Ritrovando il Piacere tra le Catene del Museo
La 32enne restauratrice Vanessa si fa legare e scopare con forza dal 38enne curatore Hugo tra le antiche catene BDSM del museo, in un'intensa sessione di s
Sono Vanessa, trentadue anni, restauratrice specializzata in metalli antichi e leghe decorative, e lavoro al museo da quasi cinque anni. Hugo, il curatore capo, ne ha trentotto e conosce ogni angolo di quelle sale meglio di chiunque altro. Quella notte eravamo rimasti soli, luci soffuse, per allestire la nuova sezione sugli strumenti di bondage vittoriani: collari di ferro, catene di forge inglesi, manette ornate, ganasce e cinghie di cuoio tratte da collezioni private e da case di correzione del diciannovesimo secolo. L’aria odorava di cera, di ferro freddo e di quella polvere sottile che si deposita sulle vetrine.
Stavo lucidando una catena a maglie larghe, pesante, con i ganci ancora lucidati a specchio, quando Hugo si avvicinò alle mie spalle. Sentii il suo respiro prima della voce.
«Sai cosa mi colpisce di questi pezzi? Non sono solo oggetti. Sono stati usati. Su corpi veri. Su gente che voleva essere trattenuta.»
Alzai lo sguardo. Il suo sorriso era lento, deliberato. Mi guardava le mani guantate di lattice bianco, ancora unte di pasta abrasiva.
«Mi eccitano», dissi senza giri di parole. «Da quando ho aperto le casse. Mi eccitano da morire. Non è solo storia. È… la possibilità.»
Lui rise piano, un suono basso che mi vibrò tra le gambe.
«Anche a me. Ogni volta che le appendo mi immagino il peso sulle caviglie, il suono quando si chiudono. Mi immagino qualcuno che le vuole. Qualcuno che le chiede.»
Ci guardammo. La tensione non era più professionale: era densa, umida, deliberata. Continuammo a lavorare, ma le nostre dita si sfioravano troppo spesso sui pezzi. Quando gli passai un collare di ferro nero, le sue dita strinsero le mie per un attimo di troppo.
«Dimmi la verità», disse. «Cosa faresti se nessuno potesse entrarci stanotte.»
«Mi farei legare», risposi. La voce mi uscì rauca. «Con queste. Voglio sentire il freddo del metallo, voglio che qualcuno decida per me quanto stringere. Voglio essere usata. Non con delicatezza. Con forza.»
Hugo chiuse gli occhi un secondo, come a trattenere qualcosa.
«Io voglio dominarti. Da mesi. Voglio vederti in ginocchio tra queste vetrine, con le catene del museo addosso, e voglio scoparti finché non sai più come ti chiami. Solo se lo vuoi davvero.»
«Lo voglio. Adesso.»
Ci avvicinammo. Lui prese un paio di manette antiche, di quelle a cerniera semplice, ancora funzionanti dopo il restauro. Me le mostrò sul palmo.
«Volontarie. Solo se dici di sì.»
«Sì.»
Mi girò i polsi e chiuse il metallo. Il click fu netto, definitivo. Il peso mi scese lungo le braccia e mi bagnò all’istante. Hugo mi strinse i fianchi, mi spinse contro il bordo del tavolo di restauro e mi baciò con violenza. Lingua, denti, il sapore del caffè e del desiderio trattenuto. Gli afferrai la camicia con le manette ancora chiuse, gli strappai un bottone. Lui mi morse il labbro inferiore finché non gemetti.
«In ginocchio», ordinò.
Mi piegai. Il marmo freddo delle piastrelle mi prese le ginocchia. Alzai lo sguardo. Hugo si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il cazzo già duro, grosso, venato, la testa lucida. Me lo passò sulle labbra.
«Aprila. E guarda in su mentre lo succhi.»
Lo presi in bocca. Profondo subito, come voleva. Lui mi tenne la nuca e spinse, lento all’inizio, poi più rude, finché non sentii le palle contro il mento. Soffocavo un po’, saliva mi colava sul mento e sul decolleté, e ogni tanto mi tirava indietro i capelli per guardarmi gli occhi pieni di lacrime e di voglia.
«Brava puttana da museo», mormorò. «Ti piace il sapore del tuo curatore mentre sei ammanettata tra le catene vittoriane?»
Annuì con la bocca piena. Lui sfilò il cazzo, mi sollevò e mi spinse verso la sala espositiva vera e propria. Le vetrine illuminavano le catene appese come trofei. Prese una catena lunga, pesante, quella che avevo lucidato io stessa, e me la avvolse ai polsi già manettati, dietro la schiena, fissandola a un anello di ferro del tavolo di vetro della sala. Poi mi piegò in avanti. Il vetro mi gelò le tette attraverso la camicetta. Mi alzò la gonna, mi strappò via le mutandine e mi aprì le cosce con le mani.
«Guarda quanto sei bagnata. Goccioli sul vetro del museo. Sei una troia da esposizione.»
Due dita mi entrarono senza preavviso, spesse, e mi fottéro il buco fino a farmi gemere contro il piano. Poi le ritirò, si mise in posizione e mi conficcò il cazzo dritto in figa con una spinta sola, fino in fondo. Urlai. Lui mi prese i capelli in un pugno e iniziò a scoparmi. Forte. Profondo. Il suono umido delle sue palle contro la mia fichetta echeggiava tra le vetrine. Ogni spinta mi faceva sbattere le tette contro il vetro. Lui mi tirava i capelli all’indietro finché non dovevo alzare il busto, e mi parlava all’orecchio.
«Stringi. Stringi quel buco da slava. Sei mia stanotte. Queste catene ti tengono e io ti uso come meriti.»
Mi diede uno schiaffo sul culo, secco, poi un altro più forte. La pelle bruciò. Continuò a fottermi a martellate mentre mi teneva i fianchi e mi schiacciava il viso di lato sul vetro. Vedevo il nostro riflesso: io legata, lui che mi sfondava, i muscoli della sua mascella tesi.
«Ti piace essere una cagna da museo? Rispondi.»
«Sì… cazzo sì… scopami più forte…»
Lui uscì di colpo, mi slegò solo abbastanza da girarmi, mi costrinse di nuovo in ginocchio sul pavimento freddo e mi infilò il cazzo in gola fino a farmi tossire. Mi tenne la testa e pompò. Lacrime, saliva, muco. Mi schiaffeggiò leggermente le guance mentre mi usava la bocca.
«Lingua fuori. Guarda come ti inculo la gola.»
Poi mi rialzò, mi piegò di nuovo sul tavolo, mi riacchiappò le catene e riprese a scoparmi da dietro con rabbia. Uno schiaffo dopo l’altro sul culo, le dita che mi aprivano le chiappe per guardare il cazzo sparire. Mi afferrò la gola da dietro, non per soffocarmi davvero ma per tenermi, per farmi sentire la presa, e accelerò.
«Vieni. Vieni adesso sulla mia sborra, mentre ti tengo per la gola e ti fotto come una pezza. Urlami quanto sei una puttana legata.»
Venii. Mi scossi tutta, la figa che gli succhiava il cazzo a spasmi, le gambe che mi fallivano, un urlo lungo e rotto che mi uscì dalla gola stretta dalla sua mano. Continuò a martellarmi attraverso l’orgasmo, più duro, più profondo, finché non sentii il suo respiro spezzarsi. Si sfilò, mi girò di scatto, mi spinse di nuovo in ginocchio e mi sborrò in faccia e in bocca aperta, getti caldi e densi che mi colarono su labbra, mento e tette. Me ne infarcì la lingua e mi tenne la testa indietro.
«Ingoia. Tutto.»
Ingoiia. Lui mi passò il cazzo sulle labbra ancora una volta, sporcandomele di più.
Ci guardammo, ansimanti, le catene ancora a dondolare dai miei polsi. Nessun bacio dolce. Nessun abbraccio. Solo il sapore della sua sborra in bocca e il bruciore del culo rosso e la figa che pulsava ancora aperta e usata.
Hugo mi slegò le catene con gesti rapidi, quasi meccanici, e mi lasciò lì seduta sul pavimento del museo, le ginocchia scorticate, la faccia sporca, le mutandine a brandelli da una parte.
«Domani notte torniamo», disse soltanto. «E questa volta ti chiudo anche le caviglie.»
Mi alzai, mi sistemai la gonna, leccai l’ultima goccia di sborra dal labbro inferiore e lo guardai dritto negli occhi mentre lui si riallacciava i pantaloni tra le vetrine di ferro e cuoio.
«Fai pure», borbottai con la voce roca. «La prossima volta voglio che mi sborri anche nel culo e me lo lasci colare sulle catene, così quando le lucidiamo di nuovo sanno ancora di troia.»
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