Legata nella Neve con il Dom del Circolo

Una sera d’inverno Lorenzo mi lega nuda con corde rosse contro un albero innevato e mi scopa forte tra la neve fino a farmi urlare di piacere.

26 min read September 03, 2026New

Sono una sottomessa di ventotto anni e da mesi il Circolo è l’unico posto in cui il mio corpo smette di mentire. Entro sempre con il cappotto abbottonato fino al collo, il cuore che mi batte contro le costole come se volesse scappare, eppure non scappo mai. Quella sera d’inverno la neve cadeva fitta sui tetti della città e io sapevo già, scendendo i gradini di pietra verso la porta nera senza insegna, che qualcosa sarebbe andato oltre. L’aria odorava di legna bruciata e di cera; dentro, le luci basse disegnavano ombre lunghe sui corpi semi-nudi di chi stava già giocando. Mi tolsi i guanti, li consegnai all’ingresso, e sentii il brivido salirmi lungo le braccia ancora prima di vedere lui.

Lorenzo stava in fondo alla sala principale, alto, le spalle larghe strette in una camicia nera, i capelli scuri leggermente brizzolati alle tempie. Quarantadue anni, il Dom più rispettato del Circolo: non alzava mai la voce, eppure quando parlava le sottomesse chinavano lo sguardo senza che nessuno glielo ordinasse. I suoi occhi chiari mi trovarono tra la folla e non si spostarono. Mi avvicinai come se il pavimento stesso mi spingesse. “Hana,” disse soltanto il mio nome, e la voce era bassa, ruvida, precisa. “Stasera giochi con me. All’aperto. Limiti spinti. Corde rosse. Sei pronta a dirmi il tuo safeword prima ancora di uscire?”

Il fiato mi si bloccò in gola. “Ghiaccio,” risposi, e lui annuì una sola volta, soddisfatto. Non c’era bisogno di altro. Sapevamo entrambi da settimane che il desiderio di spingere più in là covava sotto la superficie delle sessioni precedenti: le sue mani sui miei polsi, la mia bocca aperta contro il cuoio del suo stivale, il modo in cui mi lasciava sul bordo senza mai farmi cadere del tutto. Quella sera, però, il freddo sarebbe stato parte del gioco.

Mi fece indossare solo un lungo cappotto scuro sopra la pelle nuda. Niente biancheria, niente calze. Solo il tessuto pesante che mi sfiorava i capezzoli già duri e la fessura già umida tra le cosce. Fuori, il bosco privato del Circolo era un silenzio bianco interrotto solo dal crepitio dei nostri passi sulla neve. Lorenzo camminava davanti a me con la borsa delle corde a tracolla; io lo seguivo, i piedi nudi che affondavano e bruciavano al contatto, il respiro che mi usciva bianco dalla bocca. Ogni tanto si voltava per controllarmi, e in quegli sguardi c’era una severità che mi faceva stringere le cosce.

Arrivammo a un albero isolato, il tronco scuro, i rami carichi di neve che a tratti si staccava e cadeva leggera. Lorenzo si fermò, posò la borsa, e mi guardò dritto negli occhi. “Togliti il cappotto. Ora.” Le dita mi tremavano mentre slacciavo i bottoni. Il tessuto scivolò via dalle spalle e l’aria gelida mi avvolse tutta in una morsa crudele e meravigliosa. I capezzoli si indurirono fino a far male; la pelle d’oca mi corse dalla nuca alle cosce; il pube rasato si contrasse sotto il morso del freddo. Ero nuda, davanti a lui, sotto la neve che scendeva lenta, e il mio grosso peccato era solo il battito accelerato e il calore che nonostante tutto mi colava già tra le labbra della figa.

Lui estrasse le corde rosse. Erano di cotone spesso, morbide al tatto ma forti, del colore vivo del sangue fresco contro il bianco del bosco. “Mani dietro la schiena. Petto in fuori.” Obbedii. Sentii il primo giro intorno ai polsi, teso, preciso; poi la corda salì lungo gli avambracci, creò un harness che mi stringeva il torace senza impedirmi di respirare del tutto, solo abbastanza da ricordarmi a chi appartenevo in quel momento. Lorenzo lavorava in silenzio, le dita calde contro la mia pelle gelata, ogni nodo un’affermazione. Quando mi spinse con la schiena contro il tronco innevato, la corteccia ruvida mi graffiò le scapole e la neve scivolò tra le spalle, fredda come una lingua. Altre corde mi legarono torace e vita all’albero; poi le cosce, aperte, piegate leggermente, caviglie fissate in modo che non potessi richiuderle. Ero esposta, gambe divaricate, figa offerta all’aria pungente, seno sollevato dai legami rossi che mi segnavano la carne.

“Guardami,” ordinò. Alzai lo sguardo. Aveva ancora la camicia, ma gli occhi erano scuri di fame controllata. Una mano mi sfiorò la guancia, poi scese lungo il collo, tra i seni, fino al ventre. “Hai freddo.” Non era una domanda. “Sì, Signore.” “E sei bagnata lo stesso.” Le sue dita scivolarono più in basso, trovarono la fessura già lucida, e due di esse entrarono senza preamboli, calde, spesse, mentre il pollice premeva il clitòride gonfio. Un gemito mi scoppiò dalle labbra; il suono si sparse tra gli alberi. Lorenzo sorrise appena, severo. “Questo freddo ti farà sentire tutto di più. Ogni spinta. Ogni schiaffo. Ogni ora che deciderò di tenerti qui. Dimmi che lo vuoi.”

“Lo voglio,” respirai, e la voce mi uscì rotta. “Voglio che mi usi finché non urlo. Voglio i limiti, Signore. Qui. Nella neve.” Lui ritirò le dita, me le portò alle labbra. Leccai il mio stesso sapore salato e dolce, gli occhi bassi, mentre la neve mi bagnava i capelli e mi colava lungo le guance come lacrime fredde. Lorenzo si sbottonò i pantaloni abbastanza da liberare il cazzo già duro, grosso, venato, il glande rosso scuro che fumava quasi a contatto con l’aria gelida. Lo sfregò lungo la mia fessura aperta, non entrando ancora, solo spalmando il precome caldo sulla mia pelle ghiacciata, e il contrasto mi fece inarchiare la schiena contro l’albero finché le corde mi morsero i fianchi.

“Non ancora,” mormorò contro la mia bocca, quasi un bacio negato. “Prima ti faccio tremante. Prima ti faccio mendicare. Poi ti scopo così forte che il bosco intero saprà il tuo nome.” Una mano mi strinse un seno, il pollice e l’indice torsero il capezzolo fino a strapparmi un grido acuto; l’altra scese di nuovo tra le cosce e cominciò a strofinare il clitoride con ritmo crudele, lento, preciso, mentre il freddo mi mangiava le estremità e il calore mi esplodeva nel basso ventre. Le corde rosse contrastavano violentemente con la neve e con la mia pelle che imbiancava; ogni respiro mi usciva bianco e rotto; i piedi nudi affondavano e bruciavano.

Sapevo che lui stava misurando ogni mia reazione, che conosceva già il punto esatto in cui il dolore del gelo si mescolava al piacere e lo trasformava in qualcosa di più grande. E io, legata nuda a quell’albero, con il cazzo di Lorenzo che mi sfiorava l’ingresso senza concedermi ancora la penetrazione, sentivo la tensione salire come una marea. Volevo spingere. Volevo che lui spingesse. Il Circolo, i mesi di attesa, le serate precedenti: tutto convergeva in quel tronco ruvido contro la mia schiena e in quelle corde rosse che mi tenevano aperta per lui.

Lorenzo si chinò, mi morse il lobo dell’orecchio, e sussurrò: “Quando entrerò, Hana, non mi fermerò finché non mi avrai dato tutto. Finché la neve sotto di te non sarà calda del tuo orgasmo. Sei pronta a iniziare davvero?”

Il mio “sì, Signore” uscì come un lamento. Lui sorrise contro la mia pelle, ritirò il bacino di un centimetro solo, allineò il glande, e la punta calda cominciò finalmente a sfondare l’apertura stretta e gelata e bagnata insieme. Il mondo si ridusse a quel primo centimetro di invasione, al bruciore del freddo, al morso delle corde, al battito furioso tra le gambe. E lì, proprio lì, con me già legata e già aperta e già sua, la sera d’inverno trattenne il fiato insieme a noi, pronta a spezzarsi al primo vero colpo di fianchi.

Ma non spinse. Ritirò la punta di un soffio, abbastanza da lasciarmi vuota e contrarsi inutilmente intorno al nulla, e il vento gelido mi morse subito la pelle nuda come una punizione. La neve scendeva più fitta, appiccicandosi alle ciglia, scivolando tra i seni sollevati dalle corde rosse, gelando il sudore che già mi colava lungo la schiena contro la corteccia. Tremavo intera, non solo di freddo: ogni fibra del corpo urlava per quel centimetro che mi era stato tolto.

Lorenzo fece un passo indietro. Lo sentii girarmi intorno, lento, metodico. I suoi stivali scricchiolavano nella neve mentre controllava ogni nodo. Prima i polsi dietro la schiena: tirò la corda, strinse di un altro millimetro, sussurrò contro la mia nuca: «Non muovere le dita. Se le chiudi, ti lascio qui più a lungo». Poi scese lungo l’harness sul torace, le dita calde che sfioravano solo i punti dove il cotone rosso affondava nella carne, stringendo, regolando. «Petto più in fuori. Respira quando te lo dico io. Adesso.» Inspirai a comando; l’aria gelida mi bruciò i polmoni e i capezzoli si indurirono ancora di più, dolorosi, offerti. Lui li sfiorò appena con le nocche, un tocco così leggero che mi fece inarcare e gemere, poi si allontanò di nuovo.

Continuò a circuire. Controllò le corde alle cosce, quelle che mi tenevano divaricata, le caviglie fissate al tronco. Ogni nodo veniva provato, tirato, approvato con un suono basso di soddisfazione. «Gambe così. Aperte. Non osare chiuderle nemmeno di un centimetro, Hana. Questa figa è mia stasera, e l’aria la deve vedere tutta.» Una mano scese lungo l’interno della coscia, si fermò a un soffio dalle labbra gonfie e lucide, senza toccarle. Il solo calore delle sue dita vicino a me mi fece sgocciolare; sentii il filo caldo scendere lungo la pelle fredda, goccia dopo goccia, e sapevo che lui lo vedeva.

«Guarda quanto sei bagnata», mormorò, fermandosi di fronte a me. Gli occhi chiari bruciavano. «Il freddo ti sta mangiando le dita dei piedi e le orecchie, eppure qui…» Finalmente toccò. Due dita scivolarono tra le pieghe, raccolsero l’umidità densa, la sollevarono perché la vedessi luccicare al lume debole che filtrava tra i rami. «Confessalo. Ad alta voce. Quanto vuoi essere usata.»

La voce mi uscì rotta, già sul bordo. «Voglio… voglio che mi usi, Signore. Voglio il tuo cazzo dentro finché non riesco più a pensare. Voglio che mi scopi contro quest’albero come una cosa tua, solo tua.»

«Di più.» Le dita tornarono, strofinarono il clitoride con pressione crudele e troppo breve, poi sparirono. Il vento gelido si abbatté sulla carne bagnata e mi strappò un grido acuto. «Dillo tutto. Niente vergogna. Qui non c’è nessuno tranne me e la neve.»

Tremavo così forte che le corde scricchiolavano. Il desiderio mi stava spingendo oltre ogni controllo che pensavo di avere; il freddo e il bisogno si fusero in un’unica marea che mi allagava la pancia. «Voglio essere la tua troia legata nella neve. Voglio che mi riempia, che mi scopi forte, che usi la mia figa finché non urlo e non piango e non chiedo scusa per quanto sono umida. Usami. Usami finché i nodi mi segnano e il bosco intero sente il mio nome. Ti prego… ti prego, Signore, cominci. Non reggo più. Entra. Scopami. Ora.»

Lui sorrise, severo, soddisfatto. Si tolse del tutto i pantaloni, il cazzo grosso e duro che vaporava nell’aria gelata, le vene in rilievo, il glande già lucido di precome. Si avvicinò di nuovo, mi afferrò i fianchi con entrambe le mani sopra le corde rosse, e allineò la punta contro l’ingresso che pulsava e gocciolava. «Hai confessato bene», sussurrò contro la mia bocca aperta. «Hai mendicato come dovevi. Adesso ti do quello che hai chiesto. Ma ricorda: quando inizio, non mi fermo. Resterai aperta e piena finché non deciderò io che hai dato abbastanza. Safeword ancora valido?»

«Ghiaccio… ma non lo userò. Ti prego, inizia. Usami.»

Il primo vero colpo di fianchi fu violento, preciso, un’invasione completa che mi spezzò il respiro e mi fece battere la testa indietro contro il tronco. Enormemente grosso, caldo contro la mia carne ghiacciata, mi aprì tutta d’un colpo. Un urlo mi scoppiò dalla gola, bianco di fiato, e le corde rosse morsero i polsi e le cosce mentre lui si piantava fino in fondo, le palle che mi battevano contro il culo freddo. Ritirò quasi del tutto e rispinse più forte, il ritmo già feroce, carnale, senza pietà. Ogni spinta faceva scricchiolare la neve sotto i suoi stivali e scuoteva l’albero; ogni ritirata mi lasciava vuota un attimo solo perché il vento gelido potesse mordere di nuovo l’apertura dilatata prima che lui la riempisse di nuovo.

«Così», grugnì contro il mio collo, mordendomi la carne. «Prendi tutto. Sei così stretta dal freddo… e così fottutamente bagnata.» Le mani salirono, torsero i capezzoli già doloranti, poi scesero a tenermi i fianchi fermi mentre accelerava. Il contrasto era indescrivibile: il gelo che mi bruciava la pelle nuda, il calore del suo cazzo che mi sfondava, le corde che mi tenevano esposta e immobile, il suo respiro caldo sulla mia guancia. Piangevo di piacere e di bisogno, le lacrime calde che scendevano e gelavano subito sulle guance. Ogni volta che lui spingeva a fondo sentivo l’orgasmo avvicinarsi come una valanga, ma lui lo sapeva, lo sentiva nei miei spasmi, e rallentava di proposito, strofinava il glande contro quel punto preciso dentro di me e poi si fermava immobile, sepolto fino alle palle, mentre io mi contorcevo e imploravo di nuovo.

«Non ancora. Dimmi di nuovo quanto vuoi essere usata mentre ti tengo così.»

«Usami… usami come una cagna legata, Signore. Scopami più forte. Riempimi. Fammi venire sulla neve. Ti prego non fermarti, ti prego continua, ti prego…»

Riprese a scoparmi con colpi lunghi e duri che mi sollevavano quasi sulle punte dei piedi nudi e brucianti. Il bosco intero sembrava assorbire i miei gemiti; la neve sotto di me cominciava a sciogliersi per il calore che mi colava dalle cosce. Le sue mani mi strinsero la gola appena abbastanza da farmi sentire il controllo, gli occhi fissi nei miei mentre mi sfondava senza pietà. Ero oltre il limite, completamente sua, legata, nuda, usata, e ogni spinta mi spingeva più in alto, più vicino al punto in cui sarei esplosa urlando il suo nome.

Ma lui non mi diede ancora il permesso. Rallentò di nuovo, mi tenne piena e immobile, e sussurrò contro le mie labbra: «Questo è solo l’inizio, Hana. Continuerò finché la neve non sarà calda del tuo sesso e tu non saprai più distinguere il freddo dal piacere. Pregami ancora. Digli al bosco quanto sei mia.»

E mentre il vento gelido mi mordeva i seni e le cosce aperte, mentre le corde rosse mi solcavano la pelle e il suo cazzo pulsava dentro di me senza muoversi, io riaprii la bocca e ricominciai a mendicare, voce rotta, corpo tremante, pronta a dargli tutto quello che avrebbe chiesto nelle ore che ancora dovevano venire.

Lui restò sepolto fino in fondo, immobile, il cazzo grosso che mi pulsava contro ogni parete interna mentre il vento gelido mi leccava i seni sollevati e le cosce divaricate. Le corde rosse mi mordevano i polsi dietro la schiena e il torace a ogni respiro affannoso; io mi contorcevo inutilmente, cercando di spingere i fianchi verso di lui, ma i nodi mi tenevano aperta e offerta come un regalo. «Pregami ancora», ordinò contro le mie labbra. «Ad alta voce. Mentre ti tengo piena.»

«Ti prego, Signore… scopami. Usami contro quest’albero finché non urlo. Non fermarti. Fammi sentire tutto.» La voce mi uscì rotta, già madida di lacrime calde che gelavano subito sulle guance. Lui sorrise severo, poi ritirò i fianchi quasi del tutto e mi sfondò di nuovo con una spinta così violenta che la corteccia mi graffiò le scapole e un grido acuto mi scoppiò dalla gola. Cominciò a scoparmi in piedi con forza brutale, ritmo carnale e senza pietà. Ogni colpo mi sollevava sulle punte dei piedi nudi che bruciavano nella neve; ogni ritirata mi lasciava vuota un istante solo perché l’aria gelata potesse mordere l’apertura dilatata prima che lui la riempisse di nuovo fino alle palle.

Le corde rosse affondavano nella carne dei polsi e dei seni a ogni scossa; sentivo i nodi segnarmi, il cotone che stringeva i capezzoli già doloranti e li rendeva ancora più sensibili. Lorenzo mi afferrò i fianchi sopra i legami, mi tenne ferma e accelerò, il bacino che sbatteva contro il mio con schiocchi umidi e sordi. «Prendi. Tutto. Sei così stretta dal freddo e così fottutamente bagnata», grugnì contro il mio collo, mordendomi la carne. Il contrasto era devastante: il gelo che mi mangiava la pelle nuda, il calore del suo cazzo che mi apriva in profondità, le corde che mi immobilizzavano. L’orgasmo mi salì addosso come una valanga; tremavo intera, la figa che si contraeva intorno a lui a ondate, e lui non rallentò. «Vieni. Adesso. Sulla mia cazzo. Urlalo.»

Urlai. Il piacere mi spezzò, caldo e violento, e sentii il mio sesso colare lungo le cosce, sciogliendo la neve sotto di me. Lui continuò a scoparmi attraverso l’orgasmo, spinte lunghe e dure che prolungavano ogni spasmo finché non piangevo di eccesso e di bisogno. Solo allora si ritirò di colpo, lasciandomi contrarre sul vuoto. Le gambe mi tremavano; le corde mi tenevano in piedi mentre il fiato bianco mi usciva a pezzi.

«In ginocchio», ordinò. Sciolse rapidamente le corde alle caviglie e alle cosce, abbastanza da farmi scivolare giù. Le ginocchia affondarono nella neve fresca, gelida, bruciante; il freddo mi morsò la pelle nuda delle cosce e del bacino mentre lui mi spinse la testa verso il suo cazzo lucido del mio stesso sesso. «Apri. Tutta. Ti scopo la bocca adesso.» Obbedii. Il glande caldo mi sfondò le labbra; lo presi in gola con un gemito soffocato mentre lui afferrava i miei capelli e cominciava a scoparmi la bocca con ritmo dominante, preciso, profondo. Ogni spinta mi faceva lacrimare, la saliva che mi colava sul mento e gelava subito. Alternava: una spinta fino in fondo, poi un leggero schiaffo sulla guancia che mi faceva arrossire e gemere intorno a lui; un’altra spinta, poi la mano libera scendeva e mi schiaffeggiava piano, crudele, il clitoride gonfio e scoperto. Il dolore breve e acuto si fondeva col piacere; mi contorcevo in ginocchio nella neve, le corde ancora strette ai polsi e al torace, i seni che pendevano e dondolavano a ogni colpo di bacino.

«Così. Guarda quant’è bella la mia troia con la bocca piena e le ginocchia congelate», mormorò, la voce ruvida. Mi schiaffeggiò di nuovo la guancia, poi di nuovo il clitoride, due, tre volte, mentre mi usava la gola senza fretta. Un secondo orgasmo mi colse di sorpresa, solo da quegli schiaffi e dal suo cazzo che mi riempiva la bocca; mi scossi, gemendo intorno a lui, le cosce che si strinsero e si aprirono nella neve bagnata. Lui sorrise, soddisfatto, e si ritirò, un filo di saliva che mi collegava ancora alle labbra. «Alzati. Sul telo.»

Dalla borsa estrasse un telo scuro e lo stese sulla neve ai piedi dell’albero. Mi fece sdraiare a pancia in giù, poi lavorò in silenzio. Sciolse parte dell’harness solo per rifarlo più stretto: polsi legati dietro la schiena, caviglie tirate su e legate ai polsi in una hogtie perfetta. Ero piegata, arco teso, seni premuti contro il telo freddo, culo sollevato e esposto, figa e buco del culo completamente offerti all’aria gelida e al suo sguardo. Le corde rosse mi mordevano ovunque; non potevo muovere quasi nulla. Lorenzo si inginocchiò dietro di me, le mani calde che mi aprirono le natiche. «Respira. Adesso ti prendo qui.»

Sentii le dita scivolare, lucide del mio sesso, poi la punta del cazzo premere contro l’anello stretto. Entrò piano all’inizio, centimetro dopo centimetro, il bruciore dolce e intenso che mi faceva inarcare ancora di più contro i legami. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, restò fermo un attimo solo per farmi sentire quanto ero piena. Poi cominciò a scoparmi il culo con spinte decise, profonde, ritmate. Ogni colpo mi scuoteva tutta; le corde scricchiolavano, il telo si muoveva sotto di me, la neve intorno si macchiava del mio calore. «Urlami. Dimmi quanto ti piace essere fotttuta nel culo legata così», ordinò, una mano che scendeva a strofinarmi il clitoride con pressione crudele mentre mi sfondava.

Urlai. Il piacere e il pieno mi sovrastarono; un orgasmo mi esplose quasi subito, violento, facendomi contrarre intorno a lui. Lui non si fermò. Continuò a fottermi analmente con spinte lunghe e dure, alternando la velocità, tenendomi sul bordo e poi spingendomi oltre di nuovo. «Ancora. Vieni di nuovo. Sulla mia cazzo nel culo.» Il secondo mi colse più forte, il corpo che si contorceva nella hogtie finché le corde mi segnavano la pelle; il terzo arrivò a ondate, multiplo, interminabile, mentre lui mi usava senza pietà e io urlavo il suo nome tra i gemiti rotti, la voce che si spargeva nel bosco silenzioso.

La neve sotto il telo si stava sciogliendo; io tremavo intera, sudata e gelata insieme, piena del suo cazzo, legata e aperta. Lorenzo rallentò ma non si ritirò, restando sepolto nel mio culo mentre le sue dita continuavano a giocare col clitoride gonfio. «Questo è solo l’inizio della notte, Hana», sussurrò contro la mia schiena nuda. «Hai già venuto più volte e io non ho ancora finito con te. Resterai legata così finché non deciderò io. E dopo… dopo ti farò qualcosa di ancora più lungo.»

Il mio corpo pulsava, esausto e ancora affamato; le corde rosse mi tenevano in quella posizione umiliante e perfetta, il culo pieno, la neve che mi bagnava i seni e le cosce. Sapevo che avrebbe tenuto la promessa. E mentre il vento gelido mi mordeva di nuovo la pelle esposta e il suo cazzo mi pulsava dentro senza muoversi, io chiusi gli occhi e aspettai il prossimo ordine, già pronta a mendicare ancora.

Lorenzo restò sepolto in me ancora qualche respiro lungo, il cazzo che mi pulsava nel culo stretto mentre le sue dita mi accarezzavano i fianchi sopra le corde rosse. Poi, con la stessa precisione con cui mi aveva legata, cominciò a sciogliermi. Non di fretta: ogni nodo venne allentato con cura, le dita calde che passavano sulla carne segnata, che sfioravano i solchi lasciati dal cotone, che massaggiavano i polsi dietro la schiena finché il sangue non tornò a scorrere con un formicolio dolce e bruciante. «Brava», mormorò contro la mia nuca mentre mi liberava le caviglie. «Hai retto tutto. Adesso ti porto dentro.»

Mi aiutò a raddrizzarmi. Le gambe tremavano così forte che rischiavo di crollare nella neve sciolta e sporca del mio sesso; lui mi sostenne, mi avvolse subito nel suo cappotto scuro ancora caldo del suo corpo. Il tessuto pesante mi strinse addosso, il tessuto liscio che mi sfiorava i capezzoli induriti e la figa ancora aperta e gocciolante. Mi sollevò quasi di peso, un braccio sotto le ginocchia, l’altro dietro la schiena, e cominciò a camminare verso il rifugio. Io nascondevo il viso contro il suo collo, respirando il suo odore di sudore, di legna e di sesso, mentre la neve mi bagnava i capelli e i piedi nudi penzolavano inerti. Ogni passo faceva scricchiolare la neve sotto i suoi stivali; ogni passo mi faceva sentire quanto fossi sua, quanto il freddo mi avesse svuotata e quanto il suo calore mi stesse riempiendo di nuovo.

Il rifugio del Circolo era una struttura di pietra e legno nascosta tra gli alberi, con le finestre basse e il fumo che usciva dal camino. Lorenzo spinse la porta con la spalla; dentro l’aria calda mi colpì come un’onda. Fuoco scoppiettava nel camino grande, cuscini scuri sparsi per terra, una teiera di ghisa già sul fornello basso. Mi adagiò su un divanetto di pelle vicino al fuoco, mi strinse il cappotto intorno al corpo e andò a versare il tè. Tornò con una tazza fumante, si sedette e mi tirò contro il petto. «Bevi. Piano.»

Il primo sorso mi bruciò la lingua e mi scese giù caldo, sciogliendo il gelo che ancora mi aveva nelle ossa. Tremavo ancora, ma adesso era un tremore diverso: di dopo, di evacuazione, di bisogno di restare vicina. Lorenzo mi teneva stretta con un braccio intorno alle spalle, l’altra mano che mi accarezzava i capelli umidi. Il cappotto si era aperto un poco; la mia pelle nuda sentiva il calore del fuoco e il battito del suo cuore sotto la camicia. Le corde rosse erano ancora lì, raccolte sul tavolino, un mucchio vivo di cotone macchiato di neve e di me.

«Parlami», disse lui, voce bassa, ruvida. «Dimmi come ti sei sentita. Tutto. Niente di dolce. Voglio la verità.»

Chinai lo sguardo sulle sue mani, sulle vene scure, sulle dita che sapevano stringere e liberare. Il tè mi scaldava lo stomaco; le parole uscirono già madide. «È stata… perfetta, Signore. Il freddo mi ha mangiato le dita dei piedi e le orecchie, ma ogni spinta del tuo cazzo mi ha fatto sentire viva come non mi succede da mesi. Quando mi hai tenuto piena e immobile e mi hai ordinato di pregarti, ho sentito il bosco intero ascoltare. Le corde… i nodi mi bruciavano i polsi e i seni, eppure volevo che stringessero di più. Quando mi hai messo in ginocchio nella neve e mi hai scopato la bocca, con gli schiaffi sul clitòride, sono venuta solo da quello, e mi sono sentita una troia perfetta, la tua. Poi la hogtie… il culo pieno, le tette premute sul telo gelato, i tuoi ordini… ho urlato il tuo nome finché la voce non mi è rimasta rauca. Non ho mai usato il safeword. Non ci ho neanche pensato. Volevo solo restare lì, aperta, usata, finché tu non decidevi che bastava.»

Lui mi baciò la tempia, lento. «Hai preso bene. Hai mendicato bene. Hai venuto quante volte ti ho detto.» La mano scese sotto il cappotto, sfiorò un seno ancora segnato dalle corde, poi scese più in basso, tra le cosce, e trovò la fessura ancora gonfia e calda. Due dita mi entrarono piano, solo per sentire, solo per ricordarmi. «E adesso? Come ti senti adesso, qui, al caldo, con me?»

Un gemito basso mi uscì mentre le dita si muovevano lente. «Svuotata e piena insieme. Il freddo mi ha lasciato marchi che bruciano ancora sotto la pelle. Voglio… voglio restare così. Accoccolata. Tua. E già penso a quando mi legherai di nuovo.» Le dita si ritirarono; lui mi leccò l’umidità dalle nocche, poi mi fece finire il tè a piccoli sorsi. Mi strinse di più, le labbra contro i miei capelli. Parlammo ancora a lungo, a voce bassa: io gli descrissi ogni bruciore, ogni orgasmo che mi aveva spezzato, il modo in cui la neve sotto di me era diventata calda del mio sesso, il piacere di essere tenuta aperta mentre il vento mi leccava. Lui ascoltava, ogni tanto correggeva un dettaglio («Più forte. Dillo come l’hai sentito davvero»), ogni tanto mi premiava con un morso leggero sul collo o con la mano che mi teneva la gola appena abbastanza da farmi sentire il controllo ancora vivo.

Il fuoco scoppiettava. Fuori la neve continuava a cadere. Lorenzo mi fece alzare solo per portarmi più vicino al camino, su un grosso cuscino di pelle. Si sedette sulla poltrona scura; io mi accoccolai ai suoi piedi, nuda sotto il cappotto aperto, la guancia contro il suo ginocchio, le gambe ripiegate sotto di me. Le sue dita mi passavano tra i capelli, lente, possessive. Il suo cazzo era ancora mezzo duro sotto i pantaloni; ogni tanto lo sfioravo con le labbra, solo un bacio, solo per restare connessa, e lui mi lasciava fare senza spingermi oltre.

«Stasera ti sei meritata questo», mormorò lui guardandomi dall’alto. «Riposo. Calore. La mia attenzione. Ma so già cosa stai pensando, Hana. Lo vedo negli occhi.»

Alzai lo sguardo. Il cuore mi batteva di nuovo, non di paura: di fame. «Sì, Signore. Voglio… voglio un’altra data. Presto. Un altro gioco nella neve. Magari più lungo. Magari con le corde che mi tengono per ore mentre tu decidi quando entrare e quando lasciarmi vuota al gelo. Voglio che mi porti di nuovo all’albero, o a un altro tronco, e che mi usi finché non so più se sto piangendo di freddo o di piacere. Posso chiederlo? Posso mendicare già la prossima volta?»

Lui sorrise, quel sorriso severo che mi faceva stringere le cosce. Mi prese il mento tra pollice e indice, mi costrinse a tenergli lo sguardo. «Puoi. E lo farai. Ma non stanotte. Stanotte resti qui, ai miei piedi, finché non ti dico di dormire. Domani parleremo di date, di limiti nuovi, di quanto ghiaccio sei disposta a sopportare. Per ora… resta. Respira. Senti ancora le corde sulla pelle anche se non ci sono più.»

Obbedii. Mi accoccolai più stretta, le labbra che sfioravano di tanto in tanto la stoffa del suo pantalone, il respiro che si faceva lento. Il fuoco mi scaldava un fianco; il suo calore mi scaldava l’altro. Dentro di me l’eco della sessione ancora pulsava: il morso delle corde rosse, il bruciore del culo pieno, gli urli che il bosco aveva assorbito. E già, mentre le sue dita mi accarezzavano i capelli e la neve fuori batteva contro i vetri, sentivo salire la domanda successiva, quella che avrei fatto appena lui me lo avrebbe permesso: quando, Signore? Quando mi leghi di nuovo là fuori, nuda, aperta, tua, finché la neve non si scioglie di nuovo sotto di me?

Lui sembrava leggermi il pensiero. Mi strinse un po’ più forte i capelli, mi sollevò appena il viso. «Presto, Hana. Molto presto. E la prossima volta… la prossima volta ti farò restare legata finché non sarà l’alba a scioglierti. Ora chiudi gli occhi. Io resto qui. Tu resti mia.»

Chiusi gli occhi. Il tè ancora mi scaldava lo stomaco; il cappotto mi avvolgeva; i suoi piedi erano solidi sotto le mie guance. La notte del Circolo proseguiva lenta, calda, e dentro di me la fame per la prossima neve già cresceva, paziente e vorace, pronta a mendicare di nuovo appena lui avrebbe detto la parola.

Le sue dita si strinsero improvvisamente più forte tra i miei capelli umidi. Non mi lasciò restare con gli occhi chiusi. Mi sollevò il viso con quella presa possessiva che conoscevo bene, quella che non ammetteva rifiuto e che mi faceva già gocciolare di nuovo. «Apri gli occhi, Hana. Guarda me. Non hai ancora finito di darmi tutto.»

Obbedii. Il fuoco del camino gli disegnava ombre severe sul volto, gli occhi chiari bruciavano di una fame che non si era spenta affatto. Il cappotto mi scivolò dalle spalle con un gesto suo; restai nuda ai suoi piedi, la pelle ancora segnata dalle corde rosse, i capezzoli induriti dal contrasto tra il caldo del rifugio e il ricordo del gelo. Lorenzo raccolse il mucchio di cotone rosso dal tavolino. Non disse una parola mentre mi faceva alzare, mentre mi girava e mi spingeva in ginocchio sul cuscino di pelle davanti alla poltrona. Mi legò i polsi dietro la schiena di nuovo, nodi stretti, precisi, il cotone che affondava nei solchi già arrossati. Poi mi piegò in avanti finché la guancia non premette contro il bracciolo caldo di cuoio, il culo alto, le cosce divaricate, la figa e il buco ancora aperti e lucidi offerti al suo sguardo.

«Petto più in basso. Culo più su. Respira solo quando te lo dico.»

Sentii il calore del suo corpo alle mie spalle. Si era tolto la camicia; la pelle nuda del suo torace mi sfiorò la schiena mentre allineava il cazzo ancora grosso e duro contro la mia fessura gonfia. Entrò d’un colpo solo, violento, fino in fondo, e un urlo mi scoppiò contro il cuoio. Era ancora largo, ancora caldo, e mi aprì di nuovo come se il freddo del bosco non mi avesse mai lasciata. Cominciò a scoparmi con spinte lunghe e brutali, il bacino che sbatteva contro il mio con schiocchi umidi, le palle che mi picchiavano il clitòride a ogni affondo. Le corde rosse mi morsero i polsi; io non potevo fare altro che prendere, inarcarmi, gemere. «Così», grugnì lui, una mano che mi afferrava i capelli e mi tirava la testa all’indietro. «Guarda il fuoco mentre ti uso. Senti quanto sei ancora stretta. Confessalo.»

«Sono la tua troia», respirai, la voce già rotta. «La tua cagna legata. Scopami più forte, Signore. Riempimi di nuovo. Usami finché non riesco più a stare in ginocchio.»

Lui accelerò. Ogni colpo mi faceva scivolare in avanti; il cuoio mi bruciava la guancia, il fuoco mi scaldava un fianco mentre il suo cazzo mi sfondava l’altra metà del mondo. Una mano scese e mi schiaffeggiò il clitòride tre volte, secche, precise; il dolore acuto si fuse col piacere e mi fece venire di sorpresa, un orgasmo secco e violento che mi contrasse tutta intorno a lui. Continuò a fottermi attraverso gli spasmi, senza pietà, grugnendo approvazione contro la mia nuca. «Ancora. Non ti fermo. Dai di più.»

Mi ritirò quasi del tutto, poi mi sfondò il culo con la stessa spinta decisa. Il bruciore dolce e intenso mi fece urlare di nuovo; ero ancora aperta da prima, ancora lubrificata del mio sesso, e lui scivolò fino alle palle in un unico movimento fluido. Mi scopò il culo con ritmo carnale, profondo, le mani che mi tenevano i fianchi fermi sopra le corde. Ogni affondo mi scuoteva i seni, mi faceva sbattere le ginocchia sul cuscino; il calore del camino mi leccava la pelle sudata mentre lui mi riempiva e mi svuotava a comando. «Urlami quanto ti piace», ordinò, e mi diede uno schiaffo secco su una natica. «Dillo al fuoco. Dillo a me.»

«Mi piace… mi piace essere fotttuta nel culo da te, Signore. Mi piace essere la tua cosa legata. Più forte. Ti prego, sborrami dentro. Fammi sentire calda di te.»

Le dita mi trovarono il clitòride di nuovo, strofinarono con pressione crudele mentre il suo cazzo mi martellava il culo. Il secondo orgasmo arrivò a ondate, multiplo, interminabile; mi contorsi contro i nodi, piansi di eccesso, la voce che si spezzava in lamenti rauchi. Lorenzo non rallentò. Continuò a usarmi finché non sentii il suo ritmo farsi irregolare, finché non affondò tutto e sbarrò con un grugnito basso, il seme caldo che mi riempiva il culo a getti spessi. Restò sepolto, pulsando, mentre io tremavo sotto di lui, piena, marchiata, la mente bianca di piacere.

Solo allora si ritirò. Il suo seme mi colò subito lungo le cosce, caldo contro la pelle ancora sensibile. Sciolse i nodi con la stessa cura di prima, massaggiò i polsi, mi sollevò come se non pesassi nulla e mi strinse contro il petto nudo. Ci lasciammo cadere insieme sulla poltrona, io accoccolata tra le sue gambe, la schiena contro il suo torace, le sue braccia che mi avvolgevano. Il cappotto venne tirato sopra di noi; il fuoco scoppiettava a un palmo. Il suo cuore batteva forte contro la mia scapola. Il seme continuava a scendere lento, a macchiarmi la pelle interna delle cosce, e io non muovevo un muscolo per fermarlo.

Non parlammo subito. Restammo così, il respiro che si riallineava, il calore che ci fondeva. Le sue dita mi accarezzavano piano i seni segnati, scendevano a toccare i solchi delle corde, a ricordarmi dove ero stata sua. Io chiudevo gli occhi e sentivo ancora l’eco delle spinte, il morso del cotone rosso, il gelo che ormai era solo un ricordo bruciante sotto la pelle. Ero piena. Ero vuota. Ero esattamente dove dovevo essere.

Fuori la neve batteva leggera contro i vetri. Dentro, il suo odore di sesso e di legna mi riempiva i polmoni. La sua mano si fermò sul mio ventre, calda, possessiva, e io lasciai che il tremore residuo mi attraversasse senza opporre resistenza. La notte era finita così: il suo seme che mi colava ancora, i nodi invisibili che mi tenevano legata all’anima, il fuoco che ci scaldava mentre il bosco fuori restava bianco e silenzioso. E io, contro il suo petto, sapevo soltanto di essere sua.

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