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Sussurri Roventi nel Privato del Karaoke

Due ventenni inesperti, Sonia e Dante, perdono la verginità insieme nella saletta privata di un karaoke.

13 min read October 04, 2026New

La saletta privata del karaoke odorava ancora di popcorn bruciacchiato e di quel deodorante cheap che i locali usano per mascherare il sudore di trecento serate precedenti. Dante, ventiseienne programmatore dal collo già rosso per l’imbarazzo prima ancora che succedesse qualcosa, stava conficcando le dita nel telecomando come se potesse farlo esplodere e liberarlo dalla situazione. Sonia, ventiquattrenne commessa di un negozio di scarpe, gli stava seduta accanto sul divanetto di finta pelle scricchiolante, gambe incrociate, rossetto un po’ sbavato dal cocktail analcolico alla pesca che aveva sorbito tutta la sera.

Gli amici se n’erano andati “a prendere aria” mezz’ora fa e non erano più tornati. Ovvio. Traditori.

«Guarda questa merda», borbottò Dante, scrollando la lista. «“Ti Amo da Morire”… “Cuore di Cioccolato”… “Baciami Prima che Esploda il Frigo”. Chi cazzo scrive sti titoli?»

Sonia scoppiò a ridere, un suono pieno, un po’ nasale, che gli fece salire il calore dritto alle orecchie. «Il frigo? Dev’essere un classico dell’amore domestico. Tipo: ti scopo ma poi spengo la luce perché ho paura della bolletta.»

Si guardarono. Lo sguardo di lei restò un secondo di troppo sul suo. Poi entrambi scoppiarono in una risata nervosa, quella che ti fa male allo stomaco e ti lascia le guance in fiamme. Dante sentì il cazzo muoversi traditore nei jeans; cercò di ritrarsi sul cuscino. Sonia notò il movimento e sorrise storto, mordendosi il labbro.

«Scegliamo un duetto», propose lei, voce già più bassa. «Qualcosa… sensuale. Tanto nessuno ci sente qui dentro. Le pareti sono spesse come il tuo senso dell’umorismo.»

«Hey.»

Trovavano “Notte Lenta”, un pezzo che sembrava scritto da qualcuno che aveva scambiato il lubricante per inchiostro. La melodia partì, un basso caldo che vibrava nel pavimento. Microfono condiviso. Le loro dita si sfiorarono sulla griglia metallica; un brivido ridicolo e perfetto corse su entrambi.

Sonia iniziò a cantare, voce roca di chi non sa davvero cantare ma ci crede lo stesso. Dante entrò in ritardo di mezza battuta, intonazione da cane che ha mangiato un limone, e lei gli diede una gomitata ridendo senza staccare gli occhi dal suo.

Le mani non si mossero più dal microfono. I pollici si accarezzarono. Le voci si fecero più vicine, più calde, fiato mescolato. A un certo punto il testo parlava di “labbra che cercano” e Dante sbagliò la parola e disse “labbra che sbagliano” e Sonia rise così forte che il microfono fischiò.

Quando la canzone finì, il silenzio fu improvviso e denso.

«Non ho mai… fatto niente», sussurrò Sonia, ancora con quel sorriso storto ma gli occhi accesi, neri di voglia. «Con un ragazzo. Tipo, niente di niente. Baci da quattro secondi al liceo non contano, vero?»

Dante deglutì. Il cuore gli martellava contro le costole come un hard disk in panne. «Io… uguale. Zero. Completo. Se il cazzo avesse un manuale d’uso l’avrei già stampato tre volte e sottolineato.»

Si baciarono goffi, denti che battevano un attimo, nasi che si pestarono, poi le lingue si trovarono e fu un disastro dolcissimo. Lei gli afferrò la maglietta, lui le mani sui fianchi di lei sotto la camicetta leggera. Il bacio diventò più umido, più affamato. Sonia gli morse il labbro inferiore e ridacchiò contro la sua bocca.

«Voglio scoprire tutto con te», gli soffiò all’orecchio, calda, tremante. «Proprio qui. Adesso. Se ti viene un attacco di panico avvisami, così rido insieme a te.»

Si spogliarono tra risate monche e baci storti. La cerniera dei jeans di Dante si bloccò; Sonia imprecò e tirò finché scattò, liberando il cazzo già duro, rosso in punta, che sobbalzò comico all’aria condizionata della saletta. «Oddio, è… vero», mormorò lei, occhioni spalancati, e poi rise di nuovo. «Scusa, non volevo sembrare una critica d’arte.»

Sonia si tolse i pantaloni e le mutandine in un unico gesto goffo, restando col top ancora addosso. Si sedette sul divanetto, gambe aperte, e prese la mano tremante di Dante. «Guarda. Piano. Qui sono bagnata già da quando hai sbagliato quella strofa.» Guidò le sue dita tra le pieghe calde, scivolose; Dante sentì il calore, la morbidezza, e emise un suono da strangolamento felice. Lei intanto gli chiuse la mano destra intorno al cazzo e cominciò a muoverla su e giù con entusiasmo da principiante: troppo stretta, poi troppo lenta, poi di nuovo forte, mentre rideva e gemiva insieme.

«Così… così va? Dimmi se ti stacco qualcosa, non ho istruzioni.»

«Stai… andando alla grande», rantolò lui, fianchi che spingevano contro il pugno di lei. Le dita di Dante trovarono il clitòride per caso e lo strofinarono a cerchio; Sonia sgranò gli occhi e spalancò la bocca in un “oh” lungo, poi gli diede uno schiaffetto leggero sulla spalla. «Lì. Di nuovo. Bravo nerd.»

Quando non ne potette più, lo spinse a sdraiarsi sul divanetto che scricchiolò come un vecchio che si lamenti. Si arrampicò sopra di lui in cowgirl, ginocchia affondate nella finta pelle. Afferrò il cazzo, lo puntò contro l’ingresso bagnato e scese lentamente. Il glande aprì le labbra, entrò, e lei emise un gemito acuto mescolato a una risatina dolorosa. «Cazzo… brucia un po’. Ma buono. Tipo… peperoncino sul gelato.»

Dante teneva le mani sui suoi fianchi, knuckles bianche, cercando di non spingere su come un demente. «Sei… strettissima. Sto per venire solo a guardarti fare quella faccia.»

Lei scese ancora, centimetro dopo centimetro, finché fu piena. Restò ferma un attimo, respirando a scatti, poi cominciò a muoversi: su e giù goffi, a volte troppo in alto e il cazzo usciva quasi tutto, a volte troppo giù e batteva in fondo facendola gemere e ridere nello stesso fiato. «Mi sento… piena. E ridicola. E voglio di più.»

Dopo qualche minuto si sollevò, si girò e si mise a pecora sul bordo del divanetto, culo all’aria, schiena inarcata, guardandolo dietro la spalla con gli occhi lucidi e il sorriso da birbante. «Dai. Da dietro. Spingi. E se sbagli angolo ti perdono, ma mi devi una canzone dopo.»

Dante si mise in ginocchio dietro di lei, guidò il cazzo di nuovo dentro quel calore scivoloso e cominciò a spingere. All’inizio corte, incerte; poi più lunghe, più sicure, il suono umido di pelle contro pelle che riempiva la saletta insieme ai loro respiri. Sonia spingeva indietro incontro a lui, tette che dondolavano sotto il top ancora sbottonato.

«Più forte, programmatore di merda… ah… così. Scopami come se stessi debuggando il mio buco. Oh cazzo, l’ho detto davvero.» Rise, poi gemette lungo quando lui le afferrò i fianchi e accelerò. «Parole sporche e divertite, hai detto che volevi tutto. Allora scopami. Riempimi. Fammi sentire quanto sei virginello affamato.»

Le spinte diventarono ritmiche, profonde. Dante sentiva le palle tirarsi, il piacere concentrarsi in una spirale. Mise una mano sotto di lei, trovò di nuovo il clitòride e lo strofinò a tempo con le spinte. Sonia strinse intorno a lui, gemiti che si spezzavano in risate brevi ogni volta che qualcosa le sembrava assurdo e meraviglioso insieme.

«Sto… venendo», avvertì lei, voce alta. «Non fermarti, coglione dolce, non—»

L’orgasmo la scosse a ondate; si strinse a ritmo intorno al cazzo di Dante e lo trascinò con sé. Lui venì dentro di lei con un gemito strozzato, fianchi a scatti, sborra calda che la riempiva mentre entrambi ansimavano e, incredibilmente, ridevano ancora, fronte contro schiena, sudati, il microfono spento che li guardava dall’altra parte della stanza come un testimone silenzioso e giudicante.

Restarono così, connessi, polmoni che faticavano a riprendere aria. Poi Dante uscì piano, un filo di liquido gli colò sulla coscia, e si lasciarono cadere uno contro l’altro sul divanetto appiccicoso.

Si guardarono negli occhi. I capelli di Sonia erano un disastro, il rossetto sparito, le guance in fiamme. Dante aveva l’espressione di chi ha appena scoperto che il paradiso ha la finta pelle e odora di karaoke.

«È stato… goffo da far male», disse lei, e rise di nuovo, morbida, affettuosa. «E bellissimo. Tipo, il più bel bug della mia vita.»

«Confermato», mormorò lui, baciarle la fronte, poi la bocca, tenero, ancora un po’ tremante. Si rivestirono a pezzi, tra baci lenti sulle spalle, sulle mani, sul collo. La maglietta di Dante finì al contrario; le mutandine di Sonia rimasero chissà dove sotto il tavolino.

Sonia prese il telecomando dei servizi della saletta. «Ordiniamo da bere. Qualcosa di fresco. E poi…», gli occhi brillarono di una luce nuova, maliziosa e ancora un po’ incredula, «continuiamo a cantare. Nudi. Solo noi due. Prometti che questa è solo la prima di tante cazzate stupende.»

Dante annuì, già duro di nuovo solo a sentirla parlare così, il cuore che galoppava verso qualcosa che non aveva ancora un nome. «Promesso. Ma la prossima canzone la scelgo io. E se c’è “Baciami Prima che Esploda il Frigo”, siamo fotti—»

Lei gli tappò la bocca con un bacio umido, ridendo contro le sue labbra mentre sul display lampeggiava già la conferma dell’ordine e la porta della saletta restava chiusa, il mondo fuori ancora lontano, e tra loro la tensione non si era affatto spenta: si era solo accesa meglio, pronta a bruciare di nuovo appena i bicchieri fossero arrivati.

Il cameriere bussò con quel colpetto da protocollo da sala privata, e Sonia, ancora nuda dalla vita in giù col top sbottonato che le lasciava scivolare una tetta fuori come un disastro architettonico, strillò «Un secondo!» mentre Dante si copriva il cazzo ancora semiduro con un cuscino di finta pelle che puzzava di disinfettante. Lei gli lanciò i jeans addosso, lui li infilò al contrario per la seconda volta in serata, e quando la porta si aprì di uno spiraglio bastò un «Grazie, lasci pure lì» urlato con voce da cantante fallita per farsi lasciare il vassoio e chiudere tutto di botto.

Due bicchieri di something analcolico alla menta, ghiaccio che già sudava. Sonia bevve a canna, una goccia le scese tra i seni, e Dante la seguì con gli occhi come un cane che ha visto bistecca. «Guarda che se continui a fissarmi così mi viene da fare la sedia elettrica col microfono», disse lei, e si tolse del tutto il top. Tette piccole, capezzoli già duri per l’aria condizionata che sembrava tarata su “congelare i verggini”. Si avvicinò a carponi sul divanetto, il culo ancora lucido di sborra e di lei, e gli abbassò di nuovo i jeans con una mano sola. Il cazzo le saltò in faccia, già di nuovo rosso e vivo.

«Ciao di nuovo, bestiolina. Non ti sei nemmeno riposato. Che bravo.» Gli diede un leccata goffa dalla base alla punta, troppo saliva, denti che sfiorarono per sbaglio e lo fecero sussultare. «Scusa, non ho il patentino. Dimmi se ti castra o se ti piace.»

«Mi piace… cazzo, Sonia, mi piace da far male. Continua. Tipo… succhia. Piano. O forte. Boh, inventati.»

Lei rise col cazzo contro la guancia, poi lo prese in bocca fino a metà, tossì, gli occhi le lacrimarono, e rise di nuovo mentre saliva gli colava sul mento. «Sapore di me e di te. Tipo minestrone erotico. Dio, sono poetica stanotte.» Cominciò a pomparlo con la mano e a leccare solo il glande, lingua piatta, poi a puntine, come se stesse assaggiando un gelato sceso di prezzo. Dante le mise una mano nei capelli già un disastro e spinse un millimetro; lei gorgogliò un «mmph» che suonava da approval e gli strinse le palle con l’altra mano, troppo forte all’inizio, poi meglio, imparando al volo.

Si staccò con un suono umido da porno low-budget. «Sali sul tavolino. Voglio provarci seduta io sotto. Tipo 69 da dilettanti, se cadi ti denuncio per omicidio da sborra.»

Dante ridacchiò nervoso, si arrampicò goffo sul tavolino basso che scricchiolò di protesta, e si mise a carponi sopra di lei che si era sdraiata a testa in giù sul divanetto. La figa di Sonia gli finì a due centimetri dal naso: labbra gonfie, bagnate, un filo bianco della sua sborra precedente che gli fece salire un caloraccio dritto allo stomaco. «Lecca», ordinò lei, e gli chiuse le cosce intorno alla testa. «E se sbagli il posto ti do del nerd pure mentre ti strofin o la fica in faccia.»

Lui leccò. Prima piano, troppo a destra, poi trovò il clitoride gonfio e ci si mise di buzzo buono, lingua larga, poi a freccia, succhiando un po’ come aveva visto chissà dove. Sonia gli avvolse di nuovo la bocca sul cazzo e succhiò a tempo, profondità imprevedibili, a volte quasi fino in gola e tosse, a volte solo la punta mentre gli masturbava il resto col pugno stretto. I gemiti di entrambi uscivano muffati contro carne e saliva. Dante sentiva il sapore di lei, acido e dolce, e la lingua le entrava un po’ dentro l’apertura ancora allargata; Sonia spingeva il bacino contro la sua faccia e al tempo stesso gli faceva deepthroat da principiante, bava dappertutto, occhi al cielo ogni volta che lui le pizzicava l’ano con un dito esplorativo e lei rideva «Cazzo, pure lì? Sei un esploratore coloniale del buco del culo, bravo.»

Quando le gambe di lei iniziarono a tremarle, lo spinse via. «Basta. Dentro. Adesso. Voglio venire di nuovo col tuo cazzo piantato fino in fondo e ridere mentre lo fai.»

Si sistemarono di lato sul divanetto, cucchiaio da front, una gamba di Sonia alzata contro lo schienale. Dante le entrò di slancio, tutto d’un colpo, e lei urlò un «Fanculo sì» che avrebbe fatto impallidire il karaoke di mezza città. Spingeva forte, il suono schiocco-schiocco della figa che lo ingoiava e lo risputava riempiva la saletta insieme al basso residuo di qualche canzone lasciata in pausa. Lui le morse la spalla, lei gli allungò una mano indietro e gli strinse un gluteo. «Più a fondo. Scopami come se il codice non compilasse. Ah— coglione, così, spaccami.»

Dante accelerò, una mano le scese a strofinarle il clitoride in cerchi matti, l’altra le pinzò un capezzolo. Sonia venne di nuovo a scosse, figa che pulsava a morsa sul cazzo, e nel mezzo dell’orgasmo rise a crepapelle perché il microfono acceso per sbaglio aveva captato un gemito e lo aveva rimandato amplificato con un eco ridicolo. «Haha— sto venendo e il karaoke mi fa da coro, ma va’ a cagare.»

Lui non si fermò. La girò di scatto a pecora di nuovo, le piantò le mani sulle chiappe e le aperse, guardando il buco stretto che lo succhiava e la sborra precedente che schiumava fuori a ogni spinta. «Guardati. Tutta aperta, tutta mia, tutta sporca. Voglio riempirti di nuovo finché non cola sul divano e qualcuno domani ci sguazza senza saperlo.»

«Fallo», ansimò lei, spingendo indietro a incontrarlo. «Sborra. Riempimi il buco da vergine appena deflorata come un bidone dell’immondizia del piacere. Vieni dentro, pigliala, usami, scopami finché non cammino dritto.»

Le palle di Dante sbattevano contro di lei, bagnate, il ritmo diventò animale e goffo insieme, fianchi a martello. Sentì salire tutto, la spirale, e la avvertì: «Sto— adesso—»

Venì a getti lunghi, caldi, profondi, fianchi bloccati contro il culo di lei mentre la sborra le schizzava dentro a ondate. Ne uscì ancora un filo mentre spingeva gli ultimi scatti, e Sonia gemette e rise e strinse intorno a lui per mungerlo fino all’ultima goccia. «Tutta. Dammela tutta, stronzo dolce. Riempimi la figa finché non ne posso più.»

Restarono quattro secondi a pantare. Poi Dante uscì e la sborra gli colò densa sulla coscia di lei, scese lenta verso il divanetto. Sonia si girò a sedere, gambe aperte, e con due dita si aprì le labbra mostrandogli il casino bianco che le usciva a filo. Si leccò le dita, fece la smorfia, e rise. «Sapore di prima volta riuscita. Adesso sdraiati. Voglio montarti in faccia e farti pulire tutto con la lingua finché non brilli.»

Si arrampicò sopra il suo petto, figa gocciolante dritta sulla bocca di Dante, e si sedette. Lui leccò come un disperato, succhiò, bevve la loro sborra mista, lingua che le entrava e le usciva mentre lei si strofinava e si masturbava il clitoride sopra il suo naso. «Bravo. Bevila. Tutta la mia fica sporca sulla tua faccia da programmatore. Dio, mi sto riegando solo a vederti thus.» Venne una terza volta, breve e intensa, cosce che gli strettero la testa, e gli scolò ancora addosso.

Quando scese, gli salì a cavalcioni sul cazzo di nuovo mezzo duro e lo rinfoderò dentro con un gemito soddisfatto. Si mosse lenta, circolare, prendendosi il piacere di sentirlo ricrescere dentro mentre gli diceva contro la bocca: «Ancora. Voglio che mi scopi finché non cammino a gambette aperte e la sborra mi cola fino alle scarpe quando esco di qui.»

Dante la afferrò pei fianchi e la scopò dal basso a spinte secche, il divanetto che protestava come un moribondo. Sonia gli morse il collo, gli tirò i capelli, gli sputò un po’ di bava sulle labbra e la baciò via. «Più forte. Scopami il buco stanco. Usami. Riempimi di nuovo come un serbatoio. Voglio uscire da questa saletta con la figa che schizza e il culo rosso delle tue mani.»

Lui le diede uno schiaffo sulla chiappa, poi un altro, e lei strinse e rise e gemette. La seconda venuta di Dante arrivò più lenta, più densa, a spinte profonde che la piantarono fino in fondo; sborrò di nuovo dentro, gemendo contro il suo seno, e restò conficcato mentre lei si dondolava ancora per spremerlo.

Sonia si sollevò, il cazzo uscì con un plop umido, e un filo grosso di sborra le scese dritto dal buco aperto, le colò sulla coscia interna, le gocciolò sul divanetto già un disastro. Si accovacciò, gli prese il cazzo mollato in mano, lo leccò pulito dalla base alla punta, succhiò l’ultima goccia e lo guardò negli occhi con un sorriso da mascalzona sudata.

«Prossima volta ti monto finché non mi esplode il frigo in faccia, e tu mi sborri in gola finché non ti esce pure lo spirito santo dal cazzo.»

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