientrò con un’unica spinta brutale, fino in fondo. Ora la posizione era ancora più profonda. Cominciò a martellarmi con spinte potenti, il tavolo che tremava e cigolava sotto di noi. Ogni affondo mi faceva urlare di piacere. Mi masturbavo schiacciato contro il tavolo, la mano intrappolata tra il mio ventre e l’acciaio, mentre lui mi inculava senza pietà.

«Così, sì! Martellami! Più forte, più forte, cazzo!» gridavo, la voce rotta. Kofi mi afferrò per i capelli corti sulla nuca e mi tirò la testa indietro, aumentando la violenza delle spinte. I nostri corpi sbattevano uno contro l’altro, sudati, animali. Il suo cazzo entrava e usciva dal mio buco spalancato, la saliva e i succhi che colavano lungo le mie cosce. Pensavo che questo era ciò che volevo da sempre: il mio amico fidato che mi usava il culo con passione brutale, senza freni, in quel retro puzzolente di mercato chiuso. Il piacere saliva, la prostata massacrata da ogni colpo.

Kofi accelerò ancora, i grugniti sempre più forti. «Sto per venire, Damon… ti riempio tutto!» Io strinsi i muscoli intorno al suo cazzo e urlai: «Sborrami dentro! Riempimi il culo con tutta la tua sborra calda, cazzo!» Con un ruggito profondo, Kofi spinse fino alle palle e venne. Sentii i getti potenti, densi, che mi inondavano le viscere, schizzo dopo schizzo, caldo e abbondante. Il suo cazzo pulsava dentro di me mentre svuotava le palle completamente. Io venni subito dopo, schizzando sul tavolo e sul pavimento in fiotti lunghi, gemendo come un animale mentre il mio buco stringeva il suo cazzo per spremerlo fino all’ultima goccia.

Quando finì, Kofi rimase dentro ancora qualche secondo, poi uscì lentamente. Il mio buco rimase aperto, gocciolante di sborra densa che colava lungo le cosce e sulla segatura. Mi aiutò a rialzarmi, le gambe tremanti. Mi baciò con forza, un bacio sporco, lingue aggressive, denti che si scontravano. «Da oggi questo retro del mercato diventa il nostro buco abituale,» disse con un ghigno complice, la voce ancora rauca. «Ogni sera dopo la chiusura ti piego da qualche parte e ti riempio il culo di sborra fino a farti colare per giorni.»

Ci rivestimmo ridendo, complici, i corpi ancora caldi e sporchi di sudore e sesso. Sapevamo entrambi che nulla sarebbe stato più come prima. Mentre abbassavo la serranda dietro di noi, con il culo che stillava ancora la sua sborra densa lungo le gambe, pensai che da quel momento in poi sarei tornato ogni sera solo per farmi spaccare il buco come la troia affamata di cazzo che ero diventato.

Rate this story

★★★★★
Thanks for rating
Qualcosa non va in questa storia?
Sponsor

Persone vere in cam, adesso.

Guardi gratis. Nessuna carta, nessuna registrazione.

Guarda dal vivo →
Link sponsorizzato. Solo 18+.
Tagged anal creampie rough-sex dirty-talk fingering

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.