Incontro Notturno tra gli Scaffali
Due trentenni, una libraia e una fotografa, si incontrano di notte in libreria e finiscono a leccarsi e tribbare tra gli scaffali.
Ti confesso che quella notte non dovevo restare. Avevo già spento le luci del piano terra della libreria antiquaria, controllato le serrande, e stavo per chiudere la porta a grata quando ho sentito un tonfo sordo tra gli scaffali del settore poesia. Trentadue anni, lingua tagliente, e pure così stupida da non controllare ogni corridoio prima di buttare la chiave. Sono tornata indietro a passo leggero, il cuore che già mi batteva per un motivo che non volevo ammettere.
L’ho trovata chinata su un volume di Montale, la lampada da lettura che le accarezzava la schiena. Heather. Trentacinque anni, fotografa freelance dal corpo sinuoso che da mesi mi faceva perdere il filo ogni volta che entrava a cercare edizioni rare. Cosce lunghe strette in una gonna di lana nera, maglione che scendeva appena sopra il sedere, capelli castani raccolti in fretta. Si è girata e ha sorriso senza scusarsi.
«Mi sono chiusa dentro», ha detto con quella voce calma da chi sa esattamente l’effetto che fa. «Cercavo il Neruda del ’52. Tu chiudi sempre così presto, Estelle.»
Mi sono avvicinata, le braccia incrociate sotto il seno per nascondere come i capezzoli mi si fossero già induriti contro il reggiseno. L’odore di carta vecchia e della sua crema alla vaniglia mi ha stretto lo stomaco. «Potevi bussare alla vetrina. O chiamare. Invece stai qui a far finta di leggere al buio.»
Lei ha lasciato il libro sullo scaffale e ha fatto un passo verso di me. I nostri seni quasi si sfioravano. «E tu invece di cacciarmi mi guardi come se volessi mangiarmi. Lo fai da mesi, lo sai? Ogni volta che ti chiedo un volume raro mi lecchi le labbra e fingi di consultare il catalogo.»
Il sangue mi è salito tutto in faccia e più in basso, tra le cosce. Ero già umida solo a sentirla confidare ad alta voce quello che io tenevo chiuso sotto la lingua. «E tu», ho risposto, la voce più roca del solito, «ogni volta che ti alzi in punta di piedi per raggiungere lo scaffale alto mi mostri la linea delle mutandine. Non è un incidente, Heather.»
Abbiamo iniziato a camminare piano tra i corridoi stretti, “guardando” i libri. Le nostre mani si sfioravano “per caso” passando i tomi. Le dita di lei hanno grazato il dorso della mia mentre le porgevo un’edizione rilegata, e un brivido mi è sceso dritto alla figa. Mi sono fermata di fronte a lei, lo sguardo confesso.
«Ho fantasticato sulle tue labbra», ho ammesso, senza più filtri. «Di notte, a letto, mi tocco pensando a come sarebbe succhiarti la lingua. A come sa la tua bocca.»
Heather ha emesso un suono basso, quasi un gemito. Ha afferrato un libro a caso e l’ha premuto contro il petto come se potesse nascondere i capezzoli duri che spingevano il maglione. «Io mi bagno ogni volta che sento la tua voce. Quella tua raucedine quando sei stanca, la sera. Torno a casa e mi ficco le dita pensando che sia la tua mano. Sono zuppa adesso, Estelle. Solo a parlarti.»
Il desiderio è diventato una cosa fisica, pesante. Lei ha allungato il braccio, mi ha afferrato il polso con decisione e mi ha tirata contro di sé. I nostri corpi si sono schiacciati tra due scaffali di saggistica. La sua bocca ha cercato la mia con fame, labbra calde, lingua invadente. Ho gemuto dentro il bacio, le ho morso il labbro inferiore mentre le mie mani scendevano a stringerle i fianchi. Lei ha premuto il pube contro la mia coscia e ho sentito il calore umido anche attraverso la gonna. Eravamo entrambe consenzienti, impazienti, niente di confuso: volevamo questo da mesi e adesso non c’era più nessuno a interromperci.
«Portami più in là», ha sussurrato contro la mia bocca. «Voglio che mi lecchi. Adesso.»
L’ho spinta contro lo scaffale di legno scuro. I libri hanno tremato. Le ho alzato la gonna fino ai fianchi, scoprendo mutandine di pizzo nero già scure al centro. Le ho fatte scivolare giù lungo le cosce e mi sono inginocchiata sul pavimento di parquet freddo. L’odore della sua figa mi ha fatto venire l’acquolina: acido, dolce, provocante. Le ho aperto le labbra bagnate con i pollici e ho affondato la lingua dritta nella fessura calda. Heather ha gettato la testa all’indietro, una mano nei miei capelli, l’altra aggrappata allo scaffale.
«Cazzo, Estelle… così… leccami il clitoride, suzionalo…»
L’ho fatto. Le ho succhiato il bottone gonfio tra le labbra, ci ho girato intorno con la punta della lingua, l’ho preso in bocca e ho tirato piano mentre due dita le sfioravano l’ingresso senza ancora entrare. Lei spingeva il bacino contro la mia faccia, bagnandomi il mento, i gemiti strozzati che riempivano la libreria deserta. Le ho leccato più a fondo, entrando con la lingua, poi di nuovo sul clitoride, succhiando a ritmo costante finché le sue cosce non hanno iniziato a tremare. È venuta contro la mia bocca con un grido soffocato, i muscoli che le pulsavano, il sapore caldo che mi scendeva in gola. L’ho tenuta ferma, leccandola dolcemente mentre smontava, finché non mi ha tirata su per i capelli e baciata assaggiandosi.
«Tocca a te», ha ansimato. «Sul tavolo. Voglio farti urlare.»
Mi ha portata al tavolo basso delle mappe antiche, quello largo e robusto vicino alla vetrina laterale. Mi ha fatto sdraiare sulla schiena, mi ha sfilato i pantaloni e le mutandine in un gesto solo, poi mi ha aperto le gambe. La sua bocca è scesa golosa sulla mia figa già ground. Mi ha leccato in profondità, la lingua larga che spingeva tra le labbra, poi punta precisa sul clitoride. Allo stesso tempo ha sbottonato la mia camicia, mi ha tirato su il reggiseno e ha preso un capezzolo tra le labbra, succhiando forte mentre due dita mi penetravano lente e profonde.
«Sei stretta… e così bagnata per me», ha mormorato contro il mio seno. «Vieni sulla mia lingua, Estelle. Voglio sentire come ti contrai.»
Le dita andavano e venivano, curvate sul punto che mi faceva vedere stelle, mentre la bocca mi succhiava il clitoride a suzione ritmata e l’altra mano mi pizzicava l’altro capezzolo. Non ho retto. L’orgasmo mi ha travolta violento, un urlo che non ho controllato, la schiena che si inarcava dal tavolo, la figa che le strizzava le dita a ondate. Lei ha continuato a leccarmi finché non ho tremato tutta, ridendo basso contro la mia pelle.
Ancora ansimanti, ci siamo guardate. Heather è salita sul tavolo con me, si è tolto il maglione e il reggiseno, seni pieni con i capezzoli scuri e duri. Si è accovacciata sopra di me, ha allineato la sua figa ancora gocciolante contro la mia e ha iniziato a strofinarsi. Tribbing lento all’inizio, labbra calde contro labbra, clitoridi che si sfioravano a ogni spinta. Ci tenevamo per i fianchi, guardandoci dritto negli occhi mentre aumentavamo il ritmo. Il suono umido e osceno delle nostre fiche che si sfregavano riempiva l’aria insieme ai gemiti strozzati.
«Più forte», ho gemuto, affondandole le unghie nel culo. «Strusciati, voglio venire di nuovo con te.»
Lei ha premuto di più, il bacino che muoveva in cerchi stretti, i nostri clitoridi gonfi che si strofinavano con precisione crudele. Il piacere saliva di nuovo, condiviso, elettrico. Siamo venute insieme, gli occhi sbarrati l’una nell’altra, gemiti rochi e spezzati, i corpi che si contraevano a ondate mentre i liquidi si mescolavano tra le cosce.
Dopo siamo rimaste intrecciate, ansimanti, la pelle appiccicosa di sudore e sesso. Ci siamo baciate lentamente, lingue pigre, mentre ci rivestivamo a pezzi. Le ho sistemato la gonna, lei mi ha riabbottonato la camicia con dita ancora tremanti. Dal cassetto sotto cassa ho tirato fuori il volume che cercava — il Neruda raro, con la copertina scolorita — e gliel’ho messo in mano.
«Tieni. Trofeo della notte», ho detto, la voce ancora roca. «Ma la prossima volta chiudiamo la libreria insieme. Spengo le luci io, tu controlli che non sia rimasto nessuno… e ricominciamo da dove abbiamo interrotto. Magari sul tappeto del piano di sopra, dove non ci sente nessuno dalla strada.»
Heather ha stretto il libro contro il petto nudo ancora mezzo scoperto, gli occhi scuri di promessa. Mi ha baciata un’ultima volta, mordendomi il labbro, e ha sussurrato contro la mia bocca: «La prossima volta porto la macchina fotografica. Voglio immortalare come mi guardi mentre mi fai venire. E tu, Estelle… tu non chiudere mai più senza controllare se sono ancora tra gli scaffali.»
Fuori la città dormiva. Dentro, tra l’odore di carta e di figa, sapevo già che quella chiave l’avrei tenuta in mano più a lungo del dovuto.
Ti confesso che non ci siamo fermate lì. Il Neruda restava stretto tra le dita di Heather mentre ci guardavamo ancora ansimanti, la camicia mia mezza aperta, la sua gonna rimessa di fretta ma senza mutandine. L’odore di figa e carta vecchia ci avvolgeva come una seconda pelle. «Piano di sopra», ho mormorato contro il suo collo, leccandole la gola dove il polso le batteva forte. «Il tappeto persiano, quello rosso dietro la sezione dei manoscritti. Nessuno dalla strada può vedere.»
Lei ha annuito, gli occhi scuri già di nuovo affamati. Ci siamo avviate su per la scala a chiocciola di legno scuro, i gradini che scricchiolavano sotto i nostri piedi nudi. Io davanti, lei dietro che mi stringeva i fianchi, le unghie che mi graffiavano appena la pelle sotto la camicia. Al primo pianerottolo si è fermata, mi ha spinta contro il muro di libri rilegati in pelle, mi ha baciata con la lingua che entrava profonda, succhiandomi il labbro inferiore finché ho gemuto. «Ancora bagnata», ha sussurrato, una mano che scendeva tra le mie cosce, due dita che scivolavano tra le labbra gonfie e raccoglievano il mio umore. Se le è portate alla bocca e le ha leccate lente, guardandomi. «Sai di me e di te mescolate. Voglio di più.»
Siamo arrivate al tappeto. Largo, morbido, rosso scuro con frange che odoravano di polvere antica e lana. Heather si è tolto di nuovo il maglione e il reggiseno in un gesto solo, i seni pesanti che si liberavano, i capezzoli scuri già duri. Io mi sono sfilata la camicia e il reggiseno, restando nuda da cima a fondo. Lei mi ha fatto sdraiare sulla schiena, si è inginocchiata tra le mie gambe aperte e mi ha guardata un secondo intero, le pupille dilatate. «Dio, Estelle… quella figa. Rossa, aperta, che gocciola ancora.» Poi è scesa.
La sua lingua mi ha trovato subito il clitoride, larga e calda, che premeva e girava. Mi ha leccato in lunghe strisciate dalla fessura al bottone, poi ha succhiato forte, ritmico, mentre due dita mi entravano curve, cercando quel punto dentro che mi faceva inarcare. Ho affondato le mani nei suoi capelli castani, spingendola contro di me. «Più a fondo… sì, così… succhiami forte, Heather, cazzo…» Lei ha gemuto contro la mia figa, il suono che vibrava sulla pelle sensibile, e ha aggiunto un terzo dito, allargandomi, bagnandomi il palmo. Le cosce mi tremavano già. L’orgasmo è salito lento e pesante questa volta, un’ondata che partiva dal basso ventre e mi stringeva tutto. Sono venuta con un grido lungo, la schiena che si sollevava dal tappeto, la figa che le pulsava intorno alle dita mentre lei continuava a leccare dolce, raccogliendo ogni goccia.
Non mi ha lasciato riprendere fiato. Si è girata, si è messa a cavalcioni sulla mia faccia al contrario, la sua figa gocciolante che scendeva sulla mia bocca. «Leccami mentre ti scopro io», ha ordinato, la voce roca. Ho affondato la lingua dentro di lei subito, assaporando il sapore acido e dolce, le labbra gonfie, il clitoride ancora sensibile dal primo orgasmo. Lei si è chinata in avanti e ha ricominciato a succhiarmi, le labbra che mi avvolgevano il clitoride mentre le dita mi sfregavano l’ingresso. Eravamo una 69 vorace, bocche e lingue e gemiti che si mescolavano. Il suo bacino si muoveva contro la mia faccia, bagnandomi naso e mento, mentre io le afferravo le natiche e la tenevo ferma, spingendo la lingua più a fondo, leccandole l’apertura stretta e poi di nuovo su, su, sul clitoride.
«Vieni di nuovo», ha ansimato contro la mia figa. «Voglio sentire il tuo sapore mentre tu mi fai squirtare.» Ho succhiato più forte, due dita che le entravano veloci, il pollice che le sfiorava il buco del culo senza spingere. Lei ha strillato, il corpo che si contraeva, e un getto caldo mi ha bagnato la faccia, il mento, il collo. Il suo orgasmo l’ha scossa tutta, le cosce che mi stringevano la testa, i gemiti rochi che riempivano la stanza deserta. Io sono scoppiata di nuovo sotto la sua bocca, un secondo climax più corto ma violento, le anche che battevano contro il tappeto.
Ancora tremano, ci siamo rialzate. Heather mi ha spinta di lato, si è sdraiata sulla schiena e mi ha tirata sopra di sé. «Tribbing. Adesso. Voglio i nostri clitoridi che si strusciano finché non urliamo.» Mi sono accovacciata sopra di lei, ho allineato la mia figa alla sua, labbra calde e scivolose che si aprivano l’una contro l’altra. Ho iniziato a muovere i fianchi in cerchi lenti, poi più ampi, i clitoridi gonfi che si scontravano a ogni spinta. Il suono era osceno: umido, schiocchi, scivolii. Lei mi teneva per i fianchi, le unghie conficcate nella carne, spingendo in su contro di me. «Più forte, Estelle… strusciati come una puttana… sì, così, proprio lì…»
Aumentavo il ritmo, il bacino che batteva, i seni che dondolavano sopra i suoi. Ci baciavamo a tratti, lingue pigre e salive mescolate, poi di nuovo gli occhi aperti a guardarci mentre ci sfregavamo. Il piacere saliva di nuovo, elettrico, condiviso. Lei ha allungato una mano e mi ha strofinato il clitoride con il pollice mentre continuavamo a tribbare, e io ho fatto lo stesso con lei. «Vieni con me», ho gemuto. «Adesso… insieme…» I movimenti sono diventati frenetici, corti, precisi. Siamo esplose nello stesso istante, urla strozzate, corpi che si contraevano a ondate, liquidi caldi che si spandevano tra le cosce e sul tappeto rosso. Ho collassato sopra di lei, ansimante, la pelle appiccicosa di sudore e sesso, il cuore che mi batteva contro il suo seno.
Siamo rimaste così lunghi secondi, intrecciate, le gambe ancora aperte l’una sull’altra, i respiri che si calmano piano. Ci siamo baciate lente, dolci, le lingue che assaggiavano il sapore di entrambe. Heather ha ridacchiato basso contro la mia bocca. «La prossima volta porto davvero la macchina fotografica. Voglio ritrarti così, con la figa gonfia e il mento lucido del mio squirt.» Io ho sorriso, le ho sistemato un ciuffo di capelli dietro l’orecchio. «E io tengo la libreria aperta solo per te. Spengo tutto, chiudo la grata, e ti aspetto nuda tra gli scaffali.»
Ci siamo rialzate a fatica, ancora debole, a raccogliere i vestiti sparsi. Io mi stavo riabbottonando la camicia con dita tremanti, lei stava rialzando la gonna quando abbiamo sentito il rumore.
Un tonfo sordo, diverso, dal piano di sotto. Poi un altro. Come un vetro che si incrina. Poi passi. Passi pesanti, non nostri, sul parquet del pianterreno. Una voce maschile, bassa, che imprecava. La luce di una torcia che danzava tra i corridoi di sotto, riflessa sulle scale.
Heather si è bloccata, gli occhi spalancati, il maglione ancora in mano. Io ho sentito il sangue gelarsi e poi ribollire. Qualcuno era entrato. Qualcuno era già dentro la libreria, e stava salendo.
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