Vendemmia Finale: Lei si Arrende al Toro dell’Ultima Notte
Sofia, 38 anni, si fa montare dal Toro di 35 nella stalla mentre il marito Marco, 42 anni, si sega umiliato guardandola godere come una tro
La luce dell’ultima sera di vendemmia scendeva morbida sui filari della tenuta toscana, tinta di rosso e oro. Marco, quarantadue anni, sentiva il peso della fatica nelle spalle mentre aiutava a scaricare le casse d’uva. Accanto a lui sua moglie Sofia, trentotto anni, corpo maturo e sensuale stretto in un vestito leggero che evidenziava le curve abbondanti del seno e i fianchi generosi. I capelli scuri le cadevano sciolti, un po’ appiccicati di sudore, e ogni tanto si passava la lingua sulle labbra guardando oltre i filari.
Lì lavorava lui. Il Toro. Rafael, trentacinque anni, vendemmiatore locale dalle spalle larghe come un bue, torace potente sotto la maglietta sudata, cosce grosse nei pantaloni di lavoro. Si diceva in paese che avesse un cazzo leggendario, grosso quanto un pugno di contadino, e che le donne lo cercassero dopo la vendemmia. Marco lo sapeva. E lo sapeva anche Sofia, che non distoglieva lo sguardo.
Quando Rafael si avvicinò per passare una cassa, Sofia gli sorrise aperta, senza vergogna. «Che spalle che hai», mormorò, la voce già calda. «Sembri fatto apposta per portare carichi pesanti… o per montare forte.»
Rafael rise basso, gli occhi scuri che le percorrevano il corpo. «E tu sembri fatta per riceverli, signora.»
Marco sentì il cazzo rimpicciolirsi nei pantaloni, un’umiliazione calda e umida che gli stringeva lo stomaco. Guardava Sofia flirtare, chinarsi un po’ di più del necessario, offrire la vista della scollatura. Lei lo sapeva. Si voltò verso il marito e, a voce bassa ma chiara abbastanza perché Rafael sentisse, disse: «Marco, guardalo. Quello è un toro vero. Io voglio quel cazzo grosso dentro di me. Non il tuo. Il suo.»
Il sangue di Marco salì al viso. Il cuore gli batteva come un tamburo. Era eccitato e annientato insieme. Annui appena, la gola secca.
Alla cena dopo la vendemmia la sala era piena di voci e di odore di vino nuovo, ma Sofia non bevve una goccia. Solo acqua. Si sedette di proposito accanto a Rafael, di fronte a Marco. Sotto il tavolo lungo di legno la sua gamba si strusciò contro quella del Toro, poi di più: il fianco, la coscia. Si sporse, le labbra vicine all’orecchio di Rafael.
«Sono già bagnata», sussurrò. «La fica mi cola solo a pensare al tuo cazzo. Tocca.»
Prese la mano grande e callosa di Rafael e la spinse sotto la tovaglia, sul suo culo sodo, poi più giù, tra le cosce. Le dita dell’uomo trovarono la mutandina già fradicia. Sofia guardò dritto negli occhi di Marco mentre si faceva palpare. Le pupille dilatate, le labbra socchiuse. Marco sentiva il cuore martellargli in gola. Il cazzo gli si rizzava di nuovo, piccolo e traditore, mentre guardava la mano di un altro uomo sparire sotto il vestito di sua moglie.
«Sofia…», fece lui, voce rotta. «Lo vuoi davvero? Stanotte?»
Lei non abbassò lo sguardo. Continuò a farsi toccare il culo e la fica da Rafael, le dita che le sfioravano già le pieghe umide. «Sì. Voglio che mi scopi. Voglio il Toro dentro di me fino in fondo. Tu starai a guardare, Marco. E ti segherai come il cornuto che sei mentre io godo.»
Rafael strinse un po’ di più la presa sul culo di Sofia, un sorriso da predatori. «Se lei lo vuole, lo facciamo. Nella stalla. Niente giochi. La monto come si deve.»
Marco deglutì. L’eccitazione da cornuto consenziente lo stava spingendo oltre ogni limite che avesse mai immaginato. «Va bene», sussurrò. «Fallo.»
La stalla era illuminata solo dalla luna che filtrava dalle fessure del tetto. L’odore di fieno e di animali si mischiava a quello più forte di sesso che già saliva. Sofia non aspettò. Si chinò, si tolse le mutandine fradicie e se le lanciò ai piedi di Marco, poi si mise a quattro zampe sul mucchio di fieno pulito, il culo alto, la fica già lucida e aperta.
«Vieni, Toro. Montami.»
Rafael si sbottonò i pantaloni. Il cazzo gli uscì fuori grosso, scuro, venoso, più lungo e spesso di qualsiasi cosa Marco avesse mai potuto offrire a sua moglie. Sofia lo guardò di spalle e gemette solo a vederlo. «Gesù… è enorme. Ficcamelo.»
Rafael le si mise dietro, le mani grandi sui fianchi maturi, e spinse. Il glande grosso aprì le labbra gonfie e scivolò dentro con un suono umido. Sofia urlò di piacere puro. «Ahhh cazzo sì! Tutto, dammelo tutto!»
Lui la montò senza pietà, colpi profondi e pesanti che facevano sbatacchiare le tette di Sofia e le facevano perdere il fiato. Ogni spinta faceva schioccare la carne contro la carne. «Più forte», urlava lei, la faccia contro il fieno. «Più forte, fammi sentire quanto sei meglio di mio marito! Il suo cazzo è niente rispetto al tuo, Toro! Scopami come una vera troia!»
Marco stava in un angolo, pantaloni aperti, il cazzo piccolo stretto nel pugno. Si segava umiliato, le guance in fiamme, gli occhi fissi sulla moglie che prendeva quel monumento di carne fino in fondo alla fica fradicia. I succhi di Sofia già gli colavano sulle cosce e gocciolavano sul fieno.
Rafael la girò di colpo, la fece salire a cavalcioni. Sofia si impalò da sola sul cazzo enorme, le ginocchia aperte, e cominciò a rimbalzare. Ogni discesa le faceva uscire un gemito rotto. I suoi succhi schizzavano sulle cosce di lui e sulle proprie, lucidi al chiarore della luna. «Guarda, Marco», ansimava mentre si scopava da sola sul Toro. «Guarda come mi apre. Guarda come mi viene l’acqua solo con lui. Tu non mi hai mai fatta squirtare così, brutto cornuto.»
Rafael la afferrò per i fianchi e la sollevò, la portò in piedi contro il muro di pietra della stalla. Sofia gli avvolse le gambe intorno ai fianchi forti e lui la trapassò dal basso, spingendo verso l’alto con forza bruta. Lei si aggrappò alle spalle larghe, la testa riversa, e urlava a ogni botta. «Sì, così, riempimi, usami!»
Poi la fece scendere, le afferrò i capelli e le ficcò il cazzo in bocca, ancora lucido dei suoi succhi. Sofia lo succhiò grezzo, la gola aperta, bavando lungo il mento mentre Rafael la usava. «Brava troia», borbottò lui. «Puliscilo e poi te lo rimetto nella fica.»
La rivoltò di nuovo, la riprese da dietro con due spinte sole fino in fondo e poi esplose. I fiotti potenti le riempirono la figa a ondate calde e spesse. Sofia sentì ogni scarica, le gambe che le tremavano, e venne di nuovo stringendosi intorno a quel cazzo che la stava inondando. «Sì, vienimi dentro, riempimi di sborra di toro…»
Marco si segava più veloce, umiliato fino alle lacrime di eccitazione, guardando la sborra di Rafael che già cominciava a colare fuori dalla fica di sua moglie, bianca e densa sulle cosce mature. Sofia lo guardò mentre ancora ansimava, impalata, e sorrise satolla.
«Non ho finito con lui, Marco», disse con voce roca. «Stanotte è solo l’inizio. Vuoi vedere come mi fa venire di nuovo? Perché il Toro non ha ancora deciso di smettere… e io non voglio che smetta.»
Rafael le strinse ancora i fianchi, il cazzo che rimaneva duro e pulsante dentro di lei, e guardò il marito nell’angolo. La luna illuminava la scena, la stalla piena dei gemiti e dell’odore di sesso. Sofia si mosse appena, cercando di nuovo la spinta, già pronta a riprendere, e Marco capì che la notte sarebbe andata molto più in là di quanto avesse osato immaginare.
Rafael non si sfilò. Il cazzo gli restò conficcato fino alle palle nella figa piena di sborra di Sofia, ancora duro come roccia, le vene che pulsavano contro le pareti strette e scivolose. Lei gemette sentendo quel pezzo di carne riprendere a gonfiarsi, spingendo la sborra già dentro più in fondo. «Dio cane… è ancora grosso. Marco, guardalo: non si sgonfia nemmeno dopo avermi riempito come una vacca.»
Marco, nell’angolo, stringeva il cazzo piccolo e rosso nel pugno sudato. Si segava con gesti corti, umiliati, le ginocchia tremanti. Ogni parola di lei gli faceva colare il pre-sborra sulle dita. Rafael afferrò i fianchi maturi di Sofia e ricominciò a spingere. Lente, profonde, brutali. Il succo misto di lei e di lui schizzava a ogni affondo, bianco e denso che cola lungo le cosce di Sofia fino alle ginocchia. «Ah… ah cazzo… me lo sta rimettendo tutto dentro», ansimava lei, la faccia nel fieno. «Senti come scivola, cornuto. Il tuo non ha mai lasciato un casino così.»
Rafael la sollevò di peso, la piegò in avanti e le aprì le chiappe con le mani callose. Spinse più forte, il bacino che sbatteva contro il culo sodo di lei con schiocchi umidi. «Tua moglie ha la figa che mi succhia come una troia affamata», borbottò verso Marco senza nemmeno guardarlo. «Me la sto scavando. Guarda come le esce la mia sborra ad ogni botta.»
Sofia alzò la testa e fissò il marito, gli occhi lucidi di piacere. «Vieni più vicino, Marco. Voglio che tu veda tutto. Voglio che tu annusi.» Marco avanzò a passi corti, il cazzo ancora in pugno, le guance in fiamme. Si inginocchiò a un metro da loro. L’odore di sesso e di sborra di toro gli riempì le narici. Sofia allungò una mano e gli afferrò i capelli, lo costrinse a chinarsi finché il naso non gli sfiorò il punto dove il cazzo grosso di Rafael entrava e usciva. «Annusa, cornuto. Annusa come mi puzza la figa di cazzo vero. Tocca le mie labbra gonfie mentre lui mi scopa.»
Le dita tremanti di Marco sfiorarono i bordi umidi. Sentì il calore, la scivolosità, il grosso tronco che gli passava sotto le dita a ogni spinta. Rafael rise basso e accelerò. «Tienile aperte, cornuto. Tienile aperte così le vedo meglio mentre le riempio di nuovo.» Marco obbedì, le dita che scostavano le labbra paffute di Sofia mentre il monumento di carne di Rafael le martellava il fondo. Sofia urlò e squirtò di nuovo, un getto caldo che schizzò sul petto di Marco e sul fieno. «Ahììì cazzo sì! Guarda, Marco! Guarda come mi viene l’acqua solo col Toro! Tu non mi hai mai fatta così bagnata, pezzo di merda!»
Rafael la girò di scatto, la stese sulla schiena nel fieno, le gambe spalancate e sollevate. Le piegò le ginocchia fino al petto e rientrò di botto. Il cazzo scomparve intero. Sofia si aggrappò alle caviglie e tenne le gambe aperte per il marito. «Guardami la figa, Marco. Guardala come si dilata. È un buco da toro adesso. Non da marito. Dicci quanto è meglio di te.»
Marco, la voce rotta, si segava più veloce. «È… è enorme… ti apre tutta… ti sta sfondando…» Sofia rise, un suono sporco e soddisfatto. «Più forte. Diglielo mentre ti seghi il pisellino.» «Il suo cazzo è dieci volte il mio», ansimò Marco. «Ti sta scopando come una puttana di strada e tu godi. Io sono solo un cornuto che si sega guardandoti prendere sborra.»
Rafael le sputò sulla figa e ci spalmò con il pollice, poi riprese a martellare. Ogni colpo faceva rimbalzare le tette pesanti di Sofia. «Voglio venire di nuovo sulla faccia di tuo marito», ringhiò lui. «Aprigli la bocca, troia.» Sofia afferrò Marco per i capelli e lo trascinò tra le sue gambe. Rafael sfilò il cazzo lucido di sborra e di succhi, lo strinse alla base e sparò il secondo carico dritto sulla faccia e sulla lingua di Marco. Fiotti caldi, densi, che gli colavano dagli zigomi alla bocca aperta. Sofia rise e prese il cazzo ancora pulsante, se lo strofinò sulle labbra e poi lo infilò di nuovo nella figa, spingendo la sborra di Rafael dentro insieme al glande. «Leccami, cornuto. Pulisci quello che cola mentre lui mi rimonta.»
Marco leccò. Lingua piatta sulla figa gonfia, assaporando la sborra di un altro uomo che usciva a ondate mentre Rafael ricominciava a scoparla. Sofia gli premeva la testa, ansimando. «Così… bravo cornuto… lecca mentre mi sfonda. Senti il sapore del Toro. È il sapore di come mi viene la figa vera.» Rafael la scopò a martello, le cosce di Sofia che tremavano, il fieno che si sparpagliava. Lei venne di nuovo stringendosi, un urlo rauco che riempì la stalla. «Riempimi ancora! Vieni dentro, cazzo di toro! Riempi la figa di questa troia sposata!»
Rafael ruggì e scaricò il terzo carico, spingendo fino alle palle, i fiotti caldi che spingevano fuori la sborra precedente. Sofia sentì ogni getto, le gambe che le si richiudevano intorno alla schiena di lui. Quando lui si sfilò, un rivolo bianco e denso le uscì dalla figa aperta e le colò sul culo, sul fieno, sulle labbra ancora di Marco che non aveva smesso di leccare. Sofia si alzò sulle ginocchia, il viso sporco di fieno e di sborra, e si girò verso il marito. Gli prese il cazzo piccolo in mano, lo strinse forte e lo guardò dritto negli occhi mentre si masturbava lentamente. «Guarda la mia figa, Marco. Guarda come cola. È piena di lui. Stanotte me la sono fatta montare da un vero maschio e tu ti sei solo segato come un cane. Vieni. Vieni sulla mia figa piena di sborra di toro.»
Marco gemette, umiliato fino al midollo, e esplose. Il suo carico debole e scarso schizzò sulle labbra gonfie di Sofia, mescolandosi al bianco denso di Rafael. Lei ci passò due dita, raccolse il casino misto e se lo spinse dentro con un sorriso crudele. Poi si chinò, prese il cazzo di Rafael ancora semi-duro e se lo cacciò in bocca fino in gola, succhiando via gli ultimi resti mentre guardava Marco. «Assaggia», mormorò dopo, allungando la lingua sporca verso il marito. Marco leccò. Sapore di sborra di toro, di figa di moglie, di umiliazione. Sofia si rialzò, si mise a quattro zampe di nuovo e spalancò le chiappe con le mani. La figa rimaneva aperta, rossa, colante. Rafael le diede un ultimo schiaffo sul culo e le spinse due dita dentro, facendole uscire altro bianco. «Questa figa resta mia stanotte», disse. «E tuo marito resterà a guardare ogni volta che ci voglio rientrare.»
Sofia guardò Marco oltre la spalla, la voce roca e filosa. «Mettilo ancora, Toro. Fammelo sentire un’altra volta fino in fondo mentre questo cornuto si lecca le dita. Voglio che mi scopi finché non cammino più dritta.» Rafael obbedì. Il cazzo rientrò con un suono schifosamente umido. Sofia urlò di piacere puro e sporco, e Marco, già di nuovo duro e piccolo e patetico, riprese a segarsi guardando la moglie prendere cazzo di toro nella stalla, la sborra che le schizzava fuori a ogni spinta, la figa che non smetteva di cola.
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