Resa Notturna della Divorziata: Il Mio Culo per il Vicino
Una divorziata di 42 anni dona il culo vergine al vicino Trent in una notte di sesso anale selvaggio.
Miriam chiuse la portiera del furgone noleggiato e si voltò a guardare la villetta. Quarantaquattro anni, corpo morbido e curvilineo, seni generosi che premevano sotto la maglietta leggera, fianchi larghi e un sedere rotondo che le faceva tendere i jeans in modo indecente: dopo il divorzio voleva solo silenzio e un giardino tutto suo. Il sole del tardo pomeriggio batteva sul vialetto quando lui spuntò dal cancello di fianco.
Trent aveva trentotto anni, era architetto, spalle larghe, braccia segnate dall’allenamento, sorriso sicuro che le arrivò dritto tra le cosce. «Hai bisogno di una mano con quelle scatole, Miriam?»
Lo lasciò entrare. Mentre saliva le scale con due scatoloni, Miriam non riusciva a staccare lo sguardo dal modo in cui i jeans gli avvolgevano il culo e le cosce. Trent la guardava a sua volta: ogni volta che lei si chinava, lo scollo le scivolava e lui beveva la vista. «Hai un sedere… provocante», le disse a voce bassa, senza giri di parole, mentre sistemavano l’ultima scatola in salotto. «Da quando ti ho vista scaricare i mobili ieri, non penso ad altro. Quel culo pieno, tondo, che chiede solo di essere preso.»
Il calore le salì alle guance e più in basso. Si morsi il labbro. «Sei diretto.»
«Sono onesto. E tu arrossisci in un modo che mi fa venire voglia di spogliarti subito.»
Quella sera Miriam lo invitò a una cena improvvisata: pasta al forno, vino rosso, candele sul tavolo del soggiorno. Seduti uno di fronte all’altra, le ginocchia si sfioravano. Trent le riempì il bicchiere e la fissò.
«Ho fantasticato su di te», ammise Miriam, la voce roca. «Sul vicino atletico che mi aiuta a spostare i mobili. Il mio ex… non voleva mai. Diceva che era sporco. Io invece… voglio sapere com’è. Voglio il piacere proibito che mi ha sempre negato.»
Trent si sporse, la mano le posò sulla coscia. «Sei pronta a donarmi il tuo culo, Miriam? Quel buco vergine che non ha mai preso un cazzo?»
Lei deglutì, gli occhi lucidi di eccitazione. «Sì. Te lo do. Voglio sentirtelo dentro.»
Si alzarono insieme. Trent la spinse contro il muro e la baciò a bocca aperta, lingua calda e insistente. Miriam gli affondò le dita nei capelli mentre lui le sbottonava i jeans e glieli faceva scivolare giù insieme alle mutandine. La sua mano grande le girò il bacino, le dita scivolarono tra le natiche morbide e si fermarono sull’ano chiuso, ancora intatto. Lo stuzzicò con un cerchio leggero, poi premette solo la punta di un dito. Miriam gemette nel bacio.
«Cazzo, sei stretta», borbottò lui. «E già bagnata di desiderio.»
La condusse al divano. Miriam si mise a quattro zampe senza che glielo chiedesse, schiena inarcata, sedere alto e offerto. Trent le aperse le natiche con i pollici e le leccò l’ano con la lingua piatta e calda. Miriam urlò un gemito, le cosce le tremavano. Lui le bagnò il buco di saliva, spinse la lingua dentro il più possibile, poi aggiunse due dita lubrificate con l’olio che aveva preso dalla cucina. Le dita entrarono lente, strette, aprendola con pazienza mentre lei spingeva indietro contro la mano.
«Così… più a fondo», sospirò Miriam. «Voglio il tuo cazzo.»
Trent si liberò dei jeans. Il cazzo gli era duro, grosso, venato, la testa lucida di liquido. Si pose dietro di lei, le spalmò altro olio sull’ano e sulla propria lunghezza, poi premette. Il glande sfiorò l’anello di muscolo; Miriam respirò a fondo e spinse all’indietro. Entrò centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti caldissime e verginali stringerlo come una morsa. Quando fu a metà, si fermò, le accarezzò i fianchi.
«Tutto intero», gli ordinò lei con voce rotta. «Riempimi il culo.»
Lui spinse fino in fondo. Miriam lanciò un grido di piacere puro, la fronte sul cuscino, le dita aggrappate al tessuto. Trent iniziò a scoparla: spinte lunghe e potenti che le facevano ondeggiare i seni, alternate a rotazioni lente del bacino che le sfregavano ogni centimetro interno. Il suono bagnato e osceno delle sue natiche che battevano contro il suo ventre riempiva la stanza. Miriam gemette il suo nome, il culo che le bruciava di una stretta deliziosa e si apriva sempre di più per lui.
Dopo alcuni minuti Trent si sedette sul divano e la fece montare al contrario, reverse cowgirl. Miriam si abbassò sul suo cazzo, guidandolo di nuovo nel proprio ano, e iniziò a saltellare. Trent le stringeva i fianchi con forza, le alzava e abbassava il bacino, poi le schiaffeggiò le natiche a palme aperte. Ogni sberla le faceva stringere il buco intorno a lui; Miriam urlava di godimento, una mano tra le gambe a strofinarsi il clitoride.
«Prendi tutto», le diceva Trent, la voce roca. «Il tuo culo vergine è mio stasera. Stai venendo solo con il culo, vero?»
«Sì… sì, cazzo, sto venendo!» Miriam si irrigidì, l’orgasmo anale la scosse con contrazioni violente che le strinsero il cazzo di Trent in pulsazioni ritmiche. Gemette forte, il corpo che le tremava, il succo che le colava dalla figa sulle palle di lui.
Trent non resse oltre. La tenne ferma sulle sue cosce, spinse verso l’alto con tre colpi profondi e scoppiò dentro di lei. Getti caldi e spessi le riempirono l’intestino; Miriam sentì ogni schizzo e tremò di nuovo, l’ano che pulsava intorno a lui mentre lui le veniva nel culo fino all’ultima goccia.
Rimasero così, sudati, ansimanti, il cazzo di Trent ancora sepolto e molle che le colava sborra lungo la coscia. Miriam si lasciò cadere all’indietro contro il suo petto, la schiena appiccicata alla sua pelle calda. Trent le baciò la spalla, le mani ancora posate sui seni morbidi.
«Non ho finito con te», mormorò contro il suo orecchio. «Questa notte è solo iniziata. Voglio vederti di nuovo a quattro zampe, e poi voglio farti venire con la lingua nel culo finché non mi supplicherai di rimettercelo.»
Miriam chiuse gli occhi, il sorriso sazio e già di nuovo affamato. Fuori la villetta era silenziosa, ma dentro di lei la tensione non si era affatto spenta: sentiva ancora il caldo della sua sborra e sapeva che Trent non l’avrebbe lasciata riposare a lungo.
Trent non le diede tregua. Ancora sepolto in lei, il cazzo che si rinvigoriva piano piano, le fece scivolare le mani sotto i seni pesanti e li strinse, i pollici che le stuzzicavano i capezzoli già duri. Miriam ansimava, la schiena appiccicata al suo petto peloso, sentendo la sborra calda che le colava giù dalle natiche e le bagnava le cosce. Lui le baciò il collo, i denti che le graffiavano la pelle, e mormorò contro l’orecchio: «Alzati. Voglio leccarti quel culo pieno della mia sborra.»
Lei obbedì, le gambe ancora tremanti. Si mise di nuovo a quattro zampe sul divano, il sedere alto, le natiche aperte che mostravano l’ano rosso e gonfio, ancora pulsante, con un filo di liquido bianco che le usciva. Trent le si inginocchiò dietro, le mani grosse che le tenevano le cosce, e le affondò la faccia. La lingua calda le leccò tutto, raccogliendo la propria sborra e spingendola di nuovo dentro il buco stretto. Miriam gemette forte, la fronte contro il bracciolo, le dita che affondavano nei cuscini. «Cazzo, Trent… così… più a fondo…»
Lui le allargò le natiche con i pollici e le spinse la lingua il più possibile, leccando, succhiando, le labbra che le baciavano l’anello di muscolo. Due dita le entrarono di nuovo, scivolose di olio e di sborra, e le aprirono mentre la lingua le girava intorno. Miriam spingeva indietro, il clitoride che le pulsava, e una mano scese a strofinarselo con fretta. «Mi fai venire di nuovo… solo con la lingua… oh dio…»
Trent la leccò con più forza, le dita che le strofinavano il punto più sensibile dentro l’ano, finché Miriam non scoppiò. L’orgasmo la scosse a ondate, l’ano che le si contrasse intorno alle dita di lui, un urlo lungo che le uscì dalla gola mentre le cosce le tremavano incontrollate. Il succo le colò dalla figa, bagnandogli il mento. Lui non si fermò, continuò a leccare finché lei non fu un groviglio di gemiti e sudore.
Quando Miriam crollò sul fianco, ansimante, Trent si alzò e se la tirò su. «In camera. Voglio farti venire sul letto, col culo all’aria.» Lei annuì, le gambe molli, e lo seguì su per le scale. Nella stanza ancora piena di scatoloni, si sdraiò a pancia in giù, il cuscino sotto i fianchi per alzare il sedere. Trent le si mise sopra, il cazzo di nuovo duro e gocciolante, e le spalmò l’olio rimasto sull’ano gonfio. «Dimmi che lo vuoi ancora», le ordinò, la voce roca.
«Lo voglio. Rimettilo dentro. Scopami il culo finché non riesco più a camminare», rispose Miriam, girando la testa per guardarlo. Gli occhi le brillavano di fame. Trent premette il glande contro l’anello ancora aperto e scivolò dentro con un solo colpo lungo. Miriam urlò di piacere, le unghie che strappavano le lenzuola. Lui iniziò a scoparla con spinte profonde e regolari, le palle che le battevano contro la figa bagnata, il suono umido e osceno che riempiva la stanza. Ogni spinta le faceva ondeggiare i seni morbidi contro il materasso; lei spingeva indietro, prendendo tutto, il culo che gli stringeva come una morsa calda.
«Più forte», gemette. «Rompi il mio culo vergine. È tuo.»
Trent accelerò, le mani che le affondavano nei fianchi grassocci, le dita che le lasciavano segni rossi. Le diede schiaffi sonori sulle natiche, alternando destra e sinistra, finché la pelle non le arrossì. Ogni sberla le faceva contrarre l’ano intorno al suo cazzo; Miriam piangeva di godimento, la saliva che le colava dal labbro. Lui si piegò su di lei, il petto contro la sua schiena sudata, e le morse la spalla mentre le diceva all’orecchio: «Senti come ti apro. Il tuo buco è tutto mio stanotte. Vuoi che ti venga di nuovo dentro?»
«Sì… riempimi… voglio sentire la tua sborra calda nel culo…»
Trent la girò di scatto, la mise a cavalcioni di fronte a lui, le cosce aperte. Miriam scese sul suo cazzo, l’ano che lo inghiottì fino alla radice. Si mise a saltare, le tette che ballavano, le mani appoggiate sul suo petto largo. Trent le stringeva i fianchi e la alzava e abbassava con forza, i muscoli delle braccia che si tendevano. Lei si masturbava il clitoride con due dita veloci, gli occhi chiusi, la bocca aperta in un gemito continuo. «Sto per venire… cazzo… di nuovo…»
L’orgasmo la colpì come un pugno. Si irrigidì, l’ano che le pulsava in contrazioni violente intorno al cazzo di Trent, un grido acuto che le spezzò la voce. Lui la tenne ferma e spinse verso l’alto con colpi corti e profondi, finché non esplose. Getti spessi le riempirono di nuovo l’intestino; Miriam li sentì, caldi e densi, e tremò ancora, il corpo che le scosse in postumi dolci. Trent ruggì il suo nome, le dita che le affondavano nelle natiche mentre le scaricava ogni goccia.
Rimasero abbracciati, sudati, il cazzo di lui ancora dentro, molle e che colava. Miriam gli appoggiò la fronte sulla spalla, il respiro caldo. «Non ho mai… mai sentito niente del genere», sussurrò. Trent le accarezzò i capelli umidi, le baciò la tempia. «E non è finita. Tra poco ti metto di nuovo a quattro zampe e ti leccio finché non mi supplichi di rimettercelo.»
Lei sorrise, già affamata di nuovo. Si staccarono piano; Miriam sentì la sborra che le scendeva lungo la coscia interna e ne fu eccitata. Si sdraiarono sul letto sfatto, le dita di Trent che le tracciavano cerchi lenti sull’ano ancora aperto e sensibile. Lei gli prese il cazzo in mano, lo accarezzò finché non tornò duro, e lo guidò di nuovo tra le natiche. Questa volta fu lei a spingere indietro, centimetro dopo centimetro, finché non lo ebbe tutto. «Fammelo piano… voglio sentirlo tutto», mormorò.
Trent le scopò il culo con lunghe spinte lente, le mani che le massaggiavano i seni, i capezzoli tra le dita. Miriam gemette il suo nome, il piacere che le saliva a ondate, finché non venne di nuovo, le cosce che le tremavano, l’ano che gli stringeva a ritmo. Lui la seguì, un’altra scarica calda che le riempì, e questa volta le leccò via la sborra mentre lei era ancora a pancia in giù, la lingua che la ripuliva e la faceva gemere di nuovo.
Quando infine si accoccolarono, il sole era già tramontato da un pezzo. Miriam, con la testa sul petto di Trent, gli accarezzava i peli con le dita. Il corpo le doleva in modo delizioso, l’ano pulsava ancora pieno del suo seme. Ma già stava pensando. Domani avrebbe chiamato il noleggio per prolungare il furgone di un giorno, avrebbe inventato una scusa sulle scatole rimaste, e avrebbe invitato Trent a cena di nuovo. Questa volta avrebbe preparato il lubrificante nuovo, comprato apposta, e si sarebbe messa quel vestitino corto senza mutandine. Gli avrebbe chiesto di legarle i polsi al letto e di usarne solo il culo per ore, finché non l’avesse fatta venire solo con le spinte. Magari lo avrebbe fatto venire tre volte di fila, e alla fine gli avrebbe detto di lasciarla piena e di tornare la notte dopo, e quella dopo ancora. Il giardino poteva aspettare. Lei voleva solo il suo cazzo nel culo, notte dopo notte, finché non fosse diventata la sua puttana anale abituale.
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