Rooftop a Mezzanotte, Lei lo Supplica Davanti a Me

Sofia, 38 anni, supplica in ginocchio di succhiare il cazzo grosso di Felix mentre il marito Theo, 42 anni, guarda eccitato dal divanetto.

14 min read September 24, 2026New

La brezza notturna di Roma accarezzava il tetto terrazzato come un amante discreto, portando con sé l’odore di gelsomino e asfalto caldo. Erano da poco passate le mezzanotte e la festa privata si era ridotta a poche coppie che parlavano sottovoce tra luci soffuse e bicchieri di prosecco. Io, Theo, quarantadue anni, me ne stavo seduto sul divanetto di vimini con il cuore che batteva troppo forte. Accanto a me, mia moglie Sofia, trentotto anni, indossava un abito nero aderente che le modellava il seno generoso e le natiche sode, la gonna corta che saliva ogni volta che accavallava le gambe tornite da ore di pilates. I capelli castani le ricadevano sulle spalle nude, e il rossetto vermiglio sulle labbra sembrava un invito esplicito.

Avevamo confessato tutto mesi prima, nelle nostre notti più intime. «Voglio vederti supplicare un altro uomo mentre io guardo» le avevo detto una sera, la voce rotta dall’eccitazione e dalla vergogna. Lei aveva risposto bagnata fradicia, confessando quanto le piacesse l’idea di umiliarmi davanti a un vero maschio dominante. Quella sera avevamo deciso di smettere di parlarne e basta. Era arrivato il momento di farlo davvero.

Felix si materializzò tra gli invitati come se il destino lo avesse piazzato lì apposta. Trentacinque anni, architetto di fama che progettava attici di lusso in tutta la città, aveva un fisico scolpito da anni di pesi: spalle larghe, petto possente sotto la camicia bianca aperta sul collo, braccia muscolose che tendevano la stoffa. Lo sguardo era quello di chi è abituato a prendere ciò che vuole. Sofia lo notò subito. Iniziò a flirtare senza pudore, ridendo un po’ troppo forte alle sue storie sui cantieri romani, posandogli una mano sul bicipite, inclinando il viso in modo che lui potesse guardarle la scollatura. Io restavo in silenzio poco distante, la gelosia che mi mordeva lo stomaco come acido, ma il cazzo che mi diventava sempre più duro dentro i pantaloni eleganti. Era esattamente quello che avevamo desiderato entrambi: la tensione erotica tra umiliazione e consenso che ci faceva tremare.

Sofia mi lanciò uno sguardo ogni tanto, gli occhi brillanti di eccitazione complice. Sapeva che stavo soffrendo e godendo allo stesso tempo. Dopo quasi un’ora di quel gioco, la festa si era ormai svuotata quasi del tutto. Felix la prese per mano e la portò verso il parapetto più lontano, dove le luci della città illuminavano il Colosseo in lontananza. Io li seguii senza dire una parola e mi sedetti su una poltrona di ferro battuto a tre metri da loro, come lei mi aveva chiesto prima di uscire di casa: «Qualunque cosa succeda, tu guardi e basta. Non ti muovere se non te lo dico io».

L’escalation arrivò all’improvviso, come un temporale estivo. Felix la attirò contro il suo petto muscoloso e la baciò. Non fu un bacio dolce: fu fame pura. Le loro lingue si intrecciarono con un rumore umido e osceno, Sofia che gemeva piano nella sua bocca mentre gli infilava le dita tra i capelli corti. La mano di lei scese subito, sfacciata, ad accarezzare il rigonfiamento impressionante che tendeva i pantaloni di Felix. Lo strinse attraverso la stoffa, misurandolo, e un gemito più profondo le sfuggì dalle labbra.

«Cazzo… è enorme» sussurrò lei, voltando appena il viso verso di me senza smettere di massaggiarlo. «Theo, guardalo. Questo sì che è un cazzo vero. Lo sento pulsare nella mano. Sono già fradicia, amore. La mia figa sta colando solo all’idea di farmelo mettere davanti a te.»

Io respiravo a fatica. Le dita mi tremavano sul bracciolo. Il mio uccello era duro come marmo, una macchia umida che si allargava sui boxer. Sofia continuò, la voce roca e piena di desiderio: «Siediti lì e non intervenire, marito mio. Voglio che tu veda tutto. Voglio che tu capisca quanto mi eccita farti questo. Sono bagnatissima, Theo. Sto grondando per lui.»

Felix sorrise con superiorità, una mano che saliva sotto il vestito di Sofia e trovava le mutandine già zuppe. Lo sentii ridacchiare mentre le infilava due dita dentro senza preavviso. Sofia ansimò forte, inarcando la schiena, gli occhi fissi nei miei mentre veniva dita in piedi contro il parapetto.

«Diglielo» ordinò Felix con voce bassa e autoritaria.

Sofia obbedì subito, ansimando: «Theo… voglio che mi scopi. Voglio che mi usi come una troia mentre tu guardi. È quello che abbiamo confessato per mesi, no? Adesso è reale.»

La tensione era diventata insopportabile. L’aria stessa sembrava elettrica, carica di umiliazione, lussuria e amore distorto. Non c’era più ritorno.

Sofia si staccò da Felix, mi guardò un’ultima volta con occhi lucidi di desiderio, poi si abbassò lentamente in ginocchio sul pavimento del tetto. Il vestito le salì sulle cosce, mostrando il bordo delle autoreggenti nere. Alzò lo sguardo verso di lui, poi verso di me, e la sua voce divenne una supplica esplicita, tremula e oscena.

«Ti supplico, Felix… fammi succhiare quel cazzo grosso e duro. Ti prego. Lasciami prenderlo in bocca davanti a mio marito. Theo, guardami. Guardami mentre supplico per un uccello migliore del tuo. Ne ho bisogno. Ho bisogno di sentirmi la bocca piena di lui mentre tu ti tocchi senza potermi toccare.»

Felix aprì la cintura con calma, tirò fuori il suo membro. Era davvero impressionante: spesso, venato, la cappella lucida e gonfia, almeno ventidue centimetri di carne dura che svettava davanti al viso di mia moglie. Sofia lo guardò come se fosse un dio. Emise un gemito di pura adorazione e cominciò a leccarlo dalla base fino alla punta, passando la lingua piatta sulle palle pesanti, poi lo prese in bocca con un risucchio umido. La testa di lei iniziò a muoversi avanti e indietro, le guance che si incavavano mentre succhiava con avidità, saliva che le colava sul mento e sul vestito. Ogni tanto si fermava, lo sbatteva sulle labbra e ripeteva: «È così grosso… mi apre la bocca… Theo, guardami, ti prego, guardami mentre lo venero.»

Io avevo tirato fuori il mio cazzo – molto più piccolo in confronto – e mi toccavo lentamente, obbedendo all’ordine silenzioso di non venire, di non intervenire. L’umiliazione mi bruciava dentro come fuoco vivo, eppure non ero mai stato più eccitato in vita mia.

Felix la fece alzare dopo qualche minuto. La girò bruscamente contro il parapetto, le alzò il vestito fino alla vita e le strappò le mutandine con uno strattone secco. Sofia allargò le gambe, spingendo il culo verso di lui. Felix la penetrò da dietro in un’unica spinta potente. Lei urlò di piacere, un suono acuto che si perse nel cielo di Roma. Iniziò a scoparla con forza, colpi profondi e brutali che facevano tremare tutto il suo corpo. Le sue tette uscivano quasi del tutto dal vestito, ballonzolando a ogni affondo.

«Senti come ti riempio?» ringhiava Felix. «Il tuo maritino non ti ha mai dato una scopata così, vero? Guardalo, Sofia. Guardalo mentre si sega come un povero impotente.»

«Ha ragione!» gridò lei tra un gemito e l’altro. «Il tuo cazzo è troppo piccolo, Theo! Lui mi sta spaccando… sto venendo… cazzo, sto venendo già!»

L’orgasmo la travolse violentemente, le gambe che le tremavano mentre Felix continuava a martellarla senza pietà, una mano nei suoi capelli, l’altra che le schiaffeggiava il culo. Poi la fece girare, la sollevò quasi di peso e la portò sul divanetto accanto a me. La mise supina, le aprì le gambe e la penetrò in missionary, questa volta guardandola negli occhi mentre la fotteva con lentezza crudele e profonda.

«Di’ a tuo marito quanto ti piace essere la mia puttana» le ordinò.

Sofia voltò il viso verso di me, gli occhi annebbiati dal piacere. «Mi piace da morire, Theo… mi sta rovinando la figa… sto per venire di nuovo mentre tu guardi e non puoi fare niente.»

Felix accelerò, sudato, muscoloso, bellissimo nella sua dominanza. Le diceva cose terribili e perfette: «Il tuo uomo è patetico. Guarda come si tocca il cazzetto minuscolo. Questa figa adesso è mia.» Sofia venne un’altra volta, urlando il mio nome mescolato a quello di lui, il corpo che si inarcava come posseduto.

Quando Felix raggiunse il culmine, spinse fino in fondo e rimase lì, ringhiando. Lo vidi contrarsi, lo sentii riempirla di sperma caldo, getto dopo getto, così tanto che già colava fuori intorno al suo cazzo spesso. Sofia tremava in preda a un orgasmo prolungato, gli occhi fissi nei miei.

Poi Felix si chinò e la baciò in modo possessivo, la lingua che rivendicava ogni centimetro della sua bocca mentre il suo cazzo ancora dentro di lei pompava le ultime gocce. Sofia, ancora ansimante, voltò leggermente il viso verso di me. I suoi occhi erano pieni di amore vero, di soddisfazione profonda e di una promessa oscura.

«Questa è solo la prima di molte notti, Theo» sussurrò con voce roca, mentre Felix le mordicchiava il collo. «Spero tu sia pronto… perché non abbiamo ancora finito con te.»

Io, umiliato, distrutto ed eccitato fino allo spasimo, con il cazzo ancora duro e lo sperma di un altro che colava dalla figa di mia moglie a un metro da me, riuscii soltanto a mormorare: «Grazie, Sofia… grazie per avermi…»

Le parole mi morirono in gola. Felix sorrise, tirò fuori lentamente il cazzo ancora mezzo duro e lo strofinò sulle labbra gonfie di lei, spalmando il mix di loro umori. Sofia mi guardava con un sorriso complice e stanco, ma nei suoi occhi brillava la certezza che la notte – e tutto ciò che avevamo appena iniziato – era solo all’inizio. Il vento freddo sul tetto mi fece rabbrividire mentre capivo che il vero gioco stava per diventare molto, molto più estremo.

La brezza notturna di Roma si insinuava tra noi come un terzo incomodo, gelida sulla pelle sudata, ma nessuno dei tre ci faceva caso. Sofia era ancora accasciata sul divanetto di vimini, le gambe spalancate in modo osceno, il vestito nero arrotolato intorno alla vita come uno straccio inutile. Il suo corpo da trentottenne – tonico, scolpito da anni di pilates e maternità superata da tempo – tremava ancora per gli spasmi dell’orgasmo appena vissuto. Lo sperma di Felix colava copioso dalla sua figa gonfia e arrossata, scivolando in rivoli densi lungo le cosce e macchiando il cuscino sotto di lei. Io, Theo, quarantadue anni, sedevo immobile a pochi centimetri, il cazzo piccolo e duro stretto nella mano, il cuore che batteva così forte da farmi male al petto.

Felix, trentacinque anni, architetto abituato a comandare cantieri e vite, non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Il suo cazzo, ancora mezzo eretto e lucido di umori misti, pulsava pesante tra le sue gambe muscolose. Lo strofinò lentamente sulle labbra tumefatte di mia moglie, spalmando il mix di sborra e succhi sulla sua bocca vermiglia sbavata. Sofia gemette piano, la lingua che usciva istintivamente per leccare, gli occhi socchiusi ma fissi nei miei.

«Ancora,» sussurrò lei con voce spezzata, rauca di piacere e supplica. «Felix… ti prego. Non ho finito. La mia figa pulsa ancora per te. Guardami, Theo. Guardami mentre lo supplico di nuovo davanti a te. Voglio che mi apra ancora. Voglio che mi usi finché non riesco più a camminare. Ti supplico, Felix… scopami un’altra volta. Fammi urlare mentre mio marito guarda e si tocca quel cazzetto inutile.»

Le sue parole mi trafissero come lame calde. Sentivo la gelosia mordermi lo stomaco, l’umiliazione bruciarmi le guance, eppure il mio uccello ebbe un guizzo violento nella mano e una goccia di liquido preseminale mi colò tra le dita. Era tutto ciò che avevamo confessato per mesi nelle nostre notti più perverse: lei che voleva umiliarmi davvero, io che volevo vederla persa per un maschio dominante. Ora era carne, sudore, rumori bagnati e respiri affannosi sul tetto di Roma a mezzanotte passata.

Felix sogghignò, afferrandola per i capelli castani e tirandola su fino a farla sedere dritta. Il suo seno generoso uscì del tutto dal vestito, i capezzoli scuri e durissimi puntati verso l’alto. «Senti questa troia sposata come implora,» disse con quel tono basso e autoritario che sembrava vibrare nell’aria. «Inginocchiati di nuovo e puliscimi per bene, Sofia. Voglio che tuo marito veda ogni leccata, ogni risucchio. Voglio che capisca che quella bocca è mia stasera.»

Sofia scivolò subito giù dal divanetto, le ginocchia nude sul pavimento freddo della terrazza. Le autoreggenti nere erano strappate in più punti, il bordo di pizzo macchiato di sperma. Prese quel cazzo grosso tra le mani curate, lo soppesò come una reliquia, poi lo guardò adorante prima di voltarsi verso di me. «Theo… amore mio… guarda quanto è spesso. Le mie dita non si chiudono intorno. È ancora sporco della mia figa e della sua sborra. Ti prego, guardami mentre lo venero. Ne ho bisogno. Ho bisogno che tu veda quanto mi fa bagnare essere la sua puttana.»

Aprì la bocca e lo ingoiò con un gemito lungo e osceno. Le guance le si incavarono mentre succhiava forte, la testa che andava avanti e indietro con avidità famelica. Saliva densa le colava dal mento, finendo sulle tette che ballonzolavano a ogni movimento. Felix le teneva la nuca con una mano grande, spingendo piano ma deciso, scopandole la gola senza fretta. Ogni tanto lo tirava fuori e glielo sbatteva sulle labbra, lasciandole strisce lucide sulle guance. Sofia ansimava, gli occhi lucidi di lacrime di piacere, e continuava a parlare tra una leccata e l’altra.

«Theo… è salato e dolce insieme. Sento il mio sapore sulla sua pelle. Il tuo cazzo non mi ha mai fatto sentire così piena, così usata. Ti amo… ti amo da morire per questo. Ma lui è meglio. È tanto meglio.»

Io respiravo con la bocca aperta, la mano che si muoveva lenta sul mio membro per non esplodere. L’umiliazione mi riempiva la testa come nebbia densa: mia moglie, la donna con cui avevo costruito una vita, una casa, due figli ormai adulti, era in ginocchio a supplicare per un cazzo più grande del mio mentre io guardavo da meno di un metro. E lo adoravo. Lo adoravo con ogni fibra del mio corpo traditore.

Felix la tirò su dopo qualche minuto, il cazzo di nuovo duro come acciaio, venato e minaccioso. La spinse sul divanetto accanto a me, questa volta facendola mettere a cavalcioni su di lui proprio di fianco a me. Le cosce di Sofia sfioravano la mia gamba. Potevo sentire il calore che irradiava dal suo corpo, l’odore intenso di figa scopata e sperma che saliva tra noi. Felix le afferrò le natiche sode, le aprì e la calò lentamente sul suo cazzo. La cappella gonfia premette contro le sue labbra dilatate, poi scivolò dentro con un rumore bagnato e osceno. Sofia gettò la testa indietro, un urlo strozzato che si perse nel cielo.

«Cazzo… mi sta aprendo di nuovo,» gemette, cominciando a muoversi su e giù. I suoi fianchi ruotavano, la figa che ingoiava quel palo spesso fino in fondo. Ogni volta che scendeva, un fiotto di sperma precedente veniva spinto fuori e colava sulle palle di Felix, sporcando anche il mio ginocchio. Lei mi guardò dritto negli occhi, il viso distorto dal piacere. «Theo… senti i rumori? Senti come la mia figa fradicia lo accoglie? Sto grondando. Sto venendo già solo a cavalcarlo davanti a te. Dimmi che sei felice di essere il mio cornuto. Dimmi che vuoi che continui.»

«Lo voglio,» mormorai con voce rotta. «Continua, Sofia. Prendilo tutto.»

Lei accelerò, le tette che rimbalzavano pesanti a pochi centimetri dal mio viso. Felix la guidava con le mani forti sui fianchi, spingendola giù con forza ad ogni discesa. Il divanetto cigolava ritmicamente. Il suo clitoride sfregava contro il pube di lui a ogni movimento, facendola tremare. «Guardami negli occhi mentre vengo,» mi ordinò lei, la voce sempre più acuta. «Sto per esplodere… sto per esplodere sul suo cazzo enorme mentre tu resti lì con il tuo piccolo uccello in mano. Oh cazzo, Theo… eccolo… eccolo che arriva!»

L’orgasmo la squassò con violenza. Tutto il suo corpo si irrigidì, le gambe che tremavano incontrollabili, la figa che si contraeva visibilmente intorno al cazzo di Felix. Urlò il mio nome mescolato al suo, gli occhi spalancati e annebbiati fissi nei miei. Vidi ogni contrazione sul suo viso, ogni spasmo che le attraversava i muscoli. Felix non smise di spingere dal basso, prolungando l’orgasmo finché lei non collassò in avanti, sudata e ansimante, contro il suo petto muscoloso.

Ma lui non era sazio. La fece alzare, la girò verso di me e la mise carponi sul divanetto, il viso di Sofia a venti centimetri dal mio. Le sue labbra sfioravano quasi le mie mentre Felix la prendeva da dietro con spinte potenti e profonde. Ogni affondo la spingeva in avanti, facendole sbattere le tette contro il cuscino. Potevo sentire l’odore del suo alito caldo, vedere le pupille dilatate, il rossetto completamente scomparso.

«Bacialo,» ordinò Felix. «Bacia tuo marito mentre ti distruggo la figa.»

Sofia obbedì. La sua lingua entrò nella mia bocca mentre veniva martellata. Sentivo ogni colpo attraverso il suo corpo: il tremore, il sussulto, il modo in cui il respiro le si spezzava. Felix le schiaffeggiava il culo ritmicamente, lasciando impronte rosse sulla pelle chiara. «Diglielo,» ringhiò. «Digli chi è il padrone di questa figa sposata.»

Lei staccò la bocca solo per ansimare contro le mie labbra: «Tu, Felix… tu sei il padrone. Theo, amore, il tuo cazzo non mi basta più. Questo sì. Questo mi rovina e mi fa felice. Sto venendo ancora… guardami… guardami mentre vengo per lui un’altra volta!»

Il terzo orgasmo la travolse più forte degli altri. Sofia urlò nella mia bocca, il corpo che si scuoteva come se fosse attraversato dalla corrente. Felix accelerò, sudato, i muscoli delle spalle e delle braccia tesi allo spasimo. Ringhiò come un animale quando arrivò anche lui al culmine, spingendo fino in fondo e svuotandosi dentro di lei per la seconda volta. Lo vidi contrarsi, i fianchi che sussultavano mentre pompava getti caldi e abbondanti. Sofia tremava tra noi due, persa in un afterglow prolungato, i gemiti che si trasformavano in sospiri profondi e spezzati.

Il vento freddo ci accarezzò di nuovo. Sofia rimase lì, ancora impalata sul cazzo di Felix, il viso premuto contro il mio collo, il respiro caldo sulla mia pelle. Il suo corpo era molle, esausto, meravigliosamente distrutto. Un rivolo denso di sperma fresco cominciò a colare fuori intorno al cazzo ancora dentro di lei, scendendo lento sulla mia coscia. Felix respirava pesante sul suo collo, mordicchiandole la spalla con possessività pigra. Io restavo immobile, il cazzo dolorante in mano, il cuore pieno di umiliazione, amore e desiderio oscuro.

Sofia alzò appena gli occhi verso di me, le palpebre pesanti, un sorriso stanco e complice che le incurvava le labbra gonfie. Aprì la bocca per dire qualcosa, la voce ridotta a un sussurro roco: «Theo… questo è solo l’inizio di quanto voglio farti vedere…»

E il mondo rimase sospeso lì, nel mezzo del dopo, con i nostri respiri che si mescolavano e la notte romana che ci guardava indifferente.

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