Assaggio di Lei tra i Barili: La Mia Prima Volta

Una sommelier ventiseienne e l’enologa trentaduenne si spogliano tra i barili e si leccano la figa fino a venire insieme.

10 min read September 17, 2026New

Mi chiamo Heather, ho ventisei anni e da appena una settimana lavoro come sommelier in una cantina sulle colline del Chianti. Quella sera d’autunno la cantina era deserta, i turisti se n’erano andati da ore e solo le luci basse delle lanterne illuminavano i lunghi corridoi tra i barili di rovere. Delphine, la trentaduenne enologa che supervisionava ogni vendemmia e ogni invecchiamento con mano ferma e sguardo profondo, mi aveva invitata a un assaggio privato. «Voglio che impari davvero», aveva detto con quel mezzo sorriso che già mi aveva fatto tremare le ginocchia durante la settimana.

Ci fermammo in uno spazio circolare creato da quattro barili enormi, quasi un nido di legno profumato. L’odore di rovere tostato si mescolava a quello dolce del vino versato. Delphine indossava una camicetta di seta bianca leggermente aperta sul décolleté e una gonna stretta color grafite che fasciava i suoi fianchi generosi. I capelli castani le ricadevano sulle spalle in onde morbide. Versò il Barolo nei due bicchieri con gesti precisi, quasi rituali. Quando mi passò il mio, le nostre dita si sfiorarono. Fu solo un istante, ma sentii una scarica calda risalirmi lungo il braccio e fermarsi tra le gambe. Alzammo i calici nello stesso momento. I nostri sguardi si incrociarono sopra il bordo di cristallo mentre il vino ci bagnava le labbra. Era ricco, strutturato, con un retrogusto di mora matura, pepe nero e terra umida. Eppure non era il vino che mi stordiva. Erano i suoi occhi scuri, fermi sui miei, e il modo in cui la sua lingua raccoglieva lentamente una goccia rossa dall’angolo della bocca.

Sorridemmo, complici, senza bisogno di parole. Appoggiò la mano sul barile accanto alla mia. Le nostre dita si toccarono di nuovo, stavolta di proposito. Un brivido mi attraversò i seni, i capezzoli si inturgidirono contro il pizzo del reggiseno. Pensavo: “È più grande di me, sa cosa vuole, e lo vuole da me”. Lo vedevo dal rossore leggero sulle sue guance, dal respiro che si era fatto appena più profondo. L’aria tra noi era elettrica, densa di un desiderio reciproco che nessuna delle due fingeva più di ignorare. Passammo il bicchiere più volte, ogni passaggio diventava una carezza prolungata sulle nocche, sui polsi. Il cuore mi batteva così forte che temevo lo sentisse anche lei. E forse lo sentiva, perché il suo sorriso si fece più lento, più consapevole.

Mentre discutevamo del retrogusto persistente, Delphine posò il bicchiere e si avvicinò di un passo. Il suo profumo, un misto di vaniglia, pelle calda e qualcosa di speziato, mi avvolse. La sua voce divenne bassa, quasi roca. «Heather… il tuo profumo mi eccita molto più di questo Barolo. È dolce, giovane, e mi fa bagnare solo a respirarlo». Arrossii violentemente, il calore mi salì dal collo fino alle orecchie, ma dentro di me una porta si spalancò. «Da ore voglio assaggiarti», confessai in un soffio, sorprendendo me stessa per la sincerità cruda. «Da quando ti ho vista chinarti sui tini questa mattina, non penso ad altro che alla tua pelle, alla tua bocca, alla tua figa».

Non ci fu più spazio tra noi. Le nostre labbra si sfiorarono prima piano, poi con urgenza crescente. Il bacio esplose, lingue che si cercavano avide, umide, fameliche. Sapeva di vino e di donna eccitata. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi, stringendo la carne soda attraverso la gonna, poi risalirono a coprire i suoi seni pesanti. Sentii i capezzoli duri sotto la seta e li strinsi tra pollice e indice, strappandole un gemito dentro la mia bocca. Lei rispose infilando le dita tra i miei capelli, tirandomi più vicina, mentre con l’altra mano mi accarezzava il culo, alzandomi la gonna fino alla vita. «Lo voglio», sussurrai contro le sue labbra gonfie. «Anch’io, Heather. Ti voglio da impazzire», rispose lei con voce tremante di desiderio.

Ci spogliammo tra i barili con gesti frettolosi eppure sensuali. La sua camicetta cadde per prima, rivelando un reggiseno di pizzo nero che conteneva a stento due seni pieni e rotondi. Slacciai il gancetto e li liberai, chinandomi a succhiare un capezzolo scuro mentre lei gemeva e mi premeva la testa contro di sé. La mia blusa e il reggiseno finirono su un barile. La sua gonna scivolò giù insieme alle mie, lasciando entrambe in slip. Il suo era nero, già bagnato al centro; il mio di pizzo bianco era fradicio. Li abbassammo insieme, guardandoci negli occhi mentre scoprivamo le nostre fiche depilate, lucide di eccitazione. L’odore della nostra eccitazione si mescolò a quello del legno e del vino. Nude tra i barili, i corpi che si toccavano, i seni che premevano uno contro l’altro, ci baciammo ancora, più lente stavolta, assaporando il momento.

Delphine prese una coperta morbida che usavamo per gli assaggi all’aperto e la stese sul pavimento di pietra tra due barili giganteschi. Mi fece sdraiare con dolcezza autoritaria, aprendo le mie gambe senza fretta. Si mise in ginocchio, il viso a pochi centimetri dalla mia figa già gonfia e bagnata. «Sei bellissima», mormorò, e la sua lingua esperta e vorace mi lambì dalla fessura fino al clitoride. Urlai di piacere. La sua bocca era calda, la lingua larga e piatta che mi leccava con colpi lunghi, poi veloci e puntuti sul clitoride turgido. Succhiava, beveva i miei succhi, infilava la lingua dentro di me come se volesse scoparmi con essa. Tirai i suoi capelli folti, spingendo il bacino contro la sua faccia, gemendo senza controllo: «Sì, così… leccami la figa, Delphine, ti prego, non fermarti». L’orgasmo arrivava già, ma lei rallentò, prolungando l’agonia.

Mi fece girare a quattro zampe, il seno premuto contro la coperta ruvida, il culo alto offerto a lei. Sentii due dita spesse penetrarmi da dietro, profonde, mentre la sua bocca si chiudeva di nuovo sul mio clitoride. Iniziò a scoparmi con le dita, curve a cercare quel punto magico, la lingua che succhiava e vibrava sul bottoncino sensibile. Venni violentemente, urlando il suo nome, le pareti della figa che si contraevano intorno alle sue dita, uno schizzo caldo che le bagnò il mento. Le gambe mi tremavano, ma lei non mi diede tregua.

Ci spostammo in posizione sessantanove, io sopra di lei, la mia faccia affondata tra le sue cosce aperte. Il suo sapore era divino: dolce, muschiato, leggermente acidulo. Leccai la sua figa bagnatissima con fame disperata, succhiando il clitoride carnoso, infilando due dita dentro di lei mentre lei faceva lo stesso con me. I nostri gemiti erano attutiti dalle fiche dell’altra, i corpi sudati che scivolavano uno sull’altro. Succhiavamo, leccavamo, divoravamo con urgenza crescente. Sentivo l’orgasmo arrivare di nuovo, più grande, e capii dal tremore delle sue cosce che anche lei era vicina. Venimmo insieme, urlando contro le nostre intimità, i corpi scossi da spasmi simultanei, i succhi che ci inondavano la bocca e il mento. L’eco dei nostri gridi rimbalzò tra i barili come una confessione proibita.

Ansimanti, lucide di sudore, restammo abbracciate sulla coperta, i cuori che battevano all’unisono. Ci baciammo dolcemente, le lingue che mescolavano il sapore delle nostre fiche con quello residuo del Barolo rimasto nei bicchieri rovesciati lì accanto. Delphine mi accarezzò i capelli umidi e sussurrò contro le mie labbra: «Questa è solo la prima di molte assaggiate insieme, Heather. E non finisce qui». Ci rivestimmo lentamente, scambiandoci sorrisi complici, sfiorandoci ancora i seni mentre chiudevamo bottoni e cerniere. Le promesse mute nei nostri occhi erano chiare: il desiderio non si era spento, bruciava ancora più forte. Mentre raccoglievo la coperta sentii i suoi occhi sul mio corpo e capii che la notte, tra questi stessi barili o forse altrove nella cantina buia, ci avrebbe portate ancora più lontano. Il mio corpo già fremeva al pensiero di cosa sarebbe successo dopo, di quanto ancora volevo darle e prendere da lei prima che l’alba ci trovasse.

Non feci in tempo a piegare del tutto la coperta che le dita di Delphine si chiusero intorno al mio polso, fermandomi con quella autorità dolce che mi aveva già conquistata. Il suo corpo nudo, ancora lucido di sudore e dei nostri umori, premeva contro la mia schiena; sentivo i suoi seni pesanti schiacciarsi contro di me, i capezzoli duri come sassolini roventi. «Non osare rivestirti, Heather», mormorò contro il mio orecchio, la voce roca e bassa che mi fece bagnare di nuovo all’istante. «Hai ventisei anni e una figa che ancora pulsa per me. Io ne ho trentadue e so perfettamente quanto tempo ci vuole per farti venire ancora, e ancora, fino a farti tremare le gambe.»

Il cuore mi martellava nel petto. Pensavo di essere sazia dopo quell’orgasmo condiviso nella sessantanove, invece il suo fiato sul collo riaccendeva tutto: il desiderio, la vergogna dolce, la fame assoluta di lei. Mi voltai tra le sue braccia e le nostre bocche si trovarono di nuovo, questa volta senza fretta, lingue che si intrecciavano lente, assaporando il retrogusto di figa, vino e saliva. Le mie mani scesero sui suoi fianchi generosi, stringendo la carne soda mentre lei mi spingeva contro uno dei barili enormi. Il legno di rovere, ancora caldo del giorno, mi graffiò piacevolmente la schiena. Delphine prese la bottiglia di Barolo rimasta sul barile vicino e la inclinò sopra di me.

Il vino rosso, denso e freddo, colò tra i miei seni, tracciando rivoli che mi fecero rabbrividire. Lei seguì ogni goccia con la lingua larga e calda, leccando dal centro del petto fino al capezzolo sinistro, succhiandolo con forza fino a farmi gemere dentro la sua bocca. «Sai di mora matura e di figa giovane», sussurrò prima di versare altro vino direttamente sul mio capezzolo destro, poi di prenderlo tra i denti e tirarlo. Il dolore dolce mi attraversò come una scarica elettrica, fermandosi tra le gambe. Ero già fradicia, i succhi che mi colavano lungo le cosce interne. Pensavo: “È la prima volta che qualcuno mi usa come coppa di vino, ed è la cosa più sporca e perfetta che abbia mai provato”.

Delphine scese in ginocchio tra i barili, aprendo le mie gambe con le mani forti. Mi fece appoggiare meglio contro il legno, il culo nudo premuto contro le doghe curve, e versò un filo generoso di Barolo direttamente sulla mia figa depilata e gonfia. Il freddo improvviso mi strappò un grido; sentii il liquido entrare tra le labbra, mescolarsi ai miei umori, colare sul clitoride turgido. Poi arrivò la sua bocca. La lingua piatta leccò tutto dal basso verso l’alto, bevendo il vino misto ai miei succhi con avidità rumorosa. Succhiava le grandi labbra, le mordeva piano, poi puntava la lingua sul clitoride e lo vibrava velocissima. «Leccami così, ti prego… bevi tutto dalla mia figa», implorai, la voce spezzata, una mano tra i suoi capelli castani per tenerla ferma contro di me.

Lei infilò due dita dentro di me senza preavviso, curve verso l’alto a massaggiare quel punto spugnoso che mi faceva vedere lampi di luce. Il suono osceno del vino e dei miei umori che schizzavano a ogni affondo riempiva lo spazio circolare tra i quattro barili. L’odore era denso: rovere tostato, mora matura, figa eccitata, sudore di donna. Venni con un urlo rauco, le pareti che si contraevano spasmodicamente intorno alle sue dita, uno schizzo caldo che le bagnò il mento e il collo. Le gambe mi tremavano così forte che dovette sostenermi, continuando a leccare piano mentre l’orgasmo si prolungava in onde sempre più piccole.

Non le diedi il tempo di rialzarsi. La spinsi sulla coperta con dolce violenza, rovesciando i ruoli. Adesso era lei, la trentaduenne enologa dal corpo maturo e generoso, a sdraiarsi tra i barili con le gambe aperte per me. I suoi occhi scuri brillavano di sfida e di piacere. Presi la bottiglia e versai il Barolo sui suoi seni pesanti, guardandolo scorrere tra le pieghe della carne, raccogliersi intorno ai capezzoli scuri. Mi abbassai e leccai tutto con dedizione religiosa, succhiando ogni goccia, mordendo la pelle sotto il seno fino a lasciarle segni rossi che scomparvero presto. «Più giù, Heather… non farmi aspettare», ordinò con quel tono che mi faceva bagnare ancora di più.

Versai il resto del vino direttamente sulla sua figa aperta, vedendo il liquido rosso mescolarsi al bianco perlaceo dei suoi umori. L’odore divenne inebriante. La mia bocca si attaccò subito, lingua che entrava e usciva, labbra che succhiavano il clitoride carnoso come se fosse un piccolo frutto maturo. Infilai tre dita nella sua figa calda e scivolosa, pompando con forza mentre la lingua batteva senza pietà sul punto più sensibile. Delphine inarcò la schiena, i talloni piantati sulla coperta, e gridò il mio nome mentre veniva, la figa che mi stringeva le dita in contrazioni violente, uno schizzo caldo che mi inondò la bocca e il mento. Bevvi tutto, ubriaca di lei, di vino, di desiderio.

Ci guardammo ansimanti, entrambe con le labbra gonfie e lucide. Non bastava ancora. La tirai verso di me finché le nostre gambe si intrecciarono in una forbice perfetta: fiche premute una contro l’altra, clitoridi che si baciavano direttamente, bagnati e caldi. Iniziammo a muoverci, prima piano, poi sempre più frenetiche, sfregando le nostre intimità con forza crescente. Il rumore umido e osceno delle nostre fighe che si scopavano a vicenda era il suono più erotico che avessi mai sentito. «Senti come la mia figa bacia la tua?» ansimò Delphine, i seni che ballavano a ogni spinta. «Sì… scopami così, voglio venire sulla tua figa, voglio sentirti pulsare contro di me», risposi io, accelerando il ritmo, i fianchi che roteavano per aumentare la pressione sui clitoridi.

Il piacere saliva come una marea calda. I nostri succhi si mescolavano, rendendo lo sfregamento scivoloso e perfetto. I barili intorno a noi sembravano assistere in silenzio al nostro amplesso selvaggio. Venimmo insieme per l’ennesima volta, urlando senza più controllo, i corpi scossi da spasmi simultanei, le fiche che pulsavano e schizzavano una contro l’altra in un orgasmo lunghissimo e devastante. Restammo così, intrecciate, sudate, tremanti, mentre l’eco dei nostri gridi si spegneva tra il legno antico.

Solo allora, mentre l’alba filtrava dalle alte finestre della cantina e io cercavo di riprendere fiato tra le sue braccia, la verità mi colpì come un bicchiere rovesciato: tutto questo non era mai successo davvero, ero sola tra i barili da ore con una mano tra le gambe e il bicchiere di Barolo vuoto accanto, a masturbarmi furiosamente immaginando una donna che non mi aveva mai guardata due volte.

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