Sapore Rubato al Festival: La Vicina che Finalmente Mi Prende
La cuoca trentaduenne Harriet e la fotografa trentacinquenne Gwen si spiano da mesi e finalmente si divorano la figa in tenda al festival del vino.
Sono Harriet, cuoca trentaduenne single, e da mesi vivo con le gambe chiuse e la mente aperta sulla vicina di casa. Gwen, fotografa di trentacinque anni, corpo sinuoso, seni pieni che premono contro le camicie larghe, cosce lunghe che indovino sotto le gonne fluide, sguardo famelico che mi ha bruciato più di una volta attraverso i vetri. Stanotte, al festival del vino in Toscana, tra le luci calde delle bancarelle e l’odore di mosto fermentato, l’ho finalmente avuta davanti, e non ho più fingere.
L’avevo riconosciuta subito, accanto al bancone dei Chianti riserva. Io versavo assaggi per i turisti, grembiule macchiato di olio e rosso, capelli tirati indietro, e lei stava lì con la macchina fotografica appesa al collo, labbra umide di un sorso appena preso. Mi ha sorriso. Non un sorriso educato. Un sorriso che sapeva già cosa mi faceva di notte, quando spegnevo la luce della cucina e la vedevo spogliarsi dietro la tendina semichiusa del suo monolocale di fronte.
«Harriet», ha detto, voce bassa, rauca. «Finalmente fuori dalle finestre.»
Le ho porgato un calice. Le nostre dita si sono sfiorate sul vetro. Un brivido mi è sceso dritto in mezzo alle cosce. «Gwen. Non pensavo ti piacesse il vino così tanto.»
Ha bevuto tenendo gli occhi sui miei. «Non è il vino che sto assaggiando stasera.» Ha fatto un passo più vicino, il bancone quasi a sparire tra noi. «Da quanti mesi mi guardi mentre mi tolgo la biancheria? Dillo. Voglio sentirtelo dire con quella bocca che uso solo per cucinare.»
Il cuore mi batteva in gola. Tutto intorno chiacchierava, rideva, brindava, ma per me esisteva solo il calore del suo corpo a pochi centimetri. «Da… da aprile. Ti ho vista la prima volta piegata a raccogliere una camicia. Senza reggiseno. I capezzoli scuri. Poi ogni sera. Mi tocco guardandoti. Mi bagno i diti pensando a come sapresti.»
Gwen ha emesso un suono basso, quasi un ringhio dolce. «Brava cuoca. E io? Io ti spio mentre stendi la pasta la mattina, grembiule solo sulla pelle nuda sotto. Ti ho fotografata di nascosto riflessa nel vetro. Quei seni pesanti che ballano quando lavori l’impasto. Quei fianchi. Mi lecco le labbra ogni volta. Voglio morderti lì.» Ha accennato con il mento verso il basso del mio grembiule. «Tra le gambe. Voglio sapere se sai di olio d’oliva e di figa calda.»
Mi sono bagnata all’istante. Le mutandine già umide contro le labbra. «Gwen…» Lei ha posato il calice. «Camminiamo. Prima che ti prenda qui sul bancone davanti a tutti.»
Abbiamo lasciato la bancarella. Le strade del festival erano un fiume di luci gialle, lanterne di carta, odore di formaggio stagionato e vino sparso. Camminavamo vicine, le spalle che si toccavano a ogni passo. Le nostre mani hanno cominciato a sfiorarsi “per caso”: dita contro dita, poi il dorso della sua mano che scivolava deliberato contro il mio polso, poi le mie dita che premevano il suo palmo. Gwen mi ha guidata tra le bancarelle più buie, dove le ombre erano lunghe.
A un tratto si è fermata, mi ha spinta dolcemente contro un muro di pietra caldo di sole residuo. Le labbra mi hanno sfiorato l’orecchio. «Voglio assaggiare il tuo sapore più intimo invece di questo vino. Voglio la lingua dentro di te, Harriet. Voglio succhiarti il clitoride finché non mi bagno il mento. Da mesi sogno di aprirti le cosce e divorarti.»
Ho gemuto. Non riuscivo a trattenermi. «Io… io sogno da mesi di leccarti fino a farti tremare. Di sentire le tue cosce chiudersi sulla mia testa mentre urli. Di ficcarti le dita e assaggiare quanto sei bagnata per me. Gwen, ti voglio. Ora.»
Mi ha baciata. Caldo, consenziente, affamato. Lingua contro lingua, sapore di Sangiovese e desiderio. Le sue mani mi hanno afferrato i fianchi, il mio grembiule sollevato quel tanto da farle scivolare le dita sulla pelle nuda della pancia. Io le ho afferrato il culo sodo attraverso la gonna, premendola contro di me, sentendo il calore del suo pube contro il mio. Eravamo entrambe già gocciolanti, impatientissime.
«La mia tenda», ho ansimato contro le sue labbra. «Privata. Dietro i filari. Nessuno ci sente.»
«Portami.»
Siamo scappate tra le vigne illuminate a tratti dalle torce. Io aprivo il percorso, lei mi teneva la mano stretta, a tratti mi spingeva avanti con un palmo sulla schiena basso, quasi a toccarmi il culo. Dentro la tenda l’aria era calda, odore di tela e di terra. Ho chiuso la cerniera. Al buio di una sola lanterna a batteria ci siamo guardate un secondo solo.
Poi la frenesia.
Gwen mi ha strappato il grembiule, poi la maglietta. I miei seni sono saltati fuori, pesanti, capezzoli già duri. Lei ha gemuto e li ha presi in mano, li ha schiacciati, li ha succhiati uno dopo l’altro, lingua calda che girava, denti che pizzicavano. Io le sbottonavo la camicia con mani tremanti, le scoprivo il reggiseno nero, glielo sfilavo, e finalmente quei seni che spavo da mesi: pieni, morbidi, areole scure larghe. Li ho affondati in faccia, li ho succhiati con fame, mentre lei mi sfilava pantaloni e mutandine insieme. Quando mi ha toccata tra le gambra ha trovato tutto scivoloso.
«Gesù, Harriet… sei già una pozza.»
Mi ha spinto sul sacco a pelo. Mi ha aperto le cosce con decisione. Si è inginocchiata tra di esse e mi ha guardata dritto nella figa aperta, labbra gonfie, clitoride sporgente, bagnata che luccicava. «Finalmente», ha mormorato, e si è abbassata.
La sua lingua mi ha colpita come una scarica. Piatta, larga, dal buco su fino al clitoride, poi di nuovo giù, poi a spingere dentro. Esperta, golosa, senza pietà. Le dita mi hanno aperto le labbra, due se ne sono conficcate profonde, curvate in avanti a cercare quel punto che mi ha fatto inarchiare la schiena. Io gemévo il suo nome, «Gwen, Gwen, cazzo, così, leccami, sì, più forte», mentre lei mi sucevva il clitoride tra le labbra e lo frustava con la punta della lingua. Mi teneva ferma con un braccio sulla pancia. I suoi capelli mi solleticavano l’interno coscia. Il suono era obsceno: schiocchi, succhi, i miei gemiti rauchi.
Mi ha portata vicino in pochi minuti. Ma prima che venissi mi ha lasciata. Si è alzata, si è tolta gonna e mutandine. La sua figa era rasata, labbra carnose già aperte, clitoride gonfio e lucido. «Adesso tocca a me. Voglio sentire quella bocca da cuoca sul mio cazzo di donna.»
L’ho fatta sdraiare. Mi sono messa tra le sue gambe e ho affondato la faccia. Dio, il sapore. Salato, dolce, caldo, puro sesso femminile. Le ho succhiato il clitoride gonfio, l’ho tirato tra le labbra, l’ho leccato in circolo mentre due dita le entravano facili, bagnatissime. Gwen urlava. Non geméva: urlava di piacere, «Harriet, succhiami, così, mettine tre, scópami con le dita, leccami tutta, mangiami la figa». Le cosce mi tremavano contro le orecchie. Le ho succhiato più forte, le dita a pompàre, e l’ho sentita contrarsi.
Poi ci siamo messe in 69. Io sopra di lei, figa sulla sua bocca, bocca sulla sua figa. Lingue che lavoravano insieme, dita che si conficcavano a vicenda. Io le leccavo il clitoride e le fottevo il buco con tre dita, lei mi faceva lo stesso, lingua a spingere, naso che sfregava. Ci parlavamo contro la carne bagnata: «Più a fondo», «Succhiami forte», «Voglio venire sulla tua lingua», «Riempimi», «Figa di merda come sei buona». I suoni erano umidi, ritmici, schiocchi di lingue e di dita che entravano e uscivano. Sudore sulle pelli, seni che si schiacciavano a vicenda a tratti, culi che si muovevano cercando più contatto.
Siamo venute insieme. Violento, bagnato. Io ho sentito il mio orgasmo partire dal basso ventre e esplodere, contrazioni che mi strizzavano le dita di Gwen, liquido che le colava sulla bocca. Lei ha urlato contro la mia figa e si è stretta sulle mie dita, ha gocciolato, ha pulsato, mi ha inondato il mento. Abbiamo continuato a leccarci attraverso le scosse, a succhiare piano, a bere l’una l’altra finché i tremiti non si sono calmàti.
Esauste, lucide di sudore e di succhi, ci siamo girate. Ci siamo baciate lentamente, assaporando i nostri umori sulle labbra: il mio sapore sulla sua bocca, il suo sulla mia. Lingue lente, stanche, ancora affamate. Gwen mi ha guardato negli occhi, capelli appiccicati alla fronte, labbra gonfie e lucide.
«D’ora in poi», ha detto a voce bassa, ancora ansimante, «ogni sera verrò a casa tua per continuare a rubarti il…»
«…sapore. Ogni sera. La tua figa, la mia lingua, i tuoi gemiti che nessuno sente tranne me.»
Le ho riso contro la bocca, ancora tremante, il mento bagnato del suo gusto e del mio. «Vieni pure. Ti lascio la chiave sotto il vaso di basilico. E la prossima volta cucino nuda solo per farti entrare e trovarmi già aperta.»
Gwen ha emesso un suono grosso, affamato, e mi ha baciata di nuovo, più lenta, più profonda. Le lingue si sono attorcigliate assaporando ancora i succhi mescolati: salato, ferroso, dolce di vino residuo. Le sue mani grandi mi hanno ripreso i seni, li hanno impastati, i pollici che giravano sui capezzoli già di nuovo duri. Io le ho affondato le dita nei capelli umidi di sudore e l’ho tenuta ferma mentre le succhiavo il labbro inferiore.
«Non ho ancora finito con te», ha mormorato contro la mia bocca. «Hai parlato di dita. Di tremare. Voglio vederti venire di nuovo, Harriet. Voglio che mi guardi mentre ti scopro.»
Mi ha fatto sdraiare di nuovo sul sacco a pelo, la lanterna che disegnava ombre calde sui nostri corpi. Si è accovacciata tra le mie cosce ancora aperte, lucide, sensibili. Due dita mi hanno accarezzato le labbra gonfie, le hanno separate, hanno raccolto il liquido che ancora colava. Le ha portate alla bocca, le ha leccate lente, occhi fissi nei miei.
«Sai di olive e di caldo. Di mesi di attesa.» Poi le dita sono tornate giù. Una sola all’inizio, che è entrata facile, curva, a cercare quel punto spugnoso. Io ho inarcato la schiena, un gemito basso. «Gwen…»
«Silenzio. Solo senti.» Ha aggiunto la seconda. Ha pompato piano, poi più forte, il palmo che batteva contro il clitoride a ogni spinta. Il suono era schioccante, umido, obsceno nella tenda chiusa. Le sue unghie corte graffiavano appena dentro, il pollice che premeva e circolava sul nodo gonfio. Io mi muovevo contro la sua mano, i fianchi che alzavo, cercando di prendere di più.
«Guardami», ha ordinato. L’ho fatto. Il suo viso sopra il mio, i seni che pendevano, le areole scure ancora umide della mia saliva. «Dillo. Di’ cosa vuoi.»
«Voglio le tue dita più a fondo. Voglio che mi fotta con la mano finché non mi bagno il sacco a pelo. Voglio venire stringendoti.»
Ha sorriso, ferina, e ha conficcato la terza. Tre dita larghe che mi riempivano, che si muovevano a pistone, aperte a forbice a tratti per allargarmi. Il pollice non smetteva di strofinare. Il piacere saliva di nuovo, più denso, più urgente. Le cosce mi tremavano. «Così… cazzo, Gwen, così… non fermarti…»
Lei si è china e mi ha succhiato un capezzolo mentre mi pompava. Denti, lingua, suzione. L’altra mano mi teneva ferma un fianco. Io le ho afferrato i capelli e l’ho tenuta al seno, ansimando il suo nome come una preghiera sporca. L’orgasmo è arrivato a ondate: prima un tremito basso, poi contrazioni violente che mi hanno strizzato le dita, liquido che le è sceso sul polso. Ho urlato contro la sua spalla, morso la pelle, mentre lei continuava a muovere piano, a strizzare ogni scossa.
Quando ho smesso di pulsare mi ha leccato le dita davanti agli occhi, una per una. «Ancora», ha detto. «Adesso voglio sentire la tua figa contro la mia.»
Si è sdraiata di fianco, mi ha fatto girare, coscia sopra coscia. Le nostre fighe si sono premute, labbra calde contro labbra calde, clitoridi che si sfregavano scivolosi. Gwen ha afferrato il mio culo, mi ha tenuta stretta, e ha cominciato a muovere i fianchi. Io ho fatto lo stesso. Il contatto era elettrico, bagnato, la pressione giusta sul punto giusto. I nostri seni si schiacciavano, i capezzoli si sfioravano a ogni spinta.
«Più forte», ho gemuto. «Sfregami. Usa la mia figa come se fosse la tua.»
Lei ha accelerato. Il suono era un ritmo umido, carne contro carne, i nostri gemiti che si sovrapponevano. Le ho affondato le dita nel culo sodo, le unghie che lasciavano segni, e ho spinto di più, cercando di farle sentire ogni centimetro. Gwen mi guardava negli occhi, labbra aperte, ansimante.
«Harriet… sei così calda… così scivolosa… da mesi sogno questo. La tua figa che mi bagna la figa. Voglio venire così. Insieme. Guarda.»
Ho abbassato lo sguardo. Tra noi, le labbra carnose che si aprivano e chiudevano, i clitoridi gonfi che si strofinavano, il luccichio dei succhi che si mescolavano. Era la cosa più erotica che avessi mai visto. Ho spinto più forte, il bacino che batteva, e lei ha fatto lo stesso. Le mani si sono cercate, dita intrecciate, strette.
Il secondo orgasmo è arrivato più lento, più profondo. Io ho sentito il calore salire dalla base della spina, le cosce che si contraevano, il clitoride che pulsava contro il suo. «Gwen, vengo… cazzo, vengo sulla tua figa…»
«Sì… così… prendimi… riempimi di te…» Lei ha urlato basso, il corpo che si è irrigidito, le labbra che hanno tremato contro le mie, un altro flusso caldo che ci ha bagnate entrambe. Abbiamo continuato a muoverci attraverso le scosse, più lente, a strofinarci piano, a succhiare gli ultimi brividi l’una dall’altra finché non siamo crollate, petto contro petto, respiri rasi.
Sudate, lucide, le cosce ancora intrecciate. Gwen mi ha accarezzato la schiena con una mano pesante, le dita che seguivano la curva della spina. Io le ho baciato la spalla, il collo, il sapore salato della pelle.
«Non ho ancora leccato abbastanza», ha mormorato contro i miei capelli. «Voglio di più. Voglio svegliarmi con la faccia tra le tue gambe.»
Mi sono alzata un poco, mi sono messa a cavalcioni sul suo petto, le ginocchia ai lati del suo corpo. Le ho offerto la figa ancora aperta, gocciolante. «Allora prendila. Ora. Prima che mi addormenti.»
Gwen ha gemuto di fame e mi ha afferrato i fianchi. Mi ha fatta scendere sulla sua bocca. La lingua è tornata, calda, esperta, a raccogliere tutto. Ha succhiato il clitoride ancora ipersensibile, ha spinto la lingua dentro, ha leccato con lunghe passate piatte. Io mi muovevo sopra di lei, i seni che oscillavano, le mani appoggiate ai suoi. «Così… leccami pulita… bevi tutto…»
Le dita di lei mi hanno aperto di nuovo, due dentro mentre la bocca lavorava. Io le ho parlato sporco, la voce rauca: «Sì, fottemi la figa con la lingua. Succhiami forte. Voglio un altro. Voglio colarti in gola.»
Ha accelerato. La suzione era perfetta, ritmica, la lingua che frustava il clitoride mentre le dita curvavano. Il piacere ha colpito di nuovo, più piccolo ma acuto, una scarica che mi ha fatto stringere le cosce intorno alla sua testa. Ho gemuto alto, il corpo che si è piegato in avanti, e lei ha bevuto, ha succhiato, ha leccato finché non ho smesso di tremare.
Mi sono lasciata scivolare giù, esausta, e le ho baciata la bocca bagnata. Il nostro sapore di nuovo. Lingue lente. Mani che si accarezzavano senza fretta: il mio seno, il suo fianco, la curva del culo.
Gwen mi ha guardato, gli occhi scuri, le labbra gonfie. «D’ora in poi ogni sera. A casa tua. O qui. Ovunque. Voglio rubarti il sapore finché non ne avrò abbastanza. E non ne avrò mai abbastanza.»
Le ho sorriso, ancora ansimante, il cuore che batteva contro il suo. Le dita le hanno accarezzato il clitoride piano, un ultimo tocco delicato, e lei ha sospirato, gli occhi che si chiudevano un attimo.
«Stasera», ho mormorato contro la sua bocca, «mi hai finalmente presa. E io ti ho divorata. E non ho ancora finito di averti.»
Lei ha riso basso, stanca, felice, e mi ha stretto più vicino. I nostri corpi ancora umidi, le gambe intrecciate, il respiro che si allineava. La lanterna tremolava. Fuori, lontano, le voci del festival. Dentro la tenda, solo noi, il calore, il sapore rubato che ancora ci copriva la pelle e le lingue.
Le ho baciato la fronte. Lei ha mormorato il mio nome una volta sola, la voce già più bassa, e la mano le è restata sul mio seno, il pollice che accarezzava piano il capezzolo mentre i nostri respiri si facevano più lenti, più profondi, ancora legati l’uno all’altra nel buio caldo della tela.
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Persone vere in cam, adesso.
Guardi gratis. Nessuna carta, nessuna registrazione.
Guarda dal vivo →Popular Collections
Browse Categories