Sospesi sul Tetto con l'Amica di Sua Figlia
Marco lega Sofia, l'amica di sua figlia, sul tetto e la domina con corde e cintura.
Sono Marco, architetto quarantacinquenne, divorziato da tre anni, e quella sera d’estate il tetto della mia villa odorava di resinoso e di caldo residuo delle tegole. Avevo acceso solo le lampade basse lungo il parapetto; il resto era cielo violaceo e il rumore lontano del mare. Sofia, ventidue anni compiuti da poco, migliore amica di mia figlia, stava in ginocchio su un cuscino di tela cerata e mi passava le ghirlande di luci natalizie che avremmo dovuto montare «per provarle in anticipo», come aveva detto ridendo. Indossava soltanto un prendisole corto, di cotone bianco sottile; ogni volta che si piegava in avanti il tessuto saliva sulle cosce e io scorgevo il bordo di mutandine di pizzo rosa. Non volevo guardare, eppure guardavo.
«Marco», disse all’improvviso, senza alzare la voce. Lasciò cadere la matassa di corda luminosa e mi fissò con quegli occhi scuri, maliziosi, che conoscevo da quando era ragazzina ma che ora non appartenevano più a una ragazzina. «Ho sempre fantasticato su di te. Di nascosto. Mentre dormivo da voi, di notte, pensavo a come sarebbe stato se mi legassi. Con queste corde, magari.» Si morsicò il labbro inferiore. «Puoi legarmi i polsi? Solo per… provare qualcosa di eccitante. Se vuoi. Se tu lo vuoi.»
Il cuore mi picchiò contro le costole come un martello pneumatico. Guardai la corda morbida, bianca, già avvolta a spire ordinate. Guardai le sue mani piccole, le unghie laccate di un rosa chiaro. «Sofia… sei l’amica di mia figlia.»
«Lo so.» Sorrise, e quel sorriso non aveva niente di innocente. «E sono maggiore d’età, e te lo chiedo io. Per favore.»
Mi alzai. Le mani mi tremavano solo un po’. Lei rimase in ginocchio sul pavimento del tetto, il prendisole già un po’ sceso da una spalla, e alzò i polsi dietro la schiena senza che glielo chiedessi. «Legami. Fammi sentire che non posso scappare. Voglio che tu mi domini.»
Presi la corda. Era quella soft-touch usata per le luci esterne, liscia, abbastanza resistente. Le girai i polsi dietro la schiena, feci tre giri stretti ma non crudeli, un nodo semplice che teneva. Lei emise un suono basso, quasi un sospiro di sollievo. «Così», mormorò. «Proprio così.»
Alzai il bordo del prendisole. Sotto non c’era quasi niente: le mutandine di pizzo erano già scure al centro, inzuppate. Le sfiorai con due dita e lei si contrasse, inarcandosi. «Sono bagnata fradicia», confessò, guardandomi dal basso. «Da quando sei salito qui con me. Ti prego, Marco… sculacciami. Schiaffeggiami il culo. Trattami da troia consenziente. Usami. Voglio esserlo per te.»
Qualcosa in me — la parte che tenevo a bada da mesi, da anni — si spezzò in modo dolce e definitivo. La sollevai di peso, la piegai sul parapetto di pietra. Le gambe le divaricai con un ginocchio; i polsi legati le tenevano le braccia immobili nella curva della schiena. Le sollevai il vestito fino alla vita e le abbassai le mutandine fino a metà coscia. Il culo era tondo, liscio, già leggermente arrossato dal calore della sera. Il primo schiaffo risuonò netto. Lei gemette.
«Più forte», disse. «Padrone. Più forte.»
Il secondo e il terzo colpo le lasciarono l’impronta rosata della mia mano. Continuai, ritmo regolare, sentendo il calore salire sulla mia pelle e sulla sua. Tra uno schiaffo e l’altro le sfioravo la fessura con le dita; era scivolosa, aperta, e ogni volta che le toccavo il clitoride sporgeva di più. «Sei la mia troia di tetto», le dissi all’orecchio, la voce roca. «Dillo.»
«Sono la tua troia», ansimò. «La troia consenziente di Marco. Legami, scopami, usami.»
Mi liberai la cintura. La fibbia tintinnò. Gliela posai prima sulle natiche già calde, poi, con colpi più leggeri e precisi, sul seno che le pendeva fuori dal prendisole scollato. Lei gemette ogni volta, ma non chiese mai di fermarmi. Quando la punta della cintura le sfiorò il clitoride gonfio, si scosse tutta e venne la prima volta, un orgasmo corto e violento che le fece spingere il bacino contro il parapetto. La tenni per i capelli — una coda scura, spessa — e le allargai ancora le cosce.
Entrai in lei da dietro con una spinta sola, profonda, fino in fondo. Era stretta e calda e scivolosa; mi strinse subito. Spinsi di nuovo, possessive, sentendo i suoi polsi legati battere contro la mia pancia a ogni affondo. «Guarda il mare», le ordinai. «Mentre ti scopi tuo padrone.» Lei obbedì, la testa piegata di lato, i capelli nella mia presa. Alternavo le spinte ai colpi leggeri di cintura sul seno e, di tanto in tanto, un piccolo schiaffo secco sul clitoride che la faceva strillare di piacere. Le dita della mano libera le sfregai il punto gonfio in circoli rapidi mentre la inculavo; la seconda venuta le arrivò più lunga, con un singhiozzo e un «grazie, padrone» roco che mi fece quasi perdere il controllo.
La ritrassi. Avevo il cazzo lucido e duro, le vene in rilievo. La feci scendere in ginocchio sul cuscino di prima. I polsi ancora legati dietro la schiena, il vestito tutto scassato, il rossetto sbavato. Mi guardò negli occhi, sottomessa e grata, e aperse la bocca. «Vieni in gola», sussurrò. «Voglio assaporarti.»
Glielo misi tra le labbra. Lei lo prese fino in fondo, senza trattenersi, e io le tenni la testa ferma mentre scaricavo, spinte corte, possessive, sentendo la gola contrarsi intorno a me. Lei inghiottì tutto, senza staccare lo sguardo dal mio, le ciglia umide, le guance rosse. Quando mi ritirai, le rimase un filo di saliva e sborra sul mento; lo raccolse con la lingua e sorrise, piccola e fiera.
La slegai con cura. I polsi avevano solo un leggero segno rosa che sarebbe sparito in un’ora. La presi in braccio e mi sedetti con lei sul parapetto, la schiena contro il muro basso, il cielo ormai quasi nero sopra di noi. L’abbracciai. Lei affondò il viso nel mio collo e restammo così, respirando insieme, il sudore che si raffreddava sulla pelle.
Poi alzò la testa e mi baciò. Fu un bacio lento, pieno di lingua e di gratitudine, non da ragazza spaventata ma da donna che aveva ottenuto esattamente ciò che voleva. Quando si staccò, mi sussurrò contro la bocca, la voce ancora roca:
«Questa sarà solo la prima di molte notti segrete. Tornerò ogni volta che tua figlia non c’è. Ogni volta che vorrai legarmi di nuovo, usarmi, farmi male nel modo giusto. Sono tua, Marco. Sul tetto, in casa, dove diavolo vuoi. E la prossima volta…» Mi morse il labbro inferiore, leggera. «La prossima volta voglio che mi lasci legata più a lungo. E che mi fai chiedere il permesso anche solo per venire. Mi prometti?»
Il vento della notte mi portò via la risposta per un attimo. Strinsi le braccia intorno a lei e guardai oltre il parapetto, verso le luci della costa. Sapevo già che avrei detto di sì. Sapevo già che la corda sarebbe rimasta arrotolata in un cassetto del ripostiglio del tetto, pronta. E sapevo che il desiderio, adesso che aveva assaggiato aria e libertà, non sarebbe più tornato a dormire quieto.
Sofia posò la testa sul mio petto e chiuse gli occhi, sorridendo ancora. Io restai sveglio, con le dita che le accarezzavano i polsi segnati, già immaginando la seconda notte, e la terza, e tutto quello che avrei ancora potuto farle dire mentre la tenevo sospesa tra il cielo e la pietra calda della mia villa.
Sono Marco, e il peso di quella promessa mi restò addosso come la corda che avevo appena slegato. Sofia era ancora semi-nuda tra le mie braccia, il prendisole sceso, le mutandine a metà coscia, i polsi con quel leggero alone rosa che mi faceva battere il sangue nelle tempie. Non dissi sì a voce alta. Lo dissi con le dita che le ripassarono i solchi freschi, con il modo in cui la sollevai di nuovo e la posai sul cuscino di tela cerata. «Torna domani», le ordinai. «Tua figlia… mia figlia sarà fuori fino a tardi. Tu sali qui alle nove. Nuda sotto il vestito. E porti la cintura che ti ho usato stasera.»
Lei annuì, gli occhi lucidi di una sottomissione già più profonda. Mi baciò ancora, lenta, poi si rialzò, si sistemò alla meglio e scese le scale del tetto senza voltarsi. Io restai lì, cazzo ancora mezzo duro, il sapore di lei in bocca, e sapevo che la corda non sarebbe rimasta nel cassetto.
La sera dopo il cielo era più scuro, senza luna. Avevo preparato tutto: due matasse di corda soft-touch bianca, più lunghe, un paio di occhielli fissati al parapetto di pietra con moschettoni da arrampicata che tenevo per i lavori di manutenzione, e la mia cintura nera di cuoio, fibbia pesante. Sofia arrivò puntuale. Indossava un vestitino nero corto, niente sotto, come ordinato. Si fermò di fronte a me, mani dietro la schiena già, e sussurrò: «Sono venuta a farmi legare più a lungo, padrone. Come ti ho chiesto.»
La spogliai lentamente. Il tessuto scivolò via, lasciandola nuda sotto le lampade basse. I seni sodi, i capezzoli già duri per l’aria della notte, la fessura liscia e già lucida tra le cosce. «In ginocchio», dissi. Obbedì. Le legai i polsi dietro la schiena con tre giri stretti e un nodo che non si sarebbe sciolto da sola. Poi le caviglie: le divisai, corda intorno a ciascuna, e le ancorai ai due occhielli del parapetto, cosce aperte, ginocchia sul cuscino. Era sospesa a metà, il busto piegato in avanti, il culo esposto, le braccia immobilizzate. Non poteva chiudere le gambe né alzarsi. «Prova a muoverti», le ordinai.
Si torse. Le corde strinsero. Gemette. «Non posso, padrone. Sono tua.»
Presi la cintura. La passai prima sulla sua schiena nuda, poi sulle natiche. Il primo colpo fu secco, lasciò una striscia rosa. Lei emise un suono acuto, ma spinse il bacino all’indietro, chiedendone altri. Continuai, ritmo lento e pesante: cinque, dieci, quindici. La pelle si arrossò, si scaldò sotto i miei palmi quando le accarezzai tra un colpo e l’altro. Le dita scesero tra le labbra gonfie: era fradicia, fili di umidità che le colavano lungo l’interno coscia. Le strofinai il clitoride con il pollice, circoli lenti, mentre con l’altra mano tenevo la cintura pronta. «Chiedi il permesso», le dissi all’orecchio. «Se vuoi venire, lo chiedi. Altrimenti ti lascio così, legata, bagnata, e non ti tocco più.»
«Ti prego… posso venire, padrone?» La voce le tremava.
«No. Non ancora.»
Le toccai di nuovo, più forte, due dita che le entrarono facili, curvate verso l’interno, mentre il palmo premeva sul punto gonfio. Si contrasse intorno a me, i muscoli che mi strinsero, i gemiti che diventavano singhiozzi. Continuai a fotterla con le dita, lento, profundo, e ogni volta che sentivo il suo corpo tendersi verso l’orgasmo ritiravo la mano. Lei piangeva quasi di frustrazione, le guance bagnate, i capelli scuri appiccicati alla fronte. «Padrone… ti prego, lasciami venire. Sono la tua troia. Usami.»
Le diedi altri cinque colpi di cintura, leggeri ma precisi sul clitoride esposto. Ogni schiaffo le faceva scattare le anche in avanti, le corde alle caviglie che tenevano. Poi mi liberai i pantaloni. Il cazzo era duro, venato, gocciolante. Mi posiziona dietro di lei, le mani sui fianchi rossi, e spinsi dentro tutta in un colpo solo. Era strettissima per la posizione, calda come lava. Gemetti entrambi. Iniziai a scoparla con spinte lunghe e possessive, sentendo i suoi polsi legati battere contro la mia pancia, le corde che scricchiolavano. «Guarda le luci laggiù», le ordinai. «Mentre ti inculo sul tetto di casa. Sei la mia cagna legata. Dillo.»
«Sono la tua cagna legata… ah… scopami più forte… padrone…»
Lo feci. Accelerai, le palle che le sbattevano contro il clitoride a ogni affondo. Con una mano le afferrai i capelli e le piegai la testa indietro, con l’altra le diedi schiaffi leggeri sulle natiche già segnate. Sentivo il suo orgasmo montare di nuovo, i muri vaginali che mi pulsavano. «Chiedi», ringhiai.
«Posso venire? Ti prego, lasciami squirtare sul tuo cazzo!»
«Vieni. Adesso.»
Si spezzò. Un urlo soffocato, il corpo che si scosse tutto, i fluidi che le sgorgarono intorno al mio cazzo e le colarono sulle cosce e sul cuscino. Continuai a fotterla attraverso l’orgasmo, senza pietà, finché non ne ebbe un secondo, più lungo, che la lasciò tremare e ansimare «grazie, grazie, padrone». Allora mi ritirai, lucido di lei, e le girai intorno. Le aprii la bocca con due dita e le ficcai il cazzo in gola. Lei lo prese, succhiando avido anche se legata e esausta, e io le tenni la testa ferma mentre scaricavo a ondate calde. Inghiottì, tossì un poco, ma non distolse lo sguardo. Quando uscii, un filo bianco le restò sul labbro inferiore; lo leccò con un sorriso debole e orgoglioso.
La lasciai legata ancora un po’. Mi sedetti di fronte a lei, nudo dalla vita in giù, e la guardai mentre recuperava il respiro: seni che salivano e scendevano, cosce che tremavano, corde che le tenevano aperta e offerta. Le accarezzai i capezzoli, li pizzicai piano. «La prossima volta», dissi, voce bassa, «ti lego le braccia sopra la testa, al parapetto. Ti lascio lì un’ora intera, con un plug nel culo e la cintura a portata di mano. E tu non potrai venire finché non ti darò il segnale. Anche se ti masturbo. Anche se ti leccerò. Capito?»
Gli occhi di Sofia brillarono di paura eccitata e di desiderio puro. «Sì, padrone. Voglio quello. Voglio che mi tenghi sospesa più a lungo. Che mi fai mendicare. Ogni notte che tua figlia non c’è, io sono qui. Tua.»
Mi chinai e le baciati la fronte sudata, poi la bocca, lenta e possessiva. Le corde restavano. Non le slegai subito. Le dita le ripercorsero i polsi, le caviglie, i segni rosa che si sarebbero attenuati ma che io avrei rinnovato. Il vento portava odore di sale e di resinoso. Io restavo duro di nuovo solo a guardarla così, immobilizzata, mia. Sapevo già cosa avrei preparato per la terza notte: corde più elaborate, forse una benda, forse la cintura usata in modo più preciso sul seno e sull’interno cosce. E sapevo che lei sarebbe tornata, ginocchia già piegate, bocca già aperta a chiedere di essere usata.
La tenni legata altri venti minuti, solo accarezzandola, sfiorandole il clitoride gonfio senza farla venire di nuovo, ascoltando i suoi gemiti bassi e le sue suppliche sussurrate. Poi, lentamente, iniziai a sciogliere i nodi alle caviglie, uno alla volta, sentendo i muscoli di lei contrarsi per la improvvisa libertà parziale. I polsi li lasciai per ultimi. Quando furono liberi, lei non si alzò subito. Restò in ginocchio, mi prese le mani e le portò alle labbra, baciandomi i palmi dove ancora sentiva l’odore del cuoio della cintura. «Ancora», mormorò contro la mia pelle. «La prossima volta fammi male di più. Nel modo giusto. Fammi chiedere ogni cosa.»
La sollevai, la strinsi contro di me. Il cielo sopra di noi era nero completo. Io già immaginavo i nodi successivi, il suono della fibbia, il modo in cui l’avrei tenuta sospesa tra pietra e vuoto, bagnata e mendicante, mentre il desiderio cresceva invece di spegnersi. La corda tornò arrotolata, ma non nel cassetto: la lasciai lì, a portata di mano, pronta per quando lei sarebbe risalita di nuovo.
Sono Marco, e la terza notte arrivò con un vento più freddo che portava odore di sale e di resina secca. Avevo preparato tutto sul tetto della villa: la corda soft-touch bianca già tagliata in lunghezze precise, due moschettoni fissati più in alto sul parapetto di pietra, un plug anale di silicone nero medio che avevo comprato quel pomeriggio, lubrificante, la cintura di cuoio nera arrotolata accanto al cuscino di tela cerata, e una benda di seta scura. Le lampade basse gettavano pozzanghere di luce calda; il resto era cielo nero e il rumore lontano delle onde. Sofia salì le scale esattamente alle nove, come ordinato. Vestitino nero corto, niente sotto, i capelli raccolti in una coda spessa che le batteva tra le scapole. Si fermò di fronte a me, già con le mani dietro la schiena, gli occhi scuri lucidi di eccitazione e di quella sottomissione che ormai riconoscevo come un bisogno reale.
«Sono qui, padrone», sussurrò. «Nuda sotto, pronta. Voglio che mi leghi più a lungo. Come hai promesso.»
La spogliai senza fretta. Il tessuto scivolò via e la lasciò nuda sotto le stelle. Seni sodi, capezzoli già duri, fessura liscia e lucida che brillava tra le cosce aperte. Le accarezzai i fianchi, poi le sollevai le braccia sopra la testa. «Stasera resti così», dissi, voce bassa, confessionalmente sincera anche mentre parlavo a lei. «Braccia tese, caviglie divaricate, plug nel culo. Un’ora intera. E non vieni finché non te lo permetto. Anche se ti tocco. Anche se ti lecco. Capito?»
«Sì, padrone. Ti prego, fallomi.»
Presi la corda. Le legai i polsi insieme con giri stretti e un nodo a spira che teneva senza tagliare, poi sollevai le braccia e le ancorai al moschettone alto sul parapetto. Lei era in punta di piedi, il busto allungato, i seni offerti, le costole che salivano e scendevano. Poi le caviglie: corda intorno a ciascuna, ancorate ai due occhielli più bassi, cosce spalancate, ginocchia che non toccavano più del tutto il cuscino. Era sospesa a metà, aperta, immobilizzata, il peso del corpo teso tra cielo e pietra. Controllai i nodi due volte, le dita che le sfioravano la pelle calda. «Prova», ordinai.
Si torse. Le corde strinsero ai polsi e alle caviglie. Gemette, un suono acuto e bisognoso. «Non posso muovermi, padrone. Sono tutta tua.»
Aprii il lubrificante. Ne stesi una quantità generosa sul plug nero, poi sulle sue natiche già leggermente arrossate dal ricordo delle sere precedenti. Le divaricai ancora di più con le mani e premetti la punta smussata contro l’anello stretto. «Respira», le dissi. «E chiedi.»
«Ti prego… mettimelo nel culo, padrone. Usami lì. Voglio sentirmi piena e legata.»
Spinsi lento. Il plug entrò centimetro dopo centimetro, allargandola, finché la base non fu a filo con le natiche. Lei ansimò, i muscoli che si contraevano intorno all’intruso, le cosce che tremavano nelle corde. Le accarezzai la schiena nuda, poi presi la benda di seta e gliela posai sugli occhi, annodandola dietro la nuca. Buio completo per lei. Solo le mie mani, la mia voce, le corde, il plug che la riempiva.
Iniziai a toccarla. Dita leggere sui capezzoli, pinzate lente che li facevano indurire di più. Poi scesi, sfiorai il clitoride gonfio con il pollice, circoli lentissimi mentre l’altra mano teneva la cintura pronta. Era già fradicia; fili di umidità le colavano lungo l’interno coscia fino al cuscino. «Non venire», le ricordai all’orecchio, labbra contro il lobo. «Chiedi solo quando te lo dico. Altrimenti ti lascio così tutta la notte.»
«Sì… ah… padrone… è difficile… il plug mi preme tutto…»
Le diedi il primo colpo di cintura sulle natiche. Secco, preciso, una striscia rosa che si alzò subito. Lei strillò e spinse il bacino all’indietro, cercando altro. Continuai: cinque colpi, dieci, alternando le natiche e l’interno cosce dove la pelle era più sensibile. Tra un colpo e l’altro le dita tornavano al clitoride, lo strofinavano, due dita le entravano facili nella figa calda e scivolosa, curvate verso quel punto che la faceva inarcare. Il plug si muoveva dentro di lei a ogni contrazione. Sentivo il suo orgasmo montare, i muri che mi strinsero, i gemiti che diventavano pianti di frustrazione.
«Posso… posso venire?» chiese, voce rotta.
«No.»
Ritirai le dita. Lei singhiozzò. Ripresi la cintura e le diedi colpi leggeri ma mirati sul clitoride esposto, ogni schiaffo che le faceva scattare le anche in avanti contro le corde alle caviglie. Poi mi inginocchiai tra le sue gambe spalancate e le leccai. Lingua piatta sul clitoride, succhiando piano, due dita di nuovo dentro mentre il plug restava conficcato. Lei tremava tutta, i polsi che tiravano i nodi, la testa gettata all’indietro nella benda. «Padrone… ti prego… sto per… non ce la faccio…»
«No. Tieni.» Continuai a leccarla, più forte, il naso premuto contro di lei, il sapore salato e dolce che mi riempiva la bocca. La tenni così per minuti lunghi, portandola sull’orlo e ritirandomi ogni volta che i muscoli si contraevano troppo. Le guance le erano bagnate sotto la benda; saliva e lacrime le colavano sul mento. Io ero duro da far male, il cazzo che premeva contro i pantaloni, ma non mi liberai ancora. Volevo prolungare, dominare, sentirla mendicare.
Passò quasi un’ora. La accarezzai, la schiaffeggiai, la leccai, le feci chiedere di nuovo e di nuovo, e ogni volta risposi no. Il plug restava. Le corde tenevano. Lei era un groviglio di gemiti e di «ti prego, padrone, usami, scopami, lasciami squirtare». Alla fine mi alzai, mi sbottonai i pantaloni, il cazzo venato e gocciolante. Mi posiziona dietro di lei, le mani sui fianchi segnati dalla cintura, e spinsi dentro la figa in un colpo solo, fino in fondo. Il plug la rendeva strettissima; sentivo la pressione contro il mio cazzo a ogni millimetro. Gemetti entrambi.
«Guarda niente», le dissi, perché era bendata. «Senti solo. Sei la mia troia sospesa sul tetto. Dillo mentre ti inculo.»
«Sono la tua troia sospesa… ah cazzo… padrone… scopami… il plug… mi riempie tutto…»
Iniziai a fotterla con spinte lunghe e possessive, le palle che le sbattevano, il plug che si muoveva in sincronia. Con una mano le afferrai la coda di capelli e le piegai la testa indietro, con l’altra le diedi schiaffi leggeri sulle tette che ballonzolavano. Accelerai. Sentivo l’orgasmo di lei costruire di nuovo, violento, i fluidi che già le scappavano intorno al mio cazzo. «Chiedi adesso», ringhiai.
«Posso venire? Ti prego, padrone, lasciami venire sul tuo cazzo, lasciami squirtare mentre mi scopi legata!»
«Vieni. Adesso. Tutto.»
Si spezzò. Un urlo soffocato che il vento portò via, il corpo che si scosse in spasmi lunghi, i fluidi che le sgorgarono a getti caldi sulle mie cosce e sul cuscino, il plug che veniva spinto verso l’esterno dalle contrazioni. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, senza pietà, finché non ne ebbe un secondo, più profondo, che la lasciò tremare e piangere di piacere e di gratitudine. «Grazie… grazie, padrone…»
Allora mi ritirai, lucido di lei, e le girai intorno. Le tolsi la benda. Gli occhi le erano lucidi, le pupille dilatate. Le aprii la bocca con due dita e le ficcai il cazzo in gola. Lei lo prese fino in fondo anche se esausta e legata, succhiando avido, e io le tenni la testa ferma mentre scaricavo a ondate spesse, sentendo la gola contrarsi. Inghiottì tutto, tossì un poco, ma tenne lo sguardo. Quando uscii, un filo bianco le restò sul labbro; lo leccò con un sorriso debole e fiero.
La lasciai legata ancora. Mi sedetti di fronte a lei, nudo dalla vita in giù, e la guardai recuperare il respiro: seni che salivano, cosce che tremavano nelle corde, plug ancora conficcato, figa che pulsava aperta e bagnata. Le accarezzai i capezzoli, li pizzicai. «La prossima volta», dissi, voce roca, già immaginando, «ti lego in una posizione ancora più dura. Braccia e gambe tese a X, un vibratore legato sul clitoride che non spegnerò per mezz’ora, e la cintura usata solo sul seno e sull’interno cosce finché non piangerai di vero bisogno. E tu chiederai il permesso per ogni respiro. Capito?»
Gli occhi di Sofia brillarono di paura eccitata e di desiderio che non si spegneva. «Sì, padrone. Voglio quello. Voglio che mi tenghi sospesa più a lungo, che mi fai mendicare finché la voce non mi esce. Ogni notte che tua figlia non c’è, io salgo. Sono tua. Solo tua.»
Mi chinai e le baciati la fronte sudata, poi la bocca, lenta, possessiva, piena di lingua. Le corde restavano. Non le slegai subito. Le dita le ripercorsero i polsi segnati, le caviglie, i segni rosa che avrei rinnovato. Il vento portava odore di sale. Io restavo duro di nuovo solo a guardarla così, immobilizzata, piena, mia, e sapevo già che la corda non sarebbe tornata nel cassetto. La prossima notte sarebbe stata peggiore, più lunga, più precisa. E lei sarebbe tornata, ginocchia già piegate, bocca già aperta.
Sono Marco, e la quarta notte scese sul tetto con un cielo senza stelle e un vento che sapeva di sale e di resina bruciata. Avevo preparato tutto con una precisione quasi maniacale: quattro lunghezze di corda soft-touch bianca misurate al millimetro, moschettoni fissati ai quattro angoli del parapetto di pietra in modo da formare una X perfetta, un vibratore a proiettile nero con cinghia di cuoio per legarlo, lubrificante, la cintura di cuoio nera arrotolata, e un collare di cuoio sottile con anello davanti. Le lampade basse gettavano cerchi di luce calda sul cuscino di tela cerata; il resto era buio e il rumore lontano del mare. Sofia salì le scale esattamente alle nove, come ogni volta. Vestitino nero corto, niente sotto, i capelli sciolti questa volta, gli occhi già lucidi di quella sottomissione che mi faceva pulsare il sangue nelle vene.
«Sono qui, padrone», sussurrò, fermandosi di fronte a me con le mani già dietro la schiena. «Nuda sotto. Pronta per essere legata più dura. Come hai promesso.»
La spogliai lentamente, il tessuto che scivolava via lasciandola nuda sotto il vento fresco. Seni sodi, capezzoli già induriti, fessura liscia e lucida che brillava tra le cosce. Le accarezzai i fianchi, poi le posai il collare intorno al collo, allacciandolo snug ma non stretto, l’anello che pendeva sul solco della gola. «Stasera resti a X», dissi, voce bassa, confessionalmente sincera anche mentre le parlavo. «Braccia e gambe tese. Vibratore sul clitoride per mezz’ora. Cintura solo su seni e interno cosce. E chiedi il permesso per ogni respiro, per ogni gemito, per ogni cosa. Capito?»
«Sì, padrone. Ti prego, fallomi. Voglio mendicare finché la voce non mi esce.»
Presi la prima corda. Le legai il polso destro con giri stretti e un nodo a spira, poi lo ancorai al moschettone alto a destra. Stessa cosa con il sinistro, braccia spalancate sopra la testa, il busto allungato, i seni offerti e tesi. Poi le caviglie: corda intorno a ciascuna, divaricate al massimo, ancorate ai due occhielli bassi ai lati. Era sospesa in una X perfetta, il peso del corpo diviso tra le quattro corde, i piedi che a malapena toccavano il cuscino, il culo esposto, la figa aperta e già gocciolante. Controllai ogni nodo due volte, le dita che le sfioravano la pelle calda dove la corda mordeva appena. «Prova a muoverti», ordinai.
Si torse. Le corde strinsero ai polsi e alle caviglie, il collare che le faceva alzare il mento. Gemette, un suono acuto e bisognoso che mi fece indurire subito. «Non posso, padrone. Sono tutta aperta. Tutta tua.»
Aprii il lubrificante e ne stesi una quantità generosa sul vibratore, poi sul suo clitoride gonfio. Glielo posai contro, la cinghia di cuoio che le legai stretta intorno ai fianchi e tra le cosce, il proiettile nero premuto esattamente sul punto più sensibile. Accesi al livello medio. Il ronzio basso riempì l’aria. Lei sussultò tutto il corpo, le anche che tentarono di scappare ma le corde tennero. «Respira», le dissi all’orecchio. «E chiedi.»
«Ti prego… posso gemere, padrone? Il vibratore… mi sta già facendo impazzire.»
«Sì. Gemi. Ma non venire. E chiedi ogni volta che vuoi muovere anche solo un muscolo.»
Iniziai con la cintura. La passai prima sui seni tesi, la fibbia che tintinnava. Il primo colpo fu leggero ma preciso sul capezzolo destro, una striscia rosa che si alzò subito. Lei strillò e spinse il petto in avanti, cercando altro. Continuai: colpi alternati sui seni, poi sull’interno cosce dove la pelle era più sottile e sensibile, ogni schiaffo che le faceva scattare le anche contro il vibratore. Tra un colpo e l’altro le dita le sfioravano i capezzoli, li pizzicavano, li torcevano piano mentre il ronzio continuava senza pietà. Era già fradicia; fili di umidità le colavano lungo l’interno coscia, bagnando le corde e il cuscino. Il vibratore le faceva tremare le cosce, i muscoli che si contraevano, i gemiti che diventavano singhiozzi.
«Posso… posso muovere i fianchi, padrone?» chiese, voce rotta.
«No. Stai ferma. Senti solo.»
Le diedi altri colpi precisi sull’interno cosce, la pelle che si arrossava a strisce, poi tornai ai seni, la punta della cintura che le sfiorava i capezzoli duri. Passarono i primi dieci minuti. Lei piangeva quasi di frustrazione, le guance bagnate, i capelli scuri appiccicati alla fronte sudata. Io ero duro da far male, il cazzo che premeva contro i pantaloni, ma non mi liberai ancora. Volevo prolungare, dominare, sentirla mendicare ogni respiro. Le alzai il livello del vibratore. Il ronzio salì. Lei urlò, il corpo che si scosse nelle corde.
«Padrone… ti prego… posso respirare più forte? Sto per… non ce la faccio…»
«Chiedi meglio.»
«Ti prego, padrone, lasciami ansimare, lasciami muovere anche solo un centimetro, il vibratore mi sta uccidendo, mi preme tutto, sto per squirtare…»
«No. Tieni. Altri venti minuti.»
Continuai. Cintura sui seni, schiaffi leggeri ma costanti sull’interno cosce, dita che di tanto in tanto le entravano nella figa calda e scivolosa, curvate verso quel punto che la faceva inarcare contro le corde. Il vibratore non si fermava. Lei era un groviglio di gemiti e di «ti prego, padrone, usami, spegni, accendi, scopami, lasciami venire». Le lacrime le colavano sul mento, la saliva le scorreva dalla bocca aperta. Io le accarezzavo i fianchi segnati, le sussurravo all’orecchio quanto era bella così, sospesa, mia, impotente. «Sei la mia troia a X sul tetto», le dicevo. «Dillo tra un respiro e l’altro.»
«Sono… ah… la tua troia a X… padrone… ti prego…»
A metà dell’ora le tolsi le dita e mi inginocchiai tra le sue gambe spalancate. Le leccai intorno al vibratore, lingua piatta che assaggiava i fluidi che già le scappavano, succhiando i bordi del clitoride mentre il ronzio continuava. Lei tremava tutta, i polsi che tiravano i nodi fino a lasciare segni più scuri, la testa gettata all’indietro nel collare. «Padrone… posso parlare? Posso dirti che sto morendo di bisogno?»
«Sì. Parla. Mendica.»
«Ti prego, scopami, mettimi il cazzo dentro, spegni questo cazzo di vibratore o alzalo ancora, lasciami squirtare, usami il culo, i seni, la gola, tutto, sono tua, solo tua, fammi male nel modo giusto…»
La tenni così fino allo scadere dei trenta minuti. Poi, finalmente, mi alzai, mi sbottonai i pantaloni, il cazzo venato e gocciolante di prefisso. Spensi il vibratore ma lo lasciai legato al suo posto, premuto. Mi posiziona davanti a lei, le mani sui seni arrossati, e spinsi il cazzo tra le labbra gonfie della figa in un colpo solo, fino in fondo. Era strettissima per la posizione a X, calda come lava, i muri che mi strinsero subito. Gemetti entrambi.
«Chiedi per ogni spinta», ringhiai, iniziando a fotterla con affondi lunghi e possessive. «Chiedi di essere inculata più forte. Chiedi di sentire le palle. Chiedi tutto.»
«Posso… ah… sentire la prossima spinta, padrone? Ti prego, scopami più a fondo… posso avere le tue palle contro il vibratore? Posso gemere più forte mentre mi usi?»
Lo feci. Accelerai, le palle che le sbattevano contro il proiettile spento a ogni affondo, le corde che scricchiolavano, il collare che le faceva tenere la testa alta. Con una mano le afferrai i capelli e le piegai il collo indietro, con l’altra le diedi schiaffi leggeri sui seni già segnati. Sentivo l’orgasmo di lei costruire di nuovo, violento, i fluidi che già le scappavano intorno al mio cazzo bagnandomi le cosce. «Chiedi adesso», ordinai.
«Posso venire? Ti prego, padrone, lasciami squirtare sul tuo cazzo mentre mi scopi legata a X, lasciami spezzare, ti prego…»
«Vieni. Adesso. Tutto. E ringrazia.»
Si spezzò. Un urlo soffocato che il vento portò via verso il mare, il corpo che si scosse in spasmi lunghissimi, i fluidi che le sgorgarono a getti caldi sulle mie cosce, sul cuscino, sulle corde, il vibratore che veniva spinto contro dalle contrazioni. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, senza pietà, finché non ne ebbe un secondo, più profondo, che la lasciò tremare e piangere di piacere e di gratitudine. «Grazie… grazie, padrone… grazie per avermi fatta venire…»
Allora mi ritirai, lucido di lei, e le girai intorno. Le aprii la bocca con due dita e le ficcai il cazzo in gola. Lei lo prese fino in fondo anche se esausta e legata a X, succhiando avido, e io le tenni la testa ferma tramite il collare mentre scaricavo a ondate spesse, sentendo la gola contrarsi intorno a me. Inghiottì tutto, tossì un poco, ma tenne lo sguardo. Quando uscii, un filo bianco le restò sul labbro inferiore; lo leccò con un sorriso debole e fiero.
La lasciai legata ancora. Mi sedetti di fronte a lei, nudo dalla vita in giù, e la guardai recuperare il respiro: seni che salivano e scendevano segnati dalla cintura, cosce che tremavano nelle corde, vibratore ancora legato e lucido, figa che pulsava aperta e bagnata, collare che le incorniciava la gola. Le accarezzai i capezzoli arrossati, li pizzicai piano. «La prossima volta», dissi, voce roca, già immaginando la quinta notte, «ti lego con le braccia dietro la schiena e le caviglie al collo, piegata in due, un gag nella bocca, due vibratori — uno in figa e uno nel culo — e la cintura usata finché non piangerai di vero bisogno senza poterlo dire. E tu resterai così un’ora intera, solo a sentire, senza potermi chiedere niente a voce. Solo con gli occhi. Capito?»
Gli occhi di Sofia brillarono di paura eccitata e di desiderio che non si spegneva, più intenso di prima. «Sì, padrone. Voglio quello. Voglio che mi tenghi piegata e muta, che mi fai mendicare solo con lo sguardo finché non decidi tu. Ogni notte che tua figlia non c’è, io salgo. Sono tua. Solo tua. Più a lungo. Più dura.»
Mi chinai e le baciati la fronte sudata, poi la bocca, lenta, possessiva, piena di lingua e del sapore di entrambi. Le corde restavano. Non le slegai subito. Le dita le ripercorsero i polsi segnati, le caviglie, i seni, i segni rosa e rossi che avrei rinnovato e approfondito. Il vento portava odore di sale e di resina. Io restavo duro di nuovo solo a guardarla così, immobilizzata a X, lucida, mia, e sapevo già che la corda non sarebbe tornata nel cassetto. La prossima notte sarebbe stata peggiore, più lunga, più silenziosa, più precisa. E lei sarebbe tornata, ginocchia già piegate, bocca già aperta a ricevere il gag, occhi già pieni di quella fame che non si spegneva mai.
Sono Marco, e la quinta notte arrivò con un cielo basso e un vento che sapeva di sale e di tegole ancora calde. Avevo preparato tutto con la stessa precisione maniacale delle sere precedenti, ma questa volta ogni dettaglio pesava di più: due lunghezze di corda soft-touch bianca, un gag a sfera di silicone nero con cinturini di cuoio, due vibratori—uno a proiettile e uno a spina media di silicone nero—lubrificante, la cintura di cuoio arrotolata sul parapetto, e il cuscino di tela cerata sistemato al centro. Le lampade basse gettavano pozzanghere d’oro sul pavimento del tetto; il mare lontano sussurrava. Sofia salì le scale alle nove in punto, vestitino nero corto, niente sotto, i capelli sciolti, gli occhi già lucidi di quella fame che non smetteva di crescere.
«Sono qui, padrone», sussurrò, fermandosi di fronte a me con le mani già dietro la schiena. «Nuda sotto. Pronta per essere piegata e muta. Come hai promesso.»
La spogliai lentamente. Il tessuto scivolò via e la lasciò nuda sotto il vento fresco. Seni sodi, capezzoli già duri, fessura liscia e lucida che brillava tra le cosce. Le accarezzai i fianchi, poi le girai le braccia dietro la schiena e le legai i polsi con giri stretti e un nodo a spira che teneva senza tagliare. «In ginocchio», ordinai. Obbedì. Le piegai il busto in avanti finché la fronte quasi toccò il cuscino, poi sollevai le caviglie e le legai insieme, tirando la corda verso l’alto e annodandola al collare di cuoio che le avevo messo al collo la sera prima. Era piegata in due, il culo esposto in alto, la schiena inarcata, le cosce aperte per forza, i polsi immobilizzati contro i talloni. Controllai i nodi due volte. «Prova», dissi.
Si torse. Le corde strinsero. Gemette, un suono acuto e bisognoso. «Non posso muovermi, padrone. Sono tutta tua.»
Aprii il lubrificante. Ne stesi una quantità generosa sul vibratore a spina e sulla sua apertura posteriore già leggermente arrossata dal ricordo delle notti precedenti. Premetti la punta contro l’anello stretto. «Respira. E chiedi solo con gli occhi.»
Lei alzò lo sguardo quanto poteva, pupille dilatate, e annuì. Spinsi lento. Il vibratore entrò centimetro dopo centimetro finché la base non fu a filo. Poi lubrificai il proiettile e lo feci scivolare nella figa calda e già scivolosa, premendolo contro il punto gonfio. Accesi entrambi al livello medio. Il doppio ronzio riempì l’aria notturna. Lei sussultò tutto il corpo, le anche che tentarono di scappare ma le corde tennero. Le infilai il gag tra le labbra, la sfera che le riempiva la bocca, i cinturini annodati dietro la nuca. Ora poteva solo gemere soffocato e guardarmi.
Iniziai con la cintura. La passai prima sulle natiche tese, la fibbia che tintinnava. Il primo colpo fu secco, una striscia rosa che si alzò subito. Lei strillò contro il gag e spinse il bacino all’indietro, cercando altro. Continuai: colpi alternati sulle natiche e sull’interno cosce, ogni schiaffo che le faceva scattare le anche contro i due vibratori. Tra un colpo e l’altro le dita le sfioravano i capezzoli, li pizzicavano, li torcevano piano mentre il ronzio doppio continuava senza pietà. Era già fradicia; fili di umidità le colavano lungo le cosce, bagnando le corde e il cuscino. I muscoli si contraevano intorno agli intrusi, i gemiti diventavano singhiozzi soffocati.
Passarono i primi quindici minuti. Lei piangeva di frustrazione, le guance bagnate, lo sguardo che mi supplicava. Io ero duro da far male, ma non mi liberai ancora. Volevo prolungare, dominare, sentirla mendicare solo con gli occhi. Alzai il livello di entrambi i vibratori. Il ronzio salì. Lei urlò contro il gag, il corpo che si scosse nelle corde. Le diedi altri colpi precisi sull’interno cosce, la pelle che si arrossava a strisce, poi tornai alle natiche, la punta della cintura che le sfiorava il clitoride esposto intorno al proiettile. Le lacrime le colavano sul mento, la saliva le scorreva ai lati del gag. Io le accarezzavo i fianchi segnati, le sussurravo all’orecchio quanto era bella così, piegata, muta, mia. «Sei la mia troia piegata sul tetto», le dicevo. «Lo so dagli occhi. Continuare a guardarmi così.»
A metà dell’ora mi inginocchiai dietro di lei. Lasciai i vibratori accesi e le leccai intorno al proiettile, lingua piatta che assaggiava i fluidi che già le scappavano, succhiando i bordi del clitoride mentre il ronzio continuava. Lei tremava tutta, i polsi che tiravano i nodi, la testa bloccata dalla corda alle caviglie. I suoi occhi mi dicevano tutto: ti prego, scopami, spegni, alza, usami, lasciami venire. La tenni così fino allo scadere dei sessanta minuti. Poi, finalmente, spensi i vibratori ma li lasciai dentro. Mi sbottonai i pantaloni, il cazzo venato e gocciolante. Estrassi il proiettile con un suono umido e lo sostituì con me in un colpo solo, fino in fondo. Il vibratore anale la rendeva strettissima; sentivo la pressione contro il mio cazzo a ogni millimetro. Gemetti entrambi—lei contro il gag, io a denti stretti.
«Gli occhi», ringhiai, iniziando a fotterla con affondi lunghi e possessivi. «Chiedi con gli occhi di essere inculata più forte. Chiedi di sentire le palle. Chiedi tutto.»
Lei mi guardò, pupille nere di bisogno, e annuì con la testa quanto poteva. Accelerai, le palle che le sbattevano contro il vibratore anale a ogni affondo, le corde che scricchiolavano, il gag che le faceva sbavare. Con una mano le afferrai i capelli e le piegai ancora di più, con l’altra le diedi schiaffi leggeri sulle natiche già segnate. Sentivo l’orgasmo di lei costruire, violento, i fluidi che già le scappavano intorno al mio cazzo bagnandomi le cosce. «Adesso», ordinai. «Vieni. Tutto. E ringrazia con lo sguardo.»
Si spezzò. Un urlo soffocato dal gag che il vento portò via verso il mare, il corpo che si scosse in spasmi lunghissimi, i fluidi che le sgorgarono a getti caldi sulle mie cosce, sul cuscino, sulle corde, il vibratore anale che veniva spinto verso l’esterno dalle contrazioni. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, senza pietà, finché non ne ebbe un secondo, più profondo, che la lasciò tremare e piangere di piacere e di gratitudine muta. Allora mi ritirai, lucido di lei, estrassi il vibratore anale con cura e le girai intorno quanto la posizione permetteva. Le tolsi il gag. Lei ansimò aria a pieni polmoni. Le aprii la bocca con due dita e le ficcai il cazzo in gola. Lei lo prese fino in fondo anche se esausta e piegata, succhiando avido, e io le tenni la testa ferma mentre scaricavo a ondate spesse, sentendo la gola contrarsi. Inghiottì tutto, tossì un poco, ma tenne lo sguardo. Quando uscii, un filo bianco le restò sul labbro; lo leccò con un sorriso debole e fiero.
La slegai lentamente, un nodo alla volta, massaggiandole polsi, caviglie, collo. La sollevai, la strinsi contro di me sul parapetto, il cielo nero sopra di noi, il sudore che si raffreddava. Lei affondò il viso nel mio collo, ancora tremante, e sussurrò: «Grazie, padrone. Ancora. Ogni notte.»
Io le accarezzai i capelli, già immaginando la sesta, e poi scoppiai a ridere piano, la voce roca di chi ha appena svuotato tutto. «Sofia… la prossima volta ti lego pure le ciglia, così non mi fai quei occhioni da cane bagnato che mi fanno venire voglia di comprarti pure il gelato dopo. Perché adesso ho una fame da lupo e tu puzzichi di sesso e di mare, e se mia figlia torna e ci trova qui a leccarci i resti come due gatti sul tetto, spiego che stavamo solo provando le luci di Natale… a luglio.»
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