Incontro Segreto sul Tetto

Marco tradisce la moglie con la sua migliore amica sul tetto durante la festa.

19 min read August 31, 2026New

La musica pulsava dal piano di sotto come un cuore ubriaco, bassi grezzi che vibravano attraverso il cemento del tetto. Marco chiuse dietro di sé la porta antincendio e tirò un respiro lungo, l’aria di giugno piena di smog e di promesse. La festa di compleanno di Carmen riempiva l’appartamento: risate, bicchieri che sbattevano, qualcuno che urlava una canzone. Lui aveva bisogno di silenzio. O meglio, di lei.

Giulia era già lì, appoggiata al parapetto basso, la schiena curva, i capelli castani sciolti che il vento le spingeva contro la guancia. Vestito nero corto, spalle nude, la stoffa che le stringeva i fianchi come una seconda pelle. Trentacinque anni lui, lei ventisette, migliore amica di sua moglie da quasi un decennio. E da mesi — da troppi mesi — ogni messaggio notturno, ogni sguardo troppo lungo a cena, ogni “ti voglio troppo bene” detto con la bocca a mezzo centimetro dal suo orecchio, era diventato un filo elettrico teso tra di loro.

«Pensavo non venissi», mormorò lei senza voltarsi. La voce roca di chi ha già bevuto due gin tonic e tiene la terza sigaretta tra le dita.

Marco si avvicinò. Sentì l’odore del suo profumo mescolato al tabacco. «Carmen sta ballando con i colleghi. Non si accorgerà di niente per almeno un’ora.» Il nome della moglie gli pesò sulla lingua come un sasso. Trentacinque anni, anello al dito, mutuo, tre vacanze all’anno. E questa fame da cane randagio che lo divorava ogni volta che Giulia entrava in una stanza.

Lei si girò. Gli occhi scuri, le labbra lucide. «Sai che è una merda, vero? Quello che stiamo facendo. Quello che vogliamo fare.»

«Lo so.» Lui tirò fuori il pacchetto, ne accese una. La fiamma illuminò per un attimo le occhiaie di chi non dorme bene da settimane. «Lo sappiamo entrambi da marzo. Da quando mi hai mandato quella foto in mutandine dopo la cena da voi. “Scusa, mi sono confusa di chat”, avevi scritto. Ma non ti eri confusa un cazzo.»

Giulia rise bassa, un suono che gli andò dritto tra le gambe. Prese la sigaretta dalle sue dita, aspirò, gli soffiò il fumo contro il collo. «E tu hai risposto “mandamene un’altra”. Come un coglione sposato.» Si avvicinò di più. I seni quasi toccavano il suo petto. «Carmen mi racconta tutto, lo sai? Quanto sei stanco, quanto lavori. Quanto raramente la scopi. Mi parla di te come se fossi un fratello maggiore. E io penso a quanto vorrei che mi ficcassi le dita in gola mentre mi dici di aprirle di più.»

Marco sentì il cazzo indurirsi contro la zip. La tensione di mesi — messaggi cancellati, scuse inventate per uscire “a fare due passi”, mani che si sfioravano sotto il tavolo mentre Carmen andava in cucina — esplose in un bruciore sordo. Pose la mano sul parapetto, accanto al suo fianco. Le dita sfiorarono la stoffa del vestito, poi la pelle nuda sotto l’orlo. Calda. Liscia.

«Non scherzare», borbottò. Ma non ritirò la mano.

Giulia spinse indietro il culo, lentamente, fino a premerlo contro il suo bacino. Sentì immediatamente la durezza di lui. Un brivido le corse lungo la schiena. «Non sto scherzando. Sono bagnata da quando ti ho visto entrare stasera. Le mutandine sono già un disastro. Le ho messe apposta strette, quelle nere che ti piacciono, quelle che mi hai detto di mandarti in foto a febbraio.» Si mosse ancora, un piccolo movimento circolare, il sedere che strofinava contro il cazzo teso. «Mesi a guardarti. Mesi a fingerci amici mentre ti immagino che mi spingi contro questo stesso muretto e mi apri le gambe.»

Marco gettò la sigaretta. Entrambe le mani le afferrarono i fianchi, dita che premevano abbastanza da lasciare segni. La tirò indietro contro di sé con forza, il bacino che spingeva in avanti. «Giulia…»

Lei girò la testa, le labbra a un soffio dalle sue. «Dillo. Dillo che mi vuoi. Che da mesi ti seghi pensando a me mentre Carmen dorme accanto a te.»

«Ti voglio.» La voce gli uscì roca, spezzata. «Da quando ti ho visto uscire dalla doccia a casa vostra a Natale, asciugamano mezzo aperto, e mi hai guardato senza coprirti. Da quando mi hai scritto “stasera ho sognato che mi venivi in bocca e mi dicevi di ingoiare tutto”. Mi hai rovinato. Ogni volta che bacio mia moglie penso a queste labbra. Ogni volta che le tocco il culo penso a quanto è più sodo il tuo, a quanto ti stringeresti intorno al mio cazzo.»

Giulia gemette piano, un suono animale. Si girò del tutto tra le sue braccia, lo prese per la maglietta e lo baciò. Fame pura. Lingua che entrava, denti che graffiavano il labbro inferiore, saliva che si mescolava. Le mani di Marco scesero, affondarono sotto l’orlo del vestito, strinsero le natiche nude — niente mutandine, o forse le aveva già sfilate prima che lui arrivasse. La pelle era scottante. Le dita scivolarono più in basso, trovarono la fessura già aperta, scivolosa, calda come peccato.

«Cazzo, sei allagata», mormorò contro la sua bocca mentre due dita le sfioravano le labbra gonfie senza ancora entrare.

«Te l’ho detto.» Giulia gli morse il collo, poi sussurrò dritto nell’orecchio, la voce rotta dal bisogno. «Sono bagnata da mesi per te. Ogni volta che Carmen mi abbraccia sento il tuo odore sui suoi vestiti e mi viene da mettermi le dita in figa. Voglio che mi tradisca con me. Voglio che mi scopi qui, adesso, con la musica che copre i miei gemiti, e poi che torni giù con il mio sapore ancora in bocca e le baci. Voglio questo incontro segreto da così tanto che mi fa male.»

Marco la spinse contro il parapetto, il corpo che la copriva quasi del tutto. Una mano le tenne i polsi dietro la schiena, l’altra continuò a esplorare tra le cosce. Le dita finalmente scivolarono dentro — due, poi tre — e lei era così stretta e umida che il suono bagnato si sentì netto nell’aria notturna. Giulia aprì le gambe di più, il vestito rialzato fino all’ombelico, e spinse i fianchi contro la sua mano.

«Più forte», ansimò. «Fatti sentire. Voglio sentire le tue dita fino in fondo mentre mi dici quanto sei un pezzo di merda a farmi questo.»

Lui le ficcò le dita più a fondo, il pollice che le strofinava il clitoride con movimenti rapidi, grezzi. «Sono un pezzo di merda. Sto per scopare la migliore amica di mia moglie sul tetto mentre lei balla due piani sotto. E non riesco a smettere di pensare a quanto sarà stretta la tua figa quando ci metterò il cazzo. A quanto griderai. A come mi guarderai dopo, con lo smalto rovinato e le cosce che colano.»

Giulia lo baciò di nuovo, famelica, mentre la mano libera gli slacciava la cintura, abbassava la zip, estraeva il cazzo duro e già gocciolante. Lo strinse, lo pompò una, due volte, il pollice che spargeva la precome. «Promettimi», sussurrò contro le sue labbra, la voce tremante di orgasmo in arrivo. «Promettimi che non ci fermiamo stasera. Che questo è solo l’inizio. Che dopo la festa mi porterai da qualche parte — hotel, macchina, ovunque — e mi userai finché non riuscirò più a camminare dritta. Che mi farai la tua puttana segreta mentre continui a fare il marito perfetto.»

Marco le rimosse le dita, le portò alla bocca di lei. Giulia le succhiò pulite senza esitazione, gli occhi chiusi di piacere. Poi lui le prese il viso tra le mani, la fronte contro la sua.

«Te lo prometto. Stasera non basta. Voglio mesi di questo. Voglio che tu mi mandi foto della tua figa ancora piena del mio sborro mentre sei a pranzo con Carmen. Voglio farti venire al telefono mentre sono a letto con lei. Voglio questo segreto che ci brucia entrambi.»

La porta del tetto scricchiolò lontano, una risata che saliva dalle scale. Qualcuno stava per salire. Giulia gli sistemò in fretta la zip, si tirò giù il vestito, ma il respiro di entrambi era ancora spezzato, le pupille dilatate, le labbra gonfie e lucide di saliva reciproca. Il sapore di lei gli restava sulle dita. Il culo di lei gli restava stampato contro i palmi.

Si scostarono di un passo solo. La tensione non era scemata: era diventata un filo ancora più teso, pronto a spezzarsi al prossimo istante di solitudine. Marco le guardò la bocca, poi gli occhi.

«Tra dieci minuti scendo. Tu aspetta qui altri cinque. Poi vieni. E stasera, dopo che tutti se ne sono andati…» Non finì la frase. Non serviva.

Giulia gli accarezzò l’inguine una sola volta, leggera, possessiva. «Non vedo l’ora di tradirla con te. Davvero.»

La porta del tetto non si aprì. La risata scese di nuovo, annebbiata dalla musica, e dopo un minuto di silenzio rotto solo dal vento e dai bassi, Marco capì che era una falsa allarme. Qualcuno aveva aperto la porta delle scale e poi aveva cambiato idea. Il cuore gli batteva ancora in gola quando tornò verso di lei.

Giulia non si era mossa. Restava contro il parapetto, le dita strette sul cemento ruvido, il vestito già rialzato di nuovo sulle cosce. Lo guardò arrivare con le pupille scure, le labbra ancora umide del bacio di prima.

«Se ne sono andati», mormorò lui. La voce era bassa, roca. «Siamo soli.»

Non aspettò risposta. Le mani le afferrarono i fianchi e la girarono di scatto, spingendola in avanti contro la ringhiera bassa. Giulia si chinò senza esitare, la schiena inarca, il culo offerto, le braccia che si aprivano sul muretto per tenersi. Il vento le sollevò i capelli sul viso. Sotto di loro le luci della città tremolavano, e la musica saliva come un ronzio lontano, abbastanza forte da coprire tutto.

Marco le alzò il vestito fino alla vita. La stoffa nera si arrotolò sulle anche. Sotto non c’erano mutandine — le aveva sfilate del tutto mentre lui controllava la porta, buttandole da qualche parte sul cemento. Il culo nudo, tondo, le cosce lucide di quanto era bagnata. La figa aperta, le labbra gonfie e scure, un filo di umidità che le colava già lungo l’interno coscia.

«Cazzo, Giulia…» La voce gli si spezzò. Con una mano le scostò le natiche, con l’altra si liberò il cazzo ancora duro, che pulsava contro l’aria fresca della notte. La testa era gonfia, lucida di precome. La posò contro l’ingresso stretto e caldo di lei e spinse.

Entrò di un colpo solo, fino in fondo. Giulia gemette alto, un suono grosso che le uscì dalla gola senza filtro. Si aperse intorno a lui, stretta, bollente, così bagnata che il suono umido della penetrazione riempì lo spazio tra i loro corpi. Marco le affondò le dita nei fianchi e iniziò a spingere. Forte. Grezzo. Le anche battevano contro il culo di lei con schiaffi secchi, la carne che tremava a ogni botta.

«Sì… così… più forte», ansimò lei, la faccia girata di lato, la guancia quasi sul cemento. «Ficcamelo tutto. Voglio sentirlo fino allo stomaco.»

Marco le diede esattamente quello che chiedeva. Si piegò su di lei, una mano che le afferrava i capelli alla radice e le tirava la testa indietro, l’altra che le teneva fermo un fianco mentre la scopava a fondo. Ogni spinta la faceva avanzare contro la ringhiera. Il cazzo spariva intero nella figa stretta, usciva lucido del suo sugo, rientrava con violenza. Il calore la stringeva, la succhiava. Lui sentiva le pareti di lei contrarsi, aprire, chiudere intorno alla carne dura.

«Sei una puttana», le soffiò all’orecchio, le labbra contro il collo sudato. «La migliore amica di mia moglie, china sul tetto con il mio cazzo in figa mentre lei balla di sotto. Ti piace, eh? Ti piace tradirla così.»

«Sì… cazzo sì…» Giulia spingeva indietro i fianchi, incontrando ogni colpo. «Scopami. Usami. Voglio che mi rovini. Voglio tornare giù zoppicando e che Carmen mi chieda se sto bene.»

Marco accelerò. Le spinte diventarono più corte, più profonde, il bacino che schiacciava le natiche di lei a ogni botta. Il suono era osceno: carne contro carne, il chioccolio bagnato della figa che lo prendeva tutto, i gemiti di entrambi che salivano senza freno. Lui guardava il punto in cui entrava in lei, la pelle tirata intorno al cazzo, il buco che si apriva e si richiudeva. Le dita le lasciarono i capelli e scesero sotto, trovarono il clitoride gonfio e lo strofinarono con il pollice grezzo, circolare.

Giulia strillò. Le gambe le tremarono. «Non fermarti… sto per… cazzo Marco, sto per venire…»

Lui non si fermò. Continuò a martellarla da dietro, il pollice che le massaggiava il clitoride bagnato, il cazzo che la riempiva fino al collo dell’utero. Lei venne con un gemito lungo, rotto, il corpo che si irrigidiva contro la ringhiera, la figa che gli pulsava intorno in ondate strette e calde. Il sugo le colò lungo le cosce, gli bagnò le palle.

Marco uscì di scatto, ancora duro da fare male. La girò di nuovo, la prese sotto le cosce e la fece scivolare giù con sé sul pavimento del tetto. Il cemento era freddo e sporco, ma nessuno dei due se ne fregava. Lei si sdraiò sulla schiena, le gambe aperte, il vestito arrotolato sotto le tette, i seni che uscivano, i capezzoli duri. Marco si mise tra le sue cosce, si chinò su di lei e rientrò con una spinta unica e profonda.

La posizione del missionario li strinse di più. Petto contro petto, il fiato che si mescolava. Lui iniziò a muoversi con colpi lunghi, pesanti, che le andavano a fondo ogni volta. Giulia gli avvolse le gambe intorno alla schiena, i talloni che premevano contro le natiche di lui per spingerlo ancora più dentro. Le unghie le affondarono nella schiena, sotto la maglietta, graffiarono la pelle fino a lasciare strisce rosse. Gli morse il collo, i denti che affondavano abbastanza da far male, abbastanza da segnarlo.

«Più forte… scopami come se mi odiassi», ansimò contro la sua pelle, la voce rotta. «Dimmi quanto sei un pezzo di merda. Dimmi che stasera tornerai a casa e la bacerai con la bocca che sa ancora di me.»

Marco gemette contro la sua spalla, le spinte che diventavano selvagge. «Sono un pezzo di merda. Sto scopando la tua figa stretta mentre mia moglie è due piani sotto a bere il suo prosecco. E non riesco a smettere. Non voglio smettere. Voglio venire dentro di te e farti camminare giù con lo sborro che ti cola sulle cosce.»

Lei gli graffiò di più la schiena, le unghie che scivolarono sulle scapole. Gli morse di nuovo il collo, più forte, poi la bocca gli cercò la sua e lo baciò famelica, lingua e denti e saliva. I gemiti di entrambi salivano liberi, crudi, senza più nessun controllo. Il pavimento del tetto raschiava la schiena di lei a ogni spinta. Lui le afferrò un polso e lo bloccò sopra la testa, l’altra mano che le stringeva una natica e la teneva aperta mentre la scopava più a fondo.

«Mi senti?» ansimò lui. «Mi senti tutto dentro?»

«Tutto… cazzo, tutto…» Giulia aveva gli occhi lucidi, la bocca aperta. «Sei enorme. Mi stai aprendo. Non smettere. Non osare smettere.»

Marco cambiò angolo, sollevò un po’ i fianchi di lei con l’avambraccio e colpì quel punto dentro che la faceva urlare. Lei lo fece. Un gemito lungo, animale, che la musica di sotto non riuscì del tutto a coprire. Le unghie le strapparono pezzi di pelle dalla schiena di lui. I denti le lasciarono un segno viola sotto l’orecchio. Entrambi sudavano. L’odore di sesso, di fumo vecchio, di smog e di tradimento riempiva l’aria tra i loro corpi.

Lui continuava a spingere, profondo, regolare e crudele, il cazzo che entrava e usciva lucido del sugo di lei mescolato alla sua precome. Ogni botta le faceva rimbalzare i seni. Ogni botta le faceva stringere le gambe intorno a lui. Giulia gli parlava all’orecchio tra un morso e l’altro, la voce spezzata:

«Dopo… dopo voglio che mi porti via. Hotel, macchina, non mi frega. Voglio che mi metta in ginocchio e mi sborri in faccia. Voglio che mi mandi messaggi sporchi mentre sono a cena con lei. Voglio mesi di questo, Marco. Anni. Voglio essere la puttana che ti rovina il matrimonio e che tu non riesci a smettere di scopare.»

Lui gemette basso, la fronte contro la sua. Le spinte diventarono più irregolari, più disperate. Il piacere saliva, caldo, pesante, pronto a scoppiare. Ma non ancora. Non voleva finire. Voleva restare dentro quella figa stretta e traditrice finché le gambe non gli avessero ceduto.

La porta del tetto scricchiolò di nuovo, lontana. Una voce maschile, confusa, che chiamava qualcuno. Marco e Giulia si bloccarono un secondo, il cazzo di lui ancora sepolto fino alle palle, i corpi sudati e intrecciati sul cemento. Poi lei gli sorrise, crudele e bagnata, e gli mosse i fianchi da sotto, prendendolo più a fondo nonostante il rischio.

«Non ti azzardare a uscire adesso», sussurrò. «Finisci quello che hai iniziato. Scopami finché non riesco più a stare in piedi. Poi torna da lei con i graffi sulla schiena e il mio odore sulla pelle. E pensa a me mentre la baci.»

Marco riprese a muoversi, più lento stavolta, più profondo, ogni spinta un coltello affondato. Il pericolo rendeva tutto più acuto. Lei gli morse di nuovo il collo, abbastanza forte da lasciare un segno che Carmen avrebbe potuto notare. Lui le affondò le dita nei capelli e la tenne ferma mentre la scopava contro il pavimento del tetto, crudo, appassionato, senza freni.

La musica di sotto cambiò brano. Qualcuno rise forte. Loro non si fermarono. Il filo teso tra di loro, invece di spezzarsi, si avvolse ancora di più, pronto a trascinare entrambi più in basso nella stessa merda dolce e sporca che avevano scelto.

La porta del tetto restò chiusa. La voce maschile si allontanò di nuovo, inghiottita dai bassi e dalle risate. Marco non aspettò conferma. Riprese a spingere con tutta la forza che gli restava nelle anche, il cazzo che entrava fino in fondo nella figa gonfia e scivolosa di Giulia. Lei lo accolse con un gemito basso, le unghie conficcate nella sua schiena, i talloni che premevano sulle natiche per tenerlo sepolto.

«Così… non uscire… riempimi», ansimò contro il suo collo. La voce era spezzata, bagnata di saliva e di bisogno. Ogni colpo faceva sbattere le sue natiche nude contro il cemento freddo. Il vestito nero era ridotto a uno straccio arrotolato sotto le tette, i capezzoli duri che sfregavano contro la maglietta di lui a ogni spinta. L’odore di sesso e di fumo vecchio li avvolgeva. Marco sentiva le pareti di lei contrarsi a ondate, strette, calde, che lo mungevano.

Piegò la testa e le morse la spalla nuda mentre accelerava. I colpi diventarono corti, disperati, il bacino che schiacciava il clitoride di lei a ogni botta. Giulia aprì la bocca in un urlo silenzioso, gli occhi chiusi, le cosce che tremavano incontrollate intorno ai suoi fianchi. «Marco… cazzo… sto venendo di nuovo…»

Lui non rallentò. Le affondò le dita nei capelli castani e la tenne ferma mentre la scopava contro il pavimento del tetto, grezzo, senza pietà. «Vieni. Vieni sulla mia sborra. Voglio sentirti pulsare mentre ti riempio.»

Giulia esplose. Il corpo le si inarcò di scatto, la schiena che si staccò dal cemento, un gemito lungo e rotto che le uscì dalla gola come un animale ferito. La figa le si strinse a vicchio intorno al cazzo di Marco, ondate calde e ritmiche che lo spremevano. Il sugo le colò abbondante lungo le natiche e gli bagnò le palle. Lei tremava tutta, le gambe che scattavano a scosse, le unghie che gli lasciavano solchi rossi sulla pelle sotto la maglietta.

Marco non resisté. Due spinte ancora, profonde fino al collo dell’utero, e venne con un grugnito rauco contro il suo collo. Il cazzo pulsò a scatti, scaricando fiotti densi e caldi dentro di lei. Sentì lo sborro riempirla, traboccare ai lati del suo membro ancora sepolto, colare caldo tra le labbra gonfie della sua figa e scendere lungo le cosce. Continuò a spingere piano mentre sparava gli ultimi getti, godendo di ogni contrazione che lo svuotava.

Rimasero così per lunghi secondi, sudati, ansimanti, i corpi ancora uniti. Il cuore di Marco batteva contro il petto di lei come un martello. Giulia aveva gli occhi semichiusi, le labbra aperte, un filo di saliva che le scendeva dall’angolo della bocca. Tremava ancora a scosse piccole, la figa che gli succhiava gli ultimi spasmi.

«Cazzo…», mormorò lui, la voce roca. Uscì lentamente. Il cazzo uscì lucido di sborra e di sugo, ancora semi-duro. Un fiotto bianco le colò subito dalla fessura aperta, scese lungo l’interno coscia e macchiò il cemento tra le sue gambe. Giulia non chiuse le cosce. Restò sdraiata, le ginocchia piegate, a guardarlo scendere da lei con lo sguardo torbido di chi ha appena preso tutto.

Si alzarono con movimenti lenti, le gambe molli. Marco si sistemò il cazzo ancora umido nei boxer, rialzò la zip, riabbottò la cintura con dita che tremavano un po’. Giulia si tirò giù il vestito, ma la stoffa nera restava arricciata e umida sul fondo. Si chinò a recuperare le mutandine nere che aveva buttato prima, le infilò in tasca senza metterle. Lo sborro le colava ancora, caldo e denso, le scendeva fino al ginocchio. Lei se ne fregò con due dita e le leccò, gli occhi fissi nei suoi.

«Sai di me», disse piano. Poi gli si avvicinò, lo prese per la maglietta e lo baciò. Un bacio sporco, lento, pieno di lingua e di denti. Gli fece assaggiare il sapore della propria figa e della sua sborra mescolate. Marco le affondò le mani nei capelli e ricambiò, la lingua che le raspava il palato, la fame che non era ancora spenta del tutto.

Quando si staccarono, entrambi ansimavano di nuovo. Giulia gli passò il pollice sul labbro inferiore, sporco di saliva.

«Questo non è l’ultimo», sussurrò contro la sua bocca. «Te lo prometto. Domani ti mando una foto con le cosce ancora appiccicose. Dopodomani ti aspetto in macchina dietro il supermercato mentre Carmen fa la spesa. Voglio mesi di tetti, di hotel di mezz’ora, di messaggi cancellati. Voglio che tu mi usi finché non ti stanchi di questa figa. E anche dopo.»

Marco le strinse i fianchi, le dita che premevano sui segni rossi che le aveva lasciato prima. «Lo voglio anch’io. Ogni cazzo di minuto. Torno giù e la bacio con la bocca che sa ancora di te. E penso a quanto mi sei stretta piena.»

Si sistemarono in silenzio per un altro minuto. Lei si lisciò i capelli con le dita, lui si raddrizzò la maglietta per coprire i graffi sulla schiena. Il vento di giugno gli asciugava il sudore sulla nuca. Sotto di loro la festa continuava, indifferente: musica, risate, il rumore di un bicchiere che si rompeva.

«Tu scendi prima», disse Giulia. «Io aspetto cinque minuti. Poi entro dal balcone come se fossi uscita a fumare.»

Marco annuì. La guardò un’ultima volta — le labbra gonfie, le cosce lucide, lo sguardo che diceva già il prossimo tradimento — e si diresse verso la porta antincendio. L’aprì senza far rumore e scese le scale due alla volta, il cuore ancora in gola, lo sborro che gli appiccicava i boxer alla pelle.

La festa lo investì come un muro caldo di suoni e di odori. Carmen stava proprio in fondo al salone, un bicchiere di prosecco in mano, rideva con le colleghe. Quando lo vide, gli sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi. Marco andò. Le passò un braccio intorno alla vita, le baciò la tempia. Il sapore di Giulia gli restava sulla lingua, amaro e dolce insieme. Carmen non si accorse di niente. Gli parlò di una canzone, di un collega ubriaco. Lui rispose con monosillabi, lo sguardo che andava ogni tanto verso la porta del tetto.

Cinque minuti dopo Giulia rientrò dal balcone laterale, come se niente fosse. Il vestito nero era tirato giù, i capelli un po’ scompigliati dal vento. Sorrise a Carmen, le andò incontro, le fece un abbraccio lungo. Marco vide le dita di lei posarsi sulla schiena dell’amica e pensò allo sborro che le colava ancora nelle mutandine tenute in tasca. Carmen rise e le offrì un gin tonic. Giulia lo accettò, gli occhi che per un secondo cercarono quelli di Marco dall’altra parte della stanza. Un solo secondo. Bastò.

Rimasero alla festa ancora un’ora. Ballarono, risero, finirono le bottiglie. Marco sentiva lo sborro asciugarsi sulla pelle, i graffi bruciargli sotto la maglietta ogni volta che si muoveva. Giulia rideva con Carmen, le toccava il braccio, le raccontava qualcosa all’orecchio. Ogni tanto le loro occhiate si incrociavano e il filo elettrico si tendeva di nuovo.

Verso mezzanotte la gente iniziò a diradarsi. Carmen era stanca, un po’ brilla, diceva che voleva andare a letto. Marco l’aiutò a salutare gli ultimi ospiti. Giulia si avvicinò per l’ultimo abbraccio.

«Ci sentiamo domani», disse a Carmen, poi a lui, con la stessa voce leggera. Solo Marco capì il secondo significato. Lei gli strinse la mano un attimo più del dovuto mentre si salutavano sulla porta. La pelle ancora calda. Poi indossò la giacca leggera e uscì sull’androne.

Marco restò un momento sulla soglia a guardarla scendere le scale. Giulia non si voltò. Camminò con passo sicuro, le gambe ancora un po’ molli, e sparì oltre il portone senza un gesto di troppo. Il sapore del tradimento gli restava sulle labbra mentre chiudeva la porta e tornava dentro, dove Carmen lo aspettava già a piedi nudi sul divano.

Fuori, Giulia attraversò il marciapiede, salì sulla sua macchina e partì. Le luci della città le scivolarono sui fianchi ancora umidi. Non guardò indietro.

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