La Scommessa Perduta nel Lavatoio
Sofia perde la scommessa e si fa legare, bendare e scopare selvaggiamente da Rafael nel lavatoio come sua schiava consenziente.
Il lavatoio condominiale era deserto a quell’ora tarda, illuminato solo dalla luce fredda del neon che batteva sul marmo bianco delle vasche e sulle tubature scure che correvano lungo il soffitto. L’aria sapeva di detersivo e umidità, e il silenzio era rotto soltanto dal leggero ronzio di una lavatrice spenta da ore. Rafael chiuse la porta a chiave con un click deliberato, poi si voltò verso Sofia. Aveva ventotto anni, spalle larghe da atleta, braccia muscolose sotto la maglietta nera aderente, e lo sguardo scuro di chi sapeva esattamente cosa voleva. Sofia, ventisei anni, vicina di pianerottolo dal sorriso sempre un po’ troppo provocante, restava in piedi di fronte a lui con le guance già accese. Avevano giocato a carte nel suo appartamento; lei aveva scommesso, aveva perso, e adesso il prezzo era lì, tra loro, vivo e pesante.
«Per tutta la sera sei mia schiava», disse Rafael con voce bassa, calma. «L’hai accettato tu. Di tua spontanea volontà. Ripetilo.»
Sofia deglutì, il cuore che le batteva forte tra le cosce già umide. L’idea l’eccitava da ore, da quando aveva alzato la posta e aveva visto i suoi occhi farsi più scuri. «Sì», mormorò. «Sono la tua schiava consenziente per tutta la sera. Fai di me quello che vuoi.»
Rafael annuì una sola volta. «Spogliati. Lentamente. Voglio guardarti.»
Le dita di Sofia tremarono appena mentre slacciava i bottoni della camicetta. La lasciò scivolare dalle spalle, poi sfilò il reggiseno, liberando i seni pieni, capezzoli già duri per l’aria fresca e per lo sguardo di lui. Si chinò, fece scendere la gonna e le mutandine insieme, restando nuda sui piedini aperti del lavatoio. Rafael non si mosse; la perlustrò da capo a piedi come si fa con una cosa che ti appartiene. Poi prese la corda da bucato arrotolata sul gancio accanto alla finestra, la fece passare tra le mani con gesto esperto.
«Polsi».
Sofia alzò le braccia. Lui le legò saldamente sopra la testa, annodando la corda a una tubatura metallica che scorreva lungo il muro. Le braccia tese le sollevavano i seni, le aprivano il torace. Rafael estrasse il foulard scuro dalla tasca dei jeans, lo arrotolò e le coprì gli occhi, annodandolo dietro la nuca. Il buio improvviso rese ogni suono più acuto: i suoi passi, il fruscio della cintura che sfilava dai pantaloni, il suo respiro vicino all’orecchio.
«Non parlare se non ti ordino di farlo», sussurrò. «Se hai bisogno di fermarti dici “rosso”. Altrimenti sei mia. Capito?»
«Sì… padrone», ansimò Sofia. Già sentiva il liquido scenderle tra le cosce. L’umiliazione dolce, il controllo, la corda che le mordeva i polsi: tutto la bagnava di più.
Rafael le sfiorò un capezzolo con le dita, poi lo pizzicò forte. Lei gemette. Lui le schiaffeggiò il seno, un colpo secco che la fece dondolare contro i legami. Poi l’altro seno. Poi le girò di scatto e le diede uno schiaffo pieno sulla natica destra, il suono umido che riempì il lavatoio. Un altro sulla sinistra. Sofia si morse il labbro, ansimando, spingendo indietro il sedere senza potersi trattenere.
«Ti piace, troia», disse lui. Non era una domanda. «Sei già fradicia e non ti ho ancora toccata dove vuoi.» Le fece scorrere due dita tra le labbra gonfie, le trovò scivolose, le aperse. «Supplica.»
«Per favore…», la voce di Sofia tremante, rotta. «Puniscimi. Usami. Sono tua schiava, Rafael, ti prego, scopami, fammi male quanto vuoi…»
Lui le diede un altro schiaffo sulle chiappe, più forte, lasciando il segno rosso. Poi le afferrò i fianchi e la piegò in avanti sul bordo del grande lavatoio di marmo. L’acqua fredda del fondo le bagnò i capezzoli. Le gambe le furono divaricate; Rafael usò pezzi di corda rimanenti per legarle le caviglie alle maniglie laterali delle vasche, tenendola aperta, esposta, il sesso lucido e pulsante rivolto verso di lui. Prese la cintura di cuoio, la piegò a metà. Il primo colpo leggero le arrivò sulla coscia interna: un bruciore vivo che la fece gemere. Il secondo più in alto, rasente la figa. Il terzo le sfiorò direttamente le labbra bagnate, e Sofia urlò di piacere puro, stringendo i legami.
«Continua a supplicare.»
«Usami… scopami forte… sono la tua puttana, ti prego…»
Rafael si liberò il cazzo grosso e duro, se lo passò tra le labbra di lei spalmando il precum sul clitoride gonfio, poi entrò d’un colpo solo. Profondo. Fino in fondo. Sofia gridò, la testa gettata indietro, la benda sugli occhi che le rendeva tutto più intenso. Lui la scopò con spinte ritmiche e pesanti, le mani che le stringevano i fianchi lasciando lividi, il bacino che sbatteva contro le natiche arrossate. Ogni spinta faceva scricchiolare leggermente la tubatura sopra di lei. Lui usciva quasi tutto e rientrava con forza, bagnandosi del suo sesso, riempiendo il lavatoio di schiocchi umidi e dei gemiti rochi di Sofia.
Poi la slegò in parte, la fece girare di scatto, la sollevò in piedi contro il muro freddo delle piastrelle. Le legò una gamba alzata, il ginocchio piegato, la caviglia fissata a un tubo laterale così che restasse aperta, bilanciata solo su un piede e sul cazzo di lui. Rafael le cinse la gola con una mano, non troppo forte, quanto bastava perché lei sentisse il controllo, il sangue che martellava nelle tempie. Con l’altra mano le diede schiaffi leggeri e precisi sul clitoride mentre la fotteva in piedi, spinte profonde e angolate che le strofinavano il punto dolce ogni volta.
«Vieni quando te lo ordino», ringhiò contro la sua bocca. «Non prima. Sei mia schiava. Il tuo orgasmo è mio.»
Sofia piangeva di piacere, saliva che le scorreva dal labbro, le unghie che grattavano inutilmente l’aria perché i polsi erano ancora legati alti. «Sì… sì, padrone… ti prego lascia che venga…»
Lui le schiaffeggiò di nuovo il clitoride, accelerò le spinte, le strinse appena di più la gola. «Adesso. Vieni. Contraiti sul mio cazzo come la troia che sei.»
Sofia esplose. Il corpo le si arcò violentemente, la figa che pulsava e stringeva il cazzo di Rafael in spasmi irrefrenabili, un urlo lungo che echeggia tra le vasche di marmo. Veniva e veniva, bagnandolo fino alle palle, le cosce che tremavano, la gamba legata che tirava la corda. Rafael la tenne inchiodata finché gli spasmi non cominciarono ad allentarsi, poi uscì da lei lentamente, ancora duro, lucido dei suoi succhi.
Le slegò i polsi con gesti precisi, le tolse la benda. Sofia sbatté le palpebre, gli occhi lucidi, le guance rosse, i seni segnati dagli schiaffi. Rafael le posò una mano sulla spalla e la spinse giù.
«In ginocchio. Sul pavimento bagnato.»
Sofia obbedì, le ginocchia sul cemento freddo e umido, il sesso ancora pulsante tra le cosce aperte. Lui le prese i capelli, le avvicinò la bocca al cazzo scivoloso del suo orgasmo. «Apri. Ingoi tutto. Non perderne una goccia.»
Rafael si masturbò due volte contro la lingua di lei e venne con un gemito basso, getti caldi e densi che le riempirono la bocca. Sofia deglutì come ordinato, sentendo il sapore di entrambi, le lacrime agli angoli degli occhi per lo sforzo e per il piacere che ancora le ondeggiava nel ventre. Lui restò a guardarla, il cazzo ancora mezzo duro che le sfiorava il labbro inferiore.
Ma non aveva finito. La serata era lunga, la chiave era girata nella toppa, e Sofia, nuda e usata sul pavimento del lavatoio, alzò gli occhi su di lui con una fame che non si era ancora spenta. Rafael le accarezzò la guancia con il dorso della mano, poi le mostrò di nuovo la cintura.
«Non ti ho ancora fatto leccare il pavimento dove sei venuta», disse piano. «E la notte è solo all’inizio, schiava mia.»
Rafael le fece un cenno con la cintura. Sofia, ancora in ginocchio sul cemento umido, abbassò lo sguardo verso la pozza lucida che lei stessa aveva lasciato tra le ginocchia. L’odore del suo orgasmo mescolato al detersivo le salì alle narici. «Lecca», ordinò lui. «Tutto. Finché il pavimento non è pulito.»
Si chinò in avanti, la lingua che uscì a cercare il sapore salato e amaro del suo stesso piacere. Il freddo del pavimento le gelò le ginocchia mentre strisciava, leccando a lungo, i capelli che le cadevano sugli occhi. Rafael stava in piedi sopra di lei, la cintura piegata a metà, e ogni tanto la toccava sulla schiena nuda con la punta di cuoio, solo un avvertimento. Quando ebbe finito, alzò il viso bagnato. Lui annuì.
«In piedi. Contro la vasca.»
La sollevò per i capelli, non con rabbia ma con possesso, e la spinse contro il bordo di marmo del lavatoio grande. Le braccia le furono tirate indietro, i polsi legati di nuovo con la corda da bucato, questa volta dietro la schiena, stretti finché le scapole si toccarono. Poi le divaricò le gambe e le legò le caviglie alle maniglie inferiori, tenendola aperta e immobile. Il neon freddo batteva sulla pelle arrossata delle natiche e dei seni. Sofia sentiva il cuore batterle tra le labbra gonfie; era fradicia di nuovo, solo per l’attesa.
Rafael le passò la cintura sulle cosce interne, su e giù, senza colpire ancora. «Conta», disse. «A voce alta.»
Il primo schiaffo di cuoio arrivò netto sulla natica destra. Il bruciore esplose, caldo, vivo. «Uno… padrone.» Il secondo sulla sinistra, più forte. «Due.» Il terzo le sfiorò la piega dove coscia e figa si univano; Sofia gemette e contò tre. Quattro, cinque, sei: la pelle le bruciava, si gonfiava di calore. Al settimo colpo il cuoio le sfiorò direttamente le labbra bagnate e lei gridò, il corpo che si piegava in avanti quanto i legami permettevano. «Sette… ti prego…»
Lui non si fermò. Otto, nove, dieci. Tra un colpo e l’altro le dita di Rafael scendevano a controllare quanto fosse bagnata, a spingere due dita dentro di lei e a torcerle, a strofinarle il clitoride gonfio finché lei non piangeva di bisogno. «Supplica di nuovo. Dimmi cosa sei.»
«Sono la tua puttana… la tua schiava… scopami, usami, riempimi… ti prego, Rafael, non ce la faccio più…»
La cintura cadde a terra. Sentì il calore del suo corpo alle spalle, il cazzo duro che le si appoggiò tra le natiche arrossate. Lui le afferrò i fianchi e entrò di colpo, fino in fondo, con una sola spinta che le strappò un urlo lungo. Il lavatoio riempì di schiocchi umidi, del suono della carne che batteva contro la carne. Rafael la scopò selvaggio, senza tenerezza, spinte profonde che le spostavano il bacino contro il marmo freddo. Ogni volta che usciva quasi tutto e rientrava, Sofia sentiva la corda morderle i polsi e le caviglie, il dolore dolce che si fondeva con il piacere.
Lui le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro, le morse la spalla. «Contraiti. Stringimi. Sei fatta per questo cazzo.» Sofia obbedì, la figa che pulsava e succhiava, i muscoli che si aggrappavano a lui. Lui accelerò, le diede schiaffi aperti sulle natiche già rosse a ogni spinta, e lei veniva di nuovo senza permesso, un orgasmo che le scosse le cosce e le fece perdere il respiro, un fiotto caldo che le scese lungo le cosce e gocciolò sul pavimento.
Rafael uscì, ancora duro. La slegò solo quanto bastava per voltarla, la sollevò e la fece sedere sul bordo della vasca, le gambe divaricate all’estremo, i polsi ancora legati dietro. Si chinò e le leccò la figa gonfia e pulsante, la lingua larga e lenta sul clitoride, due dita che le aprivano e le esploravano il punto dolce. Sofia piangeva, ansimava, si contorceva. «Padrone… non ce la faccio… troppo…» Ma lui non smise finché non la fece venire di nuovo, con le cosce che le tremavano intorno alla sua testa, il sapore di lei tutto sulla bocca.
Poi si rialzò, le mise il cazzo di nuovo in gola. «Apri. Più a fondo.» Sofia lo prese, le labbra strette intorno alla base, saliva che le scendeva sul mento mentre lui le fotteva la bocca con spinte controllate. Il neon le illuminava le lacrime. Quando stava per venire la tirò via, la girò di nuovo a pecora sul bordo del lavatoio, le legò le braccia più alte a una tubatura e le entrò da dietro con una spinta che le fece vedere stelle.
Questa volta fu più lento, più profondo, quasi crudele nella precisione. Ogni volta che il glande le strofinava quel punto dentro, Sofia gemeva il suo nome. Rafael le cingeva la gola con una mano, le pizzicava i capezzoli con l’altra, le sussurrava all’orecchio: «Tutta mia stasera. Ogni buco. Ogni orgasmo. Ripeti.»
«Tutta tua… ogni buco… ogni orgasmo… sono tua schiava…»
Lui le diede il permesso. «Vieni. Adesso. Sul mio cazzo.» Sofia esplose ancora, il corpo che si arcò, la figa che lo mungeva in spasmi lunghi e violenti. Rafael ruggì e la riempì, getti caldi e densi che le pulsarono dentro, così tanto che ne uscì mentre lui continuava a spingere finché non ebbe finito.
Rimasero fermi un lungo momento, legati solo dal respiro pesante e dal sudore. Poi lui la slegò con gesti precisi, le massaggiò i polsi e le caviglie dove la corda aveva lasciato segni rossi. La fece sedere sul bordo della vasca. Sofia tremava, nuda, piena del suo sesso, le natiche e i seni segnati, gli occhi lucidi.
Rafael le passò un pezzo di stoffa bagnata sul viso, le asciugò le cosce. Il silenzio del lavatoio era tornato, rotto solo dal gocciolio lontano di un rubinetto. Sofia lo guardò. Il sesso era finito, il corpo sazio e dolorante in modo delizioso, eppure qualcosa si era incrinato. Mentre lui raccoglieva la corda e la cintura, lei sentì un vuoto freddo aprirsi sotto lo sterno. Aveva voluto tutto, l’aveva chiesto, l’aveva supplicato. E ora, seduta nuda sul marmo freddo con il suo seme che le scendeva lentamente, si chiese se la scommessa non avesse costato più di quanto pensasse. Il sorriso di vicina di pianerottolo, le chiacchiere leggere al pianerottolo, tutto sembrava lontano e fragile. Rafael le offrì la camicetta senza guardarla negli occhi. «Vestiti. È tardi.»
Sofia obbedì in silenzio. Le dita le tremavano mentre abbottonava. Il bruciore delle natiche e il gusto di lui in bocca erano ancora lì, ma sotto c’era un dubbio sottile e amaro che non sapeva nominare. Forse aveva perso più della scommessa. Forse, quando domani si sarebbero incontrati per le scale, non avrebbe più saputo chi fosse.
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