L’Alba dei Corpi Sconosciuti

Una divorziata di trentadue anni e la sua amica fotografa di trentacinque si abbandonano a un’intensa notte lesbica piena di desiderio reciproco.

12 min read September 14, 2026New

Mi chiamo Simone, ho trentadue anni e da quasi un anno gestisco da sola una piccola libreria nel cuore di Trastevere, a Roma. Il divorzio mi ha lasciato le mura di un appartamento silenzioso e scaffali pieni di storie che non sono le mie; io, invece, ho ricominciato a scrivere le mie a pezzi, di notte, quando la città si spegne. Brigitte è tornata tre giorni fa. Trentacinque anni, fotografa, la mia amica d’infanzia, quella che spariva per mesi in Asia e tornava con la pelle scottata dal sole e gli occhi pieni di immagini che non riusciva a dire a voce. Da mesi i nostri messaggi non erano più innocenti: «Vorrei vederti spezzarti sotto le mie dita», le avevo scritto una notte; lei aveva risposto con una foto sfocata della sua clavicola e la frase «Quando arrivo, non fingiamo più».

La prima sera l’ho ospitata in cucina. Il tè era troppo caldo, il vapore ci velava i volti. Lei sedeva di fronte a me in una camicia di lino chiara, i capelli ancora umidi dalla doccia, le cosce nude sotto il bordo del tessuto. Io tenevo la tazza tra le palme e non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla linea del suo collo.

«Mi hai mancato», ha detto lei, senza sorridere.

«Te l’ho scritto ogni giorno», ho risposto. La mia voce mi è sembrata più bassa del solito. I nostri sguardi si sono incrociati e per un attimo non c’è stato niente da nascondere: fame, consenso, una urgenza che ci aveva cotti piano piano attraverso gli schermi. Lei ha posato la tazza, ha allungato una mano e mi ha sfiorato il dorso delle dita. Il contatto è bastato a farmi stringere le cosce sotto il tavolo.

Siamo finite sul divano senza decidere davvero di alzarci. Le luci basse, la libreria lontana, Roma fuori dalle finestre come un rumore ovattato. Brigitte si è accoccolata con le gambe piegate, il ginocchio che sfiorava il mio.

«Dimmi cosa hai sognato di me», le ho chiesto, perché il confessional mode mi veniva naturale con lei, come da ragazze.

Ha tirato un respiro lungo. «Di toccarti. Di aprirti le cosce con le mani e sentirti già bagnata prima ancora di baciarti. Di farti dire il mio nome mentre vieni sulla mia bocca.» Ha riso nervosamente, ma gli occhi erano scuri, seri. «E tu? Da quanto mi desideri davvero?»

«Da anni», ho ammesso. La verità mi è uscita facile, calda. «Anche quando eri dall’altra parte del mondo. Anche quando ero ancora sposata e mi vergognavo a ripetere il tuo nome sotto la doccia. Volevo le tue dita, la tua lingua, il peso del tuo corpo sul mio.»

Il silenzio che è seguito non era imbarazzo: era eccitazione densa, quasi udibile. Ci siamo avvicinate centimetro dopo centimetro. Le nostre ginocchia si sono intrecciate. Il respiro di Brigitte mi ha sfiorato le labbra un istante prima del bacio. È stato lento all’inizio, solo labbra che si assaggiavano, poi la lingua di lei ha chiesto e la mia ha risposto. Le mani hanno smesso di esitare: la mia le ha aperto i bottoni della camicia, la sua mi ha scivolata sotto la maglietta, palmo caldo contro il seno ancora coperto dal reggiseno. Ci siamo baciate con passione crescente, gemiti bassi che finivano l’una nella bocca dell’altra, cosce che si cercavano, urgenza consapevole, voluta, dichiarata.

«Vieni in camera», ho sussurrato contro le sue labbra. Lei ha annuito, e le nostre dita si sono intrecciate mentre attraversavamo il corridoio.

Nel mio letto ci siamo spogliate a vicenda con gesti febbrili. Le ho sfilato la camicia dalle spalle, poi lo slip; lei mi ha tolto maglietta, reggiseno, pantaloni e mutandine in un unico flusso impaziente. La luce della lampada sul comodino ci ha rese colorate d’ambra. I suoi capezzoli erano già turgidi, scuri; li ho presi in bocca uno dopo l’altro, succhiando con fame, la lingua che girava intorno all’areola mentre lei gettava la testa all’indietro e affondava le dita nei miei capelli.

«Simone… così, più forte», ha gemuto.

La sua mano è scesa tra le mie cosce e ha trovato la figa già fradicia, le labbra gonfie e scivolose. Ha infilato due dita dentro di me senza esitazione, curvandole, e io ho ansimato contro il suo seno, stringendo i denti sul capezzolo. Il suono umido delle sue dita che entravano e uscivano riempiva la stanza insieme ai nostri respiri. Mi sono staccata abbastanza da spingerla a sdraiarsi sulla schiena. Mi sono accucciata tra le sue gambe aperte, ho divaricato le labbra della sua fica con i pollici e ho leccato la clitoride con avidità, piatta e poi a punta, succhiandola dolcemente tra le labbra. Brigitte ha inarcato la schiena, ha premuto il bacino contro la mia bocca, ha tirato i miei capelli.

«Non fermarti… sto… sto per…»

L’ho sentita venire sulla mia lingua: un brivido lungo, i muscoli che le si chiudevano a ondate, un grido strozzato, il sapore salato e dolce che mi colava sul mento. L’ho leccata fino all’ultimo spasmo, poi mi sono sollevata per baciarla, condividendo il suo gusto.

Brigitte non ha voluto riposo. Mi ha fatto girare a quattro zampe, mi ha divaricato le natiche con le mani calde e mi ha divorato. Prima la lingua piatta sulla fica da dietro, poi più su, a leccarmi il buco del culo con circolarità umida e deliberata, alternando: dita che mi fottavano la figa mentre la lingua mi apriva il culo, poi di nuovo lingua sulla clitoride gonfia e due dita che spingevano dentro il mio buco stretto, tutto lubrificato dalla mia stessa umidità e dalla sua saliva. Urlavo nel cuscino, i fianchi che spingevano indietro contro la sua faccia, le cosce che tremavano.

«Brigitte, cazzo, così… mangiami, non smettere…»

Mi ha portata fino al limite e poi, appena prima che venissi di nuovo, è scivolata sotto di me. Ci siamo sistemate in 69: la sua bocca di nuovo sulla mia fica, la mia sulla sua, ancora calda e pulsante. Ci siamo leccate con rabbia dolce, dita che entravano dove la lingua non bastava, bacini che sbattevano, gemiti soffocati l’una contro la carne dell’altra. L’orgasmo è arrivato insieme, violento e bagnato: io ho venuto spargendole il viso di liquido chiaro, lei ha stretto le cosce intorno alla mia testa e ha pulsato contro la mia lingua in ondate lunghe. Siamo rimaste così, ansimanti, le bocche ancora pressate, i corpi che si scuotevano di residui.

Esauste e lucide, ci siamo raddrizzate abbastanza da abbracciarci sul fianco. L’alba cominciava a filtrare dalle persiane, una striscia grigio-rosa sul pavimento di legno. Il sudore ci raffreddava la pelle; le lenzuola erano un disastro umido e meraviglioso. Brigitte mi ha baciato la fronte, le labbra morbide, e ha sussurrato contro la mia tempia:

«Questo è solo l’inizio del nostro desiderio, Simone. Non ho finito di toccarti. Non ho finito di volerti.»

Le ho stretto la vita, il viso contro il suo collo, l’odore di sesso e tè e pelle che conoscevo da una vita e finalmente potevo assaporare. Gli occhi mi si chiudevano. Fuori, Roma si svegliava piano. Dentro, i nostri corpi ancora intrecciati promettevano altre ore, altri giorni, altre confessioni che non avevamo ancora detto ad alta voce. Mi sono addormentata con le sue dita tra i miei capelli e la certezza che, al risveglio, la fame non sarebbe sparita: avrebbe solo cambiato forma, più lenta, più profonda, già pronta a ricominciare.

Mi sono svegliata con la lingua di Brigitte già tra le mie labbra inferiori. Non un bacio sulla fronte, non un sussurro dolce: la sua bocca aperta sulla mia fica, lenta e deliberata, come se avesse passato la notte a decidere esattamente dove ricominciare. La luce dell’alba era diventata mattina piena, una fetta d’oro sulle lenzuola sudate. Avevo ancora il sapore di lei in gola dal 69 di poche ore prima, e ora lei mi stava succhiando il clitoride con una pazienza crudele, due dita già infilate fino alle nocche, curvandole contro quel punto che mi faceva piegare le ginocchia.

«Brigitte…» la mia voce era roca, confessional come sempre con lei. «Cazzo, non mi hai nemmeno lasciato aprire gli occhi.»

Ha alzato lo sguardo dal basso, le labbra lucide del mio umore, e ha sorriso senza smettere di muovere le dita. «Ti ho detto che non avevo finito. Hai dormito tre ore. Io ne ho contate due e mezzo guardandoti respirare e decidendo come aprirti di nuovo.» Ha spinto più a fondo, ha aggiunto un terzo dito, e io ho gemuto a bocca aperta, le cosce che le si chiudevano intorno alla testa. Trentacinque anni e sapeva ancora esattamente dove premere. Io, trentadue, divorziata, libreria e notti vuote, mi lasciavo scavare come se fosse la prima volta e l’ultima insieme.

Mi ha leccata fino a farmi venire così, senza preavviso, un orgasmo corto e violento che mi ha inondato le dita e il mento. Non si è fermata. Ha continuato a succhiare mentre io tremavo, poi si è issata sul mio corpo, si è strisciata contro di me, fica contro fica, e ha iniziato a dondolarsi. Il contatto era scivoloso, caldo, le nostre clitoridi che si strofinavano con una precisione disperata. Le ho afferrato i fianchi, le unghie conficcate nella carne morbida, e ho spinto il bacino in su per incontrarla.

«Più forte», ho ansimato. «Schiaccialo contro di me. Voglio sentirti bagnata sulla mia.»

Brigitte ha abbassato la testa, mi ha morso il collo, poi il seno, ha preso un capezzolo tra i denti e ha tirato mentre i suoi fianchi acceleravano. Il suono era osceno: carne umida che sbatteva contro carne umida, respiri corti, il letto che scricchiolava. Le ho slacciato i capelli ancora umidi di sudore e sesso della notte, li ho tirati indietro per guardarla in faccia mentre si strofinava su di me come una bestia affamata.

«Simone, sei così aperta… così cazzo di pronta», ha gemuto. «Da anni ti immaginavo così sotto di me. Da anni.»

Ci siamo voltate di lato senza staccarci, una gamba dell’altra alzata, e le nostre mani sono scese insieme. Io le ho infilato tre dita nella fica già fradicia, lei me ne ha conficcate altrettante, e ci siamo scopate a vicenda con ritmi disallineati e furiosi, i pollici che premevano sui clitoridi gonfi. Ci baciavamo a bocca aperta, lingue pigre e saliva che colava, gemiti che diventavano parole sporche.

«Inculami con le dita», le ho detto contro le labbra, e non c’era vergogna, solo fame. «Voglio sentirti anche lì mentre mi fotti la figa.»

Brigitte ha ritirato la mano, l’ha portata alla mia bocca perché la leccassi, poi l’ha fatta scendere tra le mie natiche. Un dito mi ha circondato il buco del culo, già morbido dalla notte prima, e l’ha spinto dentro piano mentre le altre due riprendevano a pomparmi la fica. Il doppio riempimento mi ha fatto urlare. Ho raddoppiato la presa su di lei, le ho spinto il pollice sul clitoride e le dita più a fondo, cercando quel punto che la faceva inarcare.

Siamo venute quasi insieme di nuovo: lei per prima, con un gemito lungo e rotto che mi ha bagnato il polso, i muscoli che mi stringevano le dita a ondate; io subito dopo, il culo che si contraeva sul suo dito, la figa che pulsava, un getto caldo che le ha schizzato la coscia. Ci siamo lasciate cadere ansimanti, ma solo per un respiro.

«Non basta», ha detto lei, e la voce era bassa, seria, quella stessa che usava quando tornava dai suoi viaggi e mi raccontava le cose che non riusciva a fotografare. «Voglio entrarti con qualcosa di più. Hai qualcosa?»

Ho annuito verso il cassetto del comodino. Lei l’ha aperto, ha trovato il dildo di silicone che tenevo lì da mesi — scuro, curvato, non troppo grosso ma abbastanza da farmi sentire piena — e il piccolo plug anale di vetro che non avevo mai usato con nessuno. Mi ha guardata, ha alzato un sopracciglio.

«Entrambi», ho detto. «Se vuoi. Ti voglio ovunque.»

Il consenso era chiaro, caldo, ripetuto con gli occhi. Brigitte mi ha baciata piano, poi mi ha fatto mettere a quattro zampe di nuovo. Ha lubrificato il plug con la mia stessa umidità e con un po’ di saliva, l’ha premuto contro il mio buco e l’ha fatto scivolare dentro centimetro dopo centimetro mentre io spingevo indietro e gemavo nel cuscino. La sensazione di pienezza mi ha fatto stringere le lenzuola. Poi ha preso il dildo, l’ha passato tra le mie labbra perché lo leccassi, e l’ha spinto nella mia fica con un colpo deciso.

«Cazzo, Simone, ti vedo dilatarti… ti sento succhiarlo.» Ha iniziato a scoparmi con lunghe spinte, una mano sul dildo, l’altra che teneva il plug e lo faceva ruotare piano. Io spingevo indietro contro ogni affondo, le cosce aperte, la schiena inarcata, il viso di lato sul cuscino bagnato di saliva e sudore.

«Più forte… usami… Brigitte, riempimi, non fermarti—»

Ha accelerato. Il suono era umido, ritmico, le mie grida sempre più alte. Quando ho sentito l’orgasmo arrivare di nuovo, più profondo, più lungo, lei ha tolto il dildo all’ultimo secondo, si è piegata e mi ha succhiato il clitoride con violenza dolce mentre il plug restava dentro e le dita le riprendevano il posto. Sono venuta urlando il suo nome, il corpo che si scuoteva a ondate, liquido che le colava sul mento e sul collo.

Prima che potessi collassare, mi ha fatto girare sulla schiena, si è seduta sul mio volto e mi ha abbassato la fica sulla bocca. «Leccami. Ora. Voglio venire sulla tua lingua mentre ti guardo con quel plug ancora dentro.»

L’ho divaricata con le mani, le ho leccato la fessura da dietro in avanti, ho succhiato la clitoride gonfia, ho infilato la lingua più a fondo che potevo. Lei si dondolava sul mio viso, si toccava i seni, gemendo il mio nome. Le ho spinto due dita nella fica e un pollice a massaggiarle il buco, e lei è venuta con un grido strozzato, stringendomi la testa tra le cosce, bagnandomi il naso e la bocca e il mento. L’ho bevuta fino all’ultimo spasmo.

Ci siamo sciolte una sull’altra, sudate, lucide, ansimanti. Il plug l’ho tolto io stessa con un gemito, sentendomi vuota e aperta in un modo che mi faceva ancora pulsare. Brigitte mi ha abbracciata da dietro, il seno contro la mia schiena, una gamba gettata sulla mia. Le sue dita giocavano pigre con il mio capezzolo, poi scendevano a accarezzarmi la fica ancora sensibile, senza fretta, solo possesso.

«Questo è quello che volevo da anni», ha sussurrato contro la mia orecchia. «I tuoi gemiti. Il tuo sapore. La tua figa che si apre per me. Non torno più in Asia senza portarti. O senza portarti con me.»

Le ho preso la mano, me la sono portata alle labbra, le ho leccato le dita ancora umide di entrambi. «Resta. La libreria può aspettare. Io no. Voglio che mi fotti di nuovo tra un’ora. Voglio che mi leghi i polsi al letto e mi usi finché non riesco più a camminare dritta.»

Ha riso basso, un suono caldo che mi ha fatto stringere le cosce. «Lo farò. Ti legherò. Ti lascerò a quattro zampe per me tutta la mattina. Ti fotograferei così, se me lo permettess i: solo pelle e sesso e il tuo viso quando vieni. Ma solo per noi. Nessun altro.»

Ci siamo baciate di nuovo, lente, esauste e già ricariche. L’odore della stanza era denso di noi: sesso, sudore, il tè di ieri sera ormai freddo da qualche parte in cucina. Fuori, Trastevere ronzava — motorini, voci, il mercato lontano. Dentro, i nostri corpi ancora intrecciati, la fame che non era sparita ma solo diventata più spessa, più sicura.

Mi sono girata verso di lei, le ho preso il viso tra le mani. «Dimmi di nuovo cosa farai quando mi legherai.»

Brigitte ha aperto bocca per rispondere, gli occhi scuri, le labbra ancora gonfie—

Il citofono ha squillato. Forte, insistente, tre volte di fila.

Ci siamo bloccate. Il suono ha tagliato l’aria umida della camera come un coltello. Brigitte ha alzato la testa. Io ho guardato verso la porta socchiusa del corridoio, il cuore che mi batteva ancora per l’orgasmo e ora per qualcos’altro.

Un’altra squillo. Poi la voce distorta dell’altoparlante, maschile, familiare in un modo che mi ha gelato il sangue sotto la pelle ancora calda:

«Simone? Sono io. Apri. Dobbiamo parlare. So che sei in casa.»

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