Tempesta sul Pontile: La Prima Volta Nel Culo Della Mia Migliore Amica

Durante un temporale, il carpentiere ventottenne Damon e la barista ventiseienne Talia si fanno il primo scopata anale sul pontile.

12 min read September 21, 2026New

La pioggia arrivò senza preavviso, densa e calda come un pugno sul pontile di legno del lago. Damon, ventotto anni, carpentiere dalle spalle larghe e dalle mani callose, stava sistemando l'ultima tavola quando il cielo si spaccò. Talia, ventisei anni, barista dal corpo snello e dai capelli scuri raccolti in fretta, era venuta a portargli un caffè e a chiacchierare come facevano da mesi. Ora erano soli, bloccati a metà del pontile lungo, l'acqua del lago che ribolliva sotto di loro e il temporale che li avvolgeva.

«Merda, Damon, guarda che casino!» Talia rise, già fradicia, la maglietta bianca aderente al seno, i capezzoli scuri che spingevano contro il tessuto trasparente. Il jeans corto le scivolava sui fianchi bagnati. Lui la guardò e sentì il cazzo muoversi nei pantaloni di lavoro. Da mesi la guardava così, da mesi sapeva che lei lo guardava allo stesso modo quando chiudeva il bar tardi e lui passava a prenderla.

«Vieni sotto la tettoia, prima che ti porto via il vento», disse lui, afferrandole un polso. Le dita di lei scivolarono sulla sua pelle bagnata, un contatto deliberato. Corsero i pochi metri fino al riparo di legno consumato all'estremità del pontile. La pioggia batteva sul tetto, un rumore sordo e costante. I vestiti di entrambi erano trasparenti, attaccati alla pelle. Talia tremava un po', non dal freddo.

«Sei bagnata da capo a piedi», mormorò Damon, la voce bassa. Gli occhi le scorsero il corpo: seni pieni, ventre piatto, cosce sode. Talia lo fissò a sua volta, la maglietta di lui aperta sul petto peloso, i pantaloni che disegnavano il cazzo già mezzo duro.

«Anche tu.» Lei fece un passo avanti. L'odore di legno bagnato e di lei — caffè, vaniglia, pioggia — gli riempì il naso. «Sai da quanto tempo ti guardo mentre lavori qui? Da quanto tempo mi tocco la sera pensando a queste mani?»

Damon sentì il sangue battere alle tempie. «Talia…»

«Lo voglio da mesi», ammise lei con voce rauca, senza giri di parole. «Te. Così. Bagnata e scopata.»

Lui non resistette. La afferrò per la nuca e la baciò con una fame grezza, lingua che spinse subito dentro, denti che le morsero il labbro inferiore. Talia gemette nella sua bocca, le mani che gli strappavano la maglietta. Si baciarono come due che sapevano esattamente dove sarebbero finiti. Le dita di Damon scesero lungo la schiena, sotto la gonna di jeans fradicia, e le strinsero il culo sodo a mani piene. Talia spinse indietro, offrendosi.

«Più giù», sussurrò contro le sue labbra. «Toccami dove voglio.»

Lui le allargò le chiappe, il medio che scivolò lungo la fessura bagnata di pioggia e di lei. Trovò il buchetto stretto e lo sfiorò. Talia sussultò, le unghie conficcate nelle sue spalle.

«Voglio sentirti nel culo», disse chiaro, guardandolo negli occhi. «La prima volta. Adesso. Qui. Non me ne frega un cazzo della pioggia. Fottimelo.»

Damon sentì il cazzo pulsare dolorosamente. «Sicura?»

«Sicura da mesi. Dilatami. Leccamelo. Poi mettimelo dentro fino in fondo.»

La girò verso il parapetto di legno scuro. Talia si chinò, le mani aggrappate al bordo, il culo all'aria mentre Damon le tirò giù i jeans e le mutandine in un colpo solo. Il sedere era perfetto: sodo, rotondo, la pelle lucida di pioggia. La riga tra le chiappe lo chiamava. Si inginocchiò dietro di lei sull'asse bagnato, le divaricò le cosce e le spinse la faccia contro. La lingua partì dalla figa già grondante e salì dritta al buco del culo. Talia gemette alto, un suono animale che si perse nel temporale.

«Cazzo, sì… leccalo, Damon… aprilo con la lingua…»

Lui lo fece. Lingua piatta che circondava l'anello stretto, poi la punta che spingeva dentro, rivoltando i bordi. Talia spingeva indietro, cercando di prendersi di più. Damon sputò sul buco, lo massaggiò con il pollice, poi ci infilò un dito lentamente. Il calore era pazzesco, la stretta quasi dolorosa. Aggiunse un secondo dito, le scissorò delicatamente, aprendo il passaggio.

«Respira», mormorò. «Così. Ti dilato bene. Vuoi il mio cazzo qui, vero?»

«Sì, cazzo, sì… mettilo… sono pronta…»

Si alzò. Si sbottonò i pantaloni, tirò fuori il cazzo grosso e duro, le vene in evidenza. Si strofinò la glande sul buchetto dilatato, cospargendolo di precome. Poi spinse. Lentamente. Il capo entrò con uno schiocco umido. Talia strinse i denti, un gemito lungo e basso.

«Cazzo quanto sei stretta…»

«Ancora… tutto…»

Damon le afferrò i fianchi e spinse centimetro dopo centimetro, sentendo l'anello che si apriva intorno al suo diametro. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, si fermò. La pioggia scorreva sulla schiena nuda di Talia, gli scendeva tra le chiappe, bagnava il punto dove erano uniti. Lei respirava a scatti.

«Muoviti», ordinò. «Fottimi il culo.»

Lui iniziò a spingere. Lunghe, profonde, ritmiche. Il legno del parapetto scricchiolava. Talia spingeva indietro a ogni colpo, prendendolo fino in fondo. Damon le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi sull'altra.

«Ti piace il mio cazzo nel culo, puttana?»

«Sì… più forte… schiaffeggiami e scopami…»

La fece alzare e la spinse contro un palo verticale del pontile. Talia si aggrappò al legno scuro, le gambe divaricate. Damon le entrò di nuovo da dietro, in piedi, spinte più veloci e profonde. Una mano le scese davanti, le dita che le trovavano il clitoride gonfio e lo strofinavano a cerchio. Talia si masturbava con lui, le dita intrecciate alle sue, gemendo senza vergogna.

«Damon… mi sto venendo… cazzo, mi viene dal culo…»

«Vieni. Stringimi il cazzo mentre ti spari.»

Lei venne con un urlo soffocato, l'anello anale che gli pulsava intorno al cazzo in ondate violente. Damon non si fermò. La girò di scatto, le sollevò una gamba e poi l'altra, le cosce intorno ai suoi fianchi. Talia si aggrappò al suo collo, il culo ancora pieno di lui mentre lui la teneva sospesa e la fotteva da davanti, entrando di nuovo nel buco aperto e scivoloso.

Schiaffi sul culo. Parolacce. «Questo culo è mio adesso. Lo voglio pieno di sborra. Dillo.»

«È tuo… riempilo… sborrami dentro il culo, Damon…»

Le spinte diventarono più brevi, più profonde. Talia si toccava di nuovo, il clitoride tra le dita, un secondo orgasmo che le saliva addosso mentre lui le martellava il sedere. Quando venne, fu con un ringhio basso, il cazzo che esplose in profondità, getti caldi che le riempirono il culo stretto. Talia venne di nuovo sentendo la sborra calda, le unghie conficcate nella schiena di lui, il corpo che tremava tutto.

Damon la tenne stretta contro di sé, ancora dentro, mentre lei tremava per l'orgasmo anale. Le baciò il collo bagnato, le sussurrò contro l'orecchio:

«Sei stata perfetta. Cazzo, Talia… il tuo culo è un miracolo.»

Lei rise, un suono roco e sazio, la faccia nascosta nella sua spalla. «Non è finita qui. Lo sai, vero?»

Si sfilarono lentamente. La sborra di Damon gli scese lungo una coscia mentre Talia si rimetteva i jeans bagnati, ridendo perché non riuscivano a abbottonarsi con le dita che tremavano ancora. La pioggia stava calando, diventando un filo sottile. Si vestirono alla meglio, i corpi ancora caldi, i capelli appiccicati.

«Questa non sarà l'ultima volta», disse Damon, afferrandole la mano mentre tornavano verso la riva del lago, il pontile scricchiolante sotto i piedi. «La prossima te lo metto mentre mi guardi. Voglio vederti la faccia quando ti riempio.»

Talia gli strinse le dita, gli occhi ancora scuri di lussuria. «E io voglio che mi fotti anche la figa dopo, uno dopo l'altro, finché non cammino dritta. Ma adesso… adesso andiamo a casa mia. Ho ancora le gambe che tremano e voglio che mi lecchi la sborra che mi esce mentre mi racconti quanto ti è piaciuto farmi il culo.»

Camminavano lungo il pontile bagnato, i corpi ancora elettrici, la pioggia leggera che gli scorreva addosso. Damon sentiva già il cazzo che si rialzava all'idea di quello che sarebbe successo tra poco, dietro la porta di lei. Talia lo sapeva. Gli sfiorò di proposito il pacco con il dorso della mano, un sorriso sporco sulle labbra.

«Non hai finito di usarmi stasera, carpentiere. E io non ho finito di prenderti.»

Davanti a loro la riva del lago, le luci sparse delle case. Dietro, il pontile e la tettoia dove si erano appena scopati come bestie. Ma la notte era lunga, e il desiderio che covavano da mesi non si era esaurito con una sborrata nel culo. Talia zoppicava leggermente, un bruciore dolce e pieno che le ricordava ogni centimetro di lui, e Damon non riusciva a smettere di guardarle il sedere che si muoveva nei jeans fradici.

Sapevano entrambi che quella era solo l'apertura.

Camminavano ancora lungo il pontile scricchiolante, i piedi che affondavano nelle pozzanghere tra le assi. La pioggia era ormai un filo sottile che gli scorreva sul collo e sulle spalle, ma il calore tra loro non calava di un millimetro. Talia zoppicava appena, ogni passo le faceva sentire la sborra calda di Damon che le scendeva lenta tra le chiappe, impregnando già i jeans fradici. Damon teneva la sua mano stretta, il pollice che le accarezzava il dorso con una possessività grezza, e ogni tanto le sfiorava il sedere con il dorso dell’altra mano, sentendo il tessuto bagnato aderire alla forma perfetta.

«A casa mia c’è l’acqua calda», mormorò lei, la voce ancora roca. «Voglio che mi spogli di nuovo e mi lecchi tutto. Voglio sentire la tua lingua che mi ripulisce il culo mentre mi racconti quanto ti è piaciuto spaccarlo.»

Damon sentì il cazzo riacquistare durezza nei pantaloni. Aveva ventotto anni e mani da carpentiere callose che sapevano lavorare il legno e i corpi, e Talia, ventisei anni, barista con quel sorriso sporco e quel culo che lo aveva fatto impazzire da mesi, era esattamente quello che voleva usare tutta la notte. «Te lo leccherò finché non tremi di nuovo. Poi ti fotterò la figa e di nuovo il culo, uno dopo l’altro, come hai detto. Camminerai storto per giorni.»

Arrivarono alla riva. La macchina di Damon era lì, ma Talia scosse la testa e lo trascinò verso il sentiero che saliva alla sua casetta di legno, a duecento metri. Le luci delle altre case erano sparse e lontane; il temporale li aveva isolati. Entrarono, bagnati fino alle ossa. Talia chiuse la porta con il tacco, si voltò e gli saltò addosso. Si baciarono di nuovo, lingue affamate, denti che graffiavano. Le strappò la maglietta fradicia, i seni pieni che spuntarono con i capezzoli scuri e duri. Damon li prese in bocca uno dopo l’altro, succhiando forte, mentre lei gli sbottonava i pantaloni e gli liberava il cazzo già di nuovo grosso e pulsante.

«Sul tavolo», ordinò lui. La sollevò e la adagiò sul tavolo di legno della cucina, la schiena nuda contro il piano freddo. Le tirò giù i jeans e le mutandine in un colpo solo, le cosce che si aprirono. La sborra gli scendeva ancora dal buco del culo, un filo bianco e denso che le colava sulla fessura della figa e lungo l’interno coscia. Damon si inginocchiò, le afferrò le caviglie e le divaricò di più. «Guarda che casino ti ho fatto. Cazzo, Talia…»

La lingua partì dalla coscia, risalì raccogliendo la sborra, arrivò al buchetto ancora aperto e rosso. Talia gemette alto, le mani che gli afferravano i capelli bagnati. Lui leccò a fondo, la lingua piatta che spingeva dentro l’anello rilassato, succhiando i resti caldi della sua stessa sborrata. Il sapore era salato, muschiato, misto a pioggia e a lei. «Mi sei piaciuta da morire», mormorò contro la pelle. «Il tuo culo mi ha strizzato il cazzo come una morsa. Ogni spinta ti sentivo aprirti e chiuderti. Voglio riempirlo di nuovo stasera.»

«Ancora… più a fondo…» Talia spingeva il bacino contro la sua faccia, il clitoride gonfio che cercava contatto. Damon le infilò due dita nella figa grondante mentre leccava il culo, le dita curve che le trovavano il punto sensibile. Lei si contorceva, i seni che ballavano a ogni respiro. «Damon… cazzo… mi tocchi così e vengo subito…»

«Vieni sulla mia lingua. Poi ti fotto.» Le succhiò il clitoride forte, le dita che pompavano nella figa e il pollice che massaggiava il buco ancora scivoloso di sborra. Talia esplose con un urlo strozzato, le cosce che gli strettero la testa, i fluidi che gli bagnarono il mento. Lui non si fermò, continuò a leccare finché i brividi non calarono.

Si alzò, si spogliò del tutto, il corpo muscoloso e peloso lucido di pioggia e sudore. Afferrò Talia per i fianchi e la fece scivolare sul bordo del tavolo, il cazzo che si allineò alla figa. «Prima qui. Voglio sentire come sei stretta dopo che ti ho spacato il culo.» Spinse dentro in un colpo solo. La figa lo accolse calda, vellutata, ancora contratta dall’orgasmo. Talia digrignò i denti, le unghie conficcate nelle sue spalle. «Cazzo sì… più forte… usami…»

Damon iniziò a fotterla con spinte lunghe e pesanti, il tavolo che cigolava contro il muro. Le mani le strizzavano i seni, i pollici che strofinavano i capezzoli. Poi la girò a pancia in giù, il petto contro il legno, il culo all’aria. Le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi sull’altra, segni rossi che spuntavano sulla pelle bagnata. «Apri. Voglio di nuovo il culo.»

«Prendilo… è tuo…» Talia allargò le chiappe con le mani, offrendo il buchetto ancora lubrificato di saliva e sborra. Damon si strofinò la glande sopra, poi spinse. Entrò più facilmente stavolta, l’anello che si aprì e lo ingoiò centimetro dopo centimetro fino alle palle. Il calore era infernale, la stretta che gli strizzava ogni vena. «Merda… sei ancora un forno. Ti fotto il culo come una puttana e tu lo prendi tutto.»

«Sì… chiamami così… scopami più duro…» Lui le afferrò i capelli scuri e tirò la testa indietro, le spinte che diventavano martellate profonde. Il suono umido di pelle contro pelle riempiva la cucina, misto ai gemiti di lei e al temporale che ruggiva ancora fuori. Una mano le scese davanti, le dita che le strofinavano il clitoride a cerchi veloci. Talia si masturbava con lui, le dita intrecciate, il corpo che si irrigidiva.

«Mi viene… cazzo Damon mi viene dal culo di nuovo…» L’orgasmo la scosse violento, l’anello anale che pulsava e succhiava il cazzo in ondate. Damon non rallentò. La sollevò dal tavolo, la portò contro il muro del salotto, le gambe intorno ai fianchi. La fotteva in piedi, il culo pieno, i seni schiacciati contro il suo petto peloso. «Guarda mi negli occhi mentre ti riempio. Voglio vederti la faccia.»

Talia lo fissò, gli occhi scuri di lussuria, la bocca aperta. «Sborrami dentro… riempimi il culo di nuovo… voglio sentirla calda…» Le spinte si fecero brevi, disperate. Damon ringhiò, il cazzo che esplose in profondità, getti spessi che le inondarono l’interno. Talia venne di nuovo sentendo la sborra calda, un urlo rauco contro la sua spalla, il corpo che tremava tutto aggrappato a lui.

Si lasciarono scivolare a terra, ancora uniti, il respiro affannoso. Damon le baciò il collo, le labbra che assaporavano il sale della pioggia e del sudore. «Sei un miracolo di culo e figa. Non ho finito. Tra poco ti metto in ginocchio e ti faccio succhiare il cazzo sporco di te, poi ricomincio.»

Talia rise debole, sazia, la sborra che già le colava di nuovo lungo la coscia mentre lui si sfilava lentamente. «Portami sul divano. Voglio che mi tieni aperta e mi guardi mentre esce. Poi mi lecchi di nuovo.»

Lui la sollevò come se non pesasse nulla e la adagiò sul divano consumato. Le cosce aperte, il buco del culo che pulsava e lasciava uscire fili bianchi densi. Damon si chinò, la lingua pronta a ripulirla di nuovo, quando un rumore forte e improvviso li fece entrambi sussultare.

Qualcuno bussava forte alla porta d’ingresso. Non un colpo educato: martellate insistenti, urgenti, come di chi non se ne sarebbe andato. Una voce maschile, rauca e familiare, attraversò il legno bagnato dalla pioggia:

«Talia! Apri, cazzo! So che sei lì dentro. Ho visto le luci. Apri subito!»

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