Fieno Caldo: La Prima Carezza della Mia Migliore Amica
Due amiche ventottenni, Hana e Miriam, si spogliano sudate sul divano e si leccano la figa fino a urlare di piacere.
Nel piccolo appartamento di Hana a Roma il caldo di luglio entrava dalle finestre socchiuse come un alito pesante. Le tapparelle erano a metà, la luce della sera colorava di arancio le pareti scrostate e il divano di tessuto grezzo dove le due amiche stavano sedute da ore. Hana, ventotto anni, barista dal fisico asciutto e atletico, teneva ancora addosso la canotta scura sudata del turno; Miriam, ventotto anni pure lei, grafica freelance dalle cosce forti e dal seno pieno, era rimasta in shorts e t-shirt leggera dopo la cena che avevano condiviso sul tavolino basso: pasta fredda, pomodori, un po’ di vino rosso lasciato a metà.
Parlavano di lavoro, di clienti stronzi, di quanto la città fosse invivibile a luglio. Poi il silenzio si allungò. Miriam girò il bicchiere tra le dita, guardò le braccia di Hana, i pettorali segnati sotto il cotone bagnato di sudore.
«Devo dirtelo», disse a voce bassa. «Da mesi. Da più di mesi. Fantastico sul tuo corpo. Quando sei dietro il bancone, quando ti pieghi, quando ridi e ti si tende il collo… non riesco a smettere. Voglio metterti le mani addosso da troppo tempo.»
Hana sentì il cuore spingersi contro le costole. Aveva aspettato quella frase senza mai osare chiederla. Guardò Miriam negli occhi scuri, le labbra socchiuse, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta.
«Io pure», rispose. «Da sempre, credo. La mia migliore amica e io che mi siedo sul cesso a masturbarmi pensando a te. Voglio le tue tette in bocca, voglio leccarti finché urli. Non sto scherzando.»
L’aria sembrò più densa. Si guardarono a lungo, sguardi che scendevano sul collo, sul seno, sul punto dove gli shorts di Miriam si stringevano tra le cosce. Nessuna delle due stava ubriaca; solo calde, sudate, consapevoli.
Il caldo premeva. Hana si tirò la canotta sopra la testa e la lanciò via, restando col solo reggiseno sportivo nero, il tessuto già umido che le marcava i capezzoli duri. Miriam la imitò subito, si sfilò la t-shirt, restò col reggiseno di pizzo chiaro che reggeva male le tette pesanti. Una goccia di sudore le scese tra i seni. Hana la seguì con lo sguardo.
«Cazzo, che tette», mormorò Hana, e allungò una mano. All’inizio fu solo un dito che sfiorò il braccio di Miriam, poi l’avambraccio, poi la spalla. Miriam fece lo stesso, le dita che scendevano lungo il bicipite di Hana, il pollice che premeva sul bordo del reggiseno sportivo.
Le battute nacquero e morirono in fretta.
«Hai il culo più bello che abbia mai visto», disse Miriam, e non rideva più. «Voglio morderlo.»
«E tu hai le cosce che sogno di tenermi attorno alla testa», rispose Hana. «Da stanotte.»
Le carezze non erano più casuali. Hana palpeggiò il seno di Miriam sopra il pizzo, ne pesò il peso, strinse un capezzolo tra indice e pollice finché Miriam gemette. Miriam scivolò una mano sotto il reggiseno sportivo di Hana, le strinse la tetta nuda, le unghie che graffiavano appena. Si chinarono l’una verso l’altra nello stesso istante. Il bacio fu umido, aperto, lingue che si cercavano con fame. Miriam sussurrò contro la bocca di Hana:
«Voglio le tue mani ovunque. Subito. Non smettere più.»
Hana la spinse contro lo schienale del divano. Le mani le scesero agli shorts, li sfilò insieme alle mutandine in un unico gesto deciso. Miriam alzò il bacino, aiutò, restò nuda dalla vita in giù, la figa già lucida di bava e sudore, le labbra gonfie, il clitoride visibile. Hana le divaricò le cosce con le ginocchia, si chinò e le diede una leccata lunga dal buco fino al clitoride. Miriam emise un suono rauco, afferrò i capelli di Hana.
Hana leccava con avidità, lingua piatta e poi a punta, concentrandosi sul clitoride gonfio, succhiandolo a intervalli mentre infilava due dita dentro Miriam, curve, spingendo contro quel punto morbido che faceva contrarre le cosce della ragazza. Il sapore era salato, caldo, intenso. Miriam spingeva il bacino contro la faccia di Hana, ansimava, diceva «così, così, non togliere la lingua, cazzo…» e teneva la testa dell’amica premuta contro la figa bagnata.
Quando Miriam fu vicina, too vicina, tirò Hana su, le sfilò a sua volta shorts e mutande, le tolse il reggiseno sportivo. Si sistemarono in fretta nel 69 sul divano stretto: Miriam sopra, il culo verso il viso di Hana, la bocca già sulla figa di Hana. Si leccavano a vicenda con disperazione, lingue che entravano, dita che si aggiungevano, bacini che si strusciavano contro bocche e menti. Hana spingeva la lingua dentro Miriam mentre le succhiava il clitoride; Miriam faceva lo stesso, succhiava la figa di Hana, la leccava dentro, si strofinava il naso e le guance contro i peli bagnati. Si muovevano sporche, sudate, i gemiti soffocati contro la carne dell’altra.
L’orgasmo di Miriam arrivò per primo, violento: si contrasse, urlò contro la figa di Hana, le cosce che tremavano, il liquido che bagnava il mento e il collo dell’amica. Hana non si fermò, continuò a leccare e a pompare le dita finché Miriam non la spinse via con un grido. Poi Miriam tornò a concentrarsi su Hana, le infilò tre dita, le succhiò il clitoride con forza. Hana venne urlando, il corpo che si inarcava, le mani che afferravano le natiche di Miriam e le tenevano aperte mentre scaricava tutto contro quella bocca avida.
Rimasero così un momento, respiri pesanti, fighe che pulsavano ancora, sudore che colava tra i seni e sulle cosce. Poi Hana si girò, salì verso il viso di Miriam, la baciò piano. Assaggiarono entrambe il sapore dell’altra sulle lingue. Si guardarono negli occhi, vicinissime.
«Questa è solo la prima notte», disse Hana, la voce roca. «Ne voglio tante. Tutte le notti che riesco a rubarti.»
Miriam sorrise, le dita ancora intrecciate nei capelli di Hana. «Sì. Tante. Non torno indietro.»
Si alzarono nudi, ancora umidi di sudore e di sesso, le gambe un po’ molli. Andarono verso il bagno piccolo, risate basse e complici mentre Hana apriva l’acqua della doccia. Si spinsero sotto il getto insieme, si insaponarono a vicenda con mani che non erano più solo amichevoli: Hana strofinò il sapone sul seno di Miriam, Miriam scese con le dita tra le natiche di Hana, le aprì un poco, le fece un cerchio lento intorno al buco ancora sensibile. Ridevano, si baciavano sotto l’acqua calda, già dure di nuovo i capezzoli, già bagnate di nuovo tra le gambe nonostante l’acqua.
Hana spinse Miriam contro la piastrella fredda, le morso la spalla, le sussurrò all’orecchio:
«Appena usciamo ti metto di nuovo sulla mia faccia. Voglio che mi pisci quasi addosso di quanto vieni.»
Miriam rise, rauca, le strinse il culo con entrambe le mani e rispose:
«E io voglio farti squirtare sul pavimento della cucina prima di mezzanotte. Abbiamo tutta la notte. E dopo ancora.»
L’acqua scorreva, i corpi scivolavano l’uno contro l’altro, le dita che tornavano già a esplorare. Fuori dal bagno il divano aspettava ancora umido delle loro prime scariche, e nessuna delle due aveva intenzione di spegnere le luci o di vestirsi di nuovo.
L’acqua calda scorreva ancora sulle spalle di Hana quando Miriam le premette il bacino contro il culo, le dita già infilate tra le labbra gonfie. Hana gemette contro le piastrelle, la fronte appoggiata al muro freddo, e aprì di più le cosce. Avevano ventotto anni entrambe, corpi adulti che sapevano esattamente cosa volevano, e non c’era più nessun freno. Miriam le strofinò il clitoride con due dita lente, circolari, mentre con l’altra mano le teneva una natica aperta.
«Senti com’è già bagnata di nuovo», mormorò Miriam all’orecchio di Hana, la voce roca di chi ha appena urlato. «Anche sotto la doccia. Sei una troia, Hana. La mia troia.»
Hana spinse indietro il culo, cercando più pressione. «Fallo. Mettimele dentro. Tutte.»
Miriam obbedì. Tre dita scivolarono dentro la figa di Hana con un suono umido che l’acqua non riuscì a coprire. Le curvò, le pompò piano, poi più forte, il palmo che batteva contro il clitoride a ogni spinta. Hana ansimava, le unghie che graffiavano la ceramica, i capezzoli duri che sfioravano il muro. Il sapore di Miriam le era ancora sulla lingua, salato e caldo, e quel ricordo le faceva contrarre il ventre.
Si girò di scatto, afferrò Miriam per i capelli bagnati e la baciò a bocca aperta, lingue che si avvolgevano. Poi scese in ginocchio sotto il getto, l’acqua che le colava sulla schiena e sui capelli scuri. Guardò la figa di Miriam da vicino: labbra rosse, clitoride ancora gonfio, fili di bava che l’acqua diluiva. La leccò tutta, dalla fessura al buco del culo, poi di nuovo su, e chiuse le labbra attorno al clitoride succhiando forte. Miriam gettò la testa indietro, una mano aggrappata al rubinetto, l’altra nei capelli di Hana.
«Cazzo… così… leccami il buco anche», gemette. «Voglio sentire la lingua ovunque.»
Hana la divaricò con le mani, le spinse le cosce aperte contro il muro e le cacciò la lingua nel culo, lenta, profonda, mentre due dita tornavano dentro la figa. Miriam urlò, un suono grosso che rimbalzò sulle piastrelle. Le gambe le tremavano. Hana non si fermò: lingua nel culo, dita che pompavano, pollice che strofinava il clitoride. Il sapore era intenso, muschiato, tutto Miriam. Quando sentì le cosce della ragazza contrarsi, accelerò finché Miriam non venne di nuovo, un orgasmo secco e violento che le fece piegare le ginocchia. Il liquido le colò sulle dita di Hana, caldo, e Hana lo leccò tutto, gemendo di piacere.
Uscirono dalla doccia senza asciugarsi. L’aria dell’appartamento era ancora pesante di luglio, le finestre socchiuse lasciavano entrare il rumore lontano della città. Si spinsero verso la cucina nudi, piedi bagnati sul pavimento di linoleum, seni che sobbalzavano. Hana aprì il frigorifero solo per prendere una bottiglia d’acqua, ne bevve un sorso e ne versò un filo tra i seni di Miriam, poi lo leccò giù fino al ventre. Miriam rise basso, la prese per i fianchi e la sollevò a sedere sul tavolo di legno grezzo.
«Hai detto che volevi farmi squirtare sul pavimento», disse Hana, le cosce già aperte, la figa a pochi centimetri dal viso di Miriam. «Allora fallo. Usami.»
Miriam si chinò e la mangiò senza pietà. Lingua piatta, poi a punta, dita che entravano e uscivano veloci, il suono schiocchianti e osceno che riempiva la cucina piccola. Hana si tenne al bordo del tavolo, la schiena inarcata, i capezzoli puntati verso il soffitto. Guardava in basso il capo di Miriam tra le sue cosce, i capelli scuri ancora umidi, le spalle larghe, e sentiva il piacere salire come un’ondata. Miriam le infilò tre dita, le crochetò contro il punto giusto e succhiò il clitoride con ritmo costante. Hana iniziò a spingere il bacino contro quella bocca, a gemere parole rotte.
«Più forte… sì, così… mi sento arrivare… non smettere, non osare smettere…»
Venne con un grido rauco, il corpo che si scosse, e un getto caldo le uscì dalla figa bagnando il mento, il collo e il seno di Miriam, poi gocciolò sul pavimento della cucina esattamente come avevano promesso. Miriam non indietreggiò: bevve quello che poteva, leccò il resto, tenne le dita dentro finché le contrazioni non si calmarono. Hana tremava, gli occhi umidi di piacere, e quando Miriam si rialzò la baciò assaggiando se stessa sulla bocca dell’amica.
«Di nuovo», sussurrò Hana. «Voglio di nuovo le tue tette in faccia. Voglio sedermi sulla tua figa.»
Tornarono al divano ancora umido delle scariche di prima. Miriam si sdraiò sulla schiena, le cosce aperte, e Hana le montò sopra a rovescia, il culo verso il viso di Miriam, la bocca già sulla figa. Si sistemarono di nuovo nel 69, ma più lente, più sporche, più deliberate. Hana abbassò i fianchi finché non sentì la lingua di Miriam entrare in lei, e nello stesso momento spinse il viso tra le cosce di Miriam e la leccò a fondo. Si strofinavano i clitoridi contro bocche e menti, dita che si aggiungevano, unghie che graffiavano natiche e cosce. Il sudore tornava a colare nonostante la doccia: tra i seni, lungo la schiena, nelle pieghe del ventre. L’odore era di sesso, di sapone e di caldo romano.
Miriam le morse piano l’interno coscia, poi tornò a succhiarle il clitoride mentre le spingeva due dita nel culo. Hana gemette contro la figa dell’altra, la vibrazione che fece contrarre Miriam. Si muovevano come animali affamati, bacini che rullavano, lingue che non si fermavano mai. Hana sentiva il piacere accumularsi di nuovo, basso nel ventre, e accelerò, leccando e succhiando con disperazione. Miriam venne per terza volta, un grido soffocato contro la carne di Hana, le cosce che si chiusero intorno alla testa dell’amica tenendola prigioniera mentre scaricava. Hana continuò a leccare finché Miriam non la spinse via con un «basta… cazzo… troppa…».
Poi fu il turno di Hana. Miriam la ribaltò, la mise a pecora sul divano, le ginocchia affondate nel tessuto grezzo, il culo alto. Si mise dietro e le leccò la figa e il buco del culo a lunghe strisciate, poi le infilò quattro dita, lente all’inizio, poi profonde. Con l’altra mano le raggiunse il clitoride e lo strofinò in cerchi stretti. Hana affondava la faccia nel cuscino, ansimava, spingeva indietro contro quelle dita.
«Scopami con la mano», disse a voce rauca. «Fino in fondo. Voglio sentire tutto.»
Miriam lo fece. Le dita entravano e uscivano con suoni bagnati, il polso che ruotava, il pollice che a tratti premeva sul buco del culo. Hana venne di nuovo urlando, il corpo che si scosse a ondate, il liquido che le colava lungo le cosce interne fino ai polpacci. Miriam le leccò tutto, non ne lasciò cadere una goccia, poi le si sdraiò sopra, seno contro seno, e la baciò piano, quasi tenera, mentre ancora entrambe tremavano.
Rimasero avvinghiate a lungo. Le dita di Miriam tracciavano cerchi lenti sulla schiena di Hana. Hana le baciava la spalla, il collo, il lobo dell’orecchio. Fuori la notte di luglio pesava sulle finestre. Nessuna delle due voleva alzarsi, vestirsi, tornare a essere solo amiche. I corpi parlavano ancora: capezzoli che si indurivano di nuovo al minimo sfioramento, fighe che pulsavano, cosce che si aprivano appena di più.
Hana scese di nuovo, lenta, e le diede un’ultima leccata lunga, tenera e sporca insieme, dal buco del culo al clitoride. Miriam sospirò, le dita nei capelli di Hana.
«Domani mattina», disse Miriam a voce bassa, «quando ti alzi per il turno al bar… voglio che tu senta ancora il mio sapore in bocca.»
Hana alzò lo sguardo, le labbra lucide. «Lo sentirò. E stasera non ho finito con te.»
Si sistemarono di fianco sul divano stretto, una gamba di Miriam tra le cosce di Hana, una mano di Hana sul seno pieno di Miriam. Si baciarono ancora, più lenti, assaggiandosi a vicenda. Il calore dei corpi e quello della stanza si mescolavano. Miriam le strinse una tetta, le strofinò il capezzolo tra le dita finché Hana non gemette di nuovo. Poi scese con la mano tra le gambe di Hana e le toccò la figa con due dita leggere, solo per sentirla ancora gonfia e bagnata.
«Sei mia adesso», sussurrò Miriam. «Non solo amica. Mia.»
Hana annuì, gli occhi scuri, le labbra socchiuse. «Sì. Tua. E tu sei mia. Tutte le notti che rubiamo.»
Si strofinarono ancora, lente, clitoridi contro cosce, seni schiacciati, finché un altro orgasmo piccolo e tremulo non le scosse entrambe quasi insieme, gemiti bassi contro colli e spalle. Poi il silenzio tornò, rotto solo dai respiri e dal ronzio lontano della città. Hana posò la fronte contro quella di Miriam, sudate, nude, fighe ancora pulsanti, e sorrise.
Non c’era più niente da nascondere, niente da rimandare: solo due corpi adulti che finalmente si erano presi tutto.
E quando all’alba la luce grigia filtrò dalle tapparelle, Hana capì che non avrebbe mai più riuscito a bere un caffè senza assaporare ancora Miriam tra le gambe.
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