Pretendevano di essere amanti
Divorziati da anni, il quarantenne Marco e la trentenne Giulia fingono di essere amanti focosi in un hotel di lusso e finiscono per scoparsi con rabbia e desiderio vero.
Il Grand Hotel Excelsior puzzava di soldi e di pretensione, esattamente il tipo di posto che Marco odiava con ogni fibra del suo corpo di quarantaduenne divorziato e cinico. Commesso viaggiatore di prodotti di lusso per la casa, si trascinava da una città all’altra con la valigia e un sorriso falso cucito sulla faccia. Quella sera, però, il sorriso doveva essere ancora più falso. Il contratto con la catena di resort di Reid Valenti valeva mezzo milione, e Reid aveva insistito: «Porta la tua ragazza, Marco. Voglio vedere un uomo che sa godersi la vita, non un morto di cazzo solo».
Così era finito a piantare la sua ex moglie Giulia — trentadue anni, ancora una calamita per gli sguardi, curve da far bestemmiare un prete — come la sua amante focosa. Si detestavano. Si detestavano da quando, tre anni prima, lei gli aveva tirato il divorzio in faccia accusandolo di essere «emotivamente castrato e sessualmente pigro», e lui le aveva risposto che lei era «una stronza narcisista con il clitoride in permanente stato di emergenza». Eppure eccoli lì, braccio sotto braccio, nell’atrio di marmo.
Giulia indossava un abito nero che le stringeva i seni come due promesse scollacciate e le lasciava le gambe libere di fare danni. Marco sentì il cazzo muoversi traditore già al primo contatto del suo profumo.
«Sorridi, stronzo», sussurrò lei tra i denti, appoggiandogli una mano sul petto. «Reid ci sta guardando dal bar.»
«Sorrido, troia elegante», rispose lui a voce bassissima, chinandosi a baciarle la tempia. Le labbra le sfiorarono la pelle e un brivido gli salì dritto all’inguine. «Se mi tocchi ancora il petto così, mi viene duro davanti a tutti e poi spiego a Reid che è amore vero.»
Giulia rise piano, una risata da gatta che graffia. Premette i seni contro di lui, morbidi e caldi, e gli morse piano il lobo dell’orecchio. «Sei già duro, lo sento contro la coscia. Che schifo. Mi piace.»
Reid si avvicinò con due flute di champagne e la sua assistente Miriam, una donna secca dagli occhiali a farfalla. «Ecco gli amanti! Marco, presentami questa bellezza.»
«Giulia», disse Marco, stringendole la vita con possessività teatrale. La mano scivolò più in basso del dovuto, affondando nella curva del suo culo. Giulia non si mosse; anzi, si spostò appena per dargli più presa, mentre sottovoce gli soffiava: «Se mi palpi ancora ti stacco le palle con i denti, amore».
«Con piacere», mormorò lui, e le strinse una chiappa forte abbastanza da farle trattenere un gemito. I loro corpi si ricordavano tutto. Troppo. Le notti in cui lui la spingeva contro il frigorifero e lei gli graffiava la schiena urlando insulti che poi diventavano preghiere.
Durante la cena di gala la farsa salì di livello. Giulia gli sedeva accanto, una mano sotto il tavolo a accarezzargli la coscia alta mentre chiacchierava di vini con Silas, il socio di Reid. Ogni tanto gli volta un’occhiata carica di odio puro e di qualcosa di più sporco. Marco le passava il braccio dietro le spalle, le dita che sfioravano il bordo della scollatura, e lei sussurrava: «Continua così e ti faccio venire nei pantaloni come un ragazzino. Poi spiego a tutti che sei eccitato dalla mia noia».
«La tua noia mi ha sempre fatto venire», ribatté lui, e le premette il pollice sull’interno coscia, sentendo il calore umido attraverso il tessuto. «Sei già bagnata, vero? Ipocrita.»
Lei arrossì di rabbia e di lussuria. «Vaffanculo.»
«Più tardi. Con impegno.»
Quando finalmente riuscirono a scusarsi — «abbiamo bisogno di un po’ di… privacy, capite» — e salire nella suite panoramica, la porta non si era ancora richiusa che Giulia lo spinse contro il muro con entrambe le mani sul petto.
«Ti odio», dichiarò, gli occhi neri di sfida. «Ti odio da farmi male allo stomaco. E proprio per questo voglio che mi scopi. Sul serio. Adesso. Voglio sentire quel tuo cazzo da stronzo che mi riempie mentre ti dico quanto sei un pezzo di merda.»
Marco rise, una risata rauca e sollevata. Le afferrò i polsi e glieli bloccò sopra la testa per un attimo, solo per assaporare la resa che non era resa. «Anche io ho una voglia matta di farti urlare, Giulia. Di farti venire così forte che domani a colazione non riuscirai a sederti senza pensare a me. D’accordo. Scopiamoci. Con rabbia e tutto il resto.»
Lei non aspettò altro. Si liberò, scese in ginocchio sul tappeto di seta e gli aprì la cerniera con mani frettolose. Il cazzo di Marco saltò fuori, già duro, venato, la testa lucida. Giulia lo guardò negli occhi con pura sfida e se lo infilò in bocca fino in fondo, le labbra strette, la lingua che lavorava sotto mentre succhiava con avidità rumorosa. Bava e saliva, guance cave, e ogni tanto si staccava per dirgli: «Sai di tradimento e di pessime decisioni. Delizioso».
Marco le afferrò i capelli, ma non spinse; la lasciò fare, godendosi lo spettacolo di quella bocca che lo odiava e lo divorava. «Cazzo, Giulia… continui a parlarmi così e ti vengo in gola prima di averti scopata.»
Lei rise con la bocca piena, il suono vibrò sul glande, poi lo succhiò più a fondo, fino a quasi soffocare, occhi lucidi di lacrime e di malizia. Quando lui fu sul punto di perdere il controllo, la sollevò di peso. Lei strillò una risata. Lui la piegò sul tavolo di legno scuro della suite, le alzò la gonna, le strappò le mutandine (pizzo nero, ovviamente, la stronza sapeva) e le aprì le cosce.
«Guardami mentre ti entro», ordinò, e spinse dentro di lei con un colpo solo, fino alle palle. Giulia era già fradicia, calda, stretta come se il tempo non fosse passato. Gemette forte, mezzo insulto e mezzo piacere. «Figlio di puttana… più forte.»
Marco la prese da dietro con spinte rapide e profonde, le mani che le affondavano nei fianchi, il suono bagnato e osceno che riempiva la stanza. Le diede uno schiaffo leggero su una chiappa e lei rise di nuovo. «Ancora, codardo.»
Dopo qualche minuto la girò di scatto, la sollevò e la scaraventò sul letto king-size. Le aprì le gambe, le tenne i polsi sopra la testa con una mano sola e la penetrò di nuovo in missionary, spinte lunghe che le facevano rimbalzare i seni. Con l’altra mano le diede schiaffetti leggeri e precisi sul clitoride tra una spinta e l’altra, guardandola contorcersi e ridere e bestemmiare.
«Ti odio», ansimava lei, venendo una prima volta con un urlo strozzato. «Ti odio, ti odio, non smettere, brutto stronzo del cazzo—»
«Vieni ancora», le ordinò lui, ridendo contro la sua bocca mentre la baciava con denti e lingua. Continuò a scoparla, alternando profondità e quei piccoli schiaffi umidi sul clitoride gonfio, finché lei venne di nuovo, le gambe che gli tremavano ai fianchi, e lui la seguì con un gemito basso, svuotandosi dentro di lei a spinte convulse.
Restarono agganciati, sudati, il cazzo ancora che pulsava nelle sue contrazioni. Giulia rise, ancora ansimante, i capelli scuri sparsi sul cuscino, le guance rosse.
Restarono agganciati ancora un minuto, il respiro che si scontrava, il cazzo di Marco che si ammorbidiva piano dentro di lei ma non abbastanza da uscire. Giulia gli diede un leggero calcio al fianco con il tallone.
«Smettila di palpitarmi dentro come un pesce moribondo. Mi stai facendo il solletico dove non devi.»
Marco rise contro il suo collo, un suono basso e stanco. «Il tuo utero mi sta strizzando i saluti. È educato, a differenza tua.»
«Il mio utero ti manda a fanculo e ti ricorda che tre anni fa non sapevi neanche dove fosse.» Si staccò di scatto, facendolo scivolare fuori con un suono umido e indecente. Si alzò a sedere sul letto, i seni ancora segnati dalle dita di lui, le cosce lucide di sborra e dei suoi stessi liquidi. «Non abbiamo finito, vero? Perché io ho ancora voglia di odiarti a dovere. E tu hai ancora un cazzo che sa fare il suo mestiere quando smette di fare il cinico.»
Marco si stese sulla schiena, le braccia aperte, il petto sudato che saliva e scendeva. A quarantadue anni il corpo teneva ancora, muscoli da chi cammina troppo e mangia male ma fotte con rabbia. «Vieni qui, narcisista. Siediti sulla mia faccia prima che mi riprenda. Voglio sentire se il tuo odio ha lo stesso sapore di una volta.»
Giulia scosse la testa, i capelli scuri che le cadevano sugli occhi, e rise. «Sei disgustoso. Mi piaci così.» Si spostò a cavalcioni sul suo torace, poi più su, le ginocchia ai lati della testa di lui. Marco le afferrò le chiappe e la tirò giù senza preavviso. La lingua le aprì le pieghe ancora gonfie, leccò la sborra sua mista al gusto di lei, spinse dentro e succhiò il clitoride con la stessa precisione petulante di quando le faceva i dispetti in cucina. Giulia gemette, una mano che gli affondava nei capelli, l’altra che si appoggiava alla testiera.
«Cazzo… così… brutto pezzo di merda affamato.» Le anche si muovevano in cerchio, strofinandosi sulla bocca di lui. Marco le diede uno schiaffo sulla coscia e continuò a mangiarla come se fosse l’ultima cena, il naso premuto contro il monte di Venere, la lingua che alternava spinte e vibrazioni rapide. Lei rideva e imprecava insieme, il suono rotto. «Mi fai venire e poi ti lamenti che sono una stronza. Ipocrita. Ah—più a sinistra, no, lì, proprio lì dove mi hai sempre odiato.»
Quando le gambe le tremarono di nuovo, si sollevò di scatto prima del secondo orgasmo. «Non ancora. Voglio sentirti duro di nuovo.» Si voltò, gli si chinò sopra e gli prese il cazzo in mano. Era già a metà strada, lucido di residui. Lo succhiò con lunghe passate lente, la lingua che girava intorno alla corona, una mano che gli massaggiava le palle con una tenerezza sarcastica. «Sai che odore hai? Di hotel costoso e di decisioni di merda. Delizioso. Cresci per me, stronzo. Voglio rimontarti finché non ti viene da chiedermi scusa per avermi sposata.»
Marco ansimò, le dita nei suoi capelli. «Non ti chiederò mai scusa per quello. Ti chiederò scusa solo se non riesco a farti squirtare sul mio pancia. Alzati.»
Lei obbedì con un sorrisetto da gatta. Si posizionò a cavalcioni, gli afferrò il cazzo e se lo infilò da sola, scendendo centimetro per centimetro mentre lo guardava negli occhi. «Senti com’è stretta, vero? Tre anni di dildi e di uomini del cazzo non l’hanno rovinata. Solo tu sapevi aprirmela così.» Si mosse, prima lenta, poi più forte, le tette che rimbalzavano a ogni botta. Marco le tenne i fianchi e spinse dal basso, incontrandola a metà. Il letto scricchiolava, il suono delle palle contro il culo di lei riempiva la suite insieme ai loro insulti affettuosi.
«Più forte, divorziato di merda. Fai come se volessi ancora tenermi.»
«Ti terrei solo per fotterti ogni mattina e poi litigare sul caffè. Continua a muoverti così, troia elegante. Cazzo, sei bagnata da far schifo. Mi piace da morire.»
Si baciarono mentre scopavano, denti, lingue, sapore di champagne e di figa. Giulia gli morse il labbro inferiore fino a quasi farlo sanguinare e lui le diede uno schiaffo sul culo in risposta, il rumore secco che le fece stringere intorno al cazzo. Rise contro la sua bocca. «Ancora. Marchiami. Voglio sedermi a colazione con il culo rosso e il sorriso di chi sa di averti usato.»
Marco la ribaltò senza uscire da lei. Ora era lui sopra, le gambe di Giulia piegate contro il petto, le ginocchia alle spalle. Spingeva profondo, lento all’inizio, poi accelerando, il pube che le strofinava il clitoride a ogni botta. Le teneva i polsi sopra la testa di nuovo, ma questa volta lei gli intrecciò le dita e strinse, come se l’odio avesse bisogno di un’ancora.
«Parlami sporco», ansimò lei. «Dimmi quanto mi odi mentre mi riempi.»
«Ti odio perché sei ancora la figa più stretta e cattiva che abbia mai scopato. Ti odio perché il tuo corpo si ricorda di me meglio di quanto io voglia. E ti odio perché stai per venire di nuovo e io voglio vederti farmelo sul cazzo, stronza bella.»
Giulia venne con un urlo rauco, le unghie che gli scavavano i dorsi delle mani, le pareti che gli pulsavano intorno in ondate. Marco non si fermò. Continuò a spingere attraverso l’orgasmo di lei, allungandolo, facendola contorcere e ridere e piangere di piacere. Quando fu vicino, uscì, le diede un’ultima leccata rapida e disordinata tra le gambe, poi le si rimise sopra e la penetrò di nuovo, due, tre spinte e si scaricò dentro di lei con un gemito gutturale, il corpo che le si collassò addosso.
Restarono così, sudati, il cuore che martellava a due ritmi diversi. La suite odorava di sesso e di profumo costoso. Fuori le luci della città pulsavano indifferentemente.
Giulia gli accarezzò i capelli con una mano pigra, poi si fermò. «Marco.»
«Mmm.»
«Questo… non sistema un cazzo, vero?»
Lui alzò la testa, gli occhi ancora velati di piacere. «No. Non sistema un cazzo.»
Silenzio. Solo il respiro che si calmava. Lei scozzò lo sguardo verso il soffitto, le labbra ancora gonfie. «Domani a colazione sorrideremo a Reid. Io ti passerò la marmellata. Tu mi toccherai la coscia sotto il tavolo. Poi ognuno riprende il suo treno di merda e torna a odiarsi a distanza. Giusto?»
Marco restò dentro di lei ancora un secondo di troppo, poi scivolò fuori e si girò a pancia in su. La sborra gli colava lenta sulla coscia. Guardò il soffitto anche lui. «Giusto. È solo sesso arrabbiato. Niente di più.»
Ma la frase gli restò in gola come un osso. Giulia si alzò, andò in bagno zoppicando esageratamente per ridere, chiuse la porta. L’acqua del rubinetto coprì qualunque altra cosa. Marco restò sul letto, il corpo sazio e la testa improvvisamente leggera di un dubbio che non voleva nominare. Forse era solo l’adrenalina. Forse era il contratto da mezzo milione. O forse, e questa era la parte che gli faceva male allo stomaco più di qualsiasi insulto, era il fatto che per un attimo, mentre lei veniva urlando il suo nome come una maledizione, aveva smesso di fingere.
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