Sussurri Anonimi nel Magazzino del Mercato
Danielle, una 28enne commessa, si fa scopare il culo da Ravi, il 35enne fornitore muscoloso, tra gli scaffali del magazzino.
Sono Danielle, ho ventotto anni e lavoro come commessa al mercato rionale da quasi sei anni. Ogni santo giorno, tra clienti che litigano sul prezzo delle zucchine e casse che pesano una tonnellata, arriva lui: Ravi, trentacinque anni, il fornitore di ortaggi più muscoloso che abbia mai visto. Le sue braccia sono gonfie di vene e fatica, la maglietta gli si appiccica al petto sudato quando scarica le cassette dal furgone. Da settimane tra noi è scoppiata una guerra silenziosa di sguardi e sussurri.
Tutto è nato nel magazzino sul retro, quello buio e stretto dove gli scaffali alti nascondono anche i peccati più sporchi. All’inizio erano solo occhiate. Poi una mattina, mentre sistemavo le cassette di pomodori, lui mi è passato dietro e ha mormorato, quasi senza voce: «Danielle, non sai da quanto vorrei prenderti da dietro, proprio qui, tra questi scatoloni. Afferrarti i fianchi e spingermi dentro di te fino a farti urlare». Il cuore mi è schizzato in gola, ma invece di scappare ho sentito la figa bagnarsi di colpo, le mutandine appiccicose in pochi secondi. Ho girato appena la testa e gli ho risposto, con la voce che tremava: «Mi bagno solo a pensarci, Ravi. Ogni volta che ti vedo scaricare quelle casse immagino il tuo cazzo grosso che mi apre il culo. Sono zuppa solo a dirtelo».
Eravamo due adulti consenzienti che avevano deciso di giocare col fuoco. Io single da troppo tempo, lui separato e con la fame negli occhi. Ogni consegna diventava più spudorata. I sussurri anonimi si facevano sempre più precisi, più osceni. Mi raccontava come voleva spalancarmi le natiche e leccarmi il buco fino a sentirmi tremare. Io gli confessavo che la sera, a casa, mi toccavo pensando alle sue mani forti che mi tenevano ferma mentre mi scopava nel sedere. La tensione cresceva ogni giorno, un nodo nello stomaco che si stringeva sempre di più.
Quella mattina sembrava uguale alle altre, ma non lo era. Ravi è arrivato presto, il furgone carico. Abbiamo scaricato insieme, spalla contro spalla, respiri corti. Quando l’ultima cassa è stata sistemata, lui ha chiuso la porta del magazzino con un gesto secco. Il click della serratura mi è risuonato tra le gambe. L’aria è diventata elettrica. I nostri corpi si sono sfiorati volutamente mentre fingevamo di riordinare. Il suo petto duro premeva contro la mia schiena, il suo bacino contro il mio culo. Sentivo già il suo cazzo indurirsi dentro i pantaloni da lavoro.
«Cazzo, Danielle… questo culo mi fa impazzire da settimane», mi ha sussurrato all’orecchio, la voce rauca. La sua mano grande è scesa senza esitare, palpandomi una natica con forza, stringendola, separandola dall’altra attraverso i jeans. Ho ansimato, spingendo indietro contro di lui. «Ravi… voglio sentirti dentro. Proprio lì. Nel culo. Lo voglio da morire». Le parole mi sono uscite strozzate, sincere, bagnate di desiderio. La figa mi pulsava, ma era il buco posteriore a contrarsi di anticipazione. Ho preso la sua mano con la mia, l’ho guidata tra le natiche, premendola forte contro il solco caldo. Gli ho fatto sentire quanto ero bagnata anche lì, quanto il mio corpo lo stava implorando di prendermi nel modo più proibito.
Lui ha ringhiato piano, un suono animale che mi ha fatto tremare le ginocchia. «Sei una troia incredibile. Lo vuoi davvero nel culo, vero? Vuoi che ti spacchi questo bel sederino stretto?» Ho annuito, mordendomi il labbro, spingendo la sua mano più forte contro di me. Non c’era più finzione. La voglia reciproca ci aveva spinti oltre il limite.
In piedi contro gli scaffali di metallo freddo, Ravi mi ha abbassato i jeans e le mutandine con un gesto deciso ma lento, facendoli scivolare fino alle ginocchia. L’aria fresca del magazzino mi ha baciato la pelle nuda del culo. Le sue mani forti, callose per il lavoro, mi hanno afferrato le natiche e le hanno spalancate senza pietà, esponendo completamente il mio buchetto rosa e contratto. Ho sentito il suo respiro caldo un secondo prima che la lingua bagnata e piatta mi leccasse proprio lì.
«Oh cazzo… Ravi…» ho gemuto, spingendo subito indietro contro la sua faccia. La sua lingua era calda, bagnata, insistente. Girava intorno all’ano con cerchi lenti, poi si appuntiva e cercava di entrare, leccando, succhiando, bagnandomi di saliva. Ogni passata mi mandava scariche di piacere dritte al clitoride. Tremavo, le mani aggrappate allo scaffale, le unghie che graffiavano il metallo. Lui leccava con gusto, gemendo contro la mia carne, il suono osceno che riempiva il magazzino insieme ai miei sospiri sempre più acuti. «Leccami il culo… sì, così… preparalo per il tuo cazzo grosso».
Quando sono stata fradicia e aperta, lui si è alzato. Ho sentito la cappella larga e calda premere contro l’ano. Lentamente, con una pazienza brutale, ha iniziato a spingere. Il suo cazzo era spesso, venoso, e l’ho sentito aprirmi millimetro dopo millimetro. Il bruciore iniziale si è trasformato in un piacere profondo, oscuro, che mi ha fatto roteare gli occhi. «Piano… sì… tutto dentro… voglio tutto», ho ansimato. Ravi mi teneva per i fianchi, controllando la penetrazione, fino a quando le sue palle non hanno toccato la mia figa bagnata. Era completamente dentro il mio culo.
Ha cominciato a scoparmi con spinte profonde e ritmiche. Prima lente, quasi dolci, poi sempre più vigorose. Il suono della carne che sbatteva riempiva l’aria. Mi teneva stretta, alternando scopate potenti in piedi, da dietro, tirandomi contro di sé per prendermi più a fondo. Ogni tanto mollava una mano e mi schiaffeggiava una natica con forza, il rumore secco che mi faceva contrarre intorno al suo cazzo. «Sei una troia fantastica, Danielle. Guarda come prendi tutto il cazzo nel culo. Ti piace essere sfondata nel sedere, eh? Dillo».
«Sì… sono la tua troia… scopami il culo più forte!» ho risposto tra i gemiti. L’orgasmo anale montava, diverso da tutti gli altri, più profondo, più sporco. Ravi ha accelerato, sbattendomi contro gli scaffali, le sue mani che lasciavano impronte rosse sulle mie chiappe. I suoi sussurri osceni continuavano: «Prendilo tutto, troia… questo culo è mio adesso». Il piacere è esploso all’improvviso. Sono venuta con un grido soffocato, il culo che pulsava e stringeva il suo cazzo come una morsa, ondate di piacere che mi facevano tremare le gambe.
Ravi ha ringhiato il mio nome e si è spinto fino in fondo. L’ho sentito gonfiarsi dentro di me, poi il primo schizzo caldo di sborra mi ha riempito il retto. È venuto tanto, a fiotti potenti, inondandomi il culo di sperma denso e bollente. Sono venuta di nuovo, più piano, solo per la sensazione di essere riempita così tanto.
Dopo essere venuto è rimasto dentro di me ancora qualche secondo, il cazzo che pulsava negli ultimi spasmi, mentre io tremavo violentemente per l’orgasmo anale, le ginocchia molli, il respiro rotto. Sentivo il suo seme caldo che mi riempiva, che premeva contro le pareti interne. Poi si è ritirato con dolcezza, quasi con tenerezza, il suo cazzo che scivolava fuori dal mio buco ora aperto e gocciolante. Un rivolo di sborra densa ha iniziato a colarmi lungo l’interno delle cosce.
Mi ha girata piano verso di lui, i nostri sguardi incatenati, ancora carichi di fame. Le sue dita mi hanno sfiorato la guancia con una carezza sorprendentemente dolce dopo tutta quella violenza carnale. Ma proprio mentre stavamo per baciarci, abbiamo sentito la porta del negozio che sbatteva e la voce del titolare che chiamava il mio nome dal corridoio, sempre più vicina. I passi pesanti si avvicinavano al magazzino.
Ci siamo guardati, ancora ansimanti, i vestiti in disordine, il mio culo che stillava la sua sborra. Non avevamo finito. Neanche lontanamente. Il desiderio tra noi era diventato una bestia viva, e questo era solo il primo assaggio. Sapevamo entrambi che presto, molto presto, avremmo trovato il modo di spingerci ancora più in là, più a fondo, più sporco. Il magazzino non sarebbe bastato. E io già fremevo al pensiero di cosa avrebbe preteso Ravi la prossima volta che mi avrebbe messa contro quegli scaffali.
Sono Danielle, ho ventotto anni e in quel preciso istante, con il culo ancora dilatato e colmo della sborra densa di Ravi, capii che il gioco era appena cominciato sul serio. I passi del titolare si fermavano a pochi metri dalla porta del magazzino, ma invece di congelarmi dal terrore sentii un brivido caldo risalirmi lungo la spina dorsale. Ravi, il trentacinquenne fornitore con le braccia gonfie di vene e il petto ancora lucido di sudore sotto la maglietta aderente, mi premette contro lo scaffale di metallo freddo. Il suo cazzo, ancora semi-duro e lucido dei nostri umori, sfiorava la mia coscia attraverso i pantaloni appena tirati su. «Non abbiamo finito,» mi soffiò nell’orecchio, la voce bassa e roca come ghiaia. «Il tuo culo mi appartiene oggi.»
Il signor Bianchi, il titolare sessantaduenne con la pancia che tendeva il grembiule blu, entrò proprio mentre Ravi mi infilava due dita callose dentro i jeans da dietro. Sentii le sue nocche premere tra le natiche, scivolare nel solco bagnato e caldo di sperma, e poi due dita grosse spingersi senza pietà nel mio ano ancora aperto. Il bruciore dolce mi fece stringere i denti. «Tutto bene qui?» chiese il capo, annusando l’aria come se percepisse qualcosa di strano. «Sembri accaldata, Danielle.»
«Il magazzino è sempre afoso quando scarichiamo,» risposi, la voce che tremava solo un poco. Dentro di me urlavo di piacere. Le dita di Ravi pompavano lente ma profonde, girando, allargando le pareti interne del mio retto, mescolando la sua sborra densa fino a farla colare lungo l’interno delle mie cosce. Ogni movimento produceva un leggerissimo suono umido, osceno, che solo io potevo cogliere. Pensavo: ‘Sono una troia. Ho trentacinque anni di uomo sposato con le dita nel culo mentre parlo con il mio capo e la figa mi cola come una fontana.’ Ravi aggiunse un terzo dito, stirandomi senza pietà, e io dovetti fingere un colpo di tosse per coprire il gemito che mi saliva in gola.
Il titolare parlava di ordini, di zucchine troppo care, di clienti rompiscatole. Ogni parola durava un’eternità. Ravi, nascosto dal corpo del mio, continuava a scoparmi il culo con le dita, curvandole proprio sul punto che mi faceva vedere lampi bianchi. Il mio clitoride pulsava inutilmente contro la cucitura dei jeans. Venni così, in silenzio, il culo che si contraeva violentemente intorno alle sue tre dita, ondate profonde che mi facevano tremare le ginocchia. Sentivo il suo respiro caldo sull’orecchio: «Brava, troia. Stringi. Spremi le mie dita con quel culo perfetto.»
Appena il signor Bianchi uscì promettendo di tornare con le bolle di consegna, Ravi estrasse le dita con un risucchio bagnato, mi fece girare di scatto e mi baciò con violenza. La sua lingua invase la mia bocca mentre mi abbassava di nuovo i jeans fino alle caviglie. L’aria fresca del magazzino baciò il mio ano gocciolante. «Inginocchiati,» ordinò. Obbedii subito, le ginocchia sul pavimento di cemento freddo. Il suo cazzo era di nuovo durissimo, la cappella viola e lucida. Lo presi in bocca senza che me lo chiedesse, succhiando il sapore muschiato del mio stesso culo mescolato alla sua prima sborra. Era sporco, degradante, eccitante da impazzire. Ravi mi afferrò i capelli con una mano e mi scopò la gola con spinte brevi ma profonde, facendomi lacrimare gli occhi.
«Brava, leccati tutto dal mio cazzo. Assaggia che troia sei,» ringhiava piano. Io gemetti intorno alla sua asta, la lingua che girava sotto la cappella, succhiando ogni traccia di me stessa. Dopo un minuto mi rialzò di peso, mi spinse contro gli scaffali più alti e mi fece piegare in due, le mani aggrappate a una cassa di legno, il culo offerto come un dono. Stavolta non fu lento. Appoggiò la cappella larga contro il mio ano e spinse tutto dentro con un solo colpo potente. Urlai nel braccio, il suono soffocato dal rumore delle cassette che tremavano. Il suo cazzo mi apriva completamente, arrivava più in fondo della prima volta, toccava posti che mi facevano roteare gli occhi.
Cominciò a scoparmi con ritmo brutale. Le sue anche sbattevano contro le mie natiche con schiaffi secchi, le palle pesanti colpivano la mia figa fradicia producendo suoni osceni che riempivano il magazzino. Ogni affondo era accompagnato da un ringhio basso: «Prendilo tutto nel culo, Danielle. Questo buco stretto è mio. Ti sto sfondando come meriti.» Io rispondevo tra i denti, la voce rotta: «Più forte, Ravi… spaccami il culo… voglio sentirti nelle budella… sono la tua troia anale, scopami finché non cammino dritta.»
Il piacere era diverso, più oscuro, più viscerale. Ogni volta che usciva quasi del tutto e rientrava con forza sentivo le pareti del retto cedere, accoglierlo, stringerlo. Ravi mi schiaffeggiava le natiche con la mano aperta, lasciando impronte rosse che bruciavano deliziosamente. Poi infilò una mano sotto di me e due dita callose mi penetrarono la figa, scopandomi con doppia penetrazione mentre il suo cazzo grosso continuava a martellarmi il culo. L’orgasmo mi travolse come un treno. Venni urlando nel gomito, il corpo scosso da spasmi violenti, il culo che mungeva il suo cazzo in contrazioni incontrollabili. Sentivo la sborra della prima scopata che veniva spinta ancora più dentro a ogni affondo.
Ravi non rallentò. Cambiò angolazione, mi sollevò una gamba appoggiandola su una cassa più bassa, aprendomi ancora di più. Adesso entrava in diagonale, toccando nervi che non sapevo di avere. Il sudore gli colava dal petto muscoloso sulla mia schiena. L’odore di sesso, di verdura fresca, di sudore e di sperma era denso, animale. «Sto per riempirti di nuovo,» grugnì. «Voglio che il mio seme ti coli fuori per tutto il pomeriggio mentre servi i clienti.»
Accelerò, diventando quasi feroce. I suoi fianchi sbattevano così forte che la cassa sotto di me si spostava. Venni una terza volta, più profonda, un orgasmo anale che mi fece perdere la vista per qualche secondo. Allora Ravi spinse fino alle palle e si svuotò. Sentii i fiotti potenti, caldi, densi, schizzare contro le pareti interne del mio retto, aggiungendosi al primo carico. Ne aveva tantissima. Il mio culo era così pieno che la sborra cominciò a colare intorno al suo cazzo ancora piantato dentro di me, rivoli bianchi e spessi che mi scendevano lungo le cosce fino alle caviglie.
Rimase dentro a lungo, pulsando, mentre io tremavo violentemente, le gambe molli, il respiro rotto. Mi baciò la nuca con una tenerezza sorprendente dopo tutta quella violenza. «La prossima volta ti porto un plug. Voglio che lo porti tutto il giorno mentre lavori, così il tuo culo resta sempre pronto per me.» Annuii, ancora incapace di parlare, il corpo che fremeva di piacere post-orgasmico.
Ci ricomponemmo appena in tempo. Il titolare tornò, ignaro, parlando di conti. Io sorridevo, le mutandine fradice, il culo che stillava sborra a ogni passo, le gambe deboli. Ravi caricò l’ultima cassa sul furgone e se ne andò con un ultimo sguardo famelico. Tutto sembrava tornato alla normalità.
Ma l’ultima cosa che pensai, mentre il titolare mi passava accanto senza sospettare nulla, fu che niente di tutto questo era mai realmente accaduto: quei sussurri anonimi nel magazzino erano solo le mie fantasie più sporche, scritte di nascosto sul telefono durante le pause per venire con due dita nel culo, sognando un Ravi che non aveva mai osato toccarmi davvero.
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