Prima Assaggio di Lui tra i Barili
Renata, una 28enne sommelier, si fa scopare con forza dal grosso cazzo nero di Bruno tra i barili della cantina.
Sono Renata, una sommelier di ventotto anni, italiana fino al midollo, e lavoro da tre stagioni in una cantina toscana tra le colline di Siena. Conosco ogni barile di rovere, ogni sentore di vaniglia e di pepe nero che sale dal legno quando lo si apre. Quella mattina stavo per ricevere Bruno, un wine buyer afroamericano di trentadue anni arrivato da New York per selezionare le nostre riserve. Alto, spalle larghe, pelle scura come l’ebano lucidato, sorriso sicuro che mi aveva già messo in imbarazzo al primo saluto in cortile.
Lo accompagnai giù, nella sala bottaia, dove l’aria restava fresca e odorosa di vino giovane. Restammo soli. I turisti erano sopra, i colleghi impegnati. Solo noi due tra le file di barili. Gli versai un assaggio di Sangiovese direttamente dal rubinetto di legno. I nostri sguardi si incrociarono mentre lui ruotava il bicchiere.
«Sa di terra bagnata e di ciliegia matura», dissi, cercando di restare professionale. La voce mi uscì più bassa del solito.
Bruno annuì, ma i suoi occhi non erano sul vino. Scesero sulla mia gola, sul decolleté della camicia bianca, poi risalirono. «E sa anche di qualcosa che mi eccita da quando ti ho vista», ammise senza giri di parole. «Il contrasto. La tua pelle chiara contro la mia. Ci ho pensato tutta la notte in hotel. Mi fa venire voglia di toccarti.»
Il cuore mi martellò. Non fingemmo. La tensione era lì, spessa come il mosto. Gli presi il bicchiere di mano e lo posai sul barile. Le nostre dita si sfiorarono di proposito, un contatto lento, deliberato. La sua mano era calda, grande. Sentii un brivido scendermi tra le cosce.
«Assaggiamo questo», propose, aprendo un altro rubinetto. Un rosso robusto, denso, quasi nero. Lo bevemmo a turni dallo stesso calice. Una goccia mi scivolò sul labbro; lui la asciugò col pollice e lo portò alla bocca. «Voglio assaggiare te, Renata. Non solo il vino.»
Risposi con un bacio audace. Lo afferrai per la camicia e gli premetti le labbra sulle sue, aprendo la bocca, lasciando che le lingue si cercassero con sapore di tannini e desiderio. Lui rispose con fame, una mano nei miei capelli, l’altra sul fianco. Ci staccammo solo per respirare.
«Ti voglio», confessai contro la sua bocca. «Qui. Ora. Tra questi barili. Voglio il tuo cazzo grosso e nero dentro di me.»
«E io voglio fotterti finché non urli», rispose lui, già duro contro il mio ventre. «Dimmelo ancora.»
Mi inginocchiai per prima. Le ginocchia sul pavimento di pietra fredda, le mani che slacciavano la sua cintura con fretta. Gli aprii i pantaloni, tirai giù i boxer. Il suo cazzo saltò fuori pesante, scuro, venato, già gocciolante. Lo presi in mano, lo pesai, lo annusai. Poi lo leccai dalla base alla punta, lentamente, gustandomi il sapore salato. Bruno gemette basso.
«Cazzo, sì… succhiamelo.»
Lo presi in bocca quanto potevo, le labbra tese intorno alla circonferenza, la lingua che lavorava sotto al glande. Sali e scendi, bava che mi scendeva sul mento, una mano che gli accarezzava le palle pesanti. Lui mi teneva i capelli, non spingendo troppo, lasciandomi il ritmo, ma i fianchi oscillavano appena. Il contrasto era ossessionante: le mie dita chiare intorno a quel membro nero lucido di saliva.
Dopo un po’ mi sollevò come se non pesassi nulla e mi adagiò a sedere sul bordo di un barile di rovere. Mi sfilò la gonna e le mutandine in un gesto solo, mi aprì le cosce. I baci diventarono famelici: bocca sulla mia, poi sul collo, poi sui seni che aveva liberato aprendo i bottoni. Mi succhiò un capezzolo mentre due dita mi trovavano già bagnata, mi aprivano, mi strofinavano il clitoride con precisione.
«Sei inzuppata», mormorò. «Tutta per me.»
«Sì. Fottermi. Forte.»
Mi fece girare, mi piegò in avanti sul barile. Il legno era liscio sotto i palmi. Sentii la testa del suo cazzo premere contro la mia figa aperta, poi spingere. Entrò con una spinta lenta e profonda che mi strappò un gemito lungo. Mi riempì tutta, caldo, duro, pulsante. Restò fermo un secondo, lasciandomi abituare, poi iniziò a scoparmi da dietro con ritmo deciso. Ogni spinta faceva sbattere le mie natiche contro il suo bacino. Il suono umido riempiva la cantina.
«Guarda che cazzo nero ti sta aprendo», borbottò contro il mio orecchio, una mano che mi teneva i fianchi, l’altra che mi afferrava i capelli. «La tua figa bianca che lo ingoia tutto. Ti piace, vero?»
«Mi piace da morire. Più forte.»
Accelerò. Le spinte diventarono più profonde, più secche. Io spingevo indietro incontro a lui, cercando ogni centimetro. Quando mi sentì vicina, mi fece girare di nuovo, mi sollevò e mi fece sedere a cavalcioni sul cazzo mentre lui restava in piedi, appoggiato al barile. Lo cavalcai con passione, le cosce tremanti, le mani sulle sue spalle scure, guardandolo negli occhi. Lui mi teneva i glutei, mi aiutava a salire e scendere, mi baciava il seno, mi leccava il collo.
«Cavalcalo. Usami», mi disse. «Voglio vederti venire sulla mia pelle nera.»
Scesi di nuovo in ginocchio, gli pulii il cazzo lucido dei miei succhi con la lingua, pompini bagnati e rumorosi, saliva che colava. Poi lui mi stese di schiena su un barile più basso, mi aprì le gambe e mi leccò la figa con lingua esperta: lunghe passate flatte, poi la punta sul clitoride, poi due dita curve dentro mentre mi succhiava. Tremavo, gli stringevo la testa tra le cosce, gli dicevo di non fermarsi.
Quando non ne potevo più mi rialzò, mi piegò di nuovo sui barili, un braccio intorno alla vita, e mi scopò con spinte potenti che facevano scricchiolare leggermente il legno. Dirty talk continuo, esplicito, sul contrasto: la mia pelle chiara arrossata sotto le sue mani scure, il suo cazzo nero che spariva e riappariva lucido nella mia figa stretta, quanto fosse sporco e bello vedermi presa così.
«Prendi tutto. Sei la mia sommelier privata adesso. Ti assaggio ogni volta che torno.»
L’orgasmo mi arrivò a ondate. Mi strinse il ventre, le gambe si piegarono, un grido soffocato contro il braccio. Lui mi seguì pochi secondi dopo, spingendo a fondo e venendo dentro di me a getti caldi, tenendomi stretta mentre entrambi tremavamo. Restammo così, ansimanti, uniti, il profumo di sesso mescolato a quello del vino e del legno.
Poi, con una tenerezza che mi sorprese, mi aiutò a rivestirmi. Mi sistemò la camicia, mi tirò su la gonna, mi asciugò una lacrima di piacere dall’angolo dell’occhio col pollice. Mi baciò la fronte, poi le labbra, dolce.
«Tornerò presto», promise a voce bassa. «Per un’altra degustazione privata. E la prossima volta voglio più tempo. Voglio fartelo in ogni angolo di questa cantina.»
Uscii dalla bottaia con le gambe ancora deboli, il sapore di lui salato sulla lingua, il suo sperma caldo che mi scivolava piano lungo l’interno coscia sotto la gonna. Sapevo che quella non era stata solo una sbandata di un pomeriggio. Sapevo che il suo numero era già nel mio telefono, e che la prossima selezione di vini sarebbe diventata qualcosa di molto più intenso. E mentre salivo le scale, sentivo già il vuoto tra le cosce chiedermi quando sarei potuta tornare giù, tra quei barili, ad aspettarlo.
E mentre salivo le scale con le gambe ancora molli, il telefono vibrò nella tasca della gonna. Era lui. «Stasera. Torno dopo la chiusura. Voglio te nuda tra i barili. Dimmi di sì.» Risposi solo con un sì tremante, il cuore che già mi batteva tra le cosce.
Quella sera spensi le luci della sala di degustazione, chiusi a chiave la porta grande e scesi di nuovo nella bottaia. L’aria era più fresca, il silenzio rotto solo dal lento gocciolio di qualche botte. Mi tolsi la camicia e la gonna, rimasi solo con le mutandine di pizzo nero e i tacchi. Mi sedetti sul bordo di un barile di rovere francese, le cosce leggermente aperte, e aspettai.
Bruno arrivò venti minuti dopo. Lo sentii scendere i gradini pesanti, poi la porta della cantina si richiuse dietro di lui. Si fermò a guardarmi. «Gesù, Renata…» mormorò. Si tolse la giacca, aprì la camicia senza fretta, e mi raggiunse. Le sue mani scure mi spinsero indietro sul legno. Mi baciò a lungo, lingua profonda, sapore di menta e desiderio. «Stasera non ti lascio uscire finché non ti ho riempita di nuovo. Finché non urli il mio nome.»
Mi fece alzare, mi girò e mi piegò a novanta gradi sul barile più alto. Mi sfilò le mutandine lentamente, le mise in tasca. Una mano mi aperse le natiche, il pollice mi accarezzò l’ingresso già umido. «Sei già pronta. La mia brava sommelier bianca che aspetta il cazzo nero.» Poi sentii la lingua. Calda, larga, mi leccò dalla figa fino al buco del culo, lentamente, di nuovo e di nuovo. Gemetti forte, le unghie che graffiavano il legno. Lui mi aprì con le dita, mi leccò il clitoride con precisione crudele, mi succhiò finché le ginocchia non mi tremarono.
«Bruno… cazzo, sì…» «Dillo. Dimmi cosa vuoi.» «Voglio il tuo cazzo. Dentro. Forte. Scopami come una troia.»
Si alzò. Sentii la testa calda premere, poi entrò d’un colpo solo, fino in fondo. Un grido mi uscì dalla gola. Mi riempiva tutta, caldo e pulsante, più grosso di come lo ricordavo. Iniziò a scoparmi con spinte lunghe e profonde, il bacino che sbatteva contro le mie natiche con un suono umido e carnale. Ogni spinta faceva scricchiolare il barile. Lui mi teneva i fianchi con le dita scavate nella carne chiara, mi tirava indietro incontro a sé.
«Guarda come la tua figa bianca ingoia tutto questo nero. Sembra un’opera d’arte, Renata. Ti stai allargando per me.» «Più forte… spingi più forte…» Accelerò. Le spinte diventarono secche, animali. Una mano mi afferrò i capelli e mi tirò indietro la testa, l’altra mi raggiunse davanti e mi stropicciò il clitoride a ritmo. Venivo già, a ondate, le gambe che si piegavano, un urlo soffocato contro il legno. Lui non si fermò. Continuò a fottermi attraverso l’orgasmo, più duro, più profondo, finché non mi sentì di nuovo bagnata e bisognosa.
Mi sollevò come una bambola, mi stese di schiena su un barile basso, mi aprì le gambe all’inverosimile e mi rientrò dentro guardandomi negli occhi. Cavalcava i miei fianchi con potenza, le palle che battevano contro il mio culo. Io gli graffiavo le spalle scure, gli morsi il collo, gli sussurrai all’orecchio quanto fossi sporca, quanto amassi vedermi presa così, la mia pelle chiara arrossata sotto le sue mani nere, il suo cazzo lucido di me che spariva e riappariva.
«Voglio assaggiarti di nuovo», disse all’improvviso. Si sfilò, mi piegò le ginocchia al petto e mi leccò la figa gonfia e sgocciolante, succhiando i suoi stessi resti e i miei. Due dita curve mi trovarono il punto, la lingua sul clitoride. Venni di nuovo, più forte, le cosce che gli strettero la testa, un grido lungo che riecheggiò tra le botte.
Poi mi fece girare a pecorina sul pavimento di pietra fredda, un cuscino di tela sotto le ginocchia. Mi aprì le natiche con entrambe le mani e mi montò da dietro come un toro. Le spinte erano selvagge, profonde, il suono della carne che sbatteva riempiva la cantina. Dirty talk continuo, basso, rauco: quanto la mia figa stretta lo stringeva, quanto era bello il contrasto, come avrei preso il suo sborro tutto dentro e poi sarei tornata su a fare la professionista con le cosce appiccicose. Io spingevo indietro, cercavo ogni centimetro, gli dicevo di usarmi, di riempirmi, di farmi sua.
Quando sentì che stava per venire mi tirò su, mi fece sedere a cavalcioni sul cazzo mentre restava in piedi, appoggiato a un barile. Lo cavalcai disperata, le tette che gli sbattevano sul petto, le unghie nelle sue spalle. Lui mi teneva i glutei aperti, mi aiutava a scendere forte, mi baciava la bocca aperta. «Vieni con me. Ora. Sulla mia pelle nera.»
L’orgasmo mi spaccò. Mi strinse tutta, un urlo rauco, la figa che gli pulsava intorno. Lui spinse a fondo tre volte e scoppiò dentro di me a getti caldi e densi, tenendomi stretta, ansimando contro il mio collo. Restammo uniti, tremanti, il sudore che ci scorreva sulla pelle, il profumo di sesso e vino e legno che ci avvolgeva.
Piano piano si sfilò. Il suo sperma mi colò caldo lungo la coscia. Mi tenne tra le braccia ancora un po’, mi baciò la fronte, le tempie, le labbra gonfie. Mi aiutò a rivestirmi in silenzio, con quella stessa tenerezza di prima. Mi sistemò i capelli, mi abbottonò la camicia, mi asciugò una goccia di sudore dalla guancia.
Uscimmo dalla bottaia insieme. Lui chiuse la porta dietro di noi. Fuori, nel cortile buio, l’aria notturna era fresca. Ci guardammo un attimo senza parlare. Poi lui mi strinse la mano una volta sola, la lasciò, e se ne andò verso la macchina senza voltarsi.
Io restai ferma sul sasso freddo del cortile. Il silenzio della collina era completo. Solo il vento leggero tra le viti e, lontano, il grillo di un’estate che finiva.
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Persone vere in cam, adesso.
Guardi gratis. Nessuna carta, nessuna registrazione.
Guarda dal vivo →Popular Collections
Browse Categories