Pretesa che Divampa all'Alba tra i Forni
Il fornaio 42enne Lorenzo si scopa con passione la nuova operaia senegalese 28enne Miriam tra i forni all’alba.
L’alba filtrava appena dai vetri alti del forno industriale, una luce grigia e polverosa che si mescolava al calore umido dei grandi forni già accesi. Lorenzo, quarantadue anni, braccia nodose e petto largo sotto la maglietta bianca già macchiata di farina, lavorava da solo da oltre un’ora. Impastava, porzionava, spingeva le pale nei bocchi roventi. L’aria sapeva di lievito e di crosta che si formava. Quando la porta laterale scricchiolò, alzò lo sguardo.
Miriam entrò con il passo sicuro di chi sa esattamente dove mettere i piedi. Ventotto anni, operaia mandata dall’agenzia quella stessa mattina, pelle scura e lucida di una leggera pellicola di sudore già formatasi nel tragitto. I capelli crespi raccolti in una coda alta, la divisa da lavoro un po’ stretta sui fianchi larghi e sul seno pieno. Lorenzo sentì lo sguardo scivolare sulle curve nere che si muovevano sotto il tessuto. Non riuscì a distogliere gli occhi. Miriam lo notò subito. Gli sorrideva già, maliziosa, le labbra carnose piegate in un angolo che diceva tutto.
«Buongiorno, capo», disse con un accento caldo e rotondo. «Sono Miriam. Mi hanno detto di presentarmi a te.»
Lorenzo annuì, la gola secca. «Lorenzo. Inizia da quei sacchi. Li porti vicino al tavolo.»
Lei andò senza fretta. Si chinò di proposito, schiena inarcata, il culo tondo e sodo che si tendeva contro i pantaloni. La maglietta si sollevò un poco, mostrando la linea scura della schiena lucida. Lorenzo sentì il cazzo muoversi nei boxer. Lei sapeva. Si voltò di lato, gli occhi neri che lo fissavano mentre sistemava i sacchi di farina con movimenti lenti, volutamente provocanti. L’attrazione era fisica, immediata, un contrasto di pelli e di corpi che riempiva lo spazio tra i forni.
Lavorarono vicini. Impastavano la stessa massa calda e elastica. Le mani di Miriam, più piccole, scure, sfioravano di proposito quelle di Lorenzo, bianche e farinate. Ogni contatto mandava una scossa. Lei parlava basso, la voce roca per il calore.
«Fa caldo qui dentro, eh? E tu lavori così ogni mattina, tutto solo?»
«Di solito sì.»
Le dita di lei scivolarono ancora sulle sue, restarono un secondo di troppo. «Io ho sempre guardato gli uomini bianchi. Grossi, forti… come te. Ci ho fantasticato. Di notte, da sola.» Miriam si avvicinò di più, l’odore di sudore e di sapone leggero che si mescolava alla farina. «Un cazzo bianco e spesso che mi riempie. Me lo sono immaginato tante volte.»
Lorenzo sentì il sangue battere forte. Lei si tolse la maglietta bagnata di sudore in un gesto deciso. I seni alti e scuri saltarono fuori, capezzoli neri e già duri. Il contrasto con la pelle chiara di lui era violento, bellissimo. Miriam non coprì nulla. Si sporse e lo baciò.
Il bacio fu immediato, affamato, consenziente. Lingue che si cercavano, denti che graziano. Lorenzo la premette contro il tavolo di acciaio, le mani grandi che le prendevano le tette pesanti, i pollici che strofinavano i capezzoli scuri finché lei gemette nella sua bocca. «Sì… così», sussurrò Miriam. «Toccameli. Guardami.»
Si staccarono solo per respirare. Miriam scese in ginocchio sul pavimento farinato, le mani svelto ad aprire i pantaloni di Lorenzo. Gli tirò fuori il cazzo, già duro, bianco e spesso, le vene visibili. Lo guardò un istante, poi lo prese in bocca con avidità. Succhiava profondo, labbra scure strette intorno all’asta chiara, saliva che scorreva. Lorenzo le afferrò i capelli crespi, non per costringerla ma per sentire la texture e guidare il ritmo. «Cazzo, Miriam… che bocca», ringhiò. Lei lo guardava dal basso mentre lo ingoiava quasi tutto, la gola che si apriva, il contrasto di colori che lo faceva impazzire.
Quando non ne potè più, la sollevò di peso. La mise sul tavolo dei forni, quello largo e caldo di residuale calore. Le sfilò i pantaloni e le mutandine in un gesto solo. Le gambe scure si aprirono. La figa era rasata, labbra gonfie e lucide. Lorenzo si mise tra le cosce, le divaricò di più e entrò d’un colpo solo in posizione missionaria. Miriam urlò di piacere, un suono grezzo che si perse tra i rumori dei forni. «Più forte… scopami forte», ansimò.
Lui la scopava con spinte lunghe e pesanti, il cazzo bianco che spariva nel buco stretto e scuro, il tavolo che cigolava. Le tette di Miriam ballavano a ogni botta. Lorenzo le teneva le cosce aperte, guardava dove i corpi si univano, il contrasto di pelle che gli faceva venire voglia di venire subito. Lei si aggrappava alle sue spalle, unghie scure sulla pelle chiara. «Sì… così… riempimi.»
Poi la girò. Miriam si mise a pancia in giù sul tavolo, il culo nero rotondo e alto che spingeva indietro. Lorenzo le apre le chiappe e rientrò da dietro, spinte profonde e ritmiche. Lei spingeva il culo contro di lui a ogni colpo, la pelle scura che sbatteva contro quella bianca, il suono umido e carnale che riempiva l’aria calda. Il sudore colava su entrambi. I forni soffiavano calore. Lorenzo le teneva i fianchi, le dita affondate nella carne soda, e scopava più forte, più a fondo. Miriam gemette sempre più alto, parole spezzate in italiano e in un’altra lingua che non capiva ma che lo eccitava di più. «Cazzo nero… no, cazzo bianco nel culo scuro… meraviglia…»
L’amplesso era sudato, animalesco, tutto corpo e contrasto e odore di pane e di sesso. Lorenzo sentì arrivare l’orgasmo come un’onda. Miriam tremava già, la figa che lo stringeva a scatti. «Dentro… vienimi dentro», gridò lei. Lui obbedì. Venì con fiotti potenti, caldi, che le riempirono il buco mentre lei urlava il proprio climax, il corpo scosso da vibrazioni forti, le gambe che non reggevano più. Restarono così qualche secondo, uniti, ansimanti, il calore dei forni che li avvolgeva ancora.
Poi, lentamente, si staccarono. Il seme di Lorenzo scivolò lento lungo la coscia scura di Miriam mentre lei si alzava dal tavolo con le gambe ancora molli. Si rivestirono senza fretta, i gesti ancora carichi di residuo desiderio. Lorenzo le passò la maglietta sudata; Miriam se la infilò senza mettersi il reggiseno, i seni che ancora si muovevano liberi sotto il tessuto. Si guardarono. L’aria tra di loro non si era scaricata del tutto. C’era ancora fame, una fame nuova, più grezza.
Miriam si passò una mano tra le cosce, sentì il liquido che usciva, e sorrise di nuovo, quella stessa malizia dell’inizio. «Il turno non è finito», disse a bassa voce. «E i forni sono ancora caldi.»
Lorenzo la fissò, il cazzo che già tornava a muoversi al solo pensiero. Fuori la luce dell’alba diventava più chiara, ma dentro restava solo il calore e la promessa di quello che doveva ancora accadere tra quelle mura di mattone e di ferro.
Lorenzo non rispose a parole. Afferrò Miriam per un polso e la trascinò tra i due forni centrali, dove il calore saliva a ondate dense, quasi solide, che gli asciugavano già il sudore sul collo. Lei lo seguì senza resistenza, le cosce ancora viscide del suo sborra, il sorriso malizioso che le apriva le labbra carnose. «Sì, capo… usami ancora», mormorò lei mentre lui le strappava di nuovo la maglietta e le premeva le tette scure contro il metallo tiepido della pala da forno appoggiata al muro. I capezzoli neri si indurirono al contatto. Lorenzo ci si buttò sopra con la bocca, le succhiò con fame, le denti che graffiavano la pelle lucida di sudore e farina. Miriam gemette forte, una mano già nei suoi boxer a tirargli fuori il cazzo che si stava indurendo di nuovo, ancora unto del suo buco e del suo sborra precedente.
«Guardalo», ringhiò lui. «Il mio cazzo bianco che ti ha appena riempito. Lo vuoi di nuovo?» «Lo voglio fino in gola e poi nel culo», rispose Miriam senza esitazione, scendendo in ginocchio sul pavimento caldo. Si infilò l’asta in bocca d’un sol colpo, le labbra scure che scivolavano fino alla base, la lingua che girava intorno al glande già sensibile. Lorenzo le affondò le dita nei capelli crespi e la scopò la faccia con spinte corte e profonde. La saliva le colava sul mento e sul seno. Ogni volta che lei alzava lo sguardo, gli occhi neri lucidi di lacrime di sforzo, lui sentiva il cazzo pulsare più forte. Il contrasto lo faceva delirare: la sua carne chiara che spariva dentro quella bocca nera e vorace. «Ingoiami tutto, puttana di farina… sì, così, aprila di più.» Miriam gorgogliava, le mani che gli stringevano le palle sudate, poi si staccò con un filo di bava che ancora collegava le sue labbra alla punta gonfia.
Si alzò, si voltò e si piegò in avanti contro lo sportello del forno ancora tiepido, le mani aperte sul metallo, il culo nero tondo e alto spinto indietro. «Infilamelo di nuovo. Forte. Voglio sentire i forni e il tuo cazzo insieme.» Lorenzo le spalmò le chiappe, guardò il buco ancora semiaperto e gocciolante di sborra bianca che scendeva lenta, poi ci spinse dentro tutto d’un fiato. Miriam urlò, un suono gutturale che rimbalzò tra i muri di mattoni. Lui le tenne i fianchi e iniziò a martellare, le cosce che sbattevano contro le sue, il suono umido e carnale che si mescolava al sibilo del calore. Ogni spinta faceva oscillare le tette di lei, i capezzoli che sfioravano il metallo. «Più a fondo… rompimi… cazzo bianco da fornaio… riempi di nuovo questa figa nera», ansimava lei, spingendo indietro a ogni colpo come se volesse inghiottirlo fino alle palle.
Lorenzo tirò fuori, le girò la testa e le sputò in bocca. Miriam lo leccò e lo ingoiò, poi lui le aprì le chiappe con le dita farinate e le spinse un pollice nel culo stretto. Lei sussultò di piacere. «Sì… anche lì… aprimi.» Lui la lubrificò con la sborra che ancora usciva dalla figa, poi ci mise la punta del cazzo. Entrò lento all’inizio, sentendo l’anello scuro stringersi intorno alla carne chiara, poi spinse fino in fondo. Miriam emise un gemito lungo, rotto, le unghie che graffiavano lo sportello. «Cazzo… che grosso… mi spacchi il culo… continua.» Lorenzo le diede le spinte profonde e pesanti che lei chiedeva, una mano che le raggiungeva la figa per sfregarle il clitoride gonfio. Il sudore colava da entrambi, gocce che cadevano sul pavimento farinato. L’aria sapeva di pane cotto, di sesso e di corpi che si sbattevano senza pietà.
La girò di nuovo, la sollevò di peso e la infilzò in piedi, le gambe di Miriam avvolte intorno ai suoi fianchi. La schiena di lei batteva contro il muro di mattoni caldi. Lui la scopava dal basso, guardandola dritto negli occhi mentre il cazzo bianco spariva e riemergeva lucido di tutto. «Dicmi quanto ti piace il mio sborra dentro di te.» «Mi piace… mi scorre ancora sulle cosce… voglio che mi riempi di nuovo… figa e culo… tutto», ansimò lei, le unghie scure conficcate nelle sue spalle chiare. Lorenzo la portò di nuovo al tavolo, la stese a pancia in su, le gambe piegate contro il petto, e rientrò nella figa con una spinta secca. I seni di Miriam ballavano selvaggi. Lui le schiaffeggiò una chiappa, poi l’altra, lasciando segni rossastri sulla pelle scura. «Più forte… chiamami puttana…», lo incitò. «Puttana nera del fornaio… che si fa riempire all’alba tra i forni… sì, strizza quel buco.» Miriam rideva e gemesse insieme, la voce roca. «Vieni… sparami tutto dentro… voglio sentirlo caldo.»
Lui accelerò, le palle che sbattevano contro il suo culo, il tavolo che cigolava di nuovo. Miriam venne per prima, il corpo che si irrigidiva, la figa che lo mungeva a ondate, un urlo lungo che si spezzò in singhiozzi di piacere. Lorenzo non si fermò. La girò a pecora, le affondò le dita nei capelli e la usò come un pezzo di pasta da lavorare, spinte rabbiosamente profonde finché sentì salire il secondo orgasmo. «Apri… ingoia tutto col culo e con la figa», ringhiò. Venne con fiotti spessi che le riempirono di nuovo il buco, tanto che straripava subito, bianco e denso che scorreva giù per le labbra scure e lungo la coscia nera fino al ginocchio. Miriam spinse indietro per prenderne l’ultima goccia, ansimando. «Ancora… spremimi le palle… dammi tutto.»
Lorenzo tirò fuori il cazzo pulsante, ancora semi-duro, e le spalmò l’ultima sborra sulle tette e sulla faccia. Miriam se la leccò dalle labbra, poi gli prese l’asta in mano e se la strofinò tra i seni sudati, guardandolo dal basso. «Il turno finisce tra un’ora. Vuoi che ti succhi di nuovo il cazzo bianco mentre controlliamo i pani?» Lui la prese per i capelli e le spinse di nuovo la faccia contro l’inguine. Lei aprì la bocca e lo pulì tutto, lingua e labbra che raccoglievano ogni traccia di sborra mista alla sua stessa umidità. Il calore dei forni li avvolgeva ancora, l’alba ormai chiara oltre i vetri non contava più niente. Lorenzo la tirò su, le fece piegare di nuovo sul tavolo e le rinfìlò due dita nel culo ancora aperto, muovendole lento mentre lei gemesse. «Tienilo aperto. Voglio vederti gocciolare mentre impasti.»
Miriam obbedì, le gambe divaricate, il seme che le scendeva lento, lucido, dal buco rosato e dalla figa gonfia. «Sì, capo… guardami… sono la tua operaia nera piena di sborra… usami finché i forni restano accesi.» Lorenzo le diede uno schiaffo secco sul culo, poi le si mise dietro un’ultima volta, il cazzo che ritrovò forza nella stretta calda e scivolosa. Spinse fino in fondo, le tenne i fianchi e la scopò a scatti brevi e brutali, fino a spararle dentro un altro carico caldo che le uscì subito, filo bianco che le scorreva tra le chiappe nere. Si staccò solo quando fu vuoto. Miriam restò piegata, il culo alto, gocciolante, le dita che si cacciavano da sole per spingere il liquido più dentro e poi tirarlo fuori di nuovo, mostrandoglielo. «Ecco… tutto tuo… cazzo di fornaio bianco che mi ha riempito all’alba… ora leccami questa sborra dal culo nero e risputamela in figa, che voglio tornare a lavorare con il tuo sapore tra le cosce.»
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