L'ombra dell'ex nel gelo dei gigli

Una giovane vedova confessa al prete come ogni luna piena invoca volontariamente il demone del suo ex amante per farsi scopare con furia tra i gigli gelati della cappella.

10 min read August 29, 2026New

Nel confessionale di legno tarlato della villa gotica abbandonata, dove i gigli gelati stringono le mura come dita di un morto, io, Delphine, vedova di ventotto anni, mi inginocchio sulla pietra fredda. Il tuo respiro, Padre Marco, filtra attraverso la grata consumata; la cera delle candele gocciola e il vento che passa tra le vetrate spezzate porta l’odore di terra ghiacciata e di petali infranti. Ti confesso tutto. Ogni luna piena l’ombra del mio ex amante torna. Terrence non è più uomo da anni: è demone immortale, evocato da me stessa in una notte di sangue e promessa, e da allora la sua presenza mi lacera tra terrore e desiderio come una lama che non smette di entrare.

Lo sento prima ancora di vederlo. La villa vibra. I gigli fuori si ricoprono di brina più spessa, i loro steli si spezzano con un crepitio secco. Io resto nuda sotto il mantello nero che una volta era da lutto e ora è solo pretesto. Il cuore mi batte contro le costole come un pugno chiuso. So che arriverà. So che il suo corpo non è più carne viva: pelle diafana come ghiaccio sottile, occhi di braci spente, bocca che ricorda ancora il sapore del mio sangue quando lo baciavo da viva. Eppure il basso ventre mi si contrae, caldo, bagnato già al solo pensiero. «Terrence», mormoro nella penombra del confessionale, e la parola mi sa di peccato e di sollievo.

Ti racconto le notti passate, Padre. Quella in cui lo invocai la prima volta, anni fa, quando il mio matrimonio era già una tomba. Mi stesi nuda tra i gigli allora fioriti, tagliai il palmo, versai il sangue sulla terra e dissi le parole antiche che avevo copiato da un libro rubato. Lui emerse dalla nebbia, alto, spalle larghe, il cazzo già duro e scuro contro il ventre. «Mi hai chiamato», disse con quella voce che raschiava come pietra su pietra. Io annuii. Lo presi in mano, lo sentii pulsare gelido contro il mio palmo caldo, e lo guidai dentro di me senza un secondo di esitazione. Mi scopò contro i fiori, le cosce aperte, i petali che si attaccavano alla pelle sudata. Veniva come un animale, mi morsicava il collo, mi lasciava lividi che bruciavano di piacere. Ogni spinta era un ricordo e una minaccia. Quando esplose dentro di me, il freddo del suo seme mi attraversò l’utero come una corrente, e io gridai il suo nome finché la gola non mi fece male.

Ora torna ogni luna piena. Stanotte l’ho sentito di nuovo. Ero già qui, in questa cappella sconsacrata, le candele accese tutt’intorno all’altare rovesciato. Il mio corpo sapeva. I capezzoli si indurirono contro il freddo prima ancora che lui apparisse. L’aria si fece densa, odorosa di zolfo dolce e di terra smossa. Tra le fiamme tremolanti la sua sagoma si solidificò: Terrence, alto, nudo, il torace solcato da cicatrici che non guariscono mai, il cazzo pesante che pendeva e si rizzava mentre mi guardava. I suoi occhi neri senza pupilla mi conficcarono addosso.

«Delphine», sussurrò, e la voce mi scese dritta tra le gambe. «Ricordi quando ti aprivo le cosce con i denti? Ricordi il sapore della tua fica sulla mia lingua mentre piangevi di voglia?» Avanzò. I gigli gelati fuori crepitavano. Io non fuggii. Scelsi. Avevo portato con me il vecchio pugnale e il libro. Mi tagliai di nuovo il palmo, lasciai cadere le gocce sul pavimento di pietra tra le candele. «Ti offro il mio corpo per questa notte sola», dissi a voce alta, chiara, senza tremare. «Entra. Scopami come facevi. Prendimi finché la luna non cala». Il rituale si chiuse con il mio respiro affannoso. Lui sorrise, e i denti erano troppi, troppo aguzzi, eppure il mio clitoride pulsava già, gonfio, bisognoso.

Il suo tocco arrivò prima delle parole. Dita di ghiaccio sulla mia guancia calda, poi sul collo, poi a scendere sul seno. Il contrasto mi fece gemere. La pelle mi si coprì di brividi, i capezzoli diventarono pietre sotto i suoi polpastrelli. Mi strinse un seno, lo sollevò, chinò la testa e vi posò la bocca gelida. La lingua fredda girò intorno all’areola, poi lo succhiò forte, e il dolore-piacere mi mandò un getto di umidità lungo l’interno coscia. «Ancora così bagnata per me», mormorò contro la mia carne. «La vedova che invoca il demone perché nessun uomo vivo sa scoparla abbastanza a fondo».

Mi spinse indietro contro l’altare. Il marmo ghiacciato mi bruciò le scapole. Lui mi aprì le gambe con le ginocchia, si chinò, e il fiato freddo mi investì la fica già aperta, già lucida. Annusò. Poi la lingua—gelida, lunga, ruvida—mi sfiorò le labbra inferiori, le divaricò, trovò il clitoride e vi si avvolse. Urlai. Il terrore era ancora lì, l’orrore della sua natura spettrale, della bocca che non era umana, ma il desiderio lo superò di netto. Spinsi il bacino contro la sua faccia, gli afferrai i capelli scuri e spessi. «Così», ansimai. «Leccami come facevi quando eravamo ancora… quando tu…». Non finii. Lui mi infilò due dita gelide dentro mentre succhiava, le curvò, trovò quel punto che mi fa vedere bianco. Il mio orgasmo salì rapido, violento, ma lo trattenni a fatica; non volevo venire ancora, volevo sentirlo tutto.

Si rialzò. Il cazzo gli batteva contro l’addome, scuro, venato, la punta già umida di un liquido che non era umano. Lo presi in mano: era freddo come metallo lasciato fuori di notte, ma pulsava di una vita antica. Lo strofinai contro la mia fessura, lo cosparsi dei miei succhi. «Entra», gli ordinai, e la voce mi uscì rauca, quasi un ringhio. «Scopami tra questi gigli morti. Riempimi». Lui sorrise di nuovo, mi afferrò le cosce, le sollevò, e con un solo colpo di bacino mi trafisse fino in fondo. Il freddo del suo cazzo mi dilaniò e mi riempì allo stesso tempo. Gridai il suo nome contro le volte della cappella. Ogni spinta era una lama di ghiaccio che scaldava invece di uccidere. I miei seni ballavano, i capezzoli raschiavano il suo petto gelato. Fuori, i gigli si spezzavano sotto il peso della brina. Dentro di me qualcosa si apriva, qualcosa di più grande del piacere.

Mi voltò di scatto, mi piegò sull’altare, mi prese da dietro con furia crescente. Le palle gli battevano contro il clitoride a ogni affondo. Una mano mi afferrò i capelli, l’altra mi raggiunse davanti e mi sfregò con dita gelide il bottone gonfio. «Dimmi che lo vuoi», ringhiò all’orecchio. «Dimmi che ogni luna piena tornerai a offrirti». «Lo voglio», singhiozzai. «Ti invoco. Ti do questo corpo. Scopami finché non posso più camminare». Il ritmo divenne bestiale. Il legno dell’altare scricchiolava. Le candele tremavano, una cadde, la cera calda mi schizzò sulla schiena e il contrasto caldo-freddo mi fece venire le lacrime agli occhi. Sentivo l’orgasmo salire di nuovo, più nero, più profondo, ma lui rallentò all’improvviso, mi tenne sul bordo, il cazzo sepolto fino alle palle, immobile, pulsante.

«Non ancora», sussurrò. «Voglio sentirti supplicare più a lungo stanotte». Mi strinse i fianchi, mi fece sentire ogni millimetro di lui dentro, gelido e duro e mio. Il terrore e il desiderio erano ormai la stessa cosa: un unico fuoco freddo che mi bruciava l’anima. Fuori la luna piena era ancora alta. La notte non era finita. E io, Padre Marco, mentre ti confesso tutto questo con la fica ancora aperta e gocciolante al solo ricordo, so già che quando tornerò tra quei gigli lui sarà ancora lì, pronto a riprendere esattamente da dove ci siamo interrotti, e io lo invokerò di nuovo, volontaria, affamata, senza salvezza.

Mi tenne sul bordo ancora un istante, Padre, il cazzo gelido che mi pulsava dentro come un cuore morto. Io ansimavo contro il marmo dell’altare, le cosce che tremano, la fica che gli stringeva ogni vena scura senza pudore. «Supplica meglio», ringhiò all’orecchio, e io lo feci, la voce spezzata di voglia vera: «Ti prego, Terrence, scopami finché non resto vuota di tutto tranne te». Lui sorrise con quei denti troppi e mi liberò all’improvviso, il membro che scivolò fuori con un suono umido e crudele. Mi voltò, mi spinse in ginocchio sul pavimento di pietra tra le candele ancora accese. I gigli gelati fuori crepitavano come ossa.

Mi afferrò i capelli e mi tirò il volto contro il suo cazzo. Era freddo, pesante, pulsante di una vita che non apparteneva più al mondo dei vivi. La punta già lucida di quel liquido non umano mi sfiorò le labbra. Io aprii la bocca di mia volontà, la lingua calda contro il ghiaccio della sua carne, e lo presi. Lo succhiai fino in gola, fino a sentire le palle contro il mento, fino a lacrimare di piacere e di mancanza d’aria. Lui spingeva piano all’inizio, poi più forte, artigli leggeri contro la mia nuca mentre gemavo intorno a quel membro che mi riempiva la gola di gelo e di sapore di zolfo dolce. «Così, vedova mia», mormorò. «Bevi il freddo. Ricorda chi ti ha scavata la prima volta». Io lo presi più a fondo, saliva che mi colava sul mento e sul seno, clitoride che pulsava contro il niente, bagnata fino alle ginocchia. Ogni volta che lui ritraeva e riaffondava io sentivo l’ombra dei gigli muoversi oltre le vetrate spezzate, come se i petali congelati respirassero con noi.

Quando mi sollevò ero già un corpo che tremava di consenso. Le sue mani artigliate mi strinsero i fianchi, unghie che graffiavano appena la pelle senza spezzarla, e mi sollevò contro l’altare in posizione eretta. Le scapole batterono sul marmo freddo, le gambe mi si avvolsero intorno ai suoi fianchi larghi. Con un solo colpo di bacino mi trafisse di nuovo fino in fondo, più profondo di prima, il cazzo che mi apriva l’utero come una lama di ghiaccio vivo. Urlai il suo nome contro le volte. Lui mi scopava in piedi, spinte lunghe e violente, i fianchi che sbattevano contro i miei, le mani artigliate che mi tenevano aperta e offerta. Io gli graffiai la schiena, sentii le cicatrici eternamente fresche sotto le unghie. «Più forte», ansimai. «Prendimi come se fossi ancora tua sola». Lui obbedì e accelerò, il freddo che mi bruciava dentro in onde sempre più larghe, i capezzoli che raschiavano il suo petto diafano. Ogni affondo faceva tintinnare le candele. L’ombra dei gigli, proiettata dalle fiamme, si allungava sulle pietre come dita di spettri che applaudivano.

Poi mi portò tra i banchi. Si sdraiò sul legno tarlato, il cazzo ritto e scuro contro il ventre, e mi fece montare a cavalcioni. Io scesi su di lui con un gemito rauco, lo presi tutto, sentii le palle fredde premere contro il mio culo. Cominciai a muovermi, ma fu lui a prendere il ritmo dal basso: spinte violente, ascendenti, che mi sollevavano e mi ricacciavano giù come un’onda nera. Le sue mani artigliate mi stringevano i fianchi fino a lasciar segni già luminosi, filamenti di luce fredda che bruciavano sotto la pelle. Io mi piegai in avanti, i seni che gli pendevano sulla bocca; lui ne afferrò uno coi denti e lo succhiò mentre mi sfondava. Urlavo di piacere, voce che riempiva la cappella, mentre l’ombra dei gigli si agitava intorno a noi come spettri vivi: steli che si piegavano senza vento, petali che ruotavano nell’aria gelata, figure che danzavano sui muri. «Vieni con me», ringhiò dal basso. «Riempimi di te mentre mi riempi». Il ritmo divenne bestiale, il legno dei banchi scricchiolava, le mie unghia gli scavavano il petto. L’orgasmo salì nero e totale. Il suo cazzo pulsò una, due, tre volte e poi esplose: seme gelido che mi inondò l’utero come una piena di fiume morto. Io venni nello stesso istante, fica che gli stringeva a spasmi, grida che si spezzavano in singhiozzi di puro piacere. I marchi luminescenti si accesero su fianchi, seni, interno cosce: reticoli di luce fredda che pulsavano al ritmo del cuore che non aveva più.

Lui mi tenne ancora qualche respiro, il membro che si ammorbidiva dentro di me senza uscire del tutto, poi mi baciò la fronte con labbra di ghiaccio. «Tornerò», promise, voce già lontana. «Ogni luna. Ogni volta che mi invochi. Eterno». Svanì nei gigli congelati oltre le vetrate: corpo che si disfece in brina e petali spezzati, ombra che si ritirò tra gli steli finché non restò che il crepitio del gelo. Io caddi sui banchi, sola, esausta, il seme che mi colava lungo le cosce e i marchi ancora accesi che mi marchiavano la pelle come firme viventi. Il freddo della cappella mi avvolse, ma era un freddo diverso, un freddo che mi teneva in vita.

Ora sono qui, Padre Marco, nuda sotto il mantello, la fica ancora aperta e gocciolante al solo ricordo, e ti confesso fino in fondo. Ogni notte—non solo di luna piena, ogni notte in cui il gelo mi chiama—scelgo volontariamente di riaprire il portale. Taglio il palmo, verso il sangue, dico le parole. Perché il suo gelo è l’unica cosa che ancora mi fa sentire viva. Nessun uomo caldo, nessuna preghiera, nessun lutto mi ha dato quello che lui mi strappa e mi restituisce tra i gigli morti. Resto sola nella villa, marchiata, esausta, e aspetto già la prossima invocazione con le cosce che tremano di anticipo.

Ma c’è una cosa che Terrence non sa, mentre crede di essere lui a possedermi per l’eternità: i marchi luminescenti non sono solo il suo segno. Li ho fatti miei. Ogni orgasmo mi ha lasciato un pezzo della sua essenza sotto la pelle, e io li nutro con il mio sangue ogni alba. Presto non dovrò più invocarlo. Presto sarò io a trascinarlo fuori dai gigli quando voglio, a legarlo, a tenerlo. Lui crede di tornare da predatore. Non sa ancora che la vedova sta diventando la gabbia.

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