Vendemmia Ribelle: La Sorpresa del Suo Ex

Roxanne, 28 anni, si fa scopare forte nel culo dal suo ex Theo, 30 anni, tra i filari della vendemmia.

10 min read September 15, 2026New

Sono Roxanne, ventotto anni, e sono tornata nella tenuta di famiglia in Toscana per la vendemmia. L’aria pomeridiana sapeva di terra calda e di uva matura; i filari correvano dritti verso il tramonto come vene rosse sul dorso della collina. Avevo i pantaloncini di lavoro appiccicati alle cosce, la canottiera scura sul petto sudato, e le dita ancora appiccicose di mosto. Credevo di essere sola. Poi ho sentito i passi dietro di me e mi sono girata.

Theo. Trenta anni, enologo dell’azienda, il mio ex. Stesso corpo lungo e magro di una volta, braccia scure dal sole, capelli scuri unti di polvere e di fatica. Mi ha guardata con quello sguardo famelico che conoscevo troppo bene, lo sguardo di chi ricorda ogni gemito, ogni spinta, ogni volta che mi aveva aperta e riempita finché non sapevo più dove finissi io e cominciasse lui. Il mio stomaco ha fatto un tuffo caldo. Potevo allontanarlo. Potevo fingere di non sentire niente. Invece ho scelto di restare. Gli ho sorriso di lato, lentamente, e ho lasciato che i miei occhi scendessero un secondo troppo a lungo sul suo collo e sul petto.

«Pensavo fossi ancora in cantina a misurare gli zuccheri», ho detto, voce più bassa del dovuto.

«Ho finito.» La sua voce era rauca. «Ti cercavo.»

Ci siamo messi a camminare tra i grappoli neri e turgidi. Lui mi stava troppo vicino; ogni tanto il dorso della sua mano sfiorava il mio fianco sudato e io non mi spostavo. Anzi: rallentavo, facevo sì che le dita restassero un attimo di più contro la stoffa calda. Il sole calava rosso dietro le colline e l’odore dell’uva fermentava nell’aria insieme al mio desiderio.

«Mi manchi», ho confessato a un tratto, senza guardarlo. «Mi manca sentirlo. Dentro. Come una volta.»

Theo si è fermato. Io pure. I suoi occhi erano scuri, dilatati. «Dillo chiaro, Roxanne.»

«Voglio che mi prendi forte. Come facevi allora. Voglio il tuo cazzo. Ora.»

Non c’è stato tempo per altre parole. Mi ha afferrata per la nuca e mi ha baciata con una fame grezza, lingua calda, denti che mi pizzicavano il labbro. Io gli ho risposto spingendo il bacino contro di lui, sentendo già il rigonfiamento duro contro il basso ventre. Ero bagnata. Lo sapevo, e lo sapeva anche lui dal modo in cui mi ha premuta contro un palo del filare, una mano salita sotto la canottiera a stringermi un seno sudato. Il respiro gli si era spezzato. Il mio pure. Consenzienti, eccitati, già persi.

«Il capanno», ha borbottato contro la mia bocca. «Subito.»

Ci siamo trascinati fino al piccolo capanno degli attrezzi, odoroso di legno, di olio e di polvere. Appena dentro ha chiuso il chiavistello. Mi ha piegata sul tavolo da lavoro, il legno ruvido contro i palmi. Mi ha abbassato i pantaloncini e lo slip in un solo strappo deciso; l’aria fresca mi ha toccato le natiche nude e il sesso già gonfio e lucido. Theo si è inginocchiato dietro di me. Non ha chiesto permesso di nuovo: l’aveva già. Ha allargato le mie chiappe con le mani ruvide e mi ha leccato il culo con avidità, lingua calda e umida che ha circondato l’anello stretto, poi spinto dentro, lento e osceno. Ho gemuto forte, spingendo il bacino all’indietro contro la sua faccia.

«Cazzo, Theo… così… leccami lì…»

Lui ha ringhiato qualcosa di incomprensibile e ha continuato, bagnandomi, allentandomi, mentre una mano scivolava sotto a strofinarmi il clitoride gonfio. Le ginocchia mi tremano. Quando finalmente si è alzato ho sentito il rumore della cerniera, poi il calore del suo cazzo grosso e duro che mi ha sfiorato la fessura bagnata prima di puntare più in alto, contro il buco già lubrificato dalla saliva e dalla mia voglia.

«Respirami», ha ordinato, voce bassa e dominante. «Lo vuoi tutto.»

«Sì. Mettilo. Fottermi il culo.»

Ha spinto. Piano all’inizio, la testa tonda che mi ha allargata con una pressione bruciante e deliziosa. Io ho morso il labbro e ho spinto indietro, prendendolo centimetro dopo centimetro finché non l’ho avuto intero, spesso e pulsante, sepolto fino alle palle. Il tavolo ha scricchiolato. Theo ha emesso un suono gutturale e ha iniziato a muoversi: lunghe spinte profonde, poi più rapide, il bacino che sbatteva contro le mie natiche con schiocchi umidi. Mi ha dato uno schiaffo forte su una chiappa, poi sull’altra, il bruciore che si mescolava al piacere che mi saliva dalla schiena.

«Che culo stretto… ti sei sempre fatta scopare così bene qui dietro. Diglielo. Digli quanto lo vuoi.»

«Fottermi più duro», ho ansimato, la fronte contro il legno. «Spaccami il culo, Theo. Usami. Più forte. Come una volta. Dio, sì…»

Lui ha obbedito. Le spinte sono diventate grezze, profonde, il suo cazzo che mi rimpastava l’interno con un ritmo da bestia. Una mano mi teneva ferma per i fianchi, l’altra è tornata sotto a stropicciarmi il clitoride con dita esperte, circoli rapidi e pressioni giuste. Il piacere si è accumulato basso e violento. Gemavo senza più vergogna, parole sporche che gli uscivano dalla bocca e dalle mie: «coglioni contro il culo», «tutta piena», «questa troia della vendemmia». Quando sono venuta è stato un’ondata che mi ha strappato un grido lungo; il canale anale mi si è stretto a scatti intorno al suo cazzo e lui ha bestemmiato, accelerando ancora, martellandomi attraverso l’orgasmo finché non mi sono sentita svuotata e piena allo stesso tempo.

Pochi secondi dopo l’ho sentito irrigidirsi. Ha affondato fino in fondo e ha venuto dentro di me, caldi getti profondi che mi riempivano il culo a ondate. Ha ruggito basso contro la mia schiena, tenendomi stretta mentre scaricava tutto. Poi è rimasto fermo, respiro pesante, cazzo ancora gonfio che pulsava dentro.

Quando ha iniziato a sfilarsi, lento, ho sentito il suo seme colarmi subito tra le natiche, caldo e denso, scendere lungo la pelle interna delle cosce. Theo mi ha aiutata a rialzarmi con una tenerezza che contrastava con la violenza di poco prima. Mi ha rimesso su lo slip e i pantaloncini, mi ha sistemato la canottiera, e mi ha baciato la nuca, le labbra morbide contro i capelli appiccicati di sudore.

«Questa vendemmia ribelle è solo l’inizio», ha sussurrato all’orecchio. «Non ho finito con te. Non stanotte. Non questa settimana.»

Ho sorriso, soddisfatta e ancora tremante, sentendo il suo liquido scivolare tra le natiche a ogni passo. Sapevo che l’attrazione era viva, più viva di prima, e che qualcosa di più grande e più sporco stava già germogliando tra noi. Siamo usciti dal capanno insieme, l’aria della sera fresca sulle guance calde, e abbiamo preso il sentiero che scendeva verso la cantina. Le luci basse brillavano laggiù tra le botti. Non sapevo ancora cosa ci aspettasse dentro, ma il mio corpo era già pronto a chiederne ancora, e il suo sguardo di lato mi diceva che lui pure.

Sono Roxanne, ventotto anni, e mentre scendevo con Theo verso la cantina sentivo ancora il suo seme caldo e denso scivolarmi tra le natiche a ogni passo sul sentiero di ghiaia. I pantaloncini mi si appiccicavano al culo pieno, e ogni movimento faceva scorrere quel liquido denso lungo l’interno delle cosce. Lui camminava al mio fianco, il braccio che ogni tanto sfiorava il mio, e lo sguardo di lato era già di nuovo affamato. «Non ho finito», aveva detto, e il mio corpo rispondeva prima ancora che la mente riuscisse a formulare una scusa.

Le luci basse della cantina ci accolsero come un respiro freddo e umido. Odore di legno vecchio, di vino giovane che fermentava nelle botti di rovere, di terra umida. Theo chiuse la porta pesante alle nostre spalle e girò la chiave senza fretta. Il chiavistello scattò con un suono sordo. Mi voltò verso di me, mi prese il viso tra le mani ruvide e mi baciò di nuovo, più lento stavolta, lingua che assaporava la mia come se avesse tutto il tempo del mondo. Io gli strinsi i fianchi, sentendo di nuovo il cazzo che si induriva contro di me.

«Qui», mormorò contro le mie labbra. «Tra le botti. Voglio rivederti aperta e piena.»

Non ho esitato. Mi ha guidata tra le file di botti scure, finché non ci siamo fermati in un angolo più ombroso, dove una botte orizzontale faceva da piano d’appoggio. Mi ha fatto voltare, mi ha abbassato di nuovo i pantaloncini e lo slip già umidi del suo sborro precedente. L’aria fresca della cantina mi ha toccato le natiche nude, ancora calde e leggermente arrossate dagli schiaffi di prima. Theo si è inginocchiato di nuovo. Ha allargato le chiappe con i pollici e ha guardato il buco che ancora gocciolava il suo seme.

«Guarda come ti sei lasciata riempire», ha detto con voce roca. «Ancora aperto. Ancora mio.»

La sua lingua è tornata, calda e insistente, a leccare il bordo sensibile, a spingere dentro per assaggiare il misto di saliva, di lubrificazione e di sborra. Ho gemuto, appoggiando le mani sul legno liscio della botte, spingendo indietro il bacino. «Theo… cazzo… così…» Lui ha ringhiato soddisfatto e ha continuato a succhiarmi e a leccarmi finché le ginocchia non mi hanno tremato di nuovo. Poi si è alzato, ha sganciato i pantaloni e ha fatto uscire il cazzo già duro e gonfio, lucido di desiderio.

«Respirami di nuovo», ha ordinato. «Lo vuoi ancora più forte.»

«Sì. Fottermi il culo di nuovo. Riempimi.»

Ha puntato la testa tonda contro l’anello già allentato e ha spinto in un colpo solo, affondando fino in fondo con un gemito gutturale. Io ho tirato aria tra i denti, il bruciore dolce che si è trasformato subito in pienezza. Mi ha riempito completamente, le palle che battevano contro la pelle umida. Ha iniziato a scoparmi con spinte lunghe e profonde, il ritmo che cresceva a ogni colpo. Il legno della botte scricchiolava sotto i miei palmi. Il suono umido della carne contro la carne riempiva la cantina insieme ai nostri respiri spezzati.

«Diglielo», ha borbottato, una mano nei miei capelli a tirarmi la testa indietro. «Digli che sei la troia della vendemmia che si fa spaccare il culo dal suo ex.»

«Lo sono», ho ansimato. «Sono la tua troia. Spaccami. Usami il culo. Più forte, Theo… cazzo sì…»

Lui ha obbedito. Le spinte sono diventate più grezze, il bacino che sbatteva con forza contro le mie natiche, lo schiaffo della pelle che faceva eco tra le botti. Una mano mi è scivolata sotto a strofinarmi il clitoride gonfio e bagnato, dita esperte che sapevano esattamente come farmi venire. Il piacere saliva basso e violento, un’onda che si accumulava nella pancia. Mi ha dato uno schiaffo forte su una chiappa, poi sull’altra, il bruciore che si mescolava al ritmo del cazzo che mi rimpastava l’interno.

«Così stretto… ti sei sempre fatta fottere così bene qui dietro. Tieni, prendi tutto.»

Ha accelerato ancora, martellandomi con forza da bestia, e io ho venuto di nuovo con un grido lungo che mi è uscito dalla gola senza controllo. Il canale anale mi si è stretto a scatti intorno a lui, e lui ha bestemmato, continuando a spingere attraverso le contrazioni finché non mi sono sentita svuotata e piena allo stesso tempo. Non si è fermato. Ha continuato a fottermi mentre io tremavo ancora, usandomi con spinte profonde e dominanti, la mano che mi teneva ferma per i fianchi.

Quando finalmente si è irrigidito di nuovo, ha affondato fino alle palle e ha sborrato di nuovo dentro di me, getti caldi e densi che mi riempivano il culo a ondate. Ha ruggito contro la mia schiena, tenendomi stretta mentre scaricava tutto. Il caldo del suo seme mi ha invaso, e ho sentito di nuovo il traboccare lungo le cosce quando ha iniziato a sfilarsi lento.

Mi ha aiutata a rialzarmi, mi ha girata e mi ha baciata con una tenerezza che faceva a pezzi. Poi mi ha fatto sedere sul bordo di un’altra botte più bassa, mi ha divaricato le gambe e si è inginocchiato tra le mie cosce. Ha leccato il mio sesso bagnato, il clitoride ancora sensibile, poi è sceso più in basso a succhiare e a pulire il buco che ancora gocciolava. La lingua calda mi ha fatto gemere di nuovo, debole e compiaciuta. «Ancora un po’», ha mormorato. «Voglio assaggiarti piena.»

Mi ha fatto alzare di nuovo, mi ha piegata in avanti con le mani sulla botte, e ha infilato due dita nel culo ancora lubrificato e pieno del suo sborro. Le ha mosse lento, poi più deciso, allargandomi, preparandomi. «Vuoi di più?» ha chiesto, voce bassa.

«Sì. Tutto. Mettilo di nuovo.»

Il cazzo è tornato, ancora duro, e ha spinto dentro con un gemito sordo. Questa volta il ritmo era più lento, più profondo, quasi cerimoniale. Ogni spinta mi faceva sentire ogni vena, ogni pulsazione. Mi parlava all’orecchio mentre mi fotteva: quanto era stretto, quanto gli piaceva usarmi così, quanto mi era mancato questo. Io rispondevo con gemiti e parole sporche, spingendo indietro per prenderlo tutto. La mano sotto mi strofinava di nuovo il clitoride, e il piacere saliva ancora, più lento ma più intenso.

Quando sono venuta la terza volta è stato un’onda lunga e silenziosa che mi ha fatto stringere gli occhi e mordere il labbro. Lui ha seguito poco dopo, affondando e sborrando di nuovo, il corpo teso contro il mio. Siamo rimasti così per lunghi secondi, uniti, respiri che si mescolavano.

Poi si è sfilato con cura. Mi ha rimesso su lo slip e i pantaloncini, mi ha sistemato la canottiera. Mi ha preso la mano e mi ha fatto sedere accanto a lui sul pavimento di pietra fredda, la schiena appoggiata a una botte. Il suo braccio intorno alle mie spalle. Il suo seme scorreva ancora lento tra le mie natiche, caldo e denso.

Non abbiamo parlato. Il respiro si è calmo piano piano. Il gocciolio lontano di una botte che cola, l’odore del legno e del vino, il battito del mio cuore che rallentava. Fuori la notte toscana era scesa del tutto. Qui dentro restava solo il silenzio.

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