Riunione Proibita nella Stanza dell'Aeroporto con la Moglie del Mio Mentore
Marco, 32 anni, si scopa con passione la moglie 48enne del suo mentore nella stanza privata dell'aeroporto.
Marco spingeva la valigia a rotelle tra la folla del terminal Fiumicino, il cuore già in ritardo di venticinque minuti sulla riunione che avrebbe dovuto siglare il contratto per il nuovo polo direzionale. Trentadue anni, architetto con lo studio ancora troppo piccolo per i suoi ambizioni, e l’orologio che gli mangiava i nervi. Fu allora che la vide.
Laura Rossi sedeva sola in un angolo della lounge VIP, le gambe incrociate sotto la gonna nera che le saliva un po’ troppo sulla coscia, i capelli castani tirati in una crocchia elegante che lasciava scoperta la nuca. Quarantotto anni e un corpo che il tempo aveva solo reso più carnale: seni pieni sotto la camicia di seta bianca, labbra dipinte di un rosso scuro, occhiali da sole ancora posati sul naso nonostante la luce soffusa. La moglie del professor Rossi, il suo vecchio mentore, l’uomo che gli aveva aperto le porte dell’università e poi dello studio. La donna proibita che, nelle cene di famiglia e nei convegni, lo aveva sempre fatto sudare sotto la camicia.
Si avvicinò senza pensarci.
«Laura?»
Lei alzò lo sguardo, sorpresa, poi un sorriso lento le si aprì sulle labbra. «Marco. Che ci fai qui?»
«Riunione. In ritardo, ovviamente. E tu?»
«Volo cancellato. Londra potrà aspettare. Mi hanno messo qui a marcire fino al prossimo slot.» La voce era bassa, calda, con quel filo di fumo che ricordava le serate in terrazza a Roma, quando il professore parlava di progetti e lei, silenziosa, lo guardava da sopra il bicchiere di vino.
Si sedettero uno di fronte all’altra al tavolino basso. Il rischio era palpabile: qualcuno del giro universitario avrebbe potuto riconoscerli, un collega del professore, un ex studente. La lounge era semi-deserta a quell’ora, ma le porte di vetro davano sul corridoio principale.
«Sono anni che non ci si vedeva così, da soli», mormorò Marco, e sentì il sangue scendere già tra le gambe solo a dirlo.
Laura inclinò la testa, gli occhi che gli mangiavano il volto. «Ti guardavo sempre, lo sai? Alle cene. Quando Rossi parlava e tu facevi finta di ascoltare. Io vedevo dove andavano i tuoi occhi.» Si sporse in avanti. «Sulle mie gambe. Sul collo. Sulla scollatura quando mi chinavo a riempire i bicchieri.»
Marco deglutì. «E tu?»
«Io mi bagnavo solo a pensare a quello che avresti potuto farmi se lui non ci fosse stato.» La mano di lei scivolò sotto il tavolino, sfiorò la coscia di Marco sopra il pantalone, poi più in alto, deliberata, premendo contro il rigonfiamento che già premeva il tessuto. «Anni di segreto. Anni a fingere di essere solo la signora Rossi. E adesso siamo qui. Se qualcuno ci vede…»
«Ce ne fotte», rispose lui, la voce rauca. «Voglio te. Adesso.»
Laura annuì, le pupille dilatate. «Hai una stanza?»
Marco aveva prenotato una delle camere private dietro la lounge, pensate per i voli overnight o per chi doveva lavarsi e cambiare. Pagò il supplemento in fretta, il cuore che batteva nelle tempie. La porta si chiuse alle loro spalle con un click sordo. Chiavistello girato. Luce soffusa. Un tavolo, un divano, un lavabo.
Laura non aspettò. Si inginocchiò subito sul tappeto, le ginocchia affondate, le mani che gli sbottonavano i pantaloni con fretta avida. Il cazzo di Marco balzò fuori già duro, venato, la testa lucida di liquido. Lei lo guardò negli occhi mentre lo prendeva in bocca, le labbra rosse che scivolavano lungo l’asta fino a toccargli il pube.
«È così sbagliato», mormorò contro la carne calda, la lingua che leccava il frenulo. «Tuo mentore… mio marito… e io che ti succhio il cazzo come una troia. Mi bagno solo a dirlo.» Sputò sulla testa, lo massaggiò con la mano mentre le labbra risucchiavano forte, guance cave, gola che si apriva. Marco le afferrò i capelli, gemendo, spingendo piano ma deciso finché lei non lacrimò di piacere.
«Alzati», ragliò lui.
La sollevò di peso, la girò, la piegò sul tavolo. La gonna risalì sulle natiche, lo slip di pizzo nero tirato di lato. Era già gocciolante, le labbra rosate gonfie. Marco si allineò e la penetrò d’un colpo solo, fino in fondo, le anche che sbatterono contro le sue. Laura gridò a denti stretti, le unghie che graffiavano il legno.
«Scopami», ordì. «Scopami forte come se non ci fosse un domani.»
Lui la prese da dietro in doggy, le mani che le afferravano i fianchi, il cazzo che spingeva a colpi lunghi e poi corti, umidi, il suono carnale che riempiva la stanza. «Guarda che bel culo ha la moglie del professore», borbottò, dandole uno schiaffo leggero sulla natica. «Anni a masturbarmi pensando a queste tette, a questa figa stretta. Adesso è mia.»
La girò di scatto, la scaraventò sul divano. Si calò tra le sue cosce, le spalle che le aprivano le gambe, e entrò di nuovo in missionary, faccia a faccia. I seni di Laura, ancora semi-coperti dalla camicia sbottonata, gli riempirono le mani: li strinse, li sollevò, le succhiò i capezzoli duri mentre martellava dentro di lei. Lei gli graffiò la schiena sotto la camicia, lasciando segni rossi, le gambe avvinte intorno ai suoi fianchi.
«Più forte», gli ordinò all’orecchio. «Sbattimi come la puttana proibita che sono. Vieni dentro di me, Marco. Voglio sentire il cazzo del pupillo di mio marito che mi riempie.»
I colpi diventarono selvaggi, il divano che scricchiolava. Lei venne prima, il corpo che si inarcò, la figa che si contraeva a spasmi intorno a lui, un gemito lungo e strozzato. Marco la seguì un attimo dopo, spingendo fino in fondo, scaricando a getti caldi mentre mormorava contro le sue labbra quanto gli piacesse fottersi la moglie del suo mentore, quanto fosse dolce e sporco e devastante.
Rimasero ancora uniti per lunghi secondi, ansimanti, sudati, il cuore che martellava contro le costole. Poi, lentamente, si staccarono. Laura si alzò con le gambe ancora tremanti, recuperò lo slip, si sistemò la gonna. Marco riallacciò i pantaloni, le mani che ancora le cercavano i fianchi. Si baciano a lungo, profondi, lingue lente, il sapore del peccato ancora in bocca. Fuori, oltre la porta chiusa, il terminal viveva la sua vita normale, e loro sapevano che non era finita: c’era ancora tempo prima del prossimo volo, ancora desiderio che bruciava sotto la pelle, e il rischio che qualcuno bussasse o che un messaggio del professore li riportasse bruscamente alla realtà.
Marco la tenne ancora stretta contro il divano, le labbra che non riuscivano a staccarsi dalle sue. Il sapore di Laura era salato di sudore e di sesso, il rosso del rossetto macchiato ai lati della bocca. Lei gli morse il labbro inferiore, un morso leggero ma deciso, e sussurrò contro i suoi denti: «Non basta. Non ancora. Sento ancora il tuo cazzo che mi pulsa dentro, ma voglio di più. Voglio che mi usi finché non riesco più a camminare dritta quando uscirò da qui.»
Le mani di lei scesero di nuovo, sbottonarono del tutto la camicia di seta, la lasciarono scivolare sulle spalle. I seni pieni, pesanti, i capezzoli ancora umidi della saliva di lui, si offrirono. Marco li prese a manciate, li strinse forte, le unghie che affondavano nella carne morbida. Laura gemette, gettò indietro la testa. Lui le succhiò un seno intero in bocca, la lingua che girava intorno al capezzolo duro, mentre l’altra mano le scendeva tra le gambe. Lo slip era ancora tirato di lato; le dita di Marco scivolarono dentro la figa calda, già di nuovo scivolosa del suo sborra mescolato al suo umore. Due dita, poi tre, che la scavavano in profondità, il pollice che le strofinava il clitoride gonfio.
«Senti come sei piena di me», mormorò lui, la voce roca. «La moglie del professor Rossi, qui, con le dita del suo pupillo che ti aprono. Se lui sapesse…»
«Lo so», ansimò Laura, le anche che si muovevano incontro alle sue mani. «Mi farebbe schifo e mi ecciterebbe allo stesso tempo. Continua. Più a fondo.»
Marco la spinse all’indietro sul divano, si inginocchiò tra le sue cosce aperte. Le leccò la figa con fame, la lingua larga che raccoglieva il sapore denso di entrambi, succhiando le labbra gonfie, spingendo la punta dentro di lei. Laura gli afferrò i capelli, gli premette il viso contro di sé, i fianchi che si sollevavano. «Sì… mangiami… lecca tutto il cazzo di tuo mentore che mi hai messo dentro. Sono una puttana. La tua puttana proibita.»
Lui la leccò fino a farla tremare di nuovo, poi si alzò, il cazzo di nuovo duro, gonfio, lucido. La girò a quattro zampe sul divano, le ginocchia affondate nei cuscini, il culo alto, la gonna ancora arrotolata sulla vita. Si allineò e la penetrò di colpo, fino alle palle. Laura gridò, un suono soffocato contro il bracciolo. Marco le afferrò i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni bianchi e rossi, e iniziò a scoparla con colpi lunghi, pesanti, che facevano sbatacchiare le natiche contro il suo basso ventre. Ogni spinta faceva oscillare i suoi seni pesanti.
«Guarda che figa stretta», borbottò, dandole uno schiaffo più forte sulla natica. Il suono secco riempì la stanza. «Anni a sedermi a tavola con Rossi, a parlare di progetti, e sotto il tavolo mi si induriva solo a guardarti. Adesso ti scopio come meriti. Come la moglie traditrice che sei.»
Laura spingeva indietro, incontrando ogni colpo. «Più forte… usami… voglio che mi fai male di piacere. Dimmi cose sporche. Dimmi chi sono.»
«Sei la troia del professore», ringhiò Marco, accelerando. Afferrò i capelli tirati nella crocchia, li sciolse con un gesto, li avvolse nel pugno e le tirò la testa all’indietro mentre la martellava. «La signora Rossi che si fa riempire di sborra dal ragazzo che lui ha formato. Senti come ti batto? Senti il cazzo del suo allievo che ti sfonda?»
«Sì… cazzo sì…» Lei era bagnata, i fluidi che scendevano lungo le cosce interne, il suono umido e osceno di carne contro carne. Marco le allungò una mano sotto, le strofinò il clitoride con dita veloci e ruvide mentre la scopava. Laura si spezzò di nuovo, un orgasmo violento che la fece contrarre a spasmi intorno a lui, le gambe che tremavano, un gemito lungo che non riuscì a trattenere del tutto. «Vieni… vieni dentro… riempimi di nuovo…»
Ma lui non venne. Si ritrasse, ansimante, il cazzo pulsante e lucido. La girò di scatto, la fece sedere a cavalcioni sulle sue cosce mentre lui si adagiava sul divano. Laura si abbassò su di lui, guidò il cazzo dentro la figa ancora contrattile e iniziò a cavalcarlo con urgenza, i seni che rimbalzavano davanti al suo viso. Marco li prese in bocca a turno, li succhiò forte, le denti che graffiavano i capezzoli. Lei si muoveva su e giù, avanti e indietro, prendendo tutto, la testa gettata all’indietro, i capelli sciolti sulle spalle.
«Guarda me», ordinò lei, gli occhi scuri, dilatati. «Guarda la faccia della moglie di tuo mentore mentre ti cavalca. Mentre ti ruba. Mentre ti dà tutto quello che lui non le dà più da anni.» Le unghie le graffiarono il petto sotto la camicia aperta. «Anni a fingere. Anni a bagnarmi guardandoti ridere alle sue battute. Adesso sei dentro di me. Finisci. Sborra forte.»
Marco le afferrò i fianchi, la sollevò e la riabbassò con forza, prendendo il controllo dal basso. I colpi diventarono selvaggi, profondi, il divano che scricchiolava contro il muro. Laura veniva di nuovo, il corpo che si irrigidiva, la figa che lo stringeva a ritmi irregolari. Lui la seguì con un ruggito soffocato, spingendo fino in fondo, scaricando a getti caldi e densi dentro di lei, le anche che si contraevano a scatti mentre le mormorava contro il collo: «Tutta mia… la moglie di Rossi… tutta piena del mio cazzo…»
Rimasero uniti, sudati, il respiro che faticava a tornare regolare. Laura scivolò di lato, si sdraiò contro di lui sul divano stretto, una gamba ancora gettata sulle sue cosce. Il seme di Marco le colava lentamente lungo la coscia interna, caldo e denso. Lei lo raccolse con due dita, se le portò alle labbra, le leccò con lentezza, guardandolo negli occhi. «Sapore di peccato», sussurrò.
Marco le accarezzò i capelli umidi di sudore, le baciò la tempia. Per un momento ci fu solo il silenzio della stanza privata, il ronzio lontano del terminal oltre la porta. Poi il telefono di Laura, dimenticato nella borsetta sul tavolo, vibrò una volta. Poi di nuovo. Lei non si mosse subito. Quando finalmente allungò un braccio e lo prese, lo sguardo le si spegneva mentre leggeva.
Era un messaggio del professore. «Laura, il volo di Londra è stato riprogrammato. Ti aspetto a casa stasera. Ho comprato quel vino che ti piace. Ti amo.»
Laura restò ferma, lo schermo illuminato sul suo viso. Il corpo di Marco era ancora caldo contro il suo, il sapore di lui ancora in bocca, la figa ancora pulsante e piena. Ma qualcosa si era incrinato. Si alzò lentamente, le gambe ancora deboli, e iniziò a riordinarsi con movimenti meccanici: lo slip tirato su, la gonna abbassata, la camicia riabbottonata con dita che tremavano appena. Non lo guardava più negli occhi.
Marco si riallacciò i pantaloni, sentendo il vuoto improvviso. «Laura…»
Lei scosse la testa, la voce bassa, rauca di qualcosa che non era più solo piacere. «È stato… troppo. Troppo vero. Se qualcuno… se lui…» Si passò una mano sul volto, come a cancellare il rossetto macchiato. «Dio, cosa ho fatto. Anni a desiderarlo in segreto e adesso… adesso ho il tuo sborra che mi cola e il messaggio di mio marito che mi aspetta con il vino.»
Si guardarono. Il desiderio era ancora lì, bruciante sotto la pelle, ma accanto a esso c’era già il dubbio denso, il peso di ciò che avevano appena distrutto in quella stanza. Laura raccolse la borsetta, si sistemò i capelli alla meglio. «Non posso restare. Non così.»
Marco fece un passo verso di lei, ma lei scosse di nuovo la testa. La porta si aprì, la luce del corridoio le colpì il volto. Lei uscì senza voltarsi del tutto, lasciandolo solo con l’odore di sesso ancora nell’aria e la certezza che qualcosa, adesso, era irreparabilmente sbagliato.
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Persone vere in cam, adesso.
Guardi gratis. Nessuna carta, nessuna registrazione.
Guarda dal vivo →Popular Collections
Browse Categories