Un’ultima Stoccata Prima dell’Addio
Lorenzo, 42 anni, si scopa l’ultima volta Aisha, 28 anni, nella palestra che sta chiudendo.
Lorenzo, quarantadue anni compiuti da due mesi, abbassò per l’ultima volta la serranda parziale della Boxe Club Milano, il suo tempio di sudore e ringhi che aveva aperto vent’anni prima in un vecchio magazzino di Porta Genova. L’odore di gomma, ferro arrugginito e linimento impregnava ancora l’aria, ma le luci erano già dimezzate. Sacchi da boxe pendevano immobili come cadaveri, gli attrezzi smontati erano accatastati contro il muro. Domani sarebbe arrivato il camion per portar via tutto. Quella sera però c’era ancora lei.
Aisha entrò alle nove in punto, ventotto anni portati come una seconda pelle, boxeatrice professionista senegalese con passaporto italiano da tre anni. Il corpo era una scultura vivente: spalle larghe, vita stretta, gambe lunghe e muscolose che sembravano scolpite nel basalto lucido. La pelle ebano brillava già di un velo di sudore solo per aver camminato sotto la pioggia milanese. Portava una felpa larga e leggings neri che aderivano alle cosce potenti come una seconda epidermide. Appena lo vide, il suo sorriso si fece obliquo, pericoloso.
«Allora, Lorenzo… è davvero l’ultima volta?» chiese con quella voce bassa, roca, che gli aveva sempre fatto drizzare i peli sulle braccia.
Lui annuì, chiudendo la porta a chiave dietro di lei. «Domani chiudiamo i contatori. Tu parti per Parigi giovedì. Fine della storia.»
Ma la storia non era mai stata semplice. Da mesi, durante gli allenamenti privati pagati in contanti, gli sguardi si erano fatti sempre più lunghi. Nei clinch i loro bacini si erano schiacciati con troppa insistenza. Lui aveva sentito la figa calda di lei attraverso i vestiti, lei aveva sentito il suo cazzo bianco indurirsi contro il ventre piatto. Battute spinte erano diventate normali: «Attento, coach, che se spingi così finisci per infilarmelo senza volerlo». Lui rideva, arrossiva, cambiava discorso. Entrambi sapevano. Entrambi avevano resistito.
Stasera non c’era più motivo di resistere.
«Scaldiamoci,» disse Lorenzo, togliendosi la felpa. Il torace bianco, coperto da una peluria scura che scendeva fino all’ombelico, luccicò sotto i neon. Aisha non parlò. Si sfilò la felpa e poi, senza preavviso, anche la canotta sportiva. I seni alti, pesanti, neri come la notte, rimasero nudi. I capezzoli erano già turgidi, due chicchi di caffè scuro che puntavano verso di lui. Lorenzo deglutì.
«A torso nudo,» mormorò lei. «Come quando mi alleni sul serio. Voglio sentire la tua pelle contro la mia.»
Si misero sul ring. I guantoni pesavano, ma i colpi erano solo un pretesto. Ogni jab, ogni schivata, ogni clinch durava più del necessario. Il sudore cominciò a colare presto. Il petto di Lorenzo sfregava contro i seni di Aisha, i capezzoli duri gli graffiavano la pelle chiara. Nel quarto clinch lei premette volutamente il pube contro il suo bacino. Sentì il cazzo di lui già mezzo duro sotto i pantaloncini.
«Lo sento di nuovo,» sussurrò Aisha contro il suo orecchio, il fiato caldo. «Quel tuo cazzo bianco che diventa di marmo appena mi tocchi. Da mesi mi bagna gli slip, lo sai? Ogni volta che mi blocchi così, la figa mi pulsa. E tu? Quante volte te lo sei menato pensando alla mia bocca carnosa intorno a quella roba pallida?»
Lorenzo ringhiò, la spinse più forte contro le corde. Le funi cigolarono. Il corpo di lei era bollente, scivoloso. «Stai giocando col fuoco, Aisha.»
«Il fuoco mi piace.» Lei gli morse il lobo dell’orecchio, leggera. «Questa è l’ultima sera. Non ci rivedremo più. Quindi smettila di fare il bravo coach. Io voglio sentirtelo dentro. Voglio che mi scopi come se volessi spaccarmi. Voglio il tuo sperma bianco dentro la mia figa nera prima di sparire da questa palestra di merda. Lo vuoi anche tu. Lo vedo da come mi guardi da mesi. Dillo.»
Lorenzo la fissò negli occhi scuri. Non c’era coercizione. Solo desiderio crudo, reciproco, liberato finalmente. «Sì. Ti voglio da impazzire. Ti scopo stasera. Qui. Adesso.»
Aisha sorrise come una predatrice. Si abbassò lentamente in ginocchio sul tappeto del ring, tirandogli giù i pantaloncini con un gesto secco. Il cazzo di Lorenzo, grosso, venato, di un bianco quasi osceno contro la sua pelle scura, schizzò fuori già completamente eretto. Lei lo guardò un secondo, leccandosi le labbra carnose.
«Che bel cazzo da puttana,» mormorò prima di spalancare la bocca e ingoiarlo.
Le labbra nere e piene si chiusero intorno alla cappella. Succhiò con avidità famelica, la lingua larga che lambiva la vena sotto, scendendo fino alle palle. Lo prese in gola senza sforzo, il naso che toccava il pube chiaro di lui, gorgogliando mentre la saliva colava sul mento. Lorenzo imprecò, afferrandole le treccine strette. La vista di quel viso bellissimo, così scuro, che si impalava sul suo cazzo bianco era pornografica. Lei gemeva, gli occhi lacrimosi ma pieni di lussuria, mentre lo succhiava come se volesse estrargli l’anima.
«Cazzo… così, brava… succhiamelo bene, troia,» ringhiò lui, cedendo al tono sporco che lei aveva sempre provocato. Aisha gemette più forte, chiaramente eccitata dalle parole. Accelerò, una mano che gli massaggiava le palle, l’altra che si infilava nei suoi stessi leggings per toccarsi la figa bagnata.
Lorenzo non resistette oltre. La afferrò sotto le ascelle, la sollevò come se non pesasse niente e la schiacciò contro le corde. Le abbassò i leggings fino alle caviglie con uno strattone. La figa di Aisha era lucida, gonfia, le grandi labbra scure aperte a mostrare il rosa acceso dentro. Lui la penetrò in un colpo solo, profondo, violento.
«Ahhh, sì!» urlò lei, la testa che scattava indietro. «Spaccami, Lorenzo! Sbattimi con quel cazzo bianco!»
Lui la scopò in piedi, le mani aggrappate ai suoi glutei duri, spingendo con tutta la forza delle gambe e dei fianchi. Ogni stoccata faceva tremare le corde. I seni di lei rimbalzavano tra i loro corpi, i capezzoli che strusciavano sul petto sudato di Lorenzo. Il suono bagnato dei loro sessi che sbattevano riempiva la palestra vuota. Lui la baciava con rabbia, mordendole il labbro inferiore, mentre la figa di Aisha lo stringeva come un pugno caldo e bagnatissimo.
«Più profondo… così… sì, così!» ansimava lei tra un bacio e l’altro. «Da mesi volevo questo. Da mesi volevo farti venire dentro.»
La portò giù dal ring, sul tappeto grande al centro della sala. Si sdraiò sulla schiena e Aisha gli salì sopra senza aspettare. Lo impalò di nuovo, questa volta cavalcandolo con furia animale. I fianchi neri si alzavano e si abbassavano con forza brutale, i seni che rimbalzavano pesantemente, schiaffeggiando l’aria. Lorenzo li afferrò, li strinse, pizzicò i capezzoli fino a farla urlare. Il sudore colava tra i loro corpi, rendendo la pelle scivolosa. Lei ruotava il bacino, macinando il clitoride contro il pube di lui, gli occhi rovesciati.
«Ti sento tutto… cazzo, sei grosso… mi stai allargando,» gemeva. «Voglio venire sul tuo cazzo bianco, Lorenzo. Voglio inondarti.»
Lui la prese per i fianchi e la aiutò a muoversi più forte, spingendo dal basso. Il tappeto era già fradicio sotto di loro.
Poi la girò. Aisha si mise a quattro zampe, il culo nero alto e rotondo offerto come un trofeo. Lorenzo le diede una pacca sonora sulla natica, lasciandoci l’impronta rossa sulla pelle scura, e la penetrò di nuovo da dietro. Le stoccate diventarono potenti, bestiali. La carne sbatteva, le palle colpivano il clitoride di lei ad ogni affondo. Aisha urlava senza più controllo.
«Più forte! Sbattimi! Rompimi la figa! Sono la tua puttana nera stasera, dai!»
Lorenzo le afferrò le trecce come redini e la tirò indietro, scopandola con rabbia profonda. Il contrasto delle loro pelli, il suono osceno, l’odore di sesso che saturava l’aria, tutto lo stava portando al limite. Sentì i testicoli contrarsi.
«Sto per venire… cazzo, Aisha…»
«Dentro! Tutto dentro! Vieni con me!»
L’orgasmo li prese insieme, violento, sudato, quasi doloroso. Lui esplose con fiotti spessi, caldi, pompando tutto il suo sperma bianco nella figa che pulsava e si contraeva intorno a lui. Aisha urlò, il corpo scosso da spasmi violenti, la schiena inarcata, le dita artigliate sul tappeto. Vennero a lungo, gemendo, tremando, finché lei non collassò in avanti, ancora impalata sul suo cazzo.
Ma Lorenzo non aveva finito. Mentre lei ancora tremava negli ultimi spasmi dell’orgasmo, lui rimase dentro, diede un’ultima, lenta, profondissima stoccata, ruotando il bacino, facendole sentire ogni centimetro mentre lei singhiozzava di piacere eccessivo.
«Questo… è per ricordarti chi ti ha scopata l’ultima volta in questa palestra,» le sussurrò all’orecchio.
Aisha voltò la testa, lo baciò con una passione feroce, lingua contro lingua, mordendogli il labbro fino a farlo sanguinare appena. Poi si alzò. Le gambe le tremavano ancora. Raccolse i vestiti sparsi, si infilò i leggings senza pulirsi, lasciando che lo sperma di lui le colasse lungo la coscia nera. Lo guardò un’ultima volta, gli occhi lucidi di qualcosa che non era solo piacere.
Si mise la felpa, prese il borsone e si diresse verso la porta. Non si voltò. Il clic della serratura risuonò nella palestra vuota.
Lorenzo rimase in ginocchio sul tappeto fradicio, il cazzo ancora mezzo duro, il petto che si alzava e abbassava, il sapore della bocca di lei ancora sulla lingua e l’odore della sua figa ancora addosso. Il silenzio era totale. Eppure, mentre fissava la porta chiusa, sentì che qualcosa non era davvero finito. Il numero che lei aveva scarabocchiato sul foglietto lasciato sul banco accanto alle chiavi brillava sotto l’ultima luce accesa. E nel suo petto, sotto lo sfinimento e il piacere, bruciava già la certezza che quella non era stata l’ultima stoccata.
(Parole: 1354)
Lorenzo fissò il foglietto per lunghi secondi, il cuore che ancora martellava contro le costole come dopo un round di dodici minuti. Il numero era scritto con la penna blu che usava per segnare i tempi sugli allenamenti, la grafia decisa, quasi aggressiva, di Aisha. Ventotto anni di pura potenza senegalese, una professionista che aveva vinto campionati europei e ora scappava a Parigi per un contratto che l’avrebbe fatta diventare una star. Lui, quarantadue anni portati con le cicatrici di vent’anni di boxe e di notti insonni a tenere in piedi quella palestra, sentiva il cazzo pulsargli ancora, mezzo duro, lucido dei loro umori mescolati. L’odore di figa nera e di sborra bianca impregnava il tappeto. Non era finita. Non poteva esserlo.
Compose il numero senza pensarci due volte. Al secondo squillo lei rispose, la voce bassa e ancora arrochita dal piacere.
«Sei già pentito, coach?»
«Torna dentro.» La sua voce uscì più rauca di quanto volesse. «Non ho ancora finito di scoparti.»
Un silenzio breve, carico. Poi il suono della serranda che veniva sollevata di nuovo. Aisha rientrò, i leggings neri ancora bagnati all’interno coscia dove il suo sperma colava lento. La felpa aperta lasciava intravedere i seni pesanti che si muovevano a ogni passo. Chiuse la porta a chiave lei stessa, questa volta, e lo guardò con quegli occhi scuri che sembravano bruciare.
«Pensavo di essere stata chiara,» disse avvicinandosi, ma il tono era già rotto dal desiderio. «Volevo andarmene con il tuo odore addosso e basta.»
Lorenzo non rispose con parole. La afferrò per la vita stretta e la baciò con violenza, lingua contro lingua, mordendole il labbro inferiore nello stesso punto dove lei lo aveva morso prima. Sapeva di sangue e di figa. La spinse contro il sacco da boxe più vicino, quello che ancora pendeva immobile come un testimone muto della loro follia. Le mani di lui scivolarono sotto la felpa, strinsero quei seni neri e sodi, pizzicarono i capezzoli già duri fino a farla gemere dentro la sua bocca.
Aisha gli morse il collo, poi scese con le labbra sul petto bianco, leccando il sudore e la peluria scura che scendeva verso l’ombelico. «Sei ancora duro,» mormorò contro la pelle di lui, la voce piena di stupore e di fame. «Dopo avermi riempita così… cazzo, Lorenzo, mi hai pompato tutto dentro e ce l’hai ancora come un toro.»
Lo prese in bocca di nuovo, ma questa volta fu più lento, più sporco. La lingua larga e rosa lambiva la cappella gonfia, raccoglieva i residui di sborra e di succo della sua stessa figa. Lo ingoiò fino in gola, gli occhi fissi in quelli di lui, lacrimosi ma provocatori. Lorenzo le tenne la testa con entrambe le mani, spingendo appena, sentendo il calore umido della sua gola contrarsi intorno al cazzo bianco e venato.
«Brava, puttana nera… succhiamelo così. Leccati il sapore di come ti ho aperta.»
Lei gemette forte intorno alla carne, una mano tra le proprie gambe a strofinare la figa gonfia e stillante. Il suono bagnato delle dita che entravano e uscivano riempiva la palestra vuota insieme ai loro respiri pesanti. Lorenzo la sollevò di peso dopo qualche minuto, le tolse i leggings del tutto questa volta, lasciandola nuda, magnifica, la pelle ebano lucida di sudore sotto le luci mezze spente.
La mise sul banco dei pesi, di schiena, con le gambe aperte e i piedi poggiati sulle maniglie. Si inginocchiò e affondò la faccia tra quelle cosce potenti. Le leccò la figa con avidità disperata, succhiando le grandi labbra scure, infilando la lingua dentro dove il suo stesso sperma colava ancora caldo. Il sapore era osceno, salato, dolce, loro due mescolati. Aisha urlò, afferrandogli i capelli corti.
«Leccami… sì, leccami la figa piena della tua sborra bianca, coach! Mangiala tutta… cazzo, mi fai impazzire!»
Lorenzo bevve da lei, succhiò il clitoride turgido, lo mordicchiò piano mentre due dita la penetravano profonde, curvandosi a cercare quel punto che la faceva tremare. Aisha venne così, violenta, schizzando un getto caldo sulla sua lingua, le gambe che si stringevano intorno alla sua testa come una morsa. Il corpo nero si inarcò sul metallo freddo del banco, i seni che ballavano, i capezzoli puntati verso il soffitto.
Non le diede tregua. Appena gli spasmi calarono, la girò a pecorina sul banco stesso, il culo alto e rotondo offerto, l’impronta rossa della pacca di prima ancora visibile sulla natica sinistra. La penetrò in un colpo solo, fino in fondo, sentendo la figa ancora contratta dal recente orgasmo stringerlo come un pugno bollente.
«Ahhh, cazzo… sei ancora più grosso adesso,» ansimò lei, la guancia premuta contro il ferro. «Sbattimi forte, Lorenzo. Voglio sentire le palle bianche sbattere contro il mio clitoride nero. Rompimi un’ultima volta prima che questa palestra diventi solo un ricordo.»
Lui la scopò con furia rinnovata, le mani aggrappate ai fianchi stretti, ogni stoccata un colpo di reni potente che faceva tremare il banco. Il suono bagnato, osceno, di carne contro carne echeggiava tra i sacchi immobili e gli attrezzi smontati. Le tirò le treccine come redini, costringendola a inarcare la schiena di più, e le parlò sporco all’orecchio.
«Questa figa nera è mia stasera. L’ultima volta che te la allargo così. Prendi tutto il cazzo del tuo coach bianco, troia. Senti come ti riempio?»
«Sì… sì, è tuo… sbattimi, riempimi di nuovo, voglio un’altra sborrata dentro!»
La girò ancora, questa volta faccia a faccia, sdraiati sul tappeto fradicio. Aisha gli avvolse le gambe muscolose intorno ai fianchi e lui la penetrò in missionario, lento ma profondo, ruotando il bacino per farle sentire ogni vena, ogni centimetro. I seni di lei schiacciati contro il petto peloso di lui, i capezzoli che sfregavano, i loro sudori che si mescolavano. Si baciarono mentre scopavano, un bacio disperato, pieno di lingua e di morsi, come se volessero mangiarsi a vicenda.
Lorenzo sentiva l’orgasmo salire di nuovo, più lento stavolta, più doloroso, come se il corpo volesse dare tutto. Aisha lo guardava negli occhi, le pupille dilatate.
«Vieni dentro, Lorenzo… riempimi un’ultima volta. Voglio portare il tuo sperma fino a Parigi.»
Vennero insieme, questa volta in silenzio quasi religioso, solo respiri spezzati e gemiti soffocati. Lui pompò fiotti spessi, caldi, lunghi, mentre la figa di lei lo mungeva con contrazioni potenti, succhiandogli tutto. Rimasero incastrati per minuti, tremando, sudati, la pelle bianca contro quella nera che brillava sotto le luci fioche.
Poi Aisha lo spinse via con dolcezza. Si alzò, le gambe malferme, lo sperma che colava abbondante lungo l’interno coscia ebano, gocciolando sul tappeto. Si rivestì lentamente, senza pulirsi, come la prima volta. Lorenzo rimase sdraiato, il cazzo lucido e ancora pulsante, il petto che si alzava e abbassava.
«Questa volta è davvero finita,» disse lei alla fine, la voce bassa ma ferma. Indossò la felpa, prese il borsone. «Il numero… tienilo. Ma non chiamare. Parigi è un altro mondo. Tu chiudi questa palestra e vai avanti. È stato bello, coach. L’ultima stoccata perfetta.»
Lo baciò sulla fronte, un gesto quasi tenero che gli strinse lo stomaco. Poi se ne andò. La serranda scese del tutto questa volta. Il clic della serratura fu definitivo.
Lorenzo rimase solo nel silenzio assoluto. L’odore di sesso era ovunque, denso, quasi soffocante. Il tappeto era fradicio sotto di lui, una macchia scura di umori misti. Prese il foglietto, lo guardò di nuovo. Compose il numero una seconda volta, solo per sentire la linea. Occupato. O forse spento.
Qualcosa di freddo gli scese nello stomaco. Il piacere ancora pulsava nelle vene, ma sotto c’era un vuoto improvviso, un dubbio acido che gli rodeva il petto. Aveva creduto che quella fosse solo l’ultima scopata, invece era diventata qualcosa di più, qualcosa che lei aveva chiuso con un bacio sulla fronte come si fa con un ricordo da archiviare. La palestra vuota intorno a lui sembrava già una tomba. Domani sarebbero arrivati i camion, la sua vita di vent’anni smontata come gli attrezzi contro il muro. E Aisha, la sua bellissima puttana nera, sarebbe stata su un aereo verso una città dove lui non esisteva.
Si passò una mano sulla faccia. Il labbro che lei aveva morso pulsava ancora. Il sapore di lei era ancora sulla lingua, il calore della sua figa ancora intorno al cazzo. Eppure, mentre fissava la porta chiusa e il foglietto inutile tra le dita, il rimpianto lo invase come un veleno lento. Aveva aspettato troppo. Aveva resistito troppo a lungo. E adesso che aveva ceduto, che aveva sentito quanto poteva essere profonda quella connessione di pelli e di sudore e di parole sporche, era finita per davvero.
Forse non era mai stata l’ultima stoccata. Forse era solo la prima di una lunga serie di notti in cui avrebbe ricordato quella figa nera stretta intorno a lui e si sarebbe chiesto che cosa sarebbe successo se avesse avuto il coraggio di chiederle di restare. Il silenzio della Boxe Club Milano era totale. E per la prima volta in vent’anni, Lorenzo si sentì vecchio, vuoto, e irrimediabilmente solo.
(Parole: 1354)
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