La Lavanderia Vuota con il Vicino Maturo
Una studentessa di 21 anni seduce il vicino maturo.
Sono una studentessa di ventuno anni e da tre mesi vivo in un palazzo antico nel cuore di Roma, tra cornicioni scrostati, scale di marmo freddo e quell’odore di cera e umidità che solo i condomini vecchi sanno tenere addosso. La mia stanza è piccola, i libri di letteratura contemporanea ammassati sul comodino, e la lavatrice in camera non esiste: l’unica è giù, nel seminterrato, una lavanderia condominiale stretta, con due lavatrici, due asciugatrici e una lampada al neon che ronzava come un insetto. Ogni sera, verso le undici, quando il palazzo taceva e le finestre degli altri inquilini si spegnevano una a una, scendevo con il cesto di panni umidi. Volevo la pace. Volevo il silenzio. Invece da qualche settimana trovavo sempre lui.
Grant aveva cinquantadue anni, era divorziato, robusto senza essere goffo, spalle larghe da chi ha lavorato e ha smesso solo di recente di faticare. Capelli brizzolati tagliati corti, barba curata che incorniciava una bocca carnosa, e quegli occhi scuri che mi seguivano ogni volta che aprivo la porta a vetri della lavanderia. La prima sera mi aveva solo salutato con un cenno del mento. La seconda mi aveva chiesto se la macchina numero due perdesse ancora acqua. La terza mi aveva sorriso mentre piegava le camicie, e quel sorriso era rimasto impresso sotto la mia pelle come un marchio caldo. Da allora la tensione era diventata una cosa viva: sguardi che duravano un secondo di troppo mentre le lavatrici giravano, il rumore sordo del cestello che mascherava i battiti del mio cuore, sorrisi complici quando le nostre mani si sfioravano per errore prendendo il detersivo dalla mensola comune. Io arrossivo. Lui abbassava lo sguardo un attimo, poi lo rialzava e io sapevo — sapevo — che mi stava undressando con la mente.
Quella sera l’afa di luglio era entrata anche laggiù. L’aria era densa, la maglietta leggera mi si appiccicava tra le scapole, e i jeans corti mi stringevano le cosce sudate. Grant era già lì, in canottiera scura che lasciava scoperti i bicipiti e il petto peloso argentato, a caricare l’asciugatrice. Quando mi vide, il suo sguardo scese lento dal collo al seno, ai fianchi, alle gambe, senza fretta, senza scuse.
«Stasera sei ancora più bella del solito, Nadia», disse con voce bassa, rauca. «Quel corpo giovane… sembra fatto apposta per essere guardato. E toccato.»
Il calore mi salì in faccia, ma non abbassai gli occhi. Mise il cesto accanto al suo e sorrisi, audace, la lingua appena sul labbro.
«E tu sembri fatto apposta per guardare», risposi. «E forse per di più. Da settimane mi mangio con quegli occhi, Grant. Credi che non me ne accorga?»
Lui rise piano, un suono grezzo e caldo. Le nostre mani si sfiorarono mentre spingevo i panni bagnati nel cestello dell’asciugatrice: le sue dita grosse contro le mie, un contatto voluto, prolungato. La pelle mi bruciò. Continuammo così — un tocco sulla maniglia, un altro quando gli passai l’ammorbidente, le nocche che si strofinavano “per caso”. La conversazione scivolò verso allusions sempre più sporche.
«Di solito le ragazze della tua età non guardano un uomo come me», mormorò, chinandosi per chiudere lo sportello. L’odore del suo dopobarba misto a sudore leggero mi entrò nelle narici.
«Le ragazze della mia età non sanno cosa si perdono», dissi, sentendomi già bagnata tra le cosce, la slip umida. «Io invece lo so. Da settimane, ogni notte, mentre la lavatrice gira, penso a te. A come sarebbe sentirti dentro di me. Grosso. Profondo. Senza pietà.»
Grant si bloccò. Gli occhi gli si scurirono. Fece un passo verso di me, il petto che quasi toccava i miei seni.
«Lo ammetto», disse, la voce ormai un ringhio controllato. «Dal primo giorno che ti ho vista scendere con quel cesto e quei pantaloncini, ho voluto scoparti. Ti ho immaginata piegata su questa macchina, le cosce aperte, mentre ti riempio. Ogni cazzo di sera.»
Non ci fu più spazio per le parole. Ci baciammo con fame, bocche aperte, lingue che si cercavano come se avessimo fame da mesi. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, mi sollevarono senza sforzo e mi posarono sul coperchio della lavatrice ancora tiepida dal ciclo precedente. Il metallo caldo contro le natiche mi fece gemere nella sua bocca. Mi sfilò i jeans corti con un gesto secco, poi mi strappò le mutandine — un suono di tessuto che cede, e io restai nuda dal vita in giù, la figa già lucida, le labbra gonfie.
Grant si inginocchiò. Mi aprì le cosce con le palme ruvide e mi guardò un attimo, respirando il mio odore.
«Madonna, sei fradicia», borbottò, e poi la lingua mi raggiunse.
Esperta, lenta all’inizio, poi vorace: leccò tutta la fessura, dal buco al clitoride, ci girò intorno con la punta, succhiò, spinse dentro, mi aprì con le dita mentre la lingua lavorava. Io mi aggrappai al bordo della macchina, la testa buttata indietro, i gemiti che riempivano la lavanderia vuota insieme al ronzio delle asciugatrici. Mi scopò con la bocca finché le gambe mi tremarono e venni una prima volta, forte, contraendomi contro la sua faccia, il liquido che gli scivolava sul mento. Lui non si fermò finché non lo spinsi via, ansimante.
Mi girò. Mi piegò in avanti sul coperchio caldo, il petto schiacciato contro il metallo, il culo offerto. Sentii la cerniera dei suoi pantaloni, poi il calore del suo cazzo — grosso, duro, venato — che mi sfregò tra le labbra bagnate. Entrò con un colpo solo, profondo, fino in fondo, e io gridai il suo nome.
«Grant— cazzo, sì—»
Mi fotteva con forza, da dietro, in piedi, le mani che mi tenevano i fianchi mentre i suoi fianchi battevano contro le mie natiche con un suono umido e carnale. Alternava colpi lunghi e profondi a spinte secche e rapide, e ogni tanto la mano destra si alzava e mi schiaffeggiava il culo, rosso, bruciante, il dolore che si mescolava al piacere e mi faceva stringere intorno a lui.
«Prendi tutto», ringhiava. «Questa figa giovane è mia stanotte.»
«Sì— scopami— più forte—»
Mi fece girare di nuovo, mi prese in braccio come se non pesassi nulla e mi spiaccicò contro il muro di mattoni freddi. Le gambe mi si avvolsero intorno alla sua vita. Mi penetrò guardandomi negli occhi, il cazzo che spingeva in alto, strofinandomi il clitoride a ogni affondo. Sudavamo, i corpi che scivolavano, i baci affamati intervallati da sguardi nudi. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione. La lavanderia odorava di sesso e detersivo. Quando venimmo insieme fu uno schianto: io straziai il suo nome, lui sbatté la fronte contro la mia e scaricò dentro di me a getti caldi, spessi, riempiendomi mentre io mi contraevo intorno a lui in ondate che non finivano più.
Restammo così, ancora uniti, ansimanti, sudati, il suo seme che già iniziava a colarmi lungo la coscia. Lui mi riabbassò piano, ma non ci fu tenerezza da cartolina. Mi guardò mentre il suo cazzo, ancora semi-duro e lucido dei nostri umori, dondolava tra noi. Mi passò un dito tra le labbra gonfie, lo raccolse colmo di sborra e lo spinse tra le mie labbra.
«Leccalo», ordinò. Io lo feci, succhiando il sapore salato di entrambi, gli occhi fissi nei suoi.
Poi si rialzò i pantaloni solo a metà, mi aiutò a infilarmi di nuovo i jeans senza le mutandine strappate — quelle le tenne lui, in tasca — e mi diede un ultimo sguardo da predatore soddisfatto mentre la porta della lavanderia si chiudeva alle nostre spalle.
La prossima volta che scenderò qui alle undici, voglio ritrovarti già duro e farmi riempire di nuovo il culo di sborra finché non mi cola fino ai talloni sulla piastrellatura fredda.
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