Prima Volta con Lui nella Cantina
Un muratore italiano di 32 anni si scopa la sensuale domestica senegalese Imani di 28 anni nella cantina.
La cantina della villa di campagna era un antro umido e fresco, con le pareti di pietra grezza che trasudavano goccioline di condensa e un odore denso di terra bagnata, legno vecchio e vino che respirava nei barili. La lampadina nuda appesa al soffitto oscillava appena, gettando ombre lunghe sugli scaffali polverosi carichi di bottiglie impolverate. Imani, la sensuale domestica senegalese di ventotto anni arrivata da poche settimane dal Senegal per lavorare nella grande casa, scese gli ultimi gradini con il cestino di vimini in mano. Il suo corpo formoso riempiva il vestito leggero da lavoro: seni alti e pesanti che tendevano il tessuto, vita stretta che si allargava in fianchi generosi, un culo rotondo e sodo che ondeggiava a ogni passo. La pelle scura brillava leggermente per il caldo estivo, e i capelli crespi erano raccolti in una coda che lasciava scoperto il collo lungo.
Non si aspettava di trovarlo lì. Bruno, il muratore italiano di trentadue anni che da giorni restaurava i muri esterni della villa, era sceso a controllare una tubatura che perdeva. La canottiera bianca gli aderiva al torace muscoloso, impregnata di sudore che gli colava lungo i bicipiti gonfi e la schiena larga. Quando sentì i tacchi di lei sui gradini, si voltò di scatto. I loro sguardi si incatenarono. Bruno sorrise, un sorriso lento e sporco che gli illuminò gli occhi chiari.
«Cazzo, Imani… proprio tu quaggiù» mormorò, pulendosi le mani sui pantaloni da lavoro. Si avvicinò tra gli scaffali stretti, invadendo il suo spazio senza fretta. «Stai cercando il vino per la padrona? O forse cercavi un po’ di carne bianca dura dopo tutti questi giorni a guardarmi dal balcone?»
Imani sentì un calore liquido raccogliersi tra le cosce. Da settimane fantasticava su di lui. Ogni mattina, mentre passava lo straccio nei corridoi, lo spiava mentre posava mattoni a torso nudo, immaginando quelle mani ruvide che le stringevano i fianchi, quel cazzo che doveva essere spesso e venoso che la apriva. Deglutì, ma invece di ritrarsi gli restituì un sorriso malizioso, le labbra carnose che si schiudevano appena.
«Forse cercavo tutte e due le cose, Bruno. E tu? Mi dici sempre che il mio corpo ti fa impazzire… dimmelo meglio, muratore. Dimmi cosa ti piace del mio culo nero mentre siamo soli qui sotto.»
Bruno si fece ancora più vicino. L’odore del suo sudore maschio, misto alla polvere della cantina, la colpì come uno schiaffo eccitante. «Mi piace tutto, Imani. Mi piace come le tue tette grosse ballano quando cammini. Mi piace quel culo scuro e tondo che sembra fatto apposta per essere afferrato mentre ti scopo da dietro. Sei una figa nera da sogno, sensuale e proibita. Ogni volta che ti vedo mi viene duro pensando di strapparti le mutande e infilarti il cazzo fino in fondo.»
Lei rise piano, una risata bassa e roca che le fece tremare il petto. Il suo sguardo scese sul rigonfiamento evidente nei pantaloni di lui. «Da quando sono arrivata qui non faccio altro che toccarmi pensando a te, Bruno. Nella mia stanza, la sera, apro le gambe e mi infilo due dita nella fica immaginando che sia il tuo cazzo bianco e grosso che mi sfonda. Sono bagnata solo a dirtelo.»
Le parole esplicite aleggiarono tra loro come fumo. Erano vicinissimi adesso, tra due scaffali polverosi, i respiri che si mescolavano. Imani alzò la mano e la posò sul petto sudato di Bruno, sentendo sotto il palmo i muscoli duri, il cuore che batteva forte, il calore della pelle chiara contro la sua mano scura. Quel contatto fu come una scintilla.
«Bruno… voglio sentirti dentro di me» sussurrò, la voce tremante di desiderio. «Per la prima volta. Voglio che mi scopi qui, adesso. Ti prego.»
Lui non rispose con parole. La spinse delicatamente contro il muro di pietra fredda, una mano grande dietro la nuca di lei, l’altra già sotto la gonna. Le loro bocche si schiantarono in un bacio famelico, lingue che si cercavano con urgenza, denti che si scontravano, saliva che si mescolava. Imani gemette nella bocca di lui, spingendo il bacino contro il suo cazzo duro. Gli morse il labbro inferiore e gli sussurrò, calda contro l’orecchio: «Ti voglio, scopami qui. Scopami forte, bianco mio.»
Bruno ringhiò. Le mani callose di lui le alzarono la gonna fino alla vita. Con uno strappo secco le lacerò gli slip di pizzo nero, facendoli cadere a terra come un trofeo. Il cazzo di Bruno, spesso e venoso, schizzò fuori dai pantaloni aperti. Era già lucido di precum. La sollevò di qualche centimetro, le cosce scure di Imani che gli circondavano i fianchi, e la penetrò con una spinta profonda, potente, che la inchiodò al muro.
«Ahhh… cazzo sì!» urlò lei, la testa che andava indietro contro la pietra. Lo sentiva tutto, ogni centimetro che la apriva, che la riempiva come nei suoi sogni più sporchi. Le unghie di Imani affondarono nella schiena di Bruno attraverso la canottiera bagnata, graffiando mentre lui iniziava a pompare. Spinte lunghe, forti, quasi brutali, i testicoli che sbattevano contro il culo di lei. Il suono bagnato della fica che lo accoglieva echeggiava nella cantina insieme ai loro gemiti.
«Più forte, bianco mio! Scopami più forte!» ansimava Imani, gli occhi socchiusi, la bocca aperta. Il contrasto delle loro pelli – il nero lucido di sudore contro il bianco arrossato di lui – la faceva impazzire. Bruno le afferrò una coscia, la sollevò ancora di più e affondò con maggiore violenza, colpendo quel punto dentro di lei che la faceva tremare.
«Prendi questo cazzo, troia senegalese» ringhiò lui tra i denti. «La tua fica nera è così stretta e calda… mi sta strizzando. Ti piace farti fottere dal muratore italiano nella cantina, eh?»
Non durò molto in quella posizione. Bruno la fece girare con forza, piegandola sul vecchio tavolo di legno grezzo che odorava di vino versato. Il seno di Imani si schiacciò contro il legno freddo mentre lui le allargava le gambe e la penetrava da dietro con un colpo solo. Il ritmo divenne animalesco: spinte rapide, profonde, una mano che le schiaffeggiava ritmicamente il culo scuro, lasciando impronte rosse sulla pelle ebano.
«Schiaffeggiami il culo, Bruno! Più forte!» gridava lei, spingendo indietro per prenderlo tutto. Ogni schiaffo era uno schiocco secco che si mescolava ai suoi gemiti. Lui le tirò i capelli crespi, costringendola a inarcare la schiena mentre la fotteva senza pietà.
«Questo culo nero è mio adesso. Ogni volta che passerai per il corridoio saprai che ti ho sfondata proprio qui, su questo tavolo.»
Imani sentiva l’orgasmo avvicinarsi, un nodo caldo che cresceva nel basso ventre. Bruno lo capì dal modo in cui la fica di lei si contraeva intorno al cazzo. La fece sedere su di lui sopra una cassa di legno robusta, il cazzo che non uscì mai da lei durante il cambio di posizione. Ora Imani lo cavalcava con furia, le mani sulle spalle di lui, le tette che rimbalzavano pesanti davanti al viso di Bruno. Lui ne prese uno in bocca, succhiando forte il capezzolo scuro mentre lei si impalava ripetutamente.
«Sto per venire… sto per venire sul tuo cazzo!» urlò Imani.
«Vieni, allora. Sborrami addosso, Imani. Voglio sentirti bagnarmi tutto.»
L’orgasmo li colpì insieme, violento e urlato. Imani si contrasse intorno a lui in spasmi potenti, la fica che schizzava umori caldi lungo il cazzo e le cosce di Bruno. Lui spinse in alto con un ruggito, scaricando getti densi e caldi dentro di lei, riempiendola fino a farle colare il seme lungo le gambe scure. I loro corpi tremavano, sudati, incollati, i respiri spezzati che si mescolavano nel silenzio della cantina.
Rimasero così per lunghi istanti, baciandosi lentamente, con una tenerezza che contrastava con la violenza di poco prima. Bruno le accarezzava i capelli crespi con la mano grande, togliendole una ciocca dal viso. Imani sorrise, maliziosa, gli occhi ancora velati di piacere.
«Questa non sarà l’ultima volta nella cantina, Bruno. Ne voglio ancora. Voglio che mi scopi in tutti i modi, ovunque in questa villa. Ma adesso dobbiamo risalire… con queste bottiglie.»
Si staccarono a malincuore. Imani recuperò gli slip strappati e li infilò nella tasca del vestito, sistemandosi la gonna e passandosi le mani sul viso per cancellare l’espressione di chi è appena stata sfondata. Bruno si richiuse i pantaloni, ancora mezzo duro, il petto che si alzava e abbassava. Presero tre bottiglie ciascuno, le dita che si sfiorarono mentre le sceglievano. Salirono le scale fianco a fianco, i corpi ancora caldi e segnati, il seme di lui che continuava a colarle lentamente tra le cosce a ogni gradino.
Quando arrivarono in cima, la porta della cucina si aprì. Voci lontane arrivavano dal salone. Imani e Bruno si scambiarono uno sguardo rapido, carico di complicità e di nuovo, bruciante desiderio. Il cuore di lei batteva forte. Nessuno sapeva ancora niente. Ma lei già pregustava il momento in cui sarebbero scesi di nuovo, o forse avrebbero trovato un altro angolo buio della villa prima di sera. Il gioco era appena cominciato, e la cantina aveva ancora molti segreti da custodire.
Imani posò le bottiglie sul ripiano di marmo con le mani che ancora tremavano, il respiro corto e il corpo che pulsava di un calore che non voleva spegnersi. Il seme denso di Bruno le colava lentamente lungo l’interno delle cosce scure, un rivolo viscido e caldo che le bagnava le mutande strappate infilate in tasca e le ricordava ogni singola spinta brutale con cui l’aveva inchiodata al muro della cantina. A ventotto anni, arrivata dal Senegal solo poche settimane prima per fare la domestica in quella villa isolata, non aveva mai provato un desiderio così animale, così totale. Il cuore le martellava nel petto mentre sentiva la fica ancora gonfia, aperta, che continuava a contrarsi come se volesse trattenere quel cazzo bianco dentro di sé per sempre.
Bruno le stava accanto, il torace muscoloso che si alzava e abbassava sotto la canottiera bagnata di sudore, i bicipiti gonfi ancora segnati dai graffi che lei gli aveva lasciato. I suoi trentadue anni di lavoro duro come muratore lo rendevano solido, ruvido, esattamente ciò di cui lei aveva bisogno. Le voci dal salone arrivavano ovattate, risate della padrona e degli ospiti che brindavano, ignari di tutto. Quando le loro dita si sfiorarono di nuovo sulle bottiglie, fu come una scintilla. Imani alzò lo sguardo e vide negli occhi chiari di lui lo stesso fuoco che le bruciava tra le gambe.
«Cazzo, Imani… mi stai guardando come se non ti avessi appena riempita fino in gola con la mia sborra» ringhiò lui sottovoce, avvicinandosi fino a premerle il petto contro la schiena. La mano grande scese subito sotto la gonna, due dita callose che scivolarono tra le grandi labbra bagnate, raccogliendo il suo stesso sperma e spingendolo di nuovo dentro di lei. «Senti quanto sei piena? La tua fica nera sta ancora colando. Non ti è bastato, vero?»
Lei spinse il culo rotondo contro il rigonfiamento duro che premeva nei pantaloni di lui, mordendosi il labbro carnoso per non gemere forte. «No, Bruno. Non mi basta. Mi hai scopata come una bestia là sotto e adesso voglio di più. Voglio sentirti ancora dentro, voglio che mi sfondi un’altra volta prima che qualcuno entri. Sono la tua domestica senegalese… usami.» Le parole le uscirono crude, naturali, cariche di quell’accento caldo che lo faceva impazzire. Dentro di sé pensava solo a quanto fosse bagnata, a come il contrasto tra la sua pelle ebano lucida di sudore e quella olivastra di lui la facesse sentire sporca nel modo più eccitante possibile.
Bruno ringhiò, chiuse la porta della cucina con un calcio leggero e la spinse verso il grande tavolo di quercia. «Inginocchiati, troia. Voglio quella bocca calda intorno al mio cazzo prima di fotterti di nuovo.» Imani obbedì subito, eccitata dal tono dominante, cadendo in ginocchio sul pavimento fresco. Gli abbassò i pantaloni da lavoro e il cazzo schizzò fuori, spesso, venoso, ancora mezzo duro e lucido dei loro umori mescolati. L’odore era forte: sudore, fica, seme, cantina umida. Lei lo afferrò alla base, sentendo il calore pulsante sotto le dita scure, e lo ingoiò fino in gola con un gemito soffocato.
Bruno le afferrò la coda di capelli crespi e iniziò a muovere i fianchi, scopandole la bocca con spinte profonde ma controllate. «Così, brava. Prendilo tutto, Imani. Guarda come le tue labbra nere lo avvolgono… cazzo, sei perfetta. Succhialo più forte, leccami le palle che ti hanno appena riempita.» Lei lo fece, tirando fuori la lingua per leccare lo scroto pesante, poi risalendo lungo la verga fino a succhiare la cappella gonfia, assaporando il gusto salato del loro amplesso precedente. Nella sua testa c’era solo fame: voleva che lui la usasse, voleva essere la sua puttana nera personale in quella villa elegante.
Dopo qualche minuto Bruno la tirò su di peso, le mani sotto le cosce scure, e la mise seduta sul bordo del tavolo. Le aprì le gambe con forza, spingendole le ginocchia verso il petto, e si abbassò a divorarle la fica. La lingua ruvida le leccò il clitoride turgido, succhiando i labbri gonfi e infilandosi dentro per raccogliere la crema densa che lui stesso aveva lasciato. Imani dovette premersi una mano sulla bocca per non urlare, l’altra che spingeva la testa di lui più a fondo tra le sue cosce. «Leccami, Bruno… leccami la fica piena della tua sborra bianca. Sì, lì, cazzo… mi fai impazzire.» L’orgasmo la colpì rapido, un’onda violenta che la fece tremare e schizzare umori caldi sulla lingua di lui.
Ma lui non le diede tregua. Si alzò, il mento bagnato, e la penetrò con un colpo solo, affondando fino alle palle in quella fica ancora contratta dall’orgasmo. Il suono bagnato, osceno, riempì la cucina. Iniziò a pompare con forza animalesca, le mani che stringevano i fianchi larghi di lei, tirandola contro di sé a ogni spinta. I seni pesanti di Imani ballavano sotto il vestito, e Bruno glielo abbassò per prenderne uno in bocca, succhiando il capezzolo scuro quasi con rabbia.
«Questa figa di cioccolato è mia adesso» ringhiò tra i denti, accelerando. «Ogni volta che ti vedo passare con quel culo nero che ondeggia saprai che te l’ho sfondata due volte in un’ora. Dimmi che ti piace farti fottere dal muratore italiano, Imani. Dimmelo mentre ti riempio di nuovo.»
Lei ansimava, gli occhi socchiusi, le unghie conficcate nelle spalle larghe di lui. «Mi piace da morire, Bruno! Scopami più forte, bianco mio! Sono la tua troia senegalese, usa questa fica come vuoi, sfondami!» Il contrasto delle loro pelli la mandava fuori di testa: le mani chiare di lui che affondavano nella carne nera delle sue cosce, il cazzo pallido che spariva dentro di lei fino alla radice, il sudore che mescolava i loro colori. Pensava solo a quanto fosse bello essere presa così, senza delicatezza, come una donna adulta che finalmente si faceva scopare come voleva.
Bruno la girò di colpo, piegandola sul tavolo. Il seno schiacciato contro il legno freddo, il culo alto e rotondo offerto. Entrò di nuovo da dietro con una stoccata che la fece sobbalzare, una mano che le schiaffeggiava ritmicamente la natica sinistra, lasciando impronte rosse sulla pelle ebano. Ogni schiaffo era uno schiocco secco che si mescolava al rumore bagnato della fica che lo accoglieva. «Questo culo è fatto per essere preso. La prossima volta te lo apro, Imani. Ti metto questo cazzo grosso nel buco nero e ti faccio urlare mentre ti riempio anche lì.»
Lei spingeva indietro con furia, incontrando ogni colpo. «Sì… prendimi dove vuoi. Voglio tutto il tuo cazzo dentro di me, Bruno. Sto per venire di nuovo… non fermarti!»
Il ritmo divenne frenetico, quasi disperato. Lui le tirò i capelli, inarcandole la schiena, e pompò come un animale. L’orgasmo li prese insieme. Imani si contrasse violentemente intorno a lui, la fica che schizzava umori caldi lungo le gambe di Bruno mentre veniva con un grido soffocato nella gola. Lui ruggì, spingendo fino in fondo e scaricando getti potenti, densi, che la riempirono ancora di più, tanto che il seme bianco cominciò a colare copioso fuori dalla fica dilatata, gocciolando sul pavimento della cucina.
Rimasero così per lunghi secondi, ansimanti, sudati, incollati. Bruno le baciò la nuca con una tenerezza improvvisa, accarezzandole i fianchi con le mani grandi. «Sei mia, Imani. Non abbiamo ancora finito. Questa villa la useremo tutta.» Lei sorrise, ancora impalata sul cazzo che pulsava dentro di lei, e sussurrò: «Voglio che mi scopi ogni giorno. Voglio che mi apri il culo la prossima volta, voglio sentire tutto…»
Ma proprio mentre si staccavano a fatica, mentre Bruno si rimetteva il cazzo ancora mezzo duro nei pantaloni e Imani cercava di sistemarsi la gonna con le gambe tremanti e il seme che le colava abbondante fino alle caviglie, la porta della cucina si spalancò di colpo.
La voce della padrona risuonò tagliente e vicinissima: «Imani! Bruno! Che diavolo state facendo qui dentro? Vi ho chiamati tre volte! Venite subito, c’è…»
I due si bloccarono, occhi spalancati, visi arrossati, l’odore intenso di sesso che impregnava l’aria. Il seme di Bruno continuava a colare lungo le gambe scure di Imani, visibile sul pavimento, mentre i passi della donna si avvicinavano. Il cuore di lei saltò un battito. Erano stati scoperti?
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