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Sussurri Bagnati nella Tempesta con la Moglie del Mio Mentore

Talia, la 42enne moglie del mio mentore, si fa scopare con passione durante il temporale.

11 min read October 02, 2026New

Sono Reid, ventotto anni, e devo tutto quello che sono a lui: il mio mentore, un architetto affermato di cinquantacinque anni che mi ha tirato su dal nulla, mi ha messo in studio, mi ha insegnato a firmare progetti che ora portano anche il mio nome. Una carriera costruita sulle sue spalle. E io, quel fine settimana nella villa sul lago, stavo per spedirla all’inferno con le mani addosso a Talia, la sua moglie di quarantadue anni.

La villa era di pietra grigia e vetri enormi che guardavano l’acqua scura. Il temporale estivo era arrivato come un pugno: tuoni bassi, pioggia obliqua, odore di ozono e terra bagnata. Lui era rimasto bloccato in città per una riunione d’emergenza con i committenti; io ero rimasto solo con lei. Talia. Elegante anche in canotta di lino e pantaloni leggeri, capelli castani raccolti in fretta, labbra che non avevano bisogno di rossetto. L’avevo desiderata in segreto da mesi: i suoi polsi sottili, il modo in cui si sedeva con le gambe incrociate, il profumo di vaniglia e pelle calda quando mi salutava con un bacio sulla guancia nello studio.

Stavamo sotto il portico coperto, guardando il lago sparire dietro le lastre d’acqua. Lei teneva una tazza di tè ormai freddo. Io sentivo la camicia appiccicata alla schiena.

«Non ti sei mai bagnato così, vero?» disse sottovoce, e non era solo della pioggia. Il suo sguardo scese sul mio petto, dove il tessuto bianco si era fatto trasparente. «Hai le spalle di chi lavora ancora con le mani, Reid. Non solo con i disegni.»

Il cuore mi martellò. «Talia…»

«Lo so.» Un sorriso piccolo, complice, proibito. «Lo so da tempo cosa pensi quando mi guardi. E io… io ti guardo allo stesso modo. Da mesi.»

Il tuono scoppiò vicino. Lei si avvicinò di un passo. L’aria tra noi era densa di desiderio non detto, di tutto ciò che avrebbe distrutto un matrimonio, un mentore, una carriera. Quella era esattamente la punta del coltello: il fatto che non dovevamo.

Dentro, i vetri del salotto battevano sotto i getti. Ci eravamo riparati, le luci spente per un guasto momentaneo; solo i lampi illuminavano i divani di pelle e il pavimento di legno scuro. Talia si strinse le braccia, poi le aprì, e la voce le uscì bassa, roca, come se confessasse un peccato in chiesa.

«Da mesi sogno le tue mani su di me. Non quelle gentili dello studio. Quelle che mi aprono le gambe. Giorgio…» Esitò, il nome del marito tra i denti come un sasso. «Non mi tocca più come una volta. Mi bacia sulla fronte. Dorme. Io resto sveglia e penso a te. Al modo in cui ti muovi quando mostri i progetti. Al cazzo che immagino sotto i pantaloni.»

Mi avvicinai. La pioggia fuori era un rumore continuo, bianco. «Se lo facciamo, non c’è ritorno.»

«Lo so.» I suoi occhi scuri non si sottrassero. «Lo voglio lo stesso. Voglio il tradimento. Voglio te.»

Le aprii la camicia bagnata sul petto mio, bottoni uno dopo l’altro, e le sue dita scivolarono sulla pelle umida, sui pettorali, sui capezzoli che si indurirono al tocco. Io le accarezzai la coscia, salendo sotto il lino leggero dei pantaloni, fino al bordo delle mutandine di pizzo. Erano già calde, già umide. Lei gemette, un suono piccolo e affamato.

«Dillo», sussurrai contro la sua bocca. «Dillo chiaro.»

«Voglio che mi scopi. Voglio tradirlo con te. Adesso. Qui. Mentre fuori c’è il temporale e nessuno può sentirci.»

Ci baciammo come gente che muore di sete. Lingua, denti, il sapore del tè e della voglia repressa. Le abbassai i pantaloni insieme alle mutandine; lei mi slacciò la cintura, mi tirò giù i boxer, e il mio cazzo scattò fuori, duro, venato, già che gocciolava. Un lampo illuminò tutto: il suo seno ancora coperto dalla canotta bagnata che segnava i capezzoli, le cosce aperte, la figa rasata e lucida.

Talia si inginocchiò sul legno freddo. Mi guardò negli occhi mentre mi prendeva in bocca, avida, labbra strette intorno alla testa del cazzo, lingua che girava e leccava il frenulo, saliva che scendeva. Succhiava a fondo, fino a farmi toccare la gola, e ritirava con un suono umido, osceno, gli occhi sempre su di me. Una mano mi teneva le palle, le massaggiava; l’altra si era infilata tra le sue cosce a sfregarsi il clitoride.

«Cazzo, Talia… la moglie del mio mentore con la bocca piena del mio cazzo.»

Lei gemette intorno a me, la vibrazione mi mandò un brivido dritto in pancia. La tirai su, la baciai assaggiando me stesso sulle sue labbra, e la piegai sul divano. Canotta alzata, tette fuori, capezzoli scuri e duri che presi in bocca mentre le aprivo le gambe. Entrai in lei in un colpo solo, missionario, fino in fondo. Era stretta, rovente, straripante di lubrificazione. La figa mi strinse come una mano.

«Sei così bagnata», le sussurrai contro la bocca, spingendo lento e profondo, guardandola negli occhi a ogni affondo. «La moglie del mio mentore è una troia fradicia per il cazzo del suo allievo. Senti come ti apre. Senti come ti riempio.»

«Sì… sì, scopami, Reid… più forte…»

Aumentai il ritmo. I suoi seni ballavano a ogni spinta; lei agganciava le caviglie dietro la mia schiena, unghie nelle mie spalle. I lampi la illuminavano a intermittenza: faccia contorta di piacere, bocca aperta, capelli sciolti sul cuscino. Le parlai sporco, le dissi quanto era proibito, quanto mi eccitava tradire l’uomo che mi aveva fatto, quanto ero profondamente dentro la figa che apparteneva a un altro.

Poi la girai. La presi da dietro, ginocchia sul divano, busto piegato, culo all’aria. Entrai di nuovo, più profondo così, e cominciai a spingere duro, deciso, le mani sui suoi fianchi. Le tirai i capelli con una mano, facendole inarcare la schiena; con l’altra le schiaffeggiai il culo, una volta, due, il suono secco che si mescolava al tuono. La pelle si arrossò. Lei urlò di piacere, non di dolore.

«Non fermarti… ti prego, non fermarti… scopami come una puttana… riempimi…»

Le dita le trovarono il clitoride; lo strofinai a cerchi mentre la inculavo con force, le palle che sbattevano contro di lei. Il divano scricchiolava. Fuori la tempesta era un grido continuo. Dentro, Talia si strinse all’improvviso, un orgasmo violento che le fece tremare le cosce e spingere indietro contro di me, la figa che mi mungeva a ondate. «Vengo… Reid, vengo…»

Non retenni. La affondai fino all’osso e le vennero dentro, getti caldi e spessi che le riempirono il canale mentre lei ancora tremava, gemendo il mio nome e imprecando basso. Restammo così qualche secondo, sudati, uniti, il mio cazzo che pulsava ancora dentro di lei. Il seme cominciò a colarle lungo la coscia interna quando uscii piano.

Ci rivestimmo in silenzio frettoloso, come ladri. Lei si sistemò i capelli, io abbottonai la camicia ancora umida. Il temporale non calava; se mai, diventava più cupo. Talia mi guardò, le guance ancora arrossate, e la voce le uscì un filo:

«Lui torna domani sera. Non è finita, vero? Non puoi farmi questo e poi fare finta di niente fino a colazione.»

La tensione restò appesa tra noi come l’umidità dell’aria. Il telefono sul tavolino vibroò — un messaggio dal mio mentore: Riunione slittata. Arrivo nel pomeriggio di domani. Abbiate cura della casa. Lei lo lesse sopra la mia spalla. Il sorriso che le si aprì non era di paura. Era di fame ancora viva, di un appetito che il primo tradimento non aveva saziato affatto.

«Abbiamo ancora ore», mormorò, e le dita le sfiorarono di nuovo il mio avambraccio, promettendo tutto ciò che non avevamo ancora osato fare nelle altre stanze della villa.

Sono Reid, e dopo averle venuto dentro sul divano mentre il temporale scuoteva i vetri, non riuscivo a scacciare il pensiero che avevo appena tradito l’uomo che mi aveva costruito pezzo per pezzo. Talia si asciugò piano tra le cosce con un fazzoletto di lino preso dal cassetto, senza fretta, senza vergogna, e mi guardò con quegli occhi scuri ancora lucidi di orgasmo.

«Vieni», disse soltanto. Mi prese per mano e mi trascinò su per le scale di legno scuro, i gradini che scricchiolavano sotto i nostri piedi bagnati. La camera padronale era ampia, il letto matrimoniale immenso, lenzuola di seta grigia che sapevano di lui, di Giorgio, del mio mentore. Lei ci si sedette sopra, si tolse del tutto la canotta e i pantaloni già scomposti, e restò nuda, quarantadue anni di corpo tonico, seni pieni con capezzoli scuri ancora duri, figa rasata che colava ancora il mio sperma misto ai suoi succhi.

«Spogliati tutto», ordinò a voce bassa. «Voglio vederti nudo nella stanza dove dormo con lui.»

Mi tolsi camicia e pantaloni. Il cazzo era già di nuovo mezzo duro, levatosi solo a guardarla così, proibita, seduta sul letto coniugale. Lei allargò le gambe e si aprì le labbra della figa con due dita, mostrandomi il buco ancora rosato e gonfio.

«Leccami. Pulisci quello che mi hai lasciato e poi riempimi di nuovo.»

Mi inginocchiai tra le sue cosce. L’odore era forte, sale e sesso e vaniglia. Passai la lingua lenta dalla fessura fino al clitoride, assaporando il mio stesso sapore amaro mescolato al suo dolce. Lei gemette e mi afferrò i capelli, spingendomi più a fondo. Succhiavo, leccavo, spingevo la lingua dentro il buco caldo mentre lei dondolava i fianchi contro la mia bocca.

«Cazzo, Reid… la lingua del mio allievo sulla figa che appartiene a Giorgio. Senti come sono ancora bagnata per te.»

La feci venire così, con due dita piegate sul punto G e la lingua a sfregare il clitoride a cerchi stretti. Tremò, le cosce mi strinsero la testa, e un grido acuto le uscì mentre bagnava di nuovo il mio mento. La tirai su, la baciai con la bocca ancora unto di lei, e la ribaltai a pecora sul materasso. Il culo alto, la schiena inarcata, i capelli castani sparsi sul cuscino di lui.

Entrai di slancio. La figa mi riaccolse stretta, scivolosa, e spinsi fino in fondo, le palle contro la pelle. Cominciai a scoparla duro, ritmico, le mani che le aprivano le natiche per vedere meglio come il mio cazzo scompariva dentro.

«Parlami», ansimai. «Dimmi cosa sei.»

«Sono la moglie del tuo mentore… e sto prendendo il cazzo del suo allievo nel letto coniugale. Scopami più forte. Usami.»

Le diedi uno schiaffo sul culo, poi un altro, lasciando il segno rosso. Lei spingeva indietro incontro a ogni affondo, gemendo «sì» e «così» e il mio nome. La presi per i fianchi e la girai di nuovo, la misi a cavalcioni. Talia si abbassò sul mio cazzo con un sospiro lungo, lo prese tutto, e cominciò a muoversi. I seni ballavano davanti al mio viso; li presi in bocca uno dopo l’altro, denti sui capezzoli, mentre lei cavalcava come una donna affamata da mesi.

Fuori il temporale non mollava: tuoni che facevano vibrare i vetri, pioggia che batteva come un tamburo. Dentro, il letto scricchiolava, e io pensavo a Giorgio, a come mi aveva insegnato a disegnare le fondamenta, e adesso stavo sfondando le fondamenta del suo matrimonio con ogni spinta.

«Voglio che mi prenda anche il culo», sussurrò lei all’orecchio, fermandosi un attimo, il respiro caldo. «Non me l’ha mai fatto. Voglio che sia tuo. Solo tuo.»

Il cuore mi salì in gola. «Sei sicura?»

«Sì. Adesso. Mentre piove e lui non sa niente.»

Uscì dal mio cazzo, si chinò a prenderlo in bocca di nuovo, lubrificandolo di saliva. Poi si mise a pecora, mi porse il culo, e con le dita si aprì il buco stretto. Sputai sulla mia mano, ne passai un po’ lì, massaggiai piano l’anello. Lei spingeva indietro, impaziente. Posiziai la testa del cazzo e spinsi lentamente. La resistenza cedette millimetro dopo millimetro. Entrai. Era stretto da far male, caldo, che mi stringeva come un pugno. Talia emise un gemito lungo, mezzo dolore mezzo piacere.

«Cazzo… sei enorme… continua… riempimi il culo…»

Avanzai fino in fondo. Rimanemmo fermi un secondo, poi cominciai a muovermi con cautela, poi più deciso. Lei si toccava la figa mentre la inculavo, dita sul clitoride, e il suono era umido, osceno, mescolato ai miei sospiri e ai suoi. Le parlai sporco, le dissi che era la puttana proibita del mio mentore, che stavo scopandole il culo che non aveva mai dato a nessuno, che se Giorgio avesse saputo ci avrebbe distrutti entrambi e che proprio per questo mi veniva ancora più duro.

Aumentai la velocità. Le mani le stringevano i fianchi fino a lasciare lividi. Lei urlò il mio nome quando venne di nuovo, le contrazioni del culo che mi strizzavano il cazzo. Non rettenni. Affondai e le sparai dentro il secondo carico, getti caldi che le riempirono l’intestino mentre io grugnivo contro la sua schiena.

Uscì piano. Il seme colò fuori dal buco rosso e gonfio. Ci sdraiammo di fianco, sudati, respiri irregolari. Il temporale fuori sembrava allontanarsi un poco, ma l’aria restava pesante.

Passarono ore. Scendemmo in cucina nudi, bevemmo acqua, poi lei mi fece sedere sulla sedia di legno e si inginocchiò di nuovo, succhiandomi il cazzo fino a farmelo tornare di pietra. La scopai sul tavolo di marmo, le gambe sulle mie spalle, guardandola negli occhi mentre le dicevo quanto eravamo fottuti, quanto era bella a tradire. Poi nella doccia grande della suite, acqua calda che scorreva sui corpi, io che la tenevo alzata contro il muro di piastrelle e la scopavo in piedi, lei che si aggrappava alle mie spalle e baciava la pioggia che non c’era più ma che restava nella memoria della pelle.

All’alba ci eravamo presi in ogni stanza: sul divano di nuovo, sul pavimento del salotto guardando il lago che si rischiarava, contro la vetrata fredda dove lei lasciò le impronte delle tette e delle mani. Ogni volta più affamati, ogni volta più consapevoli che il pomeriggio avrebbe portato Giorgio. Lei mi cavalcò un’ultima volta al mattino, lenta, profonda, guardandomi e dicendo:

«Quando tornerà, mi bacerà sulla fronte e non saprà che ho ancora il tuo sapore in bocca e il tuo cazzo nel culo. E io sorriderò.»

Mi venne dentro di nuovo, il terzo carico, e lei lo tenne stretto, seduta sopra di me, pulsando.

Ci lavammo. Ci vestimmo. Il sole uscì debole tra le nuvole. Il messaggio arrivò verso le tre: «Sto arrivando. Quarantacinque minuti.»

Talia sistemò i capelli, si mise un vestito leggero, niente mutandine sotto. Io sistemai i progetti sparsi come se avessimo lavorato. Ci guardammo. Non c’erano promesse di futuro, solo il peso di ciò che avevamo fatto e di ciò che avremmo potuto rifare.

Quando sentimmo le ruote della macchina sul ghiaione, lei mi sfiorò la mano un’ultima volta sotto il tavolo.

«Non è finita», sussurrò. «Mai.»

Giorgio entrò sorridente, borsa in mano, e ci abbracciò entrambi come se niente fosse. Talia gli offrì il tè. Io strinsi la sua mano da mentore e allievo, sentendo ancora l’odore di lei sulla mia pelle.

E mentre lui raccontava della riunione, io sapevo che ogni progetto firmato insieme d’ora in poi avrebbe portato anche il sapore del suo tradimento.

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