Sussurri Caldi con il Vicino sulla Barca
Marco, idraulico di 42 anni sposato, si scopa con gusto la vicina Carmen di 38 anni sulla barca mentre la moglie è a casa.
Marco aveva quarantadue anni e le mani da idraulico: larghe, callose, sempre un po’ unte d’olio anche quando le lavava. Quindici anni di matrimonio e una moglie rimasta a terra per una consegna urgente di progetti. Lui, invece, aveva preso la barca a vela del vicino Omar per il weekend estivo, ormeggiata a pochi metri dalla costa rocciosa, e stava godendosi il silenzio del mare caldo.
Stava sistemando le cime quando vide Carmen.
La vicina di trentotto anni saliva la scaletta di poppa da sola, il costume a due pezzi ridotto a tre pezzi di stoffa nera che reggevano a stento le tette piene e le cosce morbide. Casalinga, marito sempre in giro per lavoro, sguardo già stanco di scuse. Si tolse gli occhiali da sole, lo fissò e sorrise come se sapesse esattamente cosa stava facendo.
«Permesso, Marco. Omar mi ha detto che potevo venire a prendere un po’ di sole se la barca era libera.»
«È libera.» Lui non distolse gli occhi. Carmen se ne accorse, si stese sul cuscino di prua a pancia in su, e allargò appena le gambe. Il tessuto scuro scompariva quasi tra le labbra della figa. Marco sentì il cazzo muoversi nei pantaloncini.
Lei si sporse, prese la bottiglia di olio solare e iniziò a spalmarlo. Prima sul collo, poi sul petto, le dita che scivolavano sotto le coppe del reggiseno del bikini, che sollevavano i capezzoli già duri. Sorrise di traverso mentre si bagnava le cosce, salendo lento, lento, fino all’inguine.
«Tuo marito sa che sei qui?» chiese Marco, la voce già roca.
«Mio marito non sa un cazzo da mesi. È sempre via. E quando torna…» fece spallucce, le dita che massaggiavano l’olio sull’interno coscia. «Non mi guarda più. Non mi tocca. Mi lascia a cascare dalla voglia.»
Marco si sedette di fronte a lei, gambe divaricate, il rigonfiamento evidente. «Mia moglie pure. Quindici anni e adesso è come scopare un muro. Non si bagna più. Non geme. Niente.»
Carmen si morse il labbro inferiore, si alzò a sedere e si versò dell’altro olio sul seno, spalmando con le due mani, stringendo, facendo scivolare le dita sotto il tessuto finché una coppa scivolò di lato e lasciò scoperto un capezzolo scuro e teso.
«E tu invece mi stai guardando come se volessi mangiarmele.»
«Vorrei leccarti la fica finché non urli.» Le parole uscirono diritte, senza filtro. «Aprirla con la lingua, succhiarti il clitoride, ficcarti due dita e sentire quanto sei già bagnata.»
Carmen rise basso, un suono da puttana consapevole. Si tolse del tutto il reggiseno del bikini, le tette pesanti che oscillarono, e allargò le cosce. «Allora mostramelo, idraulico. Fammelo vedere quanto sei duro per la vicina.»
Marco si alzò, si calò i pantaloncini. Il cazzo gli saltò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido. Carmen emise un suono gutturale di approvazione, si mise in ginocchio sul ponte caldo e lo prese in mano.
«Cazzo grosso da vero operaio…» mormorò, e se lo cacciò in bocca tutto d’un colpo.
Marco le afferrò i capelli scuri e spinse. «Ecco, così, puttana calda del vicino. Inghiotti. Apri la gola.» Carmen gorgogliò, le lacrime agli angoli degli occhi, ma non si tirò indietro: succhiava con fame, la lingua che girava intorno al glande, una mano che gli massaggiava le palle sudate. Lui la usò, spingendo a fondo finché il naso di lei non gli urtò l’addome, tenendola lì qualche secondo mentre lei si strozzava felicemente intorno al suo cazzo.
La tirò su per i capelli, le girò di schiena e la piegò sul bordo della barca, il culo in su verso di lui. Le strappò via lo slip del bikini; la figa era già sgocciolante, le labbra gonfie e lucide. Le diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi un altro, lasciando il segno rosso.
«Guarda che figa bagnata. Tutta per me mentre tuo marito chissà dove cazzo sta.»
«Sì… scopami. Mettilo dentro.»
Marco le affondò il cazzo in un colpo solo. Carmen urlò, la schiena inarcata. Lui la prese con forza, spinte lunghe e violente che facevano sbattere le tette contro il legno, una mano che le tirava i capelli all’indietro, l’altra che le schiaffeggiava il culo a ritmo. Il suono umido dei fianchi che sbattevano riempiva l’aria salata.
«Di’ chi sei.»
«La puttana del vicino… la troia che si fa scopare sulla barca…»
«Più forte.»
«La tua puttana bagnata! Scopami più forte, Marco, riempimi!»
Lui la girò di scatto, la stese sul cuscino di prua, le alzò le gambe sulle spalle e la rincoglionì di botte. Il cazzo scompariva fino in fondo nella figa stretta e cocente, usciva lucido dei suoi succhi, rientrava con colpi sordi. Carmen si aggrappava alle cime, gli occhi rivoltati, la bocca aperta.
«Martellami… così… più a fondo… sono la tua troia sposata, usami…»
Marco le sputò tra le tette, le strinse i capezzoli tra le dita, e continuò a scoparla come se volesse sfondarla. Dirty talk basso, grezzo, mentre lei lo incitava ancora di più.
«Tua moglie non sa quanta figa si perde… cazzo, mi fai venire… non fermarti…»
Le gambe le tremavano sulle sue spalle. Marco sentì le pareti della figa contrarsi a ondate, Carmen che si sciolse in un urlo lungo e rotto, il corpo scosso dai crampi del piacere. Lui non si fermò: continuò a spingere dentro quel calore spasmodico, a chiamarla puttana, vicina da scopa, cagna in calore, finché le palle non gli si strinsero.
Venne con un grugnito gutturale, scaricando getti densi e caldi dritti in fondo alla figa di lei. Continuò a pompare mentre sborrava, spingendo la sborra sempre più dentro, finché non fu vuoto. Restò conficcato, ansimante, il cazzo che pulsava ancora.
Carmen lo tirò giù su di sé, le braccia intorno al collo sudato. Gli labbra gli sfiorarono l’orecchio.
«D’ora in poi… ogni volta che il mio marito è via… scendo sulla tua barca. Mi spogli. Mi metto a pecorina. E tu mi riempi come adesso. Chiaro?»
Marco la strinse, ancora dentro di lei, sentendo il proprio sperma caldo che già iniziava a colargli lungo le palle. «Chiaro. E mia moglie continuerà a stare a casa a lavorare. Noi qui.»
Si rivestirono con calma, senza fretta. Carmen si sistemò il bikini bagnato di sborra e olio, lui si ricalò i pantaloncini. Il sole era ancora alto. Dal molo arrivò il rumore lontano di un motore: forse qualcuno che rientrava. Carmen gli lanciò un’occhiata complici, si leccò una goccia di liquido dal labbro e sussurrò:
«La prossima volta porto anche il collare. E tu porti la cinghia.»
Marco sentì il cazzo ritirarsi già di nuovo a metà mentre la guardava scendere la scaletta con le cosce ancora lucide.
Marco restò immobile a prua, il cazzo ancora umido e mezzo duro nei pantaloncini, mentre guardava le cosce lucide di Carmen scendere gli ultimi scalini. Il sole gli batteva sulla nuca, l’aria salata gli appiccicava la maglietta alla schiena. Lei toccò il molo con i piedi, si voltò, e invece di andarsene risalì di scatto due gradini, afferrò la scaletta e si issò di nuovo a bordo senza una parola.
«Ho cambiato idea», disse, la voce già roca. «Non voglio aspettare la prossima volta.»
Si tolse di nuovo lo slip del bikini, lo lanciò sul ponte, e restò nuda sotto il sole, le tette pesanti ancora segnate dai suoi morsi, la figa gonfia da cui colava già un filo bianco della sua sborra mista ai succhi di lei. Marco la afferrò per i fianchi, la trascinò contro di sé e le morse il collo.
«Allora resti. E ti faccio quello che ho detto.»
Lei gli ficcò una mano nei pantaloncini, gli strinse il cazzo ancora impastato di lei. «La cinghia. L’hai?»
Marco aprì lo scomparto sotto il sedile di prua, tirò fuori la cinghia di cuoio che usava per legare le cime di scorta. La fece scattare tra le dita. Carmen emise un suono basso, si mise a pecorina sul cuscino, il culo alto, le ginocchia divaricate sul legno caldo. Lui le passò la cinghia intorno al collo, non stretta da strozzare ma abbastanza da farle sentire la pressione, e tenne l’altra estremità in pugno come un guinzaglio.
«A quattro zampe, troia. Come hai promesso.»
Le diede uno schiaffo secco sulla chiappa già rossa, poi un altro più forte. Carmen gemette e spunse il culo all’indietro. Marco si calò di nuovo i pantaloncini, si accovacciò dietro di lei e le aprì le natiche con le mani callose. La figa era un pasticcio lucido di sborra e lubrificante naturale; più in alto il buco del culo si contraeva, piccolo e roseo. Lui le sputò dritto sopra, stese lo sputo con il pollice e lo spinse dentro fino alla prima falange.
«Anche qui. Oggi ti prendo tutta.»
«Sì… cazzo sì… mettilo nel culo, Marco. Usami come la puttana che sono.»
Lui le leccò il buco del culo a lungo, lingua larga e lenta, mentre due dita le rivoltavano la figa ancora piena della sua sborra precedente. Carmen ansimava, la testa bassa, i capelli scuri che le cascavano sugli occhi. Quando fu abbastanza morbida lui si alzò, le appoggiò la testa del cazzo contro l’anello stretto e spinse. Entrò un centimetro alla volta, lento, sentendo le pareti che gli stringevano il glande come un pugno caldo. Carmen urlò contro il cuscino, le unghie conficcate nel tessuto.
«Cazzo… è grosso… spingi… spingi fino in fondo…»
Marco affondò tutto, le palle contro la figa sgocciolante. Restò fermo un secondo, godendosi la morsa, poi iniziò a scoparla nel culo con spinte lunghe e pesanti. Una mano teneva la cinghia, tirando appena la testa di lei all’indietro, l’altra le schiaffeggiava le tette che penzolavano. Il suono era osceno: carne umida che sbatteva, gemiti strozzati, il legno della barca che scricchiolava sotto di loro.
«Di’ quanto ti piace il cazzo del vicino nel culo mentre tuo marito lavora.»
«Mi piace… mi piace da morire… sono la tua cagna, Marco… scopami il culo, riempimi anche lì…»
Lui accelerò, martellandola a fondo. Ogni spinta faceva uscire un filo di sborra vecchia dalla figa di lei, che gli colava sulle palle. Carmen si toccava il clitoride con due dita, sfregando in fretta, e venne di nuovo con un urlo acuto, il culo che gli pulsava intorno al cazzo in contrazioni violente. Marco non si fermò. La girò senza uscire, la stese sulla schiena, le alzò le gambe e continuò a inculàrla da davanti, guardandola in faccia. Le tette ballonzolavano, la bocca era aperta, gli occhi lucidi.
«Leccami le palle mentre ti sborro dentro», ordinò, uscendo solo abbastanza da farle raggiungere il basso ventre con la lingua. Lei ci riuscì, leccando le palle sudate e la base del cazzo che entrava e usciva dal suo culo. Marco sentì salire di nuovo. Tirò la cinghia, le piantò il cazzo fino all’//hilt e scaricò getti densi e caldi dritti nell’intestino di lei, grugnendo come un animale. Continuò a pompare finché non ebbe finito, poi uscì lentamente: la sborra gli colò dal buco rosso e dilatato di Carmen, scese lungo la figa e le cosce, macchiando il cuscino.
Si lasciarono cadere uno contro l’altra, ansimanti, sudati, impastati di olio, sale e liquido. Marco le slacciò la cinghia dal collo. Carmen gli accarezzò il petto peloso, gli baciò la spalla.
«Prossima volta porto le manette vere», mormorò. «E tu mi leghi all’albero maestro.»
Marco rise basso, ma la risata morì in gola. Si rialzò a sedere, si guardò le mani. L’anello nuziale era lì, un po’ untuoso di olio solare e di lei. Il telefono vibro nel taschino dei pantaloncini abbandonati. Lo prese. Tre messaggi della moglie: Consegna finita, torno prima. Ti aspetto a cena. Ti amo.
Carmen gli passò una mano tra le gambe, gli accarezzò il cazzo molle e sporco. «Tutto bene?»
«Sì», mentì. Ma qualcosa si era incrinato. Guardò la costa, le case bianche allineate, la sua a duecento metri. Immaginò la moglie che apriva la porta, che posava la borsa, che controllava se lui era già rientrato. Il sole era ancora alto, ma l’aria gli sembrò improvvisamente più fredda. Carmen si alzò, si riprese il bikini infangato di sborra, se lo sistemò alla meglio. Le cosce le luccicavano ancora.
«Allora ci vediamo. Stasera se vuoi. O domani. Ogni volta che è via.»
Marco annuì, ma non la baciò. La accompagnò alla scaletta in silenzio. Lei scese, gli fece un gesto con la mano, e camminò verso il molo con il passo di chi ha appena preso quello che voleva. Lui restò a bordo, solo. Si sedette sul cuscino macchiato, sentì il proprio sperma raffreddarsi sulla pelle e sulle cime. Guardò l’anello. Il telefono vibrò di nuovo: Marco, mi senti? Sto uscendo adesso.
Si passò una mano sulla faccia. Il cazzo gli faceva male dal troppo uso, il sapore di lei gli restava in bocca, ma nello stomaco c’era un peso nuovo, sordo. Aveva avuto la figa e il culo della vicina, l’aveva riempita due volte, l’aveva chiamata puttana e lei aveva goduto come una cagna. E adesso, mentre la barca dondolava piano, pensò alla moglie che tornava a casa a preparare la cena per un marito che odora ancora di un’altra donna. Chiuse gli occhi. Il mare batteva leggero contro lo scafo. Niente sembrava più semplice come cinque minuti prima.
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