Il Giardino Sul Tetto

In un attico romano il dominatore Felix lega la designer Estelle tra le piante.

9 min read August 22, 2026New

Il sole di Roma filtrava dorato tra le fronde del giardino pensile quando Estelle salì le scale dell’attico. Ventotto anni, designer di giardini con le mani ancora impregnate del profumo di terra e gelsomino, strinse la cartella contro il petto. Felix la stava aspettando sulla terrazza, quarantadue anni, spalle larghe sotto la camicia di lino bianca, sguardo scuro che la squarciò appena varcò la soglia.

«Benvenuta, Estelle», disse con voce bassa, grave, che le scivolò lungo la schiena come una carezza. «Vieni. Ti mostro ciò che hai creato… e ciò che intendo farne.»

Il giardino sul tetto era un trionfo di rampicanti, oleandri notturni e rose antiche arrampicate su pergolati di ferro battuto. Felix la guidò tra i sentieri di ghiaia chiara, la mano che di tanto in tanto sfiorava la sua schiena nuda, scoperta dal vestito leggero. L’attrazione esplose subito, densa, come l’afa estiva. Lei sentiva il respiro di lui troppo vicino, il calore del corpo che la dominava senza bisogno di parole.

Si fermarono sotto il pergolato centrale, dove le glicine pendevano pesanti. Felix si voltò, la fissò negli occhi.

«Da quando ho visto i tuoi disegni», mormorò, «ho immaginato una sola cosa. Legarti qui, tra queste piante. Le tue braccia tese, le gambe aperte, il corpo offerto all’aria e a me. Dimmi se sbaglio a volerlo.»

Estelle arrossì fino al collo, il respiro spezzato. Il desiderio le pulsava già tra le cosce. «Non sbagli», sussurrò, la voce tremante di eccitazione. «Lo voglio anch’io. Esattamente questo.»

Lui annuì, soddisfatto, e riprese a camminare. I suoi ordini arrivarono precisi, gentili ma assoluti. «Cammina davanti a me. Lentamente. Alza il mento.» Estelle obbedì, il cuore che batteva forte. Felix le sfiorò il collo con le dita, poi i polsi, stringendoli appena. «Brava. Resta così.» Quando le mani di lui salirono e le strinsero i seni da sopra il tessuto sottile, lei ansimò forte, le ginocchia deboli. I capezzoli si indurirono subito contro i palmi caldi. La voglia diventò insostenibile.

«Felix… per favore», gemette, voltandosi. «Legami. Adesso. Alle strutture di ferro. Non reggo più.»

Lui sorrise, scuro e affamato. La spogliò completamente lì, sotto le piante. Il vestito scivolò a terra, poi la biancheria. Estelle rimase nuda, la pelle chiara baciata dal vento caldo di Roma, i seni pieni, il sesso già lucido. Felix prese le corde di seta rossa che teneva preparate in una cesta di vimini. Le legò le braccia tese in alto ai travi del pergolato, i polsi stretti ma non crudeli, poi le divaricò le gambe e legò le caviglie alle basi di ferro, lasciandola aperta, esposta, completamente alla sua mercé. Il corpo di lei oscillava leggermente, le labbra già socchiuse.

Prese un rametto flessibile di salice. Lo fece fischiare nell’aria prima di colpirla leggermente sui seni. Estelle gemette di piacere puro quando la frustatina le strinse i capezzoli, poi scese sulle cosce interne, lasciando sottili segni rossi. «Così ti voglio», ringhiò lui. «Aperta e dolente di voglia.» Continuò a frustarla piano, metodico, finché lei non si contorceva nei legacci, ansimando il suo nome.

Poi si posizionò dietro di lei. Aprì la cerniera, liberò il cazzo duro e spesso, e la penetrò con un’unica spinta potente. Estelle urlò di piacere quando la riempì tutta, il sesso caldo che la stava sfondando da dietro in piedi. I legacci la facevano oscillare a ogni affondo, le tette che ballavano, le corde che le segnavano la pelle. Felix la scopava con forza, le mani che alternavano schiaffi sonori sul culo — sciaff, sciaff — e pinze crudeli sui capezzoli gonfi. «Taci e prendi», ordinò severo. «Non vieni finché non te lo dico. Supplica.»

«Ti prego, Felix… ti prego, lasciami venire», implorò lei, la voce rotta, il corpo sudato che scivolava sulle corde. Lui accelerò, i fianchi che sbattevano contro il suo culo arrossato, il cazzo che la sfregava in profondità, le dita che le pizzicavano i capezzoli fino a farla piangere di godimento. Il giardino odorava di fiori e sesso. Quando finalmente le concesse l’orgasmo, Estelle esplose urlando, il canale che si stringeva convulso attorno a lui. Felix la seguì subito dopo, ruggendo, venendo in profondità con scariche calde e intense, il corpo di entrambi tremante e lucido di sudore.

La slegò con cura meticolosa, massaggiandole i polsi e le caviglie arrossate, poi le braccia e le cosce. La portò sul prato del tetto dove erano stese lenzuola di lino bianco e la adagiò, le mani esperte che le accarezzavano la pelle ancora fremente, disperdendo la tensione. Estelle tremava ancora di piacere quando lui la strinse tra le braccia, entrambi nudi sotto il cielo che si tingeva di viola. Le luci di Roma cominciavano a brillare laggiù, infinite.

Lei gli posò la testa sul petto, la voce ancora rauca. «Tornerò ogni settimana», sussurrò. «Per curare il giardino… e per sottomettermi di nuovo al

«…tuo dominio», sospirò Estelle contro il petto di lui, la voce ancora roca di piacere. Felix le accarezzò i capelli umidi di sudore, ma le dita non rimasero tenere a lungo. Scivolarono lungo la nuca, strinsero forte e le sollevarono il mento finché i suoi occhi scuri non si conficcarono nei suoi.

«Ogni settimana non basta», mormorò lui, grave. «Stasera non hai ancora finito di offrirti. Il giardino ti ha appena assaggiata. Adesso ti legherò di nuovo, più stretta, più aperta, e ti userò finché non saprai più dove finisce il tuo corpo e dove comincia il mio comando.»

Estelle sentì il brivido ripartire basso, tra le cosce ancora umide del suo seme. «Sì… legami di nuovo. Usami.»

Lui la sollevò senza sforzo e la portò verso il bordo della terrazza, dove un’elegante struttura di ferro battuto reggeva un pergolato più basso di gelsomini e rose rampicanti. Le lenzuola di lino rimasero indietro; ora c’era solo ghiaia calda sotto i piedi nudi e l’aria serale che le leccava la pelle fremente. Felix prese altre corde di seta rossa dalla cesta, più lunghe, e le fece inginocchiare di schiena contro il pilastro centrale.

Le braccia le furono tirate indietro, i polsi legati alti e stretti dietro il ferro, cosicché i seni si offrissero spinti in avanti, tondi e già segnati dai colpi precedenti. Poi le divaricò le cosce fin quasi a farle male e legò ciascuna caviglia a un anello di ferro piantato nel pavimento. Estelle rimase così: ginocchia aperte sulla pietra calda, schiena arcuata, sesso lucido e esposto all’aria di Roma, completamente immobilizzata. Il profumo dei gelsomini le entrava nei polmoni a ogni respiro affannoso.

Felix le girò intorno lento, ammirandola. «Guardati. Designer del mio giardino e ora il suo ornamento più umile.» Prese di nuovo il rametto di salice, lo fece fischiare e lo abbatté sulle cosce interne già arrossate. Estelle gemette alto, il corpo che tentava di scattare ma restava prigioniero. Un altro colpo, più deciso, sull’interno del ginocchio sinistro, poi sul destro. I segni sottili si moltiplicavano. Lui si chinò e le morse un capezzolo già tumefatto, tirandolo tra i denti mentre la frustatina scendeva sul ventre, a un soffio dal clitoride gonfio.

«Supplica meglio questa volta», ordinò. «Dimmi cosa vuoi che ti faccia con questo corpo legato.»

«Ti prego, Felix… frustami di più… poi ficcami la lingua… e poi il cazzo… ovunque vuoi… non fermarti…» La voce di lei si spezzava tra i gemiti ogni volta che il salice le sfiorava la carne sensibile. Lui le diede ciò che chiedeva: colpi ritmati e precisi sulle natiche spalancate, sul pube rasato, sui seni che ballonzolavano. Ogni schiocco lasciava una striscia rosea e un bruciore dolce che le faceva colare altro umore lungo le cosce.

Quando i gemiti divennero singhiozzi di puro bisogno, Felix gettò il rametto e si mise in ginocchio tra le sue gambe divaricate. Le mani grosse le aprirono ancora di più le labbra già gonfie e le affondò la lingua dentro, lenta e possente, leccando il proprio seme mescolato ai succhi di lei. Estelle urlò, la testa che batteva indietro contro il ferro. Lui succhiò il clitoride con forza, lo pizzicò tra le labbra, lo frustò con la punta della lingua finché lei non tremette tutta, sull’orlo.

«Non ancora», ringhiò contro la sua carne. Si alzò, si sfilò del tutto i pantaloni e le presentò il cazzo duro a pochi centimetri dalla bocca. «Apri. Leccami pulito del tuo sapore, poi ti riempio di nuovo.»

Estelle obbedì avidamente, la lingua che girava intorno al glande grosso, che scendeva lungo la vena pulsante, che prendeva più in profondità che poteva nonostante la posizione legata. Felix le afferrò i capelli e la guidò, spingendo piano ma inesorabile finché non le sfiorò la gola. «Brava cagna del mio giardino… così…»

Si ritrasse gocciolante di saliva e saliva di lei, le girò intorno e le si accovacciò dietro. Con una mano le tenne le natiche aperte; con l’altra si guidò e la penetò di colpo, fino in fondo, in un unico affondo che la fece urlare di piacere e di pienezza. Le corde strinsero i polsi mentre il corpo di lei veniva spinto in avanti a ogni spinta. Felix scopava duro, le anche che battevano contro il suo culo già striato, una mano che le circondava la gola con pressione leggera ma dominante, l’altra che le castigava i seni con schiaffi secchi e pizzicotti crudeli.

«Senti come ti prendo? Tutto il giardino ti sente gemere. Le rose, le glicine… sanno che sei mia stasera.» Accelerò, il cazzo che sfregava in profondità, che usciva lucido e rientrava con schiocchi umidi. Estelle non riusciva più a formare parole, solo suoni rotti, preghiere monche. Il calore saliva di nuovo, violento, concentrato nel punto esatto dove lui la sfondava.

Felix le allentò appena la presa sulla gola e le scese con le dita sul clitoride, sfregandolo in cerchi rapidi e precisi mentre martellava. «Adesso. Vieni sul mio cazzo. Stringimi e prenditi tutto.»

L’orgasmo la colpì come un’onda che partiva dal bacino e le spezzava la schiena. Il canale si contrasse a scatti violenti intorno a lui, i fluidi che schizzavano leggermente ad ogni spinta. Urlò il suo nome verso le luci di Roma, il corpo che si contorceva nelle corde rosse finché i polsi non bruciarono deliziosamente. Felix la seguì con un ruggito basso, affondando fino alla radice e sparando scariche calde e spesse in profondità, ondata dopo ondata, tenendola inchiodata contro di sé finché non fu vuoto.

Rimasero così lunghi secondi, lui ancora dentro, entrambi ansimanti, sudati, uniti. Poi, con la stessa cura di prima, cominciò a slegarla. Sciolse prima le caviglie, massaggiando la pelle segnata, poi i polsi, baciando i leggeri solchi lasciati dalla seta. La raccolse tra le braccia e la portò di nuovo sulle lenzuola di lino stese sull’erba del prato pensile. La adagiò, si stese accanto e la strinse contro il petto nudo, una gamba gettata sopra le sue per tenerla ancora aperta e sua.

Estelle tremava ancora di scosse residue, la testa nascosta nell’incavo del suo collo, il respiro che si faceva lentamente più lento. Le dita di Felix le accarezzavano la schiena umida, tracciando i leggeri segni rossi lasciati dal salice, poi scendevano a coprire il sesso ancora pulsante e colmo del suo seme. Le luci della città brillavano infinite sotto di loro; l’aria odorava di fiori caldi, di sesso e di ferro scaldato dal sole.

«Riposerai qui un poco», mormorò lui contro i suoi capelli, la voce già più bassa, sazia ma ancora proprietaria. «Poi ti porterò dentro, ti laverò piano e ti legherò al letto per la notte. Il giardino può aspettare fino a domani… ma io no.»

Estelle annuì debolmente contro la sua pelle, il corpo molle e completamente consegnato tra le sue braccia forti, il cuore che batteva ancora all’unisono con il respiro di lui mentre il cielo sopra Roma si faceva più scuro e le prime stelle spuntavano tra le foglie del pergolato.

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