Una Notte al Mercato con il Vicino
Una studentessa provoca il vicino maturo al mercato notturno.
Il mercato notturno di Trastevere odorava di fritto, limone e pavimento caldo. Giulia camminava tra le bancarelle con le mani conficcate nelle tasche del vestitino corto nero, il tessuto che le saliva sulle cosce a ogni passo. Ventidue anni, studentessa di lettere, e una voglia di guai che le pulsava tra le gambe da settimane. Lo aveva visto quasi subito: Marco, il vicino del piano di sotto, architetto di quarantotto anni, spalle larghe sotto la camicia bianca rimboccata, capelli brizzolati, quella mascella da uomo che sa cosa vuole.
I loro sguardi si incrociarono vicino al banchetto delle olive. Lei non distolse gli occhi. Li lasciò scendere sul petto di lui, sulla cintura, sul pacco evidente dei jeans scuri. Marco sorrise di lato, si avvicinò con due bicchieri di vino sfuso in mano e le porse uno senza chiedere.
«Stai fissando il culo di qualcuno, o è il mio?» chiese a voce bassa, la voce roca che le faceva già stringere le cosce.
Giulia bevve un sorso, le labbra lucide. «Il tuo. Ed è un culo da uomo vero, non da ragazzino. Quelle spalle… cazzo, Marco, da mesi ti guardo dal pianerottolo e mi chiedo come saresti nudo sopra di me.»
Lui rise piano, gli occhi scuri che le mangiavano il corpo. «E tu. Quel sedere sodo che muovi quando sali le scale. Quelle tette giovani che ballano sotto le magliette strette. Ogni volta che ti incontro mi viene duro come un cazzo di marmo. Stanotte sei venuta a farmi impazzire di proposito, vero?»
«Forse.» Lei si voltò di tre quarti, offrendogli il profilo del seno e la curva del culo. «Complimentami di nuovo. Voglio sentirti dire cose sporche al mercato, davanti a tutta Roma.»
Marco le sfiorò la schiena con le dita, scendendo fino all’inizio della piega. «Hai un culo da fottere in piedi contro un muro, Giulia. E tette da stringere mentre ti vengo dentro. Se continui a guardarmi così, stasera non torni a casa a studiare.»
La tensione era già un filo elettrico teso tra di loro. Sapevano entrambi. Si desideravano da troppo tempo: lei che si toccava nel letto pensando al vicino maturo, lui che si segava sotto la doccia immaginando di spaccare quella figa giovane. Camminarono ancora un po’ tra le luci colorate, le dita che si sfioravano, i commenti sempre più diretti. Quando le offrì un pezzo di pizza rossa, le pulì un filo d’olio dal mento col pollice e lo succhiò, guardandola dritto negli occhi.
Si allontanarono dal chiasso mano nella mano, scivolando verso le stradine più buie oltre piazza San Cosimato. Marco le sussurrò contro l’orecchio, il fiato caldo: «Da mesi voglio scoparti. Ogni cazzo di mattina quando ti sento muoverti di sopra mi viene duro. Voglio aprirti le gambe e ficcartelo fino in fondo, sentire quanto sei stretta.»
Giulia strinse la sua mano, la voce già rauca di eccitazione. «Io mi tocco pensando al tuo cazzo maturo. Mi infilo due dita e immagino che siano le tue, più grosse, più esperte. Ieri sera sono venuta tre volte col tuo nome in bocca. Prendimi. Adesso. Ti voglio da impazzire.»
Non aspettò risposta. Lo spinse in un vicolo stretto tra due muri scrostati, lontano dalle voci del mercato. L’oscurità li avvolse. Giulia gli aprì la cintura con dita frettolose, calò la cerniera e gli infilò la mano nei boxer. Trovo il cazzo già duro, spesso, caldo, le vene in rilievo sotto la pelle. Lo strinse e lo fece scorrere nel pugno, dal glande alla base, sentendo il peso maturo di quell’attrezzo.
«Cazzo, sei grosso…» mormorò lei, gli occhi lucidi. «Masturbati così, sì. Sentilo. Ti prego, Marco, scopami subito. Non resisto. Voglio che mi fotticome una troia contro questo muro. Riempimi.»
Marco gemette basso, le mani già sotto il vestitino di lei. «Sei una provocante di merda. Me lo stai legando con la mano e mi implori… Va bene. Ti prendo qui. Adesso.»
La girò di scatto, petto contro il muro freddo. Le alzò il vestitino fino alla vita, scop lagliando le mutandine di pizzo già bagnate. Le tirò di lato con un dito. Spinse il glande tra le labbra gonfie, le fece sentire la pressione, poi entrò con una spinta lunga e lenta che le strappò un urlo soffocato. Il cazzo grosso la riempì tutta, le pareti strette che si aprivano a fatica intorno a lui.
«Fottuta… che figa calda,» grugnì Marco, le mani che le saliva sotto al reggiseno a stringerle i seni giovani, i capezzoli duri tra le dita. La morsicò sul collo, sui tendini, mentre iniziava a spingere. Colpi profondi, ritmati, il bacino che sbatteva contro il suo culo sodo con schiocchi umidi. «Da mesi sogno di spaccarti così. Sei stretta da studentessa e bagnata da puttana.»
Giulia spingeva indietro, cercando di prenderlo tutto. «Più forte… azz, sì, così. Stringimi le tette. Mordimi. Fottemi col tuo cazzo vecchio e grosso, ti prego.»
Lui accelerò. Le dita le pizzicavano i capezzoli mentre il cazzo andava e veniva, lucido dei suoi succhi. Il vicolo sapeva di umidità e sesso. Quando la sentì tremare, la fece girare di nuovo, la sollevò come se non pesasse nulla e la spinse col culo al muro. Lei gli avvolse le gambe intorno ai fianchi. Marco ricalò dentro d’un colpo solo, fino in fondo, e ricominciò a scoparla in piedi con spinte profonde, volgari, il suono della carne che sbatteva contro la carne.
«Urlami addosso,» ordinò, sudato, gli occhi neri. «Di’ che sei la mia troia giovane.»
«Sono la tua troia…» ansimò Giulia, le unghie che gli graffiavano la schiena sotto la camicia, lasciando scie rosse. «Fottemi più forte come la troia giovane che sono. Spaccami. Vieni dentro, riempimi col tuo sborra matura. Sì—cazzo—così, più a fondo!»
Le spinte diventarono selvagge. Lei urlava di piacere contro la sua spalla, cercando di non fare troppo chiasso ma fallendo a ogni botta sul punto giusto. Il cazzo le sfregava il clitoride dall’interno, la riempiva fino a farle vedere stelle. Quando l’orgasmo la prese, si contrasse tutta intorno a lui, le gambe che tremavano, un gemito lungo e rotto. Marco non si fermò. Continuò a fotterla attraverso le onde, poi ruggì contro il suo collo e venì con potenti schizzi caldi, a getti spessi che le riempirono la figa, traboccando un poco lungo le cosce mentre lui spingeva ancora, svuotandosi dentro di lei fino all’ultima goccia.
Rimasero così, ansimanti e sudati, attaccati al muro. Il cazzo di Marco ancora semi-duro dentro di lei. Piano piano la posò a terra. Giulia, le gambe molli, gli occhi lucidi di sesso soddisfatto, si inginocchiò sul selciato freddo. Gli prese il cazzo lucido di sborra e succhi e lo pulì con la bocca, lecca dopo lecca, succhiando la testa con cura mentre lui le accarezzava i capelli, guardandola dall’alto come se non potesse credere a quella visione.
«Che bocca da santa e da puttana insieme,» mormorò lui, la voce ancora rotta.
Lei gli diede un ultimo bacio sul glande, si alzò, si sistemò il vestitino alla meglio. Ridevano entrambi, complici, un po’ increduli. Tornarono verso casa mano nella mano, l’odore del sesso ancora addosso, le cosce di lei umide.
«Ogni volta che vorrai essere riempita dal cazzo del vicino più vecchio,» disse Marco mentre apriva il portone, «basta che mi fai l’occhiolino al mercato. O anche solo che bussi al piano di sotto in mutande.»
Giulia rise, salendo le scale davanti a lui col culo che ancora ondeggiava. «Affare fatto. Ma la prossima volta porta i panini. Perché dopo tutto questo casino ho una fame da lupi, e se devo rifarlo ogni settimana voglio almeno mangiare qualcosa che non sia solo sborra.»
Marco scoppiò a ridere, la seguì al piano, già di nuovo mezzo duro solo a guardarla. «Va bene, studentessa. Panini e cazzo. Il menù del vicino maturo.»
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