Guardando il Marito che Si Arrende al Vicino
Un idraulico di 42 anni guarda eccitato mentre il marito di 38 si fa scopare brutalmente dal vicino personal trainer di 35 in giardino.
Marco stava sistemando la guarnizione del rubinetto del bagno al piano di sopra quando sentì le voci provenienti dal giardino. Aveva quarantadue anni, le spalle larghe da idraulico abituato a portare tubi e chiavi inglesi, le mani ancora unte di grasso e il corpo robusto sotto la maglietta sudata. Si avvicinò alla finestra socchiusa, spinto da una curiosità che sapeva già sarebbe diventata qualcosa di più sporco.
Laggiù, sul prato dietro la villetta tranquilla dove vivevano da cinque anni, suo marito Luca stava annaffiando le rose. Luca aveva trentotto anni, l’aspetto quieto dell’impiegato d’ufficio: camicia leggera arrotolata sui gomiti, pantaloni chino chiari che gli segnavano il culo tondo e sodo, la schiena leggermente incurvata mentre piegava il tubo. Di fianco a lui c’era Alessandro, il vicino di trentacinque anni, personal trainer del centro fitness a due isolati di distanza. Alessandro era tutto muscoli definiti, pettorali stretti nella canottiera nera sudata, cosce spesse nei pantaloncini corti, il cazzo che si intuiva pesante anche a riposo contro la stoffa.
«Cazzo, Luca, ogni volta che ti pieghi così mi viene da pensare solo a una cosa», diceva Alessandro con la voce bassa e diretta, senza vergogna. «Quel culo. Sembra fatto apposta per essere spaccato. Tondo, sodo… ti si vede perfino la linea della mutanda quando ti allunghi. Vorrei affondarci le mani e aprirtelo.»
Marco sentì lo stomaco stringersi. Non di rabbia. Di qualcosa di caldo e sporco che gli scendeva dritto all’inguine. Guardò le dita di Alessandro che gesticolavano verso le chiappe di Luca, il sorriso sfacciato del trainer, e il modo in cui Luca non si allontanava. Anzi: Luca alzò lo sguardo, le guance un po’ arrossate, e sorrise di quel sorriso timido che Marco conosceva bene, quello che usava quando voleva farsi scopare ma non lo diceva ancora ad alta voce.
«Alessandro… sei impossibile», mormorò Luca, ma non c’era rifiuto. Continuò ad annaffiare, offrendo di fatto il culo al commento successivo.
«Impossibile un cazzo. Sono onesto. Da quando vi siete trasferiti guardo quel sedere ogni volta che esci a tagliare l’erba. Mi immagino di spogliarti qui, di piegartelo sul tavolino del giardino e di spingerti dentro fino alle palle. Ti piacerebbe, eh? Un cazzo duro di personal trainer che ti sfonda mentre il tuo idraulico di marito… chissà cosa farebbe.»
Marco premette il palmo contro il vetro. Il suo cazzo si stava indurendo dentro i jeans da lavoro, pesante, pulsandogli contro la cerniera. Quarantadue anni e un matrimonio solido, eppure quella scena lo stava facendo diventare di pietra. Guardava il modo in cui Alessandro si avvicinava di un passo, come il sole del pomeriggio gli faceva brillare il sudore sulle braccia venate, e come Luca stringeva il tubo dell’acqua tra le dita un po’ troppo forte.
Luca voltò leggermente la testa verso la casa, forse cercando la finestra, forse no. Poi rispose, con una voce che Marco udì distinta nell’aria ferma:
«E se a lui piacesse guardare? Tu cosa faresti?»
Alessandro rise basso, un suono gutturale. «Gli farei vedere esattamente come si scopa un culo da marito tranquillo. Te lo allargherei piano all’inizio, poi ti martellerei finché non urli. Ti riempirei. Ti lascerei col buco aperto e il mio sborro che cola mentre lui sta lì a masturbarsi come un cane in calore.»
Marco deglutì. Il cazzo gli batteva ormai contro il tessuto, la testa già umida. Si toccò sopra i jeans, solo una pressione, e sentì un brivido gli percorrere la schiena. Non era gelosia. Era fame. Una fame sporca che lo faceva immaginare Luca chinato, le chiappe spalancate dalle mani grosse di Alessandro, il buco rosa che si apriva intorno a un cazzo che non era il suo.
In giardino Alessandro allungò una mano e sfiorò il braccio di Luca, le dita che scendevano dalla spalla al gomito, poi più in basso, fermandosi un attimo sul fianco prima di dare una pacca leggera ma possessiva sulla natica destra.
«Senti quanto è sodo», borbottò Alessandro, la mano che restava lì, a stringere. «Vorrei farti prendere questo. Tutto. Fino in fondo. Ti sussurro all’orecchio mentre ti scopro: “Apri quel buco da puttana di marito, aprilo per il cazzo del vicino”. Ti piacerebbe sentirmelo dire?»
Luca non si mosse via. Anzi, si appoggiò quasi impercettibilmente a quel tocco. Il sorriso che gli si aprì sulle labbra era complice, caldo, eccitato. «Forse… forse sì. Continua pure a dirlo.»
«Te lo farei prendere duro», proseguì Alessandro, avvicinandosi ancora, il petto quasi contro la spalla di Luca. «Ti metterei a quattro zampe sull’erba. Ti sarei addosso col peso, ti terrei i fianchi e ti sfonderei a colpi lunghi. Sentiresti le palle batterti contro il culo a ogni spinta. E il tuo Marco… cazzo, scommetto che si sta già toccando da qualche parte.»
Marco, alla finestra, aveva sbottonato i jeans. Il cazzo gli era uscito fuori, grosso, venato, la pelle calda contro l’aria della stanza. Si masturbava piano, lo sguardo fisso su quella mano di Alessandro che adesso massaggiava apertamente la chiappa di Luca attraverso i chino. Luca aveva abbassato lo sguardo verso l’inguine del trainer e aveva sorriso di nuovo, le labbra socchiuse.
«Lo sta guardando», disse Luca a voce più alta, rivolto ad Alessandro ma sapendo che la finestra era aperta. «Marco. È di sopra. Lo sento.»
Alessandro alzò lo sguardo dritto verso la finestra di Marco, lo trovò, e sorrise a denti scoperti, senza un briciolo di imbarazzo. Alzò la mano libera e fece un gesto osceno, due dita che fingeva di infilare in un buco, poi si afferrò il pacco sui pantaloncini, mostrandogli quanto fosse già duro.
«Allora vieni a guardare da più vicino, idraulico», chiamò Alessandro. «O resta lì e goditi lo spettacolo. Tanto il tuo bel marito sta già decidendo di farmi toccare il culo sul serio.»
Luca si voltò completamente verso la casa. Il suo sguardo cercò quello di Marco attraverso il vetro. C’era complicità lì, non paura. C’era la stessa corrente sporca che stava facendo pulsare il cazzo di Marco nella sua mano.
«Marco», disse Luca, la voce chiara, un po’ roca di eccitazione. «Vuoi guardare? Dimmi la verità. Vuoi vedere Alessandro che mi mette le mani addosso… e poi di più?»
Marco strinse il pugno intorno al proprio cazzo, strinse forte, sentì il pre-sborro colargli sulle dita. Aprì la bocca. La risposta gli uscì grezza, senza filtri:
«Sì. Cazzo, sì. Voglio guardare. Voglio vederti farti scopare. Voglio vedere quel culo che mi appartiene prendere il cazzo del vicino.»
Luca chiuse gli occhi un attimo, come se quelle parole gli fossero scese dritte al buco del culo. Poi riaprì e annuì verso Alessandro.
«Lui vuole. Io voglio. Facciamolo.»
Alessandro non perse tempo. Si piazzò dietro Luca, gli cinse la vita con un braccio muscoloso e con l’altra mano gli slacciò i chino con gesti decisi. Li tirò giù insieme alla mutanda, abbastanza da scoprire le chiappe nude al sole del pomeriggio. Il culo di Luca era bianco rispetto al resto della pelle, tondo, le guance sode che Alessandro immediatamente afferrò e divaricò. Marco dalla finestra vide il buco, rosato, contratto per l’aria e per l’emozione, e gemette a voce alta.
«Guarda che buco pulito», ringhiò Alessandro, piegandosi per parlargli all’orecchio mentre le dita gli sfioravano la fessura. «Sto per aprirtelo. Prima con le dita, poi col cazzo. E tuo marito starà lì a battere la carne guardandoti diventare la mia troia da giardino.»
Luca spinse indietro il bacino, offrendosi. «Fallo. Tocca. Voglio sentire.»
Due dita di Alessandro, spesse e callose da pesi e dall’allenamento, si premettero contro l’orifizio. Luca espirò un gemito lungo. Marco si masturbava più forte, il pollice che strofinava il glande umido, gli occhi spalancati su quella penetrazione digitale che stava cominciando lì sull’erba.
«Cazzo come sei stretto», borbottò Alessandro. «Marco ti tiene ben allenato, ma io ti allargo di più. Ti faccio prendere tutto. Senti…»
Le dita entrarono fino alla seconda nocca. Luca si piegò in avanti, le mani sulle ginocchia, il culo alto, offrendo tutto. Alessandro gli spingeva dentro e fuori con ritmo lento e sporco, facendogli scolare saliva dalla bocca per l’intensità. Con l’altra mano si era liberato il cazzo: grosso, scuro di sangue, le vene in rilievo, la testa già lucida. Lo strofinò tra le chiappe di Luca, accanto alle dita che lo aprivano, lasciando scie umide.
Marco non riusciva più a stare fermo. Uscì dalla stanza, scese le scale due alla volta, il cazzo ancora fuori dai jeans sbottonati, e apparve sulla porta-finestra del soggiorno che dava sul giardino. Si fermò sulla soglia, in piena vista, e riprese a segarsi guardandoli da tre metri di distanza.
«Più a fondo», ordinò Marco, la voce rauca. «Aprilo bene. Voglio vedere le dita scomparire. Poi voglio vedere quel cazzo entrare.»
Luca lo guardò di traverso, gli occhi lucidi di lussuria. «Guardami, amore. Guardami mentre mi faccio preparare dal vicino. Dimmi che ti piace.»
«Mi piace da morire», rispose Marco. «Sei un marito da scopare. Un culo da far usare. Continuate.»
Alessandro estrasse le dita, le portò alla bocca, le succhiò con uno schiocco osceno, poi le rise puttane di nuovo nel buco di Luca, stavolta tre. Luca gridò un «ah!» acuto e spinse indietro. Il personal trainer si mise in posizione, il cazzo allineato, la testa che premeva contro l’anello già rilassato e lucido.
«Sto entrando», avvertì Alessandro, non come una minaccia ma come una promessa condivisa. «Marco, guardalo bene mentre il tuo uomo prende il primo centimetro del cazzo del vicino.»
La testa grossa affondò. Luca aprì la bocca in un gemito gutturale. Marco strinse più forte il proprio membro, le ginocchia che tremavano. Vide l’anello di carne stirarsi intorno al glande di Alessandro, aprirsi, inghiottire, millimetro dopo millimetro, mentre Alessandro spingeva con i fianchi da trainer abituato a controllare la forza.
«Cazzo che caldo», gemé Alessandro. «Stretto. Perfetto. Luca, spingi fuori come se volessi cagare, così entro meglio… ecco, bravo… prendilo…»
Altri centimetri scomparvero. Luca tremava, le cosce tese, il culo che si apriva visibilmente. Marco vedeva tutto: la pelle stirata, il modo in cui le palle di Alessandro si avvicinavano, il sudore che colava sulla schiena muscolosa del trainer.
«Tutto», ansimò Luca. «Mettilo tutto. Voglio che Marco veda che ce la faccio.»
Alessandro diede un’ultima spinta e le palle battevano contro il perineo di Luca. Erano uniti fino in fondo. Alessandro restò fermo un secondo, godendosi la stretta, poi cominciò a muoversi: ritirate corte, spinte profonde, il cazzo che usciva lucido di lubrificazione naturale e saliva e poi sprofondava di nuovo con uno schiocco umido.
Marco si avanzò di un passo sull’erba, ancora a distanza di sicurezza ma abbastanza vicino da sentire l’odore di sesso, di sudore maschile, di culo aperto. Si masturbava a ritmo delle spinte. «Più forte. Sfondalo. Voglio sentirlo gemere come quando lo scopo io.»
Alessandro accelerò. Le mani gli afferrarono i fianchi di Luca e lo tiravano indietro ad ogni colpo, facendo sbattere le chiappe contro il bacino. Il suono era osceno, pelle contro pelle, il respiro di Luca che diventava una serie di «uh, uh, uh» rotti. Il cazzo di Alessandro entrava e usciva come un pistone, allargando, penetrando, rivendicando.
«Guarda tuo marito», disse Alessandro a Luca, ma lo sguardo era su Marco. «Guarda come si sega guardandoti prendere cazzo. Digli quanto è grosso. Digli che ti piace.»
«È grosso», singhiozzò Luca, gli occhi su Marco. «Mi riempie tutto. Più del solito. Mi tocchi il punto giusto a ogni spinta… Marco, amore, mi sto facendo scopare in giardino e tu mi guardi… cazzo, mi fa venire solo a pensarci…»
Marco sentiva le palle tirarsi su. Non voleva sborrare ancora. Voleva che andasse avanti, che diventasse ancora più bruto, che Alessandro lo mettesse a quattro zampe sull’erba e lo usasse come una troia da cortile mentre lui guardava ogni secondo. Si avvicinò ancora, ora a un metro, il cazzo in mano puntato verso di loro come un’offerta.
«Toglili del tutto i pantaloni», ordinò a Alessandro. «Mettilo a terra. Voglio vederlo con le ginocchia nell’erba e il culo in aria mentre gli sbatti le palle contro.»
Alessandro sorrise ferino, obbedì. Tirò fuori il cazzo da Luca con un suono schioccante, fece scivolare i chino e la mutanda fino alle caviglie, e spinse Luca in ginocchio e poi a quattro zampe sul prato. L’erba gli segnava le ginocchia. Il culo restava alto, il buco momentaneamente semiaperto, un anello rosso e lucido che pulsava. Alessandro si rimise in ginocchio dietro di lui, riallineò il cazzo e si conficcò dentro con una sola spinta lunga e brutale.
Luca urlò di piacere. «Fanculo… sì… così…»
Le spinte ripresero più dure, più profonde. Alessandro lo montava con forza da personal trainer, i muscoli delle cosce e del sedere che lavoravano, il sudore che gli gocciolava sulla schiena di Luca. Ogni colpo faceva oscillare il corpo di Luca in avanti; le mani di Alessandro lo tenevano fermo per i fianchi e a tratti gli davano schiaffi sulle chiappe, lasciando segni rosa.
Marco si era accovacciato di lato, abbastanza vicino da vedere i dettagli: il cazzo grosso che spariva e riappariva, le palle che sbattevano, il buco che si aggrappava alla pelle. Si masturbava lento, controllando, godendosi ogni secondo della resa di suo marito.
«Digli cosa sei adesso», disse Marco a Luca, la voce carica di lussuria. «Digli mentre ti scopa.»
«Sono… ah… sono il marito che si fa scopare dal vicino», gemé Luca, accettando ogni spinta. «Sono il culo che prende cazzo in giardino mentre il mio uomo guarda e si tocca… Alessandro, più forte, usami…»
Alessandro gli afferrò i capelli con una mano, gli tirò indietro la testa, e accelerò il ritmo fino a renderlo un martellamento costante e umido. «Lo userò finché non sborra senza toccarsi. E tu, Marco, resterai a guardare ogni sborrata che gli tiro dentro. Poi magari gliene do un’altra. O te lo faccio leccare pulito. Vediamo quanto siete sporchi tutti e due.»
Marco annuì, il respiro corto, il cazzo che pulsava pericolosamente vicino al limite. «Siamo sporchi. Continua. Non fermarti. Voglio vedere tutto. Voglio che il prossimo atto sia ancora più porco.»
Le spinte di Alessandro non rallentarono. Il sole del tardo pomeriggio batteva sui tre corpi, sul culo di Luca spalancato e pieno, sul cazzo di Marco lucido di liquido preorgasmico, sui muscoli tesi del trainer che scopava senza pietà e con pieno consenso. Luca gemette più forte, il buco che si contraeva a ondate intorno all’intruso, e Marco capì che nessuno dei tre aveva ancora finito: stavano solo scaldando il motore di qualcosa di più grande, di più filth, di più condiviso.
Alessandro si piegò sul dorso di Luca, gli morse la spalla e mormorò, abbastanza forte da far sentire anche Marco:
«Questa è solo l’apertura. Adesso che ci siamo dentro tutti e tre, ti scoperò finché non saprai più di chi sei il marito… o finché non vi farò sborrare entrambi come porci sull’erba. State fermi a guardare e a prendere. Il resto arriva adesso.»
Alessandro non rallentò. Continuò a martellare il culo di Luca sull’erba, le palle che sbattevano umide contro il perineo a ogni spinta, finché non alzò lo sguardo verso il tavolo di legno del giardino, quello basso e solido accanto alle rose. Tirò fuori il cazzo con uno schiocco osceno, lasciando il buco di Luca momentaneamente vuoto e pulsante, un anello rosso lucido che si contraeva cercando aria.
«Su», ringhiò, afferrando Luca sotto le ascelle e sollevandolo come se pesasse nulla. «Sul tavolo. Adesso ti piego come si deve, marito da cortile.»
Luca obbedì senza esitazione, le ginocchia ancora verdi d’erba, i pantaloni e la mutanda che gli impacciavano le caviglie. Alessandro lo spinse sul bordo del tavolo, gli fece piegare il busto in avanti finché il torace non premeva sul legno caldo di sole, le braccia distese, le chiappe alzate e spalancate. Con un gesto brusco gli tirò giù del tutto i chino e la biancheria, facendoli cadere a terra, e si rimise dietro di lui. Il cazzo grosso, scuro, lucido di saliva e del culo di Luca, premette di nuovo contro l’ingresso già allargato.
«Marco, guardalo bene», disse Alessandro, la voce roca di sforzo e lussuria. «Adesso gli metto tutto dentro dritto e lo sbatto finché non urla.»
Marco si era avvicinato ancora, il cazzo venato stretto nel pugno unto, le ginocchia leggermente piegate sull’erba. Guardava il buco del marito aprirsi di nuovo intorno al glande grosso di Alessandro, la pelle stirarsi, inghiottire centimetro dopo centimetro finché le palle del trainer non batterono di nuovo contro il perineo. Luca gemé lungo, un suono gutturale che vibrava nel petto premuto sul legno.
«Cazzo… sì… così…», ansimò Luca, le dita che si aggrappavano al bordo del tavolo. «Sfondami. Voglio sentirlo tutto.»
Alessandro cominciò a scoparlo con forza. Spinte lunghe e brutali, i fianchi che schiaffeggiavano le chiappe sode di Luca con un suono umido e ritmico, pelle contro pelle. Il tavolo scricchiolava sotto i colpi. Ogni spinta faceva oscillare il corpo di Luca in avanti, il cazzo molle che gli dondolava tra le cosce, la bocca aperta che lasciava scappare gemiti rotti: «Uh… uh… cazzo… più forte…». Alessandro gli afferrò i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne, e lo tirava indietro ad ogni colpo, conficcandosi fino in fondo, allargando, rivendicando.
Marco si masturbava a ritmo di quelle spinte, lo sguardo fisso sul punto in cui il cazzo grosso spariva e riappariva lucido, sul buco che si aggrappava e si stirava. Il pre-sborro gli colava sulle dita. «Guarda che troia di marito», borbottò, la voce carica. «Ti fai spaccare il culo sul tavolo del giardino dal vicino mentre io mi tocco. Sei una puttana da cortile, Luca. Diglielo.»
«Sono… ah!… sono la puttana del vicino», singhiozzò Luca, spingendo indietro il bacino per prendere ogni centimetro. «Mi sto facendo scopare il culo da Alessandro mentre mio marito mi guarda e si sega… cazzo, Alessandro, martellami… usami quel buco…»
Alessandro accelerò, sudore che gli colava dai pettorali sulla schiena di Luca, i muscoli delle cosce tesi mentre martellava senza pietà. «Apri quel culo da moglie, aprilo per il cazzo del trainer», ringhiò all’orecchio di Luca, abbastanza forte da far sentire anche Marco. «Tuo marito adora vederti prendere. Guarda come si masturba, il porco. Ti riempirò e te lo farò leccare.»
Marco sentiva le palle tirarsi su, ma resisteva. Voleva vedere tutto. Il sole batteva sui tre corpi, sull’odore di sesso e sudore maschile, sul suono osceno di carne che sbatteva. Alessandro diede ancora una decina di spinte profonde, poi tirò fuori il cazzo con uno schiocco, il buco di Luca che restò momentaneamente aperto, un buco rosso e lucido che pulsava.
«In ginocchio», ordinò Alessandro. «Adesso mi succhi. Voglio sborrarti in gola mentre tuo marito ti guarda.»
Luca scivolò giù dal tavolo, le ginocchia che tornarono sull’erba, e si voltò verso Alessandro. Il cazzo del trainer gli stava dritto in faccia, grosso, venato, lucido del suo stesso culo, la testa gonfia e rossa. Luca lo afferrò con una mano, lo avvicinò alle labbra e lo prese in bocca con avidità, le labbra che si stiravano intorno al glande, la lingua che girava, succhiando forte. Alessandro gli afferrò i capelli e spinse avanti i fianchi, conficcandosi più a fondo, finché la testa non gli urtò la gola. Luca tossì un attimo, saliva che gli colava dagli angoli della bocca, poi si rilassò e lo prese ancora, le guance scavate, gli occhi umidi di sforzo e piacere mentre succhiava con fame.
«Così, troia», gemé Alessandro, muovendo i fianchi a scatti corti, scopandogli la bocca. «Ingoia. Prendi tutto. Marco, guardalo. Guarda tuo marito che si fa allargare la gola dal cazzo del vicino.»
Marco si era messo di lato, abbastanza vicino da vedere la saliva che filava sul mento di Luca, il modo in cui le labbra si stiravano, il gorgoglio umido ogni volta che Alessandro spingeva in fondo. Si masturbava più veloce, il pugno che scorreva duro sul proprio cazzo. «Succhialo bene, amore. Fatti riempire la gola. Sei un marito da sborra. Una bocca da cazzo. Continua, cazzo, prendilo tutto.»
Luca gemé intorno al membro, le vibrazioni che facevano stringere Alessandro. Le mani di Luca gli afferrarono le cosce muscolose, tirandolo più vicino, e cominciò a succhiare con più forza, la testa che andava avanti e indietro, saliva che schizzava, il suono schioccante e umido. Alessandro teneva i capelli di Luca e lo usava, spinte profonde in gola, le palle che gli battevano sul mento.
«Sto per venire», ansimò Alessandro. «Aprila bene quella gola da puttana. Ti riempio. Ingoi tutto.»
Luca annuì il più possibile con la bocca piena, gli occhi su Marco per un istante, complici, eccitati. Alessandro diede tre spinte lunghe e profonde e scoppiò. Il cazzo pulsò forte, getti spessi di sborra calda che schizzarono dritti in gola a Luca. Luca li ingoiò avidamente, deglutendo a ondate, un filo bianco che gli colò dall’angolo della bocca lungo il mento e sul collo mentre Alessandro continuava a spingere, svuotandosi fino all’ultima goccia.
«Bravo… ingoia… tutta…», ringhiò Alessandro, tenendolo lì finché le pulsazioni non finirono.
Marco non reggeva più. Si alzò in piedi dietro Luca, il cazzo grosso e rosso in mano, e si segò furiosamente guardando la schiena nuda del marito, le chiappe ancora aperte, la sborra di Alessandro che gli usciva dalla bocca. «Cazzo, ti vedo prendere sborra in gola… sei mio… sei la nostra troia…» Le parole gli uscirono sporche, eccitate: «Marito da cortile… culo da vicino… ti riempio la schiena…». Venne con un gemito rauco. Getti bianchi e caldi schizzarono sulla schiena di Luca, tra le scapole, scendendo lungo la spina dorsale fino al culo ancora lucido e semiaperto. Altri getti colpirono le chiappe. Marco continuò a mungere il cazzo finché non ebbe più nulla, il respiro corto, le ginocchia che tremavano.
Alessandro tirò fuori lentamente dalla bocca di Luca, un filo di sborra che collegava ancora il glande alle labbra gonfie. Luca leccò, inghiottì l’ultimo, e alzò lo sguardo, il mento lucido, gli occhi velati di soddisfazione.
I tre restarono un attimo fermi, respiri pesanti, sudati, il sole del tardo pomeriggio che li copriva. Alessandro si chinò, afferrò Luca per la nuca e lo baciò a bocca aperta, assaggiando la propria sborra sulle labbra del marito altrui. Marco si unì, il volto vicino, e le tre lingue si trovarono: calde, lente, scivolose, ancora sporche di sborra e saliva. Si baciarono a lungo, lingue che si intrecciavano, sapore salato e maschile, mani che si aggrappavano a spalle e fianchi sudati, senza fretta.
Quando si staccarono, il respiro ancora corto, Luca restò in ginocchio un secondo di più, poi si alzò lentamente, le gambe molli. Guardò Alessandro, poi Marco.
«Grazie», disse Luca, la voce roca. «Cazzo, grazie. È stato…»
Marco annuì, una mano ancora sulla schiena umida del marito, le dita che strofinavano la propria sborra sulla pelle. «Sì. Grazie, Alessandro. La prossima volta ti facciamo entrare in casa. Continui a prenderti Luca senza freni. Noi guardiamo. Tutto quello che vuoi.»
Alessandro sorrise, ancora ansimante, il cazzo che gli pendeva satollo. «Lo farò. Contateci.»
Rimasero lì, esausti, i corpi che si toccavano ancora leggeri, il silenzio del giardino che tornava a coprire tutto: solo il fruscio leggero delle foglie e il respiro che si calmava.
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