Risveglio di Desiderio nel Buio del Cellario
Marco, muratore di 32 anni, sfonda il culo della sua matrigna Sofia, 41 anni, nella cantina calda.
Il caldo nella cantina era un muro umido che schiacciava i polmoni. Marco, muratore di trentadue anni con le braccia segnate dalla malta e la schiena larga da chi solleva mattoni tutto il giorno, stava chinato sulla caldaia guasta. La maglietta appiccicata alla pelle gli rivelava i muscoli del dorso, lucidi di sudore. Sofia, la matrigna quarantunenne divorziata, gli stava accanto con una torcia, i capelli scuri raccolti in fretta, la canottiera leggera già trasparente sul petto pesante. L’aria sapeva di polvere vecchia, di ferro rovente e di corpi che non riuscivano a stare lontani.
«Passami la chiave inglese», mormorò lui senza alzare lo sguardo. Lei si chinò, le dita gli sfiorarono il polso, e un brivido corse su entrambi come una scarica. Da anni quel contatto era bandito, sepolto sotto il rispetto di facciata e sotto le notti in cui Marco si segava pensando al culo di lei che si muoveva in cucina. Sofia sentì il calore salirle tra le cosce. Il desiderio represso le bruciava la gola.
«Marco…» la voce le uscì roca, quasi un rantolo. Lui si voltò. Gli occhi di lei erano neri, umidi, spudorati. «Non ce la faccio più. Voglio che mi tocchi. Adesso. Come vuoi tu.»
Non ci fu esitazione. Lui la afferrò per la nuca e la baciò con fame animale, lingua grossa che le entrava in bocca come un cazzo, saliva che colava. I baci diventarono subito sporchi, denti, morsi al labbro inferiore, mani che le strappavano la canottiera. I seni pesanti di Sofia traboccarono; lui li prese a manciate, le pinzò i capezzoli duri finché lei gemette contro i suoi denti. Si spogliarono a pezzi, sudati, le mutande di lei già fradice. Sofia si lasciò scivolare in ginocchio sul pavimento di pietra, aprì la zip dei jeans di lui e tirò fuori il cazzo spesso, venato, già duro come cemento. Lo guardò un secondo, poi lo ingoiò fino in fondo, la gola che si apriva di forza, le labbra strette intorno alla base mentre saliva e muco le colavano sul mento.
«Mmmh… cazzo, quanto me lo sono sognato», borbottò tra una succhiata e l’altra, la voce strozzata dal glande che le batteva in gola. «Mi piace essere usata come una troia. Usami. Sfondami. Trattami da puttana della cantina.» Le mani di Marco le afferrarono i capelli e la scoparono la bocca a spinte lunghe, il rumore bagnato e osceno che riempiva lo spazio buio. Lei si masturbava sotto, due dita nella figa che schizzava, l’altra mano che gli accarezzava le palle pesanti.
Quando la tirò su, le labbra di Sofia erano gonfie e lucide. La piegò sul vecchio tavolo di legno, il culo nudo in aria, le natiche larghe e morbide che tremano. Marco le spalmò saliva sull’ano con due dita spesse, le girò dentro a forza, sentendo lo sfintere cedere e stringere. Sofia gemette alto, la fronte contro il legno.
«Sì… così… mettimele nel culo… cazzo, le sento…» Lui le pompò le dita, le aprì e chiuse, le fece umido e rilassato mentre lei spingeva indietro come una cagna in calore. «Sfondami il culo senza pietà, Marco. Rompimi. Voglio sentirlo fino allo stomaco.»
La calò sul pavimento polveroso, a quattro zampe. Le allargò le chiappe con le mani callose e le cacciò la lingua dritta nel buco del culo, leccando a fondo, succhiando il bordo, spingendo dentro finché Sofia urlava e si dondolava indietro. Il sapore era salato, muschiato, di sudore e desiderio. Poi si alzò, si allineò e le infilò il cazzo grosso tutto d’un colpo, fino alle palle, lo sfintere che strinse come un anello di ferro intorno alla base.
«Che culo da troia… stretto e caldo… ti sto allargando l’ano, matrigna puttana», ringhiò lui mentre iniziava a scoparla con spinte brutali, le palle che sbattevano contro la figa gonfia. «Lo senti? Ti sto sfondando l’intestino. Sei solo un buco da riempire stanotte.» Alternava: fuori quasi tutto, dentro di nuovo fino in fondo nell’ano, poi di scatto nella figa fradicia che schizzava succhi, poi di nuovo nel culo. Sofia singhiozzava di piacere, il viso nella polvere, le tette che oscillavano.
«Più forte… usami… sono la tua troia del cellario… riempimi…» Lui la fece sedere a cavalcioni al contrario, schiena contro il suo petto sudato, e la costrinse a spingersi da sola sull’ano. Lei cavalcava all’indietro, il culo che ingoiava il cazzo a colpi secchi, le natiche che sbattevano sulle cosce di lui. Marco le teneva i fianchi e la martellava dal basso, una mano che le torturava il clitoride gonfio.
Poi la sollevò come un sacco, la pinse in piedi contro il muro umido della cantina, una gamba alzata, e le riammò il cazzo nell’ano a spinte verticali, profonde, feroci. Il corpo di Sofia batteva contro i mattoni, le unghie gli graffiavano le spalle. «Ti sto sborrando dentro, troia… prendilo tutto…» E scoppiò, getti caldi e densi che le riempirono l’intestino, colando già fuori intorno al glande mentre lui continuava a pompette fino all’ultima goccia. Sofia venne urlando, la figa che contraeva a vuoto, le gambe che le mancarono.
Esausti, sudati, ancora ansimanti, Sofia scivolò di nuovo in ginocchio. Prese il cazzo di Marco ancora lucido del suo culo e se lo cacciò in bocca con devozione, leccando, succhiando, pulendo ogni millimetro del sapore di se stessa, della sborra e della polvere. Lo fece lucido e pulito, poi alzò lo sguardo, le labbra lucide, un sorriso soddisfatto e ancora affamato.
«Non ho ancora finito con te», bisbigliò con voce roca, le dita che gli accarezzavano già le palle di nuovo. «Stasera questa cantina non basterà. Voglio che mi usi finché non cammino più dritta… e c’è qualcosa che ti devo mostrare di sopra, qualcosa che ho tenuto nascosto solo per te.»
Marco sentì il cazzo risvegliarsi di botto tra le labbia di Sofia, ancora untuose del suo culo e della sborra che lei aveva leccato con gola golosa. Il sudore gli scorreva tra i peli del petto mentre la guardava inginocchiata sul pavimento di pietra, le tette pesanti che pendevano, i capezzoli scuri ancora segnati dalle sue dita. Lei gli strinse le palle con mano esperta, facendogli venire un brivido che gli arrivò dritto alla spina dorsale.
«Sopra, adesso», ringhiò lui con voce roca, tirandola su per i capelli. «Mostrami cos’hai nascosto, puttana. Voglio vedere.»
Sofia sorrise, le labbra lucide, e lo trascinò su per le scale strette della casa, nudi entrambi, i piedi che lasciavano impronte di polvere e liquido sui gradini di legno. Il calore della cantina li seguiva come un alone. In camera da letto lei aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori una scatola di cartone già scartata: dentro c’erano un plug anale di silicone nero grosso come un pugno, un collare di cuoio con anello, e un tubetto di lubrificante denso. Lo aveva comprato mesi prima, nascondendolo sotto le mutande di cotone, immaginando proprio quella sera.
«L’ho tenuto solo per te, Marco. Volevo che mi allargassi con questo prima di rimettermi il tuo cazzo da muratore», sussurrò lei, già arrossata. Si chinò sul letto a quattro zampe, le natiche ancora rosse e aperte dal precedente sfondamento, un filo di sborra che le colava lungo la coscia interna. «Mettilo. Forzami. Voglio sentirmi piena finché non urlo.»
Marco non perse tempo. Le spalò il culo con il lubrificante freddo, due dita che riaprivano lo sfintere già rilassato e lucido, poi spinse il plug dentro a spinte lente e crude. Sofia gemette alto, la schiena inarcata, il buco che cercava di ingoiarlo a forza. «Cazzo… sì… così grosso… mi stai spaccando di nuovo…» Quando fu a fondo, con la base che le premeva contro le chiappe, Marco le diede uno schiaffo secco sulla natica e le allacciò il collare al collo, tirando la cinghia abbastanza da farle sentire il respiro corto.
La voltò a faccia in su, le gambe divaricate, e le si infilò tra le cosce. Il cazzo era di nuovo duro come il cemento che stendeva tutto il giorno, venato, lucido di saliva e desiderio. Le affondò dentro l’ano accanto al plug, spingendo fino a sentire lo stretch impossibile, lo sfintere che strinse come una morsa a doppia penetrazione. Sofia urlò, le unghie che gli graffiarono il petto segnato di malta secca. «Usami… scopami il culo come una cagna… più forte, figlio di puttana…»
Lui martellò con spinte brutali, le palle che sbattevano contro il silicone del plug e la figa fradicia. Ogni colpo faceva ondeggiare le tette di Sofia, i capezzoli che lui pinzava e storceva finché lei piangeva di piacere. Il letto scricchiolava sotto il peso, il rumore osceno di carne bagnata che sbatteva riempiva la stanza. «Guarda come ti allargo, matrigna troia. Due cose nel culo e tu spingi ancora indietro. Sei una buca da sborra ambulante.»
Sofia si masturbava il clitoride con dita frenetiche, la figa che schizzava succhi chiari sul lenzuolo. «Sì… parlami così… sono la tua puttana del cellario e del letto… riempimi… cavami il plug e mettici la sborra fresca…» Lui tirò fuori il plug con uno schiocco umido, lo scagliò via e le riaffondò il cazzo fino alle palle in un sol colpo. Lo sfintere cedette del tutto, caldo, aperto, che succhiava. Si ritirò quasi tutto e rientrò con violenza, di nuovo e di nuovo, finché Sofia non venne una prima volta urlando, le gambe che tremavano, la figa che contraeva a vuoto mentre l’ano gli mungeva il cazzo.
Non si fermò. La rovesciò di nuovo a faccia in giù, le ginocchia al petto, e la scopò a martellate verticali, profonde, feroci, una mano che le teneva il collare e le faceva alzare la testa. «Tieni gli occhi aperti. Guarda come ti sfondo l’intestino. Ti faccio camminare storto per una settimana.» Sofia singhiozzava sì sì sì, spingendo indietro a ogni botta, il culo che sbatteva contro il suo bacino con schiaffi umidi. Lui le cacciò tre dita in bocca, le fece succhiare il proprio sapore di culo e saliva, poi le scolò la gola mentre continuava a pompette nell’ano.
Quando la sentì venire di nuovo, le gambe molli e il corpo che si scuoteva a ondate, Marco tirò fuori, le si mise a cavalcioni sul petto e le spalmò il cazzo fra le tette sudate. «Sborrati tra queste, puttana. Poi me lo rimetti nel culo a mano.» Sofia le strinse insieme, la lingua che usciva a leccare il glande a ogni spinta. Lui esplose, getti densi e caldi che le coprirono il collo, il mento, le labbra. Lei li leccò come una affamata, poi raccolse la sborra con le dita e se la cacciò nell’ano ancora aperto, spingendola dentro mentre lo guardava negli occhi.
«Ancora», ansimò. «Voglio un altro carico. Finché non cammino più.»
Marco era già di nuovo duro, la rabbia del muratore e gli anni di seghe notturne che gli bruciavano le palle. La sollevò, la portò contro lo specchio a figura intera dell’armadio, le spalle piegate in avanti, e le riammò il cazzo nel culo da dietro. Si guardarono entrambi mentre lui la sfondava a spinte lunghe e profonde, una mano che le torturava la figa, l’altra che le stringeva il collare. «Guarda che faccia da troia hai quando ti scopro l’ano. Ti piace vederti usata così?» Sofia annuì, la bocca aperta, bava che le colava. «Sì… rompimi… sborra di nuovo… fammi colare…»
La scopata durò minuti lunghi e sporchi: fuori, dentro, fuori fino al glande, dentro fino a farle sentire il cazzo nello stomaco. Le natiche di Sofia erano rosse e segnate. Lei venne una terza volta, urlando il suo nome, le ginocchia che piegavano. Solo allora Marco lasciò andare: si conficcò fino in fondo e scaricò un altro carico bollente e abbondante nell’intestino, tenendola ferma mentre i getti le riempivano e cominciavano a colare fuori intorno all’asta che pulsava. Continuò a pompette lente finché non uscì l’ultima goccia, poi si sfilò con uno schiocco, lasciando l’ano aperto, rosso, che stillava sborra bianca e densa lungo le cosce.
Esausti, crollarono sul letto sudato. Sofia gli leccò il cazzo pulito una volta di più, con lingua pigra e devota, poi si strinse a lui, il collare ancora al collo, il respiro caldo contro il petto. «Domani sera di nuovo in cantina», mormorò con voce rauca e soddisfatta. «E la prossima volta ti faccio venire solo nel culo finché non riesco a stare in piedi. Sei mio, muratore. E io sono la tua buca.»
Marco le accarezzò i capelli scuri, il cuore che batteva ancora forte, un sorriso sporco sulle labbra. Stava per rispondere qualcosa di altrettanto filthoso quando dal piano di sotto arrivò un tonfo sordo, poi passi pesanti che salivano le scale, e una voce maschile, chiara e familiare, che chiamava:
«Sofia? Marco? Cazzo, la porta era aperta… siete di sopra?»
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