Vendemmia con il pass di una notte
La moglie Yara si fa umiliare dal vendemmiatore Bruno.
Sono Hugo, un marito devoto di trentacinque anni, e quella settimana in Toscana doveva essere solo una vacanza tra vigne e tramonti. Invece è diventata il momento in cui ho scoperto quanto desiderassi essere umiliato. Mia moglie Yara ha trentadue anni, un corpo che ancora mi toglie il respiro: seni pieni, fianchi morbidi, quella pelle olivastra che sotto il sole toscano sembra dorata. All’agriturismo ci avevano messo a lavorare un paio d’ore al giorno tra i filari per “vivere la vendemmia”, e lì l’ho incontrato lui. Bruno, ventotto anni, spalle larghe da chi porta cassette di uve dall’alba, braccia cordate, sudore che gli scendeva sul petto scuro mentre rideva con gli altri. Yara lo ha guardato subito. Non di sfuggita. L’ha mangiato con gli occhi mentre io stavo due filari più in là, e quando se n’è accorta ha sorriso dalla mia parte, come se mi dicesse già tutto.
La sera del secondo giorno, nella piccola camera sotto le travi, mi ha spinto seduto sul letto e si è messa a cavalcioni sulle mie cosce ancora vestita. «Hugo, ascoltami», ha sussurrato contro la mia bocca. «L’idea di umiliarti… di farti stare lì a guardare mentre scelgo un altro uomo… mi fa venire bagnata da morire.» La mano le è scivolata tra le gambe, sotto la gonna, e ha gemuto piano. «E so che lo vuoi anche tu. Lo sento quando ti tocco.» Aveva ragione. Il sangue mi batteva nelle orecchie e il cazzo mi premeva contro il tessuto dei pantaloni, tradendomi. Le ho accarezzato la guancia e ho annuito, la voce rauca. «Sì. Voglio che lo fai. Voglio vedere.» Lei mi ha baciato forte, quasi grata, e da quel momento la tensione è diventata un filo elettrico teso tra noi tre.
Il giorno dopo tra i vigneti è stato un supplizio dolcissimo. Bruno lavorava vicino a noi; ogni volta che Yara si chinava a tagliare un grappolo, lui le passava accanto troppo da vicino. Lei gli sfiorava il braccio “per sbaglio”, rideva basso, gli chiedeva di mostrarle come si sceglievano le uve migliori. Io raccoglievo in silenzio, il cuore che martellava, il sudore freddo che mi scendeva lungo la schiena. A un certo punto li ho visti fermi all’ombra di un olivo: Yara con la schiena contro il tronco, Bruno che le parlava chinato. Lei mi ha cercato con lo sguardo oltre la spalla di lui, mi ha fissato dritto negli occhi mentre gli sussurrava qualcosa all’orecchio. Poi, quando lui si è allontanato con una cassetta, lei è venuta da me, le guance arrossate, le labbra umide.
«Gli ho detto che voglio sentirlo dentro», mi ha confessato senza abbassare la voce. «Che voglio il suo cazzo duro che mi apre mentre tu stai a guardare.» Mi ha preso la mano e me l’ha portata sotto la gonna: le mutandine erano già fradice, la fessura calda e gonfia. «Dimmi di sì, Hugo. Dammi il permesso di passare la notte con lui. Esplicito. Voglio sentirti dirlo.» Le gambe mi tremavano. Ero eccitato e umiliato in parti uguali, il cazzo dolorante contro la zip. «Sì», ho risposto con la voce che si spezzava. «Passa la notte con Bruno. Fatti scopare da lui. Voglio che accada.» Yara ha sorriso, mi ha baciato la fronte proprio come fa quando è soddisfatta, e ha corso a dirglielo. Li ho visti scambiarsi due parole; Bruno ha alzato lo sguardo verso di me e ha annuito una sola volta, lento, sicuro. Non c’era rabbia, solo un accordo muto tra maschi che sapevano già chi avrebbe preso e chi avrebbe solo guardato.
Quella notte nella camera dell’agriturismo la luce era bassa, solo la lampada sul comodino. Yara si è spogliata lentamente davanti a entrambi. Prima la camicetta, poi il reggiseno che ha lasciato cadere sui seni pesanti, i capezzoli già duri. Bruno stava in piedi a torso nudo, il pantalone aperto, il cazzo già mezzo duro che spingeva fuori: più grosso del mio, più scuro, le vene che gli correvano lungo la lunghezza. Yara gli è andata incontro, si è inginocchiata un attimo solo per baciargli la punta e poi lo ha spinto sul letto. Si è issata su di lui in cowgirl, una gamba per parte, e ha afferrato il suo cazzo con una mano per infilarselo. Ho visto le labbra della figa aprirsi, stirarsi intorno a quel diametro, e lei ha spinto giù con un gemito lungo, grosso, che mi ha fatto stringere i pugni. «Guarda, Hugo», ha ordinato fissandomi negli occhi mentre iniziava a muoversi. «Guarda come mi riempie.» Cavalcava con passione animalesca, i seni che ballavano a ogni spinta, il culo che sbatteva contro le cosce di Bruno. Gemiti alti, umidi, «Ah cazzo… così… più fondo…». Io stavo seduto sulla sedia vicino al letto, i pantaloni aperti, mi masturbavo piano senza togliermi gli occhi di dosso. Ogni volta che lei scendeva fino in fondo, vedevo il suo buco allargarsi e stringersi intorno a quella verga, i succhi che gli luccicavano sul pube.
Bruno l’ha afferrata per i fianchi e l’ha ribaltata. L’ha messa a quattro zampe, doggy, e le ha spinto di nuovo dentro con una spinta secca che le ha strappato un urlo. Le ha schiaffeggiato il culo una volta, due, il rumore secco che riempiva la stanza, la pelle che arrossava sotto il palmo. Poi le ha afferrato i capelli, tirandole la testa indietro, e ha scopato più forte, le palle che battevano contro la figa. «Urla», le ha detto lui basso. «Fagli sentire quanto ti piace.» Yara urlava di piacere, sì, parole spezzate: «Più forte… spaccami… Hugo guardami… è troppo grosso… mi viene…». Io guardavo. Il suo cazzo che spariva tutto dentro quella fica che conoscevo a memoria, che ora si allargava per un altro. Lei mi ha raggiunto con lo sguardo di traverso, gli occhi lucidi. «Guarda, marito. Guarda il cazzo di Bruno che mi scopa. È più grosso del tuo, più virile. Mi fa squirtare come tu non riesci più.» Le parole mi colpivano dritto nello stomaco e nello stesso tempo mi facevano venire quasi, umiliazione calda che mi stringeva le palle.
Bruno ha accelerato, i muscoli della schiena che si contraevano, e ha gemuto grosso quando è venuto. Senza preservativo, proprio come avevano deciso. L’ho visto stringere i fianchi di lei e spingere a fondo, il cazzo che pulsava visibilmente mentre scaricava dentro. Yara ha gemuto lungo, quasi un singhiozzo di piacere, e ha spinto indietro il culo per prenderselo tutto. «Guarda, Hugo», ha ansimato, la voce roca. «Guarda il suo cazzo che pulsa nella mia figa fradicia. Sta venendo tutto dentro. Riempie me, non te.» Quando lui si è sfilato lentamente, un filo di sborra bianca e densa ha cominciato a colarle lungo le labbra gonfie, giù sulla coscia interna. Il buco rimaneva semiaperto un secondo, poi si chiudeva piano, spingendo fuori altro liquido.
Yara si è girata, ancora tremante, e mi ha chiamato con un cenno. «Vieni qui.» Mi sono alzato, le gambe molli, e mi sono chinato vicino al cuscino. Lei mi ha preso il viso tra le mani sudate e mi ha baciato dolcemente sulla fronte, le labbra calde, mentre il seme di Bruno le colava ancora dalla fica aperta sotto di noi. L’odore era forte, salato, misto al suo. «Questa», ha sussurrato contro la mia pelle, «sarà solo la prima di molte notti di vendemmia. Domani sera voglio di più. E tu starai di nuovo qui a guardare, vero?» Ho annuito, umiliato ed eccitato come non mi ero mai sentito in vita mia, il cazzo ancora duro e trascurato che mi pulsava tra le gambe. Fuori dalla finestra i grilli cantavano tra i filari, e sapevo già che il giorno dopo Bruno sarebbe stato di nuovo tra le uve, e Yara avrebbe ricominciato a guardarlo in quel modo, e io avrei detto di sì un’altra volta.
Il mattino dopo mi svegliai con l’odore di sesso ancora impastato alle lenzuola. Yara dormiva di fianco a me, nuda, le cosce leggermente aperte; tra le labbra della figa si vedeva ancora un alone lucido, residuo di Bruno. Mi alzai in silenzio, mi masturbai in bagno guardando il mio riflesso, e venii quasi subito pensando a come l’aveva riempita. Quando tornai lei era sveglia. Mi sorrise pigra, mi tirò per la mano e mi fece sedere sul bordo del letto.
«Ieri notte mi ha spaccata bene», mormorò. «Sento ancora il bruciore. Stasera voglio che me lo rifaccia più a lungo. E voglio che tu resti più vicino. Voglio che ti sporchi anche tu.» Mi baciò il collo, poi mi spinse via. «Vestiti. Andiamo tra i filari. Voglio che Bruno mi veda già bagnata.»
Lavorammo sotto il sole che picchiava. Bruno era tre file più in là. Yara si chinava di proposito, la gonna corta che le saliva sulle cosce, e ogni tanto si toccava la figa sopra le mutandine guardando me. A metà mattina si avvicinò a Bruno, gli parlò all’orecchio, poi mi fece segno di raggiungerli. Il cuore mi batteva forte.
«Hugo», disse lei a voce alta abbastanza perché due vendemmiatori vicini sentissero. «Dimmi di nuovo. Di fronte a lui.» Mi guardò dritto. «Di’ a Bruno che gli presti tua moglie. Che la sua fica è sua stanotte.»
La gola mi si strinse. Bruno mi fissava, braccia incrociate, sudore che gli scorreva sul petto. «Sì», riuscii a dire. «Te la presto. Scopati Yara. Usala come vuoi. Io… io guardo soltanto.»
Bruno annuì, un mezzo sorriso. «Bravo, cornuto.» La parola mi colpì dritto nelle palle. Yara si strinse le cosce e gemette piano. «Senti? Mi fa venire solo a sentirselo dire.» Poi, senza vergogna, prese la mano di Bruno e se la mise sotto la gonna. Lo vidi muovere le dita, lei che si bitse il labbro. «Due dita già. Sono fradicia. Per te.» Mi guardò. «Hugo, togliti il cazzo e tieni duro mentre lui mi dita qui fuori. Nessuno ci sta guardando troppo da vicino.»
Obbedii. Aprimmo la zip, tirai fuori il mio cazzo già duro e lo strinsi in mano. Bruno le stava ficcando le dita con decisione, il pollice che le strofinava il clitoride. Yara ansimava, le ginocchia piegate, appoggiata a un palo di vigna. «Più fondo… così… cazzo, Hugo guarda le sue dita. Sono più spesse delle tue.» Quando venne, lo fece stringendo i denti, un piccolo grido soffocato, e i suoi succhi gli colarono sulla mano. Bruno le tolse le dita e me le tese. «Leccane una», ordinò. Yara annuì. «Fallo.» Le leccai. Il sapore di lei misto al sudore di lui mi fece quasi venire. Mi trattenni a stento.
Il pomeriggio passò in un tormento lento. Yara non smetteva di sfiorarlo, di ridere basso, di farmi segni. Io raccoglievo uve con le mani che tremavano, il cazzo che premeva contro i pantaloni ogni volta che li vedevo fermi dietro un olivo. Una volta li sorpresi mentre lui le mordeva un seno fuori dalla camicetta; lei mi vide e non si scostò. Mi fece solo un cenno: resta. Guardai. Lui le succhiò il capezzolo forte, lei gemette, poi si sistemò i vestiti e tornò a lavorare come se niente fosse.
Alla sera, di nuovo nella camera bassa di luce. Yara mi fece spogliare per primo e mi mise in ginocchio accanto al letto. «Stasera stai qui. Non ti tocchi finché non te lo dico. Se vieni prima, ti punisco.» Bruno entrò già a torso nudo, il cazzo che spingeva pesante nei pantaloni. Lei glieli calò, si inginocchiò e lo prese in bocca con avidità, succhiando grosso, bagnando tutta la lunghezza di saliva. «Guarda come lo ingoio», borbottò tra una succhiata e l’altra. «Il tuo non arriva così in fondo.» Si mise a gag, la gola che si gonfiava, lacrime agli occhi, poi lo tirò fuori lucido e lo spalmò sulle guance. «Siediti, Bruno. Voglio cavalcarti di nuovo, ma più lenta. Voglio che Hugo veda ogni centimetro che mi entra.»
Si issò su di lui, gli schiena dritta, e si infilò da sola. Vidi la figa aprirsi, stirarsi, i labbroni che gli abbracciavano il glande e poi tutto il resto. Scendeva millimetro per millimetro, gemendo. «Ah… sì… pieno… Hugo, guarda che buco. È tutto suo adesso.» Cominciò a muoversi con rotazioni di bacino, i seni che oscillavano, le unghie conficcate nel petto di Bruno. Lui le afferrò i fianchi e la spinse più forte in giù. Il suono era umido, schiocchi, pelle contro pelle. Yara accelerò, poi si chinò indietro, appoggiandosi sulle sue cosce, offrendomi la vista chiara di quel cazzo scuro che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi.
«Parlami», le dissi con la voce rotta. Volevo umiliarmi di più. «Dimmi quanto è meglio.»
«È meglio», ansimò. «Più grosso, più duro, mi sfonda in punti che tu non tocchi da anni. Mi fa squirtare. Senti?» E di colpo un getto caldo le uscì intorno al cazzo di lui, bagnandogli le palle e il pube. Lei rise, quasi isterica di piacere. «Guarda, marito. Guarda cosa mi fa fare. Tu non ci riesci più.»
Bruno la ribaltò di nuovo, questa volta la mise di fianco, una gamba alzata, e la scopò di taglio. Ogni spinta le faceva tremare il seno. Le schiaffeggiò la faccia leggera, poi più forte. «Di’ al cornuto che ti piace.»
«Mi piace!», urlò Yara. «Mi piace il cazzo di Bruno che mi usa. Hugo, sei un bravo cornuto. Stai lì a guardare mentre mi riempiono. Anzi… vieni più vicino. Metti la faccia qui.» Mi spinse la testa tra le loro cosce. L’odore era selvaggio, sesso puro. Vidi da due centimetri il cazzo entrare e uscire, le labbra gonfie, i peli bagnati. «Lecca le palle mentre mi scopa», ordinò. Lo feci. Lingua sul sacco di Bruno mentre lui spingeva, il sapore salato, il movimento che mi urtava il naso. Yara gemette più forte. «Sì… leccale… bravo cuck… così.»
Bruno accelerò, la presa sui fianchi di lei divenne di ferro. «Dentro di nuovo?», chiese.
«Sì, tutta dentro», ansimò lei. «Riempimi. E Hugo dovrà vedertelo colare.»
Vennero quasi insieme. Lui con un ringhio basso, spingendo a fondo, le vene del collo tese; lei con un urlo acuto, il corpo che si contorceva. Lo vidi pulsare, scaricare. Quando si sfilò, la sborra gli uscì a fiotti spessi, bianchi, che le colavano dalla fessura aperta giù sul lenzuolo. Yara, ancora tremante, mi afferrò pei capelli e mi spinse la faccia lì. «Pulisci. Lecca tutto. Non sprecare una goccia del suo seme.»
Obbedii. Lingua piatta sulla figa gonfia, sapore amaro e salato misto al suo. Leccai i fili densi, spinsi dentro per prendere quello che stava ancora uscendo. Lei mi teneva premuto, ansimando. «Bravo. Ingoia. È il premio del cornuto.» Bruno rideva basso, seduto contro la testata, il cazzo ancora semi-duro lucido. «Il tuo marito ha fame, eh.»
Quando alzai la testa, la bocca piena di loro, Yara mi baciò a bocca aperta, assaggiando se stessa e lui sulle mie labbra. «Domani», sussurrò contro la mia bocca, gli occhi lucidi di cattiveria dolce, «voglio di più. Voglio che Bruno mi prenda anche il culo mentre tu mi tieni le gambe aperte. E voglio che tu gli dica grazie ad alta voce ogni volta che mi viene dentro. E forse… forse lo facciamo con la porta socchiusa, così qualcuno dell’agriturismo sente. Ti piace l’idea, vero? Di essere umiliato ancora più in pubblico.»
Il cazzo mi pulsava doloroso, trascurato, gocciolante. Annuìi, la voce rauca. «Sì. Voglio tutto. Umiliami di più.»
Lei mi accarezzò la guancia con tenerezza crudele. «Allora resta duro. Domani sera la vendemmia diventa più sporca. E tu starai esattamente dove ti metto: in ginocchio, a guardare, a leccare, a ringraziare.» Fuori i grilli ricominciavano. Bruno si alzò, si rimesse i pantaloni, e prima di uscire mi diede una pacca sulla spalla. «Dormi poco, cornuto. Domani tua moglie ha bisogno di più spinte.» Yara si strinse a me nuda, la figa ancora che cola sul mio fianco, e mi sussurrò all’orecchio: «Questa è solo l’inizio della vera umiliazione. Aspetta di vedermi prenderlo tutto nel culo mentre ti guardi dritto negli occhi e ti dico che non tornerò mai indietro.»
Sono Hugo, e il mattino successivo mi svegliai già duro, il cazzo che premeva contro il materasso come se non avesse avuto tregua per due notti. Yara dormiva ancora con una coscia alzata, la figa leggermente aperta che lasciava scorgere il rosso delle labbra gonfie e un filo secco di sborra di Bruno attaccato alla pelle interna. L’odore era rimasto impastato alle lenzuola, salato e forte, e io lo respiravo a pieni polmoni mentre mi alzavo in silenzio. In bagno mi masturbai di nuovo guardandomi allo specchio, le dita sporche del sapore che avevo leccato la sera prima, e venii in tre pompe pensando al suo culo che lei voleva farsi aprire. Quando tornai lei era sveglia, nuda, seduta sul bordo del letto con le gambe divaricate.
«Stasera te lo prendo nel culo», disse senza preamboli, la voce ancora roca di sonno. «Bruno mi ha già scritto. Vuole vedermi tenuta aperta da te. E tu gli dirai grazie ogni volta che mi riempie. Ad alta voce. Capito, cornuto?» Mi afferrò il cazzo ancora umido e lo strinse. «Voglio che resti duro tutto il giorno. Se vieni prima di stasera ti faccio leccare i suoi piedi mentre mi scopa.» Annuìi, la gola secca. Lei mi baciò la fronte con quella tenerezza crudele che ormai conoscevo e si alzò. «Vestiti. Andiamo tra i filari. Voglio che mi guardi bagnarmi solo a vederlo.»
Il sole picchiava già forte quando raggiungemmo i vigneti. Bruno era tre file più in là, torso nudo, sudore che gli scorreva tra i pettorali e giù verso la cintura. Yara si chinava di proposito, la gonna cortissima che le saliva sul culo nudo — aveva tolto le mutandine di proposito — e ogni tanto si toccava la figa davanti a me, le dita che sparivano tra le labbra e uscivano lucide. A metà mattina lo raggiunse. Li vidi parlare basso, poi lei mi fece segno. Il cuore mi martellava nelle tempie mentre mi avvicinavo.
«Hugo», disse a voce abbastanza alta perché i due vendemmiatori vicini alzassero lo sguardo. «Di’ a Bruno che stasera gli presti anche il culo di tua moglie. Diglielo. Di’ che glielo tieni aperto tu.»
La vergogna mi bruciò la faccia, ma il cazzo mi si indurì di botto nei pantaloni. «Te lo presto», riuscii a dire, la voce che si spezzava. «Il culo di Yara è tuo. Io… io le tengo le gambe. Scopatela lì. Usala.»
Bruno sorrise lento, si asciugò il sudore con il dorso della mano e mi diede una pacca sulla spalla. «Bravo, cornuto. Stasera ti faccio vedere come si scopa una moglie per bene.» Yara gemette piano, si strinse le cosce e prese la mano di lui. Se la cacciò sotto la gonna. Lo vidi muovere le dita, due, poi tre, mentre lei si appoggiava al palo della vigna e ansimava. «È già fradicia», mormorò lui. «Per il culo stasera sarà ancora meglio.» Poi, senza vergogna, le tolse le dita bagnate e me le tese davanti agli altri. «Lecca.» Lo feci. Il sapore di lei misto al suo sudore mi fece piegare le ginocchia. Un vendemmiatore sogghignò da lontano. Yara rise. «Senti? Anche loro sanno che sei un cornuto. Mi fa squirtare solo a pensarci.»
Il pomeriggio fu un tormento lento e dolce. Yara non smetteva di sfiorarlo, di farsi mordere un seno dietro un olivo mentre io raccoglievo uve con le mani che tremavano. Una volta li sorpresi mentre lui le spingeva due dita nel culo diritto lì, in piedi, la gonna alzata. Lei mi vide, mi tenne lo sguardo e spinse indietro il bacino. «Guarda, marito. Si sta preparando la strada. Stasera mi spacca.» Io restai fermo, il cazzo dolorante, e guardai le sue dita sparire e riemergere lucide di saliva e figa. Quando lei venne con un grido soffocato, i succhi le colarono lungo la coscia. Bruno me li fece leccare di nuovo. «Ingoia, cuck. È solo l’antipasto.»
Alla sera la camera era già calda di attesa. Yara mi fece spogliare per primo e mi mise in ginocchio accanto al letto, le mani dietro la schiena. «Non ti tocchi. Se vieni prima ti punisco.» Lasciò la porta socchiusa di proposito, un dito di luce sul corridoio. «Così se qualcuno passa sente tutto.» Bruno entrò a torso nudo, il cazzo già semi-duro che spingeva pesante nei pantaloni. Lei glieli calò, si inginocchiò e lo prese in gola fino in fondo, gagging forte, la saliva che le colava sul mento e sui seni. «Guarda come lo ingoio tutto», borbottò tirandolo fuori lucido. «Il tuo non arriva mai così profondo.» Poi lo spinse sul letto, si issò a carponi e mi guardò. «Vieni. Tienimi le cosce aperte. Voglio che lui mi prenda il culo mentre tu mi guardi dritto negli occhi.»
Obbedii. Mi posizionaiai dietro di lei, le mani che le aprivano i glutei, le dita che le tenevano le labbra della figa divaricate così che Bruno vedesse tutto. Lei era già unta, lucida. Bruno le sputò sul buco del culo, ci massaggiò il glande scuro e spinse. Yara urlò lungo, il suono che riempì la stanza e senz’altro uscì dalla porta socchiusa. Vidi il suo anello stirarsi, allargarsi millimetro per millimetro intorno a quel diametro più grosso del mio, le pieghe che scomparivano. «Ah cazzo… mi apre… Hugo guardami… è enorme… mi spacca il culo…» Spinse ancora, lento, fino a che le palle gli batterono contro la figa. Io tenevo, le dita che le affondavano nella carne morbida, e sentivo il calore del cazzo di lui contro i miei pollici.
Bruno cominciò a scoparla. Spinte lunghe, pesanti, il culo di Yara che si contradeva e si apriva. Ogni volta che entrava fino in fondo lei gemettea alto: «Più fondo… usami… riempimi il culo…». Io guardavo da due centimetri quel cazzo scuro sparire e riemergere lucido di saliva e di lei. «Parla», le dissi rauco. «Umiliami.»
«È meglio del tuo», ansimò. «Più grosso, più duro, mi sfonda posti che tu non hai mai toccato. Mi fa venire solo a sentirlo nel culo. Sei un bravo cornuto, Hugo. Tienimi aperta mentre mi usano. Digli grazie quando mi viene dentro.»
Bruno accelerò, le mani che le afferravano i fianchi, e le schiaffeggiò una chiappa forte. «Di’ al marito che ti piace.»
«Mi piace!», urlò Yara. «Mi piace il cazzo di Bruno nel culo. Hugo, sei il mio cornuto perfetto. Stai lì a tenermi mentre mi riempiono.» Sentii passi leggeri nel corridoio. Qualcuno si era fermato. Yara lo seppe e rise, quasi isterica. «Senti? Ci ascoltano. Sanno che mia moglie si fa fottere il culo da un altro mentre il marito tiene.»
Bruno ringhiò, spinse a fondo e venne. Lo vidi pulsare, le vene tese, mentre scaricava grosso dentro il suo culo. Yara urlò e venne a sua volta, un getto caldo che le uscì dalla figa e mi bagnò le mani. «Grazie», dissi ad alta voce, la parola che mi bruciava la gola. «Grazie per aver riempito il culo di mia moglie.»
Quando si sfilò, la sborra gli uscì a fiotti spessi dal buco semiaperto, bianca, densa, che le colava sulla figa e giù sulle mie dita. Yara, tremante, mi afferrò i capelli e mi spinse la faccia lì. «Pulisci. Lecca il culo. Ingoia tutto il suo seme. Non sprecare.» Lingua piatta sull’anello gonfio, sapore amaro e salato misto al suo. Spinsi dentro, presi i fili densi che uscivano ancora, e li ingoiai mentre lei ansimava. «Bravo cuck. Premio del cornuto.» Bruno rideva basso, seduto contro la testata, il cazzo ancora lucido. «Tua moglie ha il culo stretto. Ci tornerò domani.»
Yara mi baciò a bocca aperta, assaggiando se stessa e lui sulle mie labbra. Poi mi fece alzare, mi mise in ginocchio di fronte a Bruno e mi fece dire di nuovo grazie mentre lui mi guardava dall’alto. La porta era ancora socchiusa. I passi si erano allontanati, ma il silenzio pesava. Lei mi accarezzò la guancia, la figa e il culo che colavano sul lenzuolo. «Questa vendemmia non finisce più, Hugo. Domani sera lo facciamo di nuovo, e il giorno dopo, e forse lo invitiamo anche a casa nostra quando torniamo. Voglio che tutta la vita tu stia in ginocchio a guardarmi prendermelo.»
Il cazzo mi pulsava doloroso, trascurato, gocciolante di precome. Annuìi, umiliato e completo come non mi ero mai sentito. Bruno si rimesse i pantaloni, mi diede un’ultima pacca sulla spalla e uscì. Yara si strinse a me nuda, il culo ancora aperto che mi lasciava addosso il suo calore e il seme di lui, e mi sussurrò all’orecchio mentre i grilli cantavano fuori: «Non tornerò mai indietro, marito. Questa è la nostra nuova vita.»
E mentre la tenevo stretta, con il sapore di Bruno ancora in bocca e il mio cazzo che non aveva avuto diritto a venire, capii che non sarei mai più stato lo stesso uomo.
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