Ritorno Desiderato sul Tetto: Il Culo della Mia Ex
Marco, architetto di 32 anni, ritrova sul tetto la sua ex Nadia di 29 e le scopa il culo fino a venirle dentro.
Marco, architetto di trentadue anni, salì le scale strette e buie che portavano al tetto del vecchio palazzo dove aveva vissuto due anni intensi con Nadia. A ventinove anni lei era una grafica sensuale, capace di trasformare un semplice layout in un’opera d’arte erotica con la stessa abilità con cui muoveva i fianchi sotto di lui. Quella notte Marco era tornato solo per recuperare alcuni rotoli di progetti architettonici e due hard disk dimenticati nell’appartamento dopo la separazione. Non si aspettava di trovarla lì, eppure quando spinse la porta di metallo arrugginito e uscì all’aperto, sotto un cielo nero punteggiato di stelle, la vide subito.
Nadia era in piedi vicino al parapetto, una sigaretta tra le dita, il fumo che saliva lento come un sospiro trattenuto. Indossava un abitino corto di cotone rosso scuro, così aderente da sembrare una seconda pelle. Il tessuto si tendeva sul seno pieno, seguiva la curva stretta della vita e terminava a metà coscia, lasciando scoperte le gambe lunghe e toniche. Ogni volta che spostava il peso da un piede all’altro, l’orlo saliva pericolosamente, rivelando la parte inferiore delle natiche sode e rotonde. La brezza leggera le faceva aderire il vestito al corpo, delineando i capezzoli già turgidi. Marco sentì un calore improvviso all’inguine. Il cazzo gli si ingrossò nei pantaloni al solo ricordo di quante volte aveva piegato quel culo sul parapetto stesso, affondandoci dentro fino a farla tremare.
Lei si voltò. I capelli neri le ricaddero su una spalla. Gli occhi castani si spalancarono per un istante, poi si strinsero in un sorriso complice, quasi predatorio. «Marco…» mormorò con quella voce bassa, calda, che un tempo gli sussurrava porcherie mentre lui la sodomizzava. Spense la sigaretta schiacciandola contro la pietra. «Sei l’ultima persona che pensavo di vedere qui stasera.»
«Sono venuto a prendere delle cose che avevamo lasciato» rispose lui, avvicinandosi piano. La distanza tra loro si ridusse in pochi passi. «Non immaginavo che tu venissi ancora su questo tetto.»
Nadia inclinò la testa, lasciando che lo sguardo di lui le scorresse addosso senza pudore. «Questo tetto è sempre stato nostro. Ci venivo quando volevo ricordare come mi facevi urlare.» Le sue parole caddero pesanti tra loro, cariche di memoria esplicita. Marco rivide nella mente le immagini del passato: Nadia chinata proprio lì, il vestito sollevato, il culo lucido di saliva mentre lui le spingeva due dita nel buco stretto prima di sostituirle con il cazzo. Sentì la gola secca. Anche lei era eccitata; lo capiva dal modo in cui stringeva le cosce, dal respiro leggermente più rapido, dai capezzoli che premevano contro il tessuto come due piccole pietre.
La tensione erotica scattò immediata, palpabile. Si guardavano senza parlare, ma i loro corpi ricordavano tutto: il sapore della pelle, il suono degli schiaffi delle anche contro le natiche, il modo in cui lei contraeva l’ano intorno alla sua cappella quando stava per venire. Entrambi erano soli, sotto le stelle, e l’aria sembrava vibrare di desiderio reciproco.
Nadia fece un passo avanti, ancheggiando in modo deliberato. Il vestito salì ancora, mostrando l’attaccatura delle natiche. Si fermò a pochi centimetri da lui, tanto vicina che Marco sentiva il calore del suo corpo. «Sai cosa mi è mancato di più?» disse con voce calda, quasi un ronfare. «Il modo in cui mi prendevi da dietro. Forte. Senza fermarti. Il tuo cazzo grosso che mi apriva il culo centimetro dopo centimetro fino a quando non ce l’avevi tutto dentro e mi sbattevi come se volessi sfondarmi.»
Marco non resistette. L’afferrò per i fianchi, attirandola contro di sé con un gemito soffocato. Le mani affondarono nella carne morbida mentre le loro bocche si scontravano in un bacio vorace. Le lingue si intrecciarono, umide e aggressive. Nadia gli morse il labbro inferiore, poi gli sussurrò direttamente nell’orecchio, il fiato bollente: «Voglio di nuovo il tuo cazzo nel culo, Marco. Qui. Adesso. Scopami il buco come facevi una volta. Riempimi di sborra fino a farmela colare lungo le gambe. Ti prego… ne ho bisogno quanto te.»
Quelle parole li spinsero oltre ogni limite. Il desiderio era crudo, consenziente, selvaggio. Non c’era più spazio per i ricordi: solo carne, bisogno e il tetto che era sempre stato il loro altare privato.
Nadia si voltò di scatto e si chinò sul parapetto, allargando le gambe. Inarcò la schiena e sollevò da sola l’abitino fino alla vita, offrendo senza pudore il sedere sodo e perfetto. Non portava niente sotto. La figa era già fradicia, le labbra gonfie e lucide di umori che brillavano alla luce della luna. Sopra, il buco del culo rosa e stretto pulsava leggermente, come se lo stesse già chiamando.
Marco si inginocchiò dietro di lei. Il profumo della sua eccitazione lo colpì come una droga. Appoggiò le mani sulle natiche e le separò con decisione, poi affondò la lingua nella figa calda, leccando avidamente dal clitoride fino all’apertura, succhiando i succhi dolci che gli colavano sul mento. Nadia gemette forte, spingendo indietro il bacino. «Sì… leccami tutta… cazzo, quanto mi è mancata la tua lingua.»
Lui risalì, lento e famelico, fino al buco del culo. Lo circondò con la punta della lingua, poi lo penetrò, spingendo dentro quanto poteva, lubrificandolo con abbondante saliva densa. Il sapore era intenso, proibito, perfetto. Infilò due dita nella figa fradicia, le mosse dentro e fuori raccogliendo umori, poi le spinse lentamente nel culo, allargandolo con movimenti circolari. Nadia tremava, le gambe che vibravano. «Preparalo bene… voglio sentirti tutto dentro, fino alle palle.»
Quando fu pronto, Marco si alzò. Aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo duro, spesso, la cappella lucida di precum. Prima glielo infilò nella figa, in piedi, afferrandola per i fianchi e affondando con un colpo solo fino in fondo. La passera di Nadia lo strinse calda e bagnata, risucchiandolo. Iniziò a scoparla con spinte potenti, facendo sbattere i testicoli contro il clitoride. Il suono osceno della carne umida riempiva la notte.
«Più forte… sfondami la figa prima di passare al culo» ansimò lei, la voce rotta.
Dopo alcuni minuti la tirò fuori, lucida dei suoi umori. Posizionò la grossa cappella contro il buco del culo e spinse. L’anello stretto cedette lentamente, inghiottendolo. Marco entrò millimetro dopo millimetro, godendo della pressione incredibile intorno al cazzo. Quando fu tutto dentro, fino alla base, cominciò a muoversi, prima piano, poi sempre più deciso, pompando nel culo caldo e stretto di Nadia.
Cambiò posizione. Si accovacciò leggermente dietro di lei, piegando le gambe per avere più leva e un’angolazione più aggressiva. Le sue spinte divennero profonde, dominate, quasi brutali. Nadia si masturbava freneticamente, due dita che sfregavano il clitoride gonfio mentre gemeva senza controllo. «Sì… così… mi stai spaccando il culo… non ti fermare, Marco!»
Lui le strinse le natiche, separandole ancora di più per guardare il cazzo che entrava e usciva dal buco dilatato. «Prendi tutto, troia. Questo culo è mio stasera. Lo riempio fino a farti colare la mia sborra per giorni.» Le parole sporche erano parte del loro gioco consenziente, e lei gemeva più forte a ogni insulto.
Il piacere salì rapido, incontrollabile. Marco accelerò, le spinte potenti e profonde, i fianchi che sbattevano contro le natiche con schiocchi secchi. Quando sentì l’orgasmo arrivare, spinse fino in fondo e rimase lì, pulsando. Gettò la testa indietro con un grugnito animale e venne, schizzando potenti getti di sborra calda e densa direttamente dentro il retto di Nadia, riempiendola fino all’orlo.
Rimasero così, ansimanti, sudati, uniti solo dal cazzo ancora sepolto nel culo. Quando Marco si ritrasse lentamente, il buco dilatato non si chiuse subito. La sborra bianca cominciò a colare fuori in rivoli lenti, scendendo lungo le natiche sode, sulle cosce, gocciolando sul pavimento del tetto.
La fece voltare. Si baciarono teneramente, le lingue che si accarezzavano con dolcezza dopo la furia selvaggia. I corpi erano madidi di sudore, i respiri pesanti.
Nadia sorrise maliziosa, gli occhi ancora velati di piacere, mentre la sborra continuava a colarle dal culo. «Il tetto è sempre stato il nostro posto, Marco. Tornerò ogni volta che vorrai prendermi di nuovo il culo.»
Ma proprio mentre le loro labbra si separavano, un rumore di passi pesanti echeggiò sulle scale di metallo sotto di loro. Qualcuno stava salendo. I loro sguardi si incrociarono: eccitazione, allarme, desiderio ancora vivo e pulsante. Nadia strinse la mano di Marco, il vestito ancora sollevato, la sborra che le scendeva lungo le gambe, il corpo tremante. Non era finita. Anzi, quella interruzione improvvisa accendeva una nuova tensione, un rischio che poteva portarli a essere scoperti… o a nascondersi insieme da qualche parte, pronti a ricominciare da capo.
Marco le strinse la mano con urgenza e la trascinò senza fiato verso l’angolo nord del tetto, dove un vecchio comignolo di mattoni anneriti dal tempo creava una nicchia stretta e buia, appena sufficiente a nasconderli. Il cuore di Marco batteva così forte che temeva potesse sentirlo anche il custode in arrivo. Nadia lo seguiva docile, i tacchi che quasi non toccavano terra, il vestitino rosso ancora arrotolato sopra i fianchi come una cintura inutile. La sborra densa che lui le aveva appena scaricato nel culo le colava copiosa lungo l’interno delle cosce, lasciando strisce calde e viscose che brillavano sotto la luce debole della luna. Ogni passo le provocava un fremito profondo: sentiva l’ano ancora dilatato, pulsante, che continuava a spingere fuori piccoli rivoli bianchi che le bagnavano le labbra gonfie della figa.
Si schiacciarono contro il muro ruvido. Il corpo di Nadia aderiva perfettamente a quello di Marco, schiena contro petto, il sedere nudo premuto contro il cazzo di lui che, nonostante l’orgasmo di poco prima, stava tornando a indurirsi con rapidità sorprendente. «Cazzo, Marco… è il vecchio Gino, il custode,» sussurrò lei con voce roca, le labbra che sfioravano l’orecchio di lui. «Se ci trova qui con il tuo sperma che mi esce dal buco del culo, non so se riderà o chiamerà la polizia.»
Marco le circondò la vita con un braccio, la mano grande che risaliva a stringerle un seno ancora libero sotto il tessuto. «Eppure sei fradicia lo stesso, troia,» ringhiò piano, mordendole la nuca. Dentro di sé pensava che era una pazzia totale: aveva trentadue anni, era un architetto rispettato, eppure eccitarlo fino a quel punto era solo il culo della sua ex di ventinove anni, ancora pieno della sua prima sborra, mentre un estraneo camminava a pochi metri da loro. Il pericolo lo stava facendo impazzire. Il cazzo gli diventava di pietra.
La porta di metallo cigolò del tutto. Gino uscì sul tetto, torcia in mano, fischiettando stonato. Si fermò esattamente dove Nadia era stata chinata prima, illuminò il parapetto, poi sospirò e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Il clic dell’accendino risuonò come uno sparo nel silenzio. Il fumo salì lento. L’uomo sembrava intenzionato a restare lì un po’.
Nadia ruotò il bacino con malizia, strusciando le natiche nude contro la verga ormai durissima di Marco. La mano di lei scese tra i loro corpi, avvolse l’asta spessa e cominciò a segarlo lentamente, usando la sborra residua come lubrificante. «Lo senti quanto sei di nuovo duro? Ti eccita rischiare di farti beccare mentre mi scopi il culo un’altra volta, vero?» La sua voce era appena un soffio caldo. Marco le infilò due dita nella figa fradicia, raccogliendo umori densi, poi le portò sul clitoride e lo massaggiò in cerchi stretti. Nadia tremò, mordendosi il labbro inferiore fino a farsi male.
Il custode fece qualche passo verso il centro del tetto. Marco immobilizzò Nadia contro il muro con il peso del corpo. Il suo cazzo, ormai viola e gonfio, era incastrato tra le natiche di lei. «Non ti muovere,» le ordinò all’orecchio. Ma Nadia, invece di obbedire, inarcò la schiena e spinse all’indietro, facendo scivolare la cappella proprio contro il buco ancora aperto e lubrificato. La sborra precedente colava fuori in un rivolo continuo, bagnandogli le palle.
Marco non resse più. Con una mano le tappò la bocca, con l’altra guidò il cazzo. La cappella premette contro l’anello muscolare ancora morbido e cedette subito, scivolando dentro con un suono umido e osceno. Nadia spalancò gli occhi, gemendo contro il palmo di lui. Centimetro dopo centimetro, Marco le affondò tutto il cazzo nel culo, godendo della sensazione setosa e calda della sborra precedente che veniva spinta più in profondità, creando uno scivolamento perfetto e sporco. Quando le palle sbatterono contro la figa bagnata, lui rimase fermo, assaporando la stretta incredibile.
«Così… tutto dentro di nuovo,» ansimò Nadia appena lui allentò la mano. «Sento la tua sborra che mi gorgoglia nel culo ogni volta che respiri.»
Marco iniziò a muoversi. Spinse lento, profondo, controllato, per non fare rumore. Ogni affondo faceva tremare le gambe di Nadia. Lui guardava in basso, ipnotizzato: il suo cazzo spesso che spariva tra quelle natiche sode, usciva lucido di sborra bianca, poi affondava di nuovo, allargando l’ano in un cerchio perfetto e osceno. Il custode era a meno di cinque metri. Poteva voltarsi da un momento all’altro.
L’eccitazione divenne insopportabile. Nadia si toccava il clitoride con furia, due dita che sfregavano rapide mentre Marco le sodomizzava il culo con colpi sempre più decisi. «Più forte,» implorò lei in un soffio. «Sbattimi il culo come se volessi spaccarmelo.» Marco le strinse un fianco e aumentò il ritmo, facendo sbattere piano la pelle contro pelle. Il suono era bagnato, indecente. La sborra cominciava a schizzare fuori a ogni spinta, colando in fili spessi sulle cosce di lei e sul cazzo di lui.
Gino si mosse di nuovo. Questa volta camminò proprio nella loro direzione, la torcia che ondeggiava. I due amanti si bloccarono. Marco rimase sepolto fino alla radice nel culo di Nadia, il cazzo che pulsava rabbioso dentro di lei. Lei contraeva ritmicamente l’ano intorno a lui, massaggiandolo, strizzandolo, quasi volesse mungerlo. Il custode passò a due metri da loro, illuminando il pavimento. La pozza di sborra che era colata prima brillava debolmente. Gino si fermò un secondo, aggrottò la fronte, poi scosse la testa e continuò verso le scale. La porta di metallo si chiuse con un clangore definitivo.
Appena furono soli, Marco perse ogni controllo. Tirò fuori il cazzo quasi del tutto e lo spinse di nuovo dentro con violenza, scopandola il culo come un animale. I colpi erano forti, secchi, le palle che sbattevano contro la figa fradicia. Nadia urlò di piacere senza più trattenersi, la voce che echeggiava tra i tetti. «Sì! Così! Spaccami il culo, Marco! Riempimi un’altra volta!»
Lui le afferrò i capelli neri, tirandole la testa indietro mentre la martellava senza pietà. Il buco del culo di Nadia era ormai completamente aperto, un tunnel caldo e scivoloso che accoglieva ogni centimetro con avidità. Marco sentiva la seconda ondata di piacere salire dalle palle, incontenibile. Le schiaffeggiò una natica con forza, lasciando il segno rosso sulla pelle.
«Sto per venirti di nuovo dentro, troia. Ti riempio il retto fino a fartelo colare per giorni,» ringhiò.
Nadia venne per prima, con un grido strozzato. L’orgasmo la squassò, l’ano che si contraeva spasmodicamente intorno al cazzo di Marco, strizzandolo come una mano calda. La figa schizzò umori caldi sulle gambe di entrambi. Marco la seguì con un ruggito basso, spingendo fino alle palle e restando lì. Il cazzo pulsò violentemente, sparando getti potenti di sborra spessa che si mescolarono al primo carico, gonfiandole il culo fino a farle sentire la pancia piena. Rimase dentro mentre finiva di svuotarsi, godendo di ogni contrazione.
Quando finalmente si ritrasse, il buco del culo di Nadia rimase spalancato per lunghi secondi, un cratere rosato e dilatato da cui sgorgava una vera e propria cascata di sborra bianca densa. Colava senza sosta, scendendo lungo le natiche, le cosce, fino a formare una pozza evidente tra i suoi piedi. Nadia tremava, le gambe molli, il respiro spezzato.
Si voltarono l’uno verso l’altra. Si baciarono lentamente, quasi con tenerezza, le lingue che si accarezzavano pigre dopo la furia selvaggia. Marco le abbassò il vestito con cura, coprendo il corpo sudato e segnato. Nadia gli sistemò i pantaloni, sfiorandogli il cazzo ancora mezzo duro con un ultimo tocco affettuoso.
«Il tetto è ancora nostro,» mormorò lei con voce roca, sorridendo.
Scesero le scale in silenzio, mano nella mano, i corpi ancora caldi e odorosi di sesso. Quando arrivarono al pianerottolo del vecchio appartamento, si salutarono con un ultimo bacio lungo. Marco sparì giù per le scale, convinto che fosse stato solo un magnifico caso.
Nadia rimase sola nel corridoio buio. Si passò una mano tra le gambe, sentendo ancora la sborra calda che le colava fuori dal culo e le bagnava le mutandine che aveva infilato in fretta. Un sorriso segreto, quasi trionfante, le illuminò il viso. Marco non avrebbe mai saputo che era stata lei a telefonare al suo studio tre giorni prima, fingendo di essere la segretaria di un cliente importante, per scoprire esattamente quando sarebbe passato a ritirare quei rotoli e quegli hard disk. Aveva lasciato tutto lì apposta. Aveva scelto il vestito rosso, aveva deciso di non mettere le mutande, aveva aspettato sul tetto sapendo che lui sarebbe salito. Tutto calcolato. Tutto desiderato. Il suo segreto più sporco e dolce. E mentre sentiva il sperma di lui scenderle ancora lungo le gambe, Nadia pensò che, se avesse voluto, avrebbe trovato un altro modo per farlo tornare. Perché quel culo era di Marco, e lo sarebbe stato ancora, ogni volta che lei lo avesse deciso.
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