Incontro Proibito nella Casa Sorvegliata
La 28enne moglie italiana Camila seduce la guardia di sicurezza nera Xavier e si fa scopare selvaggiamente nel loro appartamento sorvegliato.
Camila chiuse la porta dell’appartamento alle sue spalle e si fermò un attimo nell’atrio di marmo. Le luci soffuse del lussuoso piano nobile romano disegnavano ombre lunghe sui muri, e le telecamere nere negli angoli del soffitto la guardavano come occhi immobili. Aveva ventotto anni, la moglie elegante di un diplomatico quasi sempre assente, e quella sera il silenzio della casa le pesava addosso come una seta calda. Il marito era partito all’alba per Bruxelles; sarebbe rimasto via almeno tre giorni. Lei se lo ripeté mentre si sfilava le scarpe e lasciava scivolare la giacca sul divano. Sapeva che Xavier era di turno.
Il 32enne guardia di sicurezza americana nera, alta, spalle larghe, braccia cordate sotto la camicia nera della divisa, stava proprio lì, nella nicchia vicino all’ingresso secondario, monitorando i pannelli. Da settimane i loro sguardi si incrociavano troppo a lungo. Lui chinava appena il capo quando lei passava, e lei gli sorrideva con la bocca stretta, complici, consapevoli del rischio. Camila sentiva il desiderio proibito salirle tra le cosce ogni volta che lo vedeva muoversi per i corridoi, controllare le serrature, parlare con quella voce grave e calda. Quella sera decise di non fingere più.
Uscì dalla camera da letto indossando solo una camicia di seta avorio, semiaperta sul petto, i bottoni fermi a malapena sopra il seno pieno. Niente reggiseno. Le mutandine di pizzo nero le stringevano appena il bacino. I capelli scuri le cascavano sulle spalle. Camminò scalza verso la cucina, passando accanto a lui. Xavier alzò lo sguardo dal tablet di controllo e la fissò. La tensione vibrò nell’aria come un filo teso.
«Vuoi un caffè?» chiese lei, la voce bassa, ferma. «Sono sola. E ho bisogno di compagnia.»
Lui esitò un secondo, poi annuì. «Va bene, signora.»
«Camila. Solo Camila, stasera.»
Nella cucina ampia, illuminata dai faretti caldi, lei preparò due tazzine mentre lui restava in piedi vicino al bancone di marmo. Camila si voltò, si avvicinò, e con le dita gli sfiorò il braccio, proprio dove il tessuto della manica nera tendeva sui bicipiti. «Sei così… possente. Ogni volta che ti vedo girare per casa mi chiedo come sarebbe toccarti per davvero.» Il complimento uscì caldo, deliberato. Lei sapeva cosa stava facendo; il rischio delle telecamere la eccitava ancora di più.
Xavier inspirò a fondo. La voce gli uscì roca, quasi un brontolio. «Da settimane ti guardo e mi tratteno. Ti desidero. Il tuo corpo, il modo in cui cammini, quel sorriso… cazzo, Camila, ti voglio. È sbagliato e non me ne frega più un cazzo.»
Lei non aspettò oltre. Si alzò sulle punte, gli afferrò il collo e lo baciò per prima, bocca aperta, lingua calda che cercava la sua con fame. Il bacio fu umido, urgente, pieno di settimane di sguardi repressi. Quando si staccò di un soffio gli sussurrò contro le labbra: «Ti voglio dentro di me. Adesso. Qui. Non farmi aspettare.»
Il consenso era chiaro, reciproco, elettrico. Xavier le strinse i fianchi con le mani enormi e la baciò di nuovo, più duro, mentre lei già gli slacciava la cintura della divisa. La camicia di seta si aprì del tutto; i suoi seni nudi premettero contro il petto largo di lui. Camila scese in ginocchio sul pavimento fresco della cucina, gli abbassò i pantaloni e gli boxers e liberò il cazzo grosso, nero, già duro e pesante. Lo guardò un istante, le labbra socchiuse per l’ammirazione, poi lo prese in bocca con avidità.
Succhiò con fame, le guance cave, la lingua che girava attorno al glande largo prima di spingersi più a fondo. Xavier gemette basso, una mano nei suoi capelli. Camila spinse fino a sentirlo premere in gola, soffocando di piacere, occhi umidi, saliva che le scendeva dal mento mentre prendeva tutto quel cazzo nero fino in fondo. Respirava a fatica dal naso, ma non si ritraeva; voleva sentirlo pulsare contro la gola. Lo succhiò con ritmo vorace, su e giù, bagnandolo di saliva, gemendo attorno alla circonferenza spessa finché lui non la sollevò di peso.
Xavier la mise sul bancone di marmo, le gambe divaricate. Le strappò le mutandine di pizzo con un gesto netto; il tessuto si ruppe e cadde. Lei era già gocciolante. Lui allineò il cazzo grosso all’apertura bagnata e la penetrò d’un colpo, fino in fondo, in posizione missionaria. Camila gridò di piacere puro, la schiena inarcata, le unghie che gli graffiavano le spalle. «Dio… sì… scopami…»
Lui la fotteva con forza, spinte profonde e ritmate che facevano sbatacchiare le tazzine sul bancone. Il bancone era freddo sotto il suo culo nudo, il contrasto con il calore del cazzo nero che la riempiva la faceva delirare. Ogni spinta le strappava un urlo, le tette che oscillavano, la camicia di seta aperta e stropicciata. «Più forte… Xavier, più forte…» Lui le aprì le cosce ancora di più e la martellò, il bacino che sbatteva contro il suo, il suono umido e osceno che riempiva la cucina sorvegliata.
Poi la sollevò di nuovo, come se non pesasse nulla, e la portò al grande divano del soggiorno. La sistemò a carponi, culo in aria, schiena inarcata. Xavier le entrò da dietro in doggy style con un’unica spinta potente. Le mani enormi le afferrarono i fianchi e cominciò a scoparla a ritmo serrato, pelle contro pelle. Uno schiaffo secco le picchiò su una chiappa, poi sull’altra. «Troia bianca affamata di cazzo nero,» borbottò lui con voce gutturale, dandole un altro schiaffo che le fece arrossare la pelle. «Guarda come ti apri per me. Tutta bagnata per questo cazzo.»
Camila spinse il bacino all’indietro, incontrando ogni botta. «Sì… chiamami così… scopami più forte, cazzo… riempimi… sono la tua troia… più forte!» Urlava senza ritegno, sapendo delle telecamere ma non curandosene più. Il piacere saliva come un’onda. Xavier le afferrò i capelli con una mano, la tirò leggermente indietro mentre la sfondava, e lei venne violentemente, il corpo che si contraeva a ondate, i muscoli vaginali che gli stringevano il cazzo a ritmo spasmodico. Un grido lungo e rotto le uscì dalla gola mentre il piacere la scuoteva tutta.
Lui non si fermò. Continuò a spingere attraverso il suo orgasmo, più veloce, più profondo, finché ansimò e si riversò dentro di lei. Il seme caldo le riempì il canale a getti spessi, pulsanti; Camila sentì ogni schizzo, il calore che si spargeva, e gemette di soddisfazione mentre lui le teneva i fianchi premuti contro il bacino.
Quando si fermarono, ansimanti, Xavier le scivolò accanto sul divano e la girò verso di sé. Si baciarono con tenerezza complice, lenta, le lingue che si assaporavano ancora. Il suo seme le scivolava piano tra le cosce. Camila gli sorrise maliziosa, gli occhi ancora lucidi di piacere, le labbra gonfie. «Questa non sarà l’ultima volta,» sussurrò contro la sua bocca. «Troveremo altri momenti. Qui, nella casa sorvegliata. Ogni volta che lui parte. Ogni volta che sei di turno.»
Xavier le accarezzò il viso con il dorso delle dita, il pollice che le sfiorava lo zigomo, lo sguardo intenso che le diceva già di sì. Le labbra le sfiorarono la fronte, poi tornarono alla bocca per un altro bacio più lento, carico di promesse non dette. Fuori le luci di Roma brillavano oltre le vetrate, e le telecamere continuavano a registrare il silenzio che tornava ad avvolgerli, ma dentro di loro la tensione non si era sciolta: era solo diventata più densa, più pericolosa, pronta a riaccendersi al prossimo sguardo, alla prossima notte in cui il diplomatico sarebbe stato lontano e la seta della camicia di Camila si sarebbe riaperta per lui.
Camila restò distesa contro il petto largo di Xavier, le dita che gli tracciavano le linee dei pettorali sotto la camicia della divisa ancora semiaperta. Il seme caldo le colava lento tra le cosce, gli scivolava sulla pelle interna e le macchiava il divano di velluto scuro. Lei non si mosse per ripulirsi. Anzi, allargò un poco le gambe perché lui vedesse, e perché le telecamere nere agli angoli del soggiorno registrassero ogni goccia.
«Ancora,» mormorò contro il collo di lui, la voce roca di chi non ha finito. «Non sono sazia. Voglio sentirlo di nuovo duro dentro di me. Voglio che mi usi finché non riesco più a camminare dritta.»
Xavier emise un suono basso, animale. La mano enorme le scese sulla schiena nuda, le afferrò una chiappa ancora arrossata dagli schiaffi e la strinse forte. «Sei una puttana senza fondo, Camila. Guarda come goccioli ancora del mio sborra e già mi stai chiedendo altro cazzo.» Si chinò e le morse la spalla, non abbastanza da lasciare un segno visibile al marito, ma abbastanza da farla gemere. «Alzati. Voglio vederti camminare nuda per questa casa mentre ti cola il mio sborra sulle cosce. Voglio che le telecamere ti riprendano così.»
Lei obbedì con un sorriso malizioso. Si alzò in piedi, la camicia di seta avorio completamente aperta e stropicciata, i seni pesanti, i capezzoli duri, il pube rasato lucido di umori misti. Camminò lenta verso le vetrate che davano su Roma, le gambe leggermente divaricate, sentendo il liquido denso scenderle fino al ginocchio. Si voltò di tre quarti, consapevole degli obiettivi neri sul soffitto, e si toccò. Due dita le scivolarono tra le labbra gonfie, raccolsero il seme e lo portarono alla bocca. Lo succhiò con gli occhi fissi su di lui.
Xavier si alzò. Si tolse del tutto la camicia della divisa, rivelando il torso nero, muscoloso, la pelle lucida di sudore. Il cazzo, ancora semi-duro e lucido di lei, si rialzò a vista d’occhio mentre la guardava. «Vieni qui.»
Lei tornò da lui. Lui la afferrò per i capelli, la fece inginocchiare di nuovo sul tappeto orientale e le spinse il glande contro le labbra. «Puliscimelo. Con la lingua. Tutto.»
Camila aprì la bocca e lo leccò dalla base alla punta, raccogliendo i resti del loro primo orgasmo, il sapore salato e muschiato di entrambi. Lo prese in gola di nuovo, più lenta questa volta, più profonda, lasciando che la saliva gli colasse sui testicoli pesanti. Xavier le teneva la testa e spingeva a piccoli colpi, riempiendole la bocca finché lei non ebbe lacrime agli angoli degli occhi e un filo di bava sul mento. Quando fu di nuovo duro come pietra, la sollevò di peso e la portò contro il muro di stucco bianco vicino alla libreria.
Le sollevò una gamba, le aprì la coscia e le conficcò il cazzo dentro con una spinta secca. Camila gridò, la schiena che sbatteva contro il muro, le unghie che gli graffiavano i dorsi larghi. Lui la scopava in piedi, tenendola sollevata come se pesasse nulla, le mani sotto il culo, le dita che le aprivano le chiappe. Ogni botta la sollevava e la faceva ricadere sulla circonferenza spessa; il suono era umido, osceno, e riempiva il soggiorno insieme ai suoi gemiti.
«Dillo,» le ordinò lui contro l’orecchio, ansimando. «Dillo forte, così anche se qualcuno riascolta i microfoni sa cos’è successo qui.»
«Sono la tua puttana bianca,» ansimò lei, gli occhi chiusi per il piacere. «Sono la troia del diplomatico che si fa sfondare dal cazzo nero della guardia. Più forte, Xavier… Dio, sì, così… spaccami…»
Lui le cambiò presa, le fece avvolgere entrambe le gambe intorno alla vita e la portò di nuovo al divano. La stese a pancia in su, le spinse le ginocchia contro il petto e la penetrò ancora più in profondità. Da quella posizione il glande le batteva contro il punto più sensibile a ogni colpo. Camila si contorceva, le tette che ballavano, la bocca aperta in un urlo continuo. Xavier le sputò sulla figa e ci passò il pollice sul clitoride gonfio, strofinando a cerchio mentre la martellava.
«Vieni di nuovo,» le disse. «Vieni sul mio cazzo mentre ti chiamo puttana. Voglio sentire come ti stringi.»
Lei venne con un grido rotto, i muscoli vaginali che gli pulsavano intorno a ondate violente. Il piacere le scosse la pancia, le fece arrossare il petto, le inumidì ancora di più le cosce. Xavier non si fermò: continuò a spingere attraverso le sue contrazioni, più veloce, i fianchi che sbattevano con forza brutale, le palle che le picchiavano contro il culo.
Quando lei stava ancora tremando, lui la girò di nuovo a carponi, le abbassò la schiena con una mano tra le scapole e le alzò il bacino. Entrò da dietro con una spinta che le strappò un gemito gutturale. Uno schiaffo le picchiò sulla chiappa destra, lasciando l’impronta rossa delle dita. Poi sulla sinistra. Poi di nuovo. Camila spingeva indietro, cercando ogni centimetro, la faccia affondata nei cuscini, i capelli scuri sparsi.
«Usami,» singhiozzò lei. «Riempimi di nuovo. Voglio camminare domani e sentire ancora il tuo sborra dentro.»
Xavier le afferrò i fianchi con entrambe le mani e accelerò. Il ritmo divenne selvaggio, quasi disperato. Il suono della pelle contro pelle riempiva la casa sorvegliata, echeggiava contro il marmo e le vetrate. Lui ansimava il suo nome, la chiamava puttana, troia, cagna affamata di cazzo nero, e lei rispondeva sì a tutto, chiedendo di più, più forte, più profondo.
Sentì arrivare il secondo orgasmo di lui dal modo in cui i suoi colpi divennero irregolari, più profondi, dal modo in cui le dita le scavavano i fianchi. Xavier ruggì, le premette il bacino contro il culo e si riversò di nuovo dentro di lei a getti spessi e caldi. Camila sentì ogni pulsazione, ogni schizzo che le allagava il canale già pieno, e venne di nuovo per contagio, un orgasmo più basso e lungo che le fece rammollire le braccia.
Rimasero così per lunghi secondi, uniti, sudati, ansimanti. Poi lui uscì piano. Il seme le colò subito, denso, bianco sul rosa della sua figa aperta, le scese lungo le cosce e gocciolò sul divano. Xavier la guardò farlo, gli occhi scuri di soddisfazione possessiva, e le passò due dita tra le labbra gonfie, raccogliendo il liquido e riportandoglielo alla bocca. Lei lo succhiò senza esitare.
Si distesero di nuovo uno contro l’altra, nudi e appiccicaticci. Camila gli accarezzò il petto, gli seguì il battito ancora accelerato. «Tre giorni,» sussurrò. «Lui torna tra tre giorni. Tu sei di turno anche domani notte?»
«Sì.» La voce di Xavier era grave, calda, ancora roca. «E la notte dopo. Controlliamo i pannelli insieme. Poi ti sparo di nuovo su questo divano, o sul tavolo della sala da pranzo, o nel letto matrimoniale. Voglio fotterti sul lenzuolo dove dormi con lui.»
Lei rise piano, maliziosa, e lo baciò. Il bacio era lento, pieno di lingua, di gusto di sesso. Le mani di lui le risalirono i fianchi, le strinsero i seni, le toccarono i capezzoli ancora sensibili. Il cazzo di Xavier, incredibilmente, diede già un segno di interesse contro la sua coscia. Camila allungò la mano e lo accarezzò, lo sentì riavviarsi.
«Ancora una volta prima che tu debba tornare al posto,» propose lei contro le sue labbra. «Lento. Voglio sentire ogni vena.»
Si sistemò a cavalcioni su di lui. Lo guidò dentro con la mano, scese piano piano sulla lunghezza spessa, gemendo mentre la riempiva di nuovo fino in fondo. Cominciò a muoversi, bacino ondulare, seni che oscillavano davanti al suo volto. Xavier le prese i capezzoli in bocca, li succhiò, li morse piano mentre lei lo cavalcava. Questa volta era più profondo, più intimo, i loro sguardi bloccati. Lei si piegò in avanti, i capelli che gli facevano tenda intorno al viso, e lo baciò mentre saliva e scendeva sul suo cazzo.
Il ritmo aumentò. Le mani di lui le guidarono i fianchi, la aiutarono a prendere più forte, più a fondo. Camila ansimava il suo nome, gli diceva che non aveva mai avuto un cazzo così, che da ora in poi ogni volta che il marito partiva lei lo avrebbe aspettato nuda, bagnata, pronta. Xavier le rispose spingendole in su con i fianchi, scoplandola dal basso, chiamandola sua, solo sua in quelle notti proibite.
Vennero quasi insieme: lei prima, contraendosi forte intorno a lui, poi lui che le riempì il ventre per la terza volta, getti caldi che lei sentì pulsare in profondità. Si accasciò sul suo petto, entrambi sudati, il cuore a martello. Il silenzio della casa tornò a posarsi su di loro, spezzato solo dal respiro e dal ticchettio lontano di un orologio.
Xavier le accarezzò i capelli. «Devo rimettermi la divisa. I turni di controllo…»
Camila annuì, ancora a cavalcioni, ancora piena di lui. Si stava proprio sollevando, il seme che le colava di nuovo sulle cosce, quando il tablet di controllo di Xavier, abbandonato sul tavolino di marmo, emise un bip acuto e ripetuto.
Lui si irrigidì. Allungò il braccio, lo afferrò, lesse lo schermo. Il sangue gli si gelò un attimo negli occhi.
«Cazzo,» mormorò.
Sul display era apparsa una notifica prioritaria del sistema di sicurezza esterno: accesso autorizzato al cancello principale. L’auto del diplomatico. Targhe riconosciute. Orario di rientro anticipato di due giorni. La telecamera del portone mostrava i fari che entravano nel cortile.
Camila lo guardò, nuda, gocciolante, le labbra gonfie, e sentì il cuore crollarle in gola mentre le luci dell’androne al piano terra si accendevano.
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