Scontro Rovente Dopo l'Allenamento con la Moglie del Coach
Un ventiduenne atletico si scopa con passione la formosa moglie trentottenne del suo coach negli spogliatoi dopo l’allenamento.
Negli spogliatoi deserti aleggiava ancora l’odore acre di sudore e erba tagliata. Le luci al neon ronzavano piano sopra le panche di legno scheggiato, illuminando le impronte bagnate sul pavimento di piastrelle. Wesley, ventiduenne dal fisico scolpito da anni di allenamenti intensi, era rimasto indietro di proposito. Si era tolto la maglia fradicia e la teneva appallottolata in mano, i muscoli delle spalle e degli addominali ancora tesi, la pelle lucida di sudore. Non si aspettava di non essere solo.
Rosa era lì, a pochi metri da lui, appoggiata contro l’armadietto di metallo. Trentottenne, moglie del coach da quindici anni, era una donna che ogni giocatore della squadra desiderava in silenzio, con una fame che non osavano confessare nemmeno tra loro. Formosa, con seni pesanti e sodi che tendevano ogni maglietta, fianchi larghi e un culo rotondo e alto che ondeggiava a ogni passo, Rosa emanava un’autorità sensuale e un calore animale. Quella sera indossava solo un asciugamano bianco annodato sopra i seni, l’orlo che arrivava a malapena a coprirle la curva inferiore delle natiche. I capelli castani bagnati le ricadevano sulle spalle nude, gocciolando sulla clavicola. Lo guardava con occhi famelici, le labbra socchiuse, come se stesse valutando una preda.
Wesley sentì il cazzo pulsare all’istante dentro i pantaloncini leggeri. Da anni reprimesse quel desiderio proibito. Rosa era la moglie del suo coach, l’uomo che lo aveva preso sotto la sua ala quando era solo un ragazzino arrabbiato. Tradirlo così sarebbe stato un colpo basso, un segreto capace di distruggere tutto. Eppure, ogni volta che lei veniva agli allenamenti con quei vestiti aderenti, ogni volta che lo sfiorava “per caso” mentre parlava col marito, Wesley tornava a casa e si segava pensando a lei. E adesso lei era lì, quasi nuda, e lo fissava come se sapesse tutto.
«Sei rimasto apposta, Wesley?» La voce di Rosa era bassa, roca, con un tono che non usava mai davanti al marito. Fece un passo avanti. L’asciugamano si aprì leggermente sul davanti, mostrando la valle profonda tra i suoi seni grossi e pallidi. «Sei tutto sudato… mi piace. Sembri un animale appena uscito dalla lotta. E quel rigonfiamento lì sotto… cazzo, si vede benissimo quanto sei duro. Da quanto tempo ce l’hai così per me?»
Wesley deglutì, il respiro già corto. Il cuore gli martellava contro le costole. «Rosa… non dovresti parlarmi così. Sei la moglie del coach. Se entra qualcuno…»
Lei rise piano, una risata sporca che gli fece contrarre le palle. Si passò la lingua sul labbro inferiore. «Lo so chi sono. E so anche chi sei tu: il più giovane, il più dotato, quello con il cazzo più grosso della squadra di mio marito. Da mesi me lo immagino mentre lui mi monta sopra per due minuti e finisce. Sogno te che mi apri le gambe e mi scopi come meriti. Sogno di sentirtelo spingere fino in fondo, di bagnarmi tutta mentre mi chiami puttana.»
Le parole lo colpirono come uno schiaffo caldo. Il tabù esplose dentro di lui: scoparsi la moglie del proprio allenatore, nella sua stessa spogliatoio, dopo l’allenamento che lui stesso aveva diretto. Era sbagliato. Era eccitante da morire. Wesley sentì il cazzo diventare di pietra, la cappella che premeva contro il tessuto leggero, lasciando una macchia umida di precum.
Rosa lo vide. I suoi occhi si accesero. Lasciò cadere l’asciugamano.
Il corpo nudo le si rivelò senza pudore: seni grandi e pesanti con capezzoli scuri già turgidi, ventre morbido e femminile, fianchi larghi, e tra le cosce una figa rasata con le grandi labbra gonfie e lucide di umori. «Non ce la faccio più a resistere, Wesley. Prendimi. Qui. Adesso. Scopami come hai sempre voluto fare mentre guardavi mio marito che ti urlava gli schemi.»
Lui non rispose con parole. In due passi la raggiunse, le prese il viso tra le mani grandi e la baciò con violenza. Le lingue si intrecciarono subito, fameliche, bagnate. Rosa gemette nella sua bocca, spingendo il corpo contro di lui, strofinando i seni nudi sul suo petto sudato. Le mani di Wesley scesero a stringerle il culo, affondando le dita nella carne soda, separandole le natiche mentre la sollevava di qualche centimetro da terra. Lei gli morse il labbro inferiore.
«Lo so che è pericoloso,» sussurrò contro la sua bocca, ansimando. «Se mio marito torna indietro… se qualcuno ci sente… ma non me ne frega un cazzo. Voglio il tuo cazzo grosso dentro di me. Subito.»
Wesley la spinse contro la panca di legno. Rosa cadde in ginocchio con un sorriso da troia, tirandogli giù i pantaloncini in un gesto secco. Il cazzo le schizzò fuori, spesso, venoso, lungo quasi venti centimetri, con la cappella viola e lucida di precum. Rosa lo guardò come se fosse un tesoro.
«Figlio di puttana,» ringhiò con voce sporca, «guarda che bestia che hai. Il cazzo di mio marito è un cazzo da ridere rispetto a questo.»
Aprì la bocca e lo ingoiò senza preavviso. Le labbra rosse si allargarono al massimo intorno alla grossezza, scendendo lungo l’asta mentre la lingua lavorava sotto. Arrivò fino in gola, gli occhi che lacrimavano, il naso che premeva contro il pube sudato di Wesley. Succhiava con avidità rumorosa, gorgoglii osceni che riempivano lo spogliatoio. Lo tirava fuori solo per riprendere fiato, lasciando fili di saliva densa che collegavano la bocca al cazzo, e poi lo riprendeva più a fondo, massaggiandogli le palle pesanti con una mano.
Wesley le afferrò i capelli bagnati, ringhiando. «Cazzo, Rosa… sei una troia. La moglie del coach che mi succhia il cazzo in ginocchio…»
Lei lo guardò dal basso, gli occhi lucidi di eccitazione. «Sì, sono la troia di tuo cazzo. E adesso voglio che mi sfondi.»
Lui la tirò su, la piegò sulla panca. Rosa allargò le gambe, il culo in alto, la figa aperta e bagnatissima. Wesley le mise la cappella contro le labbra e spinse. Entrò tutto in un colpo solo, fino alle palle. Rosa urlò di piacere, le dita che artigliavano il legno.
«Oddio sì! Così grosso… mi stai aprendo tutta!»
Cominciò a fotterla in missionario sulla panca, guardandola negli occhi. Ogni spinta era profonda, violenta, i testicoli che sbattevano contro il culo. I seni di Rosa ballavano ipnotici. Lui ne afferrò uno, strizzandolo forte, torcendole il capezzolo.
«Guardami mentre ti scopo, Rosa. Guardami mentre tradisci tuo marito con il suo giocatore migliore.»
Lei aveva gli occhi rovesciati, la bocca aperta in un gemito continuo. «Più forte! Mio marito non mi fa venire così… non mi riempie… non mi tratta come una puttana. Scopami più forte, figlio di puttana!»
Wesley la girò. Da dietro la prese per i fianchi e ricominciò, spinte brutali che facevano tremare le cosce di lei. Le schiaffeggiò il culo con forza, lasciando impronte rosse sulla pelle chiara. Poi le afferrò i capelli bagnati come redini, tirandole la testa indietro mentre la martellava.
«Prendi tutto, troia. Prendi il cazzo che tuo marito non può darti.»
Rosa urlava senza più controllo, la figa che schizzava umori sulle cosce di lui a ogni affondo. «Sì! Spaccami! Sto per venire… non fermarti!»
La fece sedere sopra di sé sulla panca. Rosa gli montò a cavalcioni, afferrò il cazzo bagnato dei suoi stessi umori e se lo infilò dentro fino in fondo. Cominciò a cavalcarlo selvaggiamente, i seni che rimbalzavano contro il viso di Wesley. Lui le succhiava i capezzoli, le mordeva, le mani che le stringevano il culo aiutandola a scendere con più forza.
«Vengo… cazzo, vengo!» ringhiò lui.
«Dentro! Riempimi tutta! Sborrami nella figa, Wesley!»
Vennero insieme, un orgasmo violento e lungo. Il cazzo di Wesley pulsò forte, schizzando getti densi e caldi dentro di lei, mentre la figa di Rosa si contraeva spasmodicamente, mungendolo fino all’ultima goccia. Rosa tremava, la bocca aperta in un urlo muto, gli occhi fissi in quelli di lui.
Ansimanti, sudati, ancora uniti, si guardarono con una complicità feroce e pericolosa. Il seme di Wesley cominciava a colarle lungo le cosce. Rosa gli accarezzò il petto con le dita tremanti, il respiro spezzato.
«Questo non finisce qui,» sussurrò, la voce ancora arrochita dal piacere. «Mio marito tornerà tra poco… ma io voglio ancora questo cazzo. Voglio che mi scopi di nuovo, in un posto dove possiamo urlare davvero. Però adesso dobbiamo…»
Un rumore di passi pesanti nel corridoio li gelò entrambi. La porta degli spogliatoi cigolò in lontananza. La voce del coach chiamò: «Rosa? Sei ancora qui?»
Il cuore di Wesley saltò un battito. Rosa sorrise, maligna e spaventata allo stesso tempo, il cazzo di lui ancora mezzo duro dentro di lei, il suo seme che continuava a uscire lentamente mentre i passi si avvicinavano.
Rosa strinse le cosce intorno ai fianchi di Wesley, bloccandolo dentro di sé con una presa quasi disperata. Il cazzo di lui, ancora mezzo duro e pulsante, era immerso fino in fondo nella sua figa fradicia di sborra densa. Ogni piccolo movimento faceva colare altro sperma caldo lungo le sue grandi labbra gonfie, fino alle natiche e sulla panca di legno. Il cuore le batteva così forte che temeva il marito lo sentisse dal corridoio.
«Cazzo, non tirarlo fuori,» gli sussurrò all’orecchio, la voce ridotta a un sibilo roco e sporco. «Lo sento ancora che mi allarga. La tua sborra giovane mi sta colando fuori e mi piace da morire.»
Wesley era paralizzato. Ventidue anni di allenamenti feroci non lo avevano preparato a questo terrore dolce e osceno. Il coach – l’uomo che lo aveva trattato come un figlio, che gli aveva urlato schemi tattici per quattro stagioni – stava arrivando. I passi pesanti risuonavano nel corridoio, sempre più vicini. Eppure il suo cazzo traditore diede un altro spasmo dentro di lei, spinto dal tabù assoluto di quel momento: era ancora sepolto nella moglie del suo allenatore, con la figa di lei che lo mungeva piano, come se volesse tenerlo prigioniero.
Rosa sorrise contro il suo collo, un sorriso da puttana vera, spaventato e bagnato di eccitazione. I suoi seni pesanti, ancora arrossati dai morsi di poco prima, premevano sul petto sudato di lui. I capezzoli scuri erano due pietre dure che gli sfregavano la pelle. «Senti come sono piena? Hai scaricato litri dentro di me, Wesley. Se mio marito entra adesso e mi vede così, con la figa che stilla il tuo seme… cazzo, mi viene solo a pensarci.»
I passi si fermarono fuori dalla porta. La maniglia cigolò.
Wesley cercò di ritrarsi, ma Rosa gli affondò le unghie nella schiena e strinse ancora di più i muscoli vaginali, risucchiandolo dentro. Un rivolo spesso di sborra bianca colò fuori nonostante la stretta, scivolando lungo l’asta di lui e gocciolando sulle sue palle contratte. L’odore di figa appena scopata, di sudore maschile e di sperma fresco saturava l’aria degli spogliatoi. Era impossibile che il coach non lo sentisse.
«Rosa? Amore, sei qui?» La voce del coach era vicina, stanca dopo l’allenamento ma ancora autoritaria. La porta si aprì di uno spiraglio. «Ho dimenticato le chiavi dell’armadietto delle attrezzature.»
Rosa alzò la testa di scatto. Con un movimento rapido afferrò l’asciugamano caduto e se lo avvolse intorno al busto, coprendo appena i seni e lasciando le cosce spalancate sopra Wesley. Lui era schiacciato contro il muro dietro la fila di armadietti, seduto sulla panca bassa, con lei a cavalcioni che fingeva di sistemarsi i capelli bagnati. Il cazzo del ragazzo era ancora mezzo dentro di lei, nascosto solo dall’angolazione e dall’asciugamano che pendeva tra le loro gambe. Ogni respiro di Rosa lo faceva scivolare un millimetro più fuori, poi di nuovo dentro per la contrazione involontaria della sua figa.
«Sono qui, tesoro,» rispose lei con voce sorprendentemente calma, anche se Wesley sentiva il suo cuore martellare contro il proprio petto. «Mi stavo cambiando. Ho fatto la doccia tardi.»
Il coach entrò del tutto. Era un uomo massiccio, cinquantadue anni, con la polo della squadra ancora macchiata di sudore. Non poteva vedere Wesley – nascosto dal corpo formoso della moglie e dalla penombra tra gli armadietti – ma bastava un passo di lato e tutto sarebbe finito. Carriera, matrimonio, amicizia. Tutto distrutto.
Wesley trattenne il fiato. Il terrore gli stringeva la gola, ma l’eccitazione era mostruosa. La figa di Rosa era un forno bagnato intorno alla cappella. Sentiva chiaramente i suoi umori mescolati alla propria sborra che colavano senza sosta, bagnandogli le palle e la panca. Ogni volta che lei spostava il peso per sembrare naturale, il cazzo gli scivolava dentro di un altro centimetro con un rumore osceno e umido che, nel silenzio, sembrava assordante.
Rosa si mosse piano, come per alzarsi, ma in realtà ruotò i fianchi in un minuscolo cerchio impercettibile. Il clitoride le sfregava contro il pube di Wesley. Lui le vide gli occhi velarsi per un attimo.
«Stai bene?» chiese il coach, avvicinandosi alla fila di armadietti. «Sembri accaldata.»
«Fa caldo qui dentro,» rispose lei, e la sua voce si incrinò appena quando Wesley, mosso dal panico e dal desiderio, spinse impercettibilmente verso l’alto. Solo mezzo centimetro. Abbastanza per farle sentire la grossezza che la riapriva. Rosa strinse i denti per non gemere. «Deve essere l’umidità dopo la doccia.»
Wesley pensava che sarebbe impazzito. È la moglie del mio coach. Gli sto tenendo il cazzo dentro mentre lui parla con lei. La sto riempiendo ancora della mia sborra e lei la vuole. È una troia. La mia troia proibita. Il pensiero gli faceva pulsare il cazzo dentro di lei. Rosa lo sentì e contrasse di nuovo la figa, come una carezza calda e bagnata.
Il coach aprì il suo armadietto a due metri da loro. Il rumore metallico coprì per un secondo il respiro affannoso di entrambi. Rosa ne approfittò per chinarsi leggermente in avanti, fingendo di raccogliere qualcosa da terra. Il movimento fece uscire quasi del tutto il cazzo di Wesley, con un lungo filo di sborra densa che rimase attaccato tra la cappella viola e le labbra aperte della sua figa. Poi lei si riabbassò di colpo, ingoiandolo di nuovo fino in fondo senza un suono. Wesley dovette mordersi il labbro fino a sentire il sapore del sangue per non ringhiare.
«Hai visto Wesley?» domandò il coach, voltandosi verso di lei. «Quel ragazzo è rimasto indietro stasera. Di solito è il primo a uscire.»
Rosa sorrise, un sorriso lento e sporco che solo Wesley poteva vedere. I suoi occhi castani erano ancora lucidi di piacere post-orgasmo. «Forse aveva bisogno di una doccia più lunga,» disse, e mentre parlava strinse di nuovo i muscoli interni intorno al cazzo del ragazzo, massaggiandolo con la figa piena del suo stesso sperma. «È un giovane così… dotato. Si allena duro.»
Wesley sentì le palle contrarsi di nuovo. Era al limite. Il rischio lo stava facendo impazzire. Il coach era lì, a due metri, che parlava del suo “giovane promettente” mentre lui aveva appena finito di sborrare nella figa della moglie, e lei lo stava ancora cavalcando piano, in silenzio, con movimenti minuscoli e perversi.
Rosa si passò una mano tra i capelli bagnati, lasciando che l’asciugamano si aprisse un poco sul davanti. Il coach non poteva vedere, ma Wesley aveva i suoi seni enormi a pochi centimetri dal viso. I capezzoli erano ancora turgidi, segnati dai suoi denti. Lei gli avvicinò la bocca all’orecchio mentre fingeva di rispondere al marito.
«Sborrami ancora dentro piano,» gli sussurrò così piano che quasi non era voce. «Voglio sentire un altro schizzo mentre gli parlo. Sono la sua moglie devota… e la tua puttana privata.»
Wesley non ce la fece. Il cazzo gli diede due, tre pulsazioni forti dentro di lei. Non era un orgasmo completo, ma abbastanza da far uscire altro sperma denso, caldo, che la riempì ancora di più. Rosa rabbrividì visibilmente. Il coach se ne accorse.
«Sicura di stare bene? Stai tremando.»
«Solo un brivido di freddo dopo la doccia calda,» mentì lei, e la sua voce era arrochita dal piacere. La figa le pulsava intorno al cazzo di Wesley in piccoli spasmi, mungendolo, tenendolo prigioniero nel suo calore traditore. Altra sborra colò fuori, bagnando le cosce di lui e formando una piccola pozza sulla panca.
Il coach chiuse l’armadietto con un tonfo. «Va bene. Io vado a casa. Chiudi tu quando esci, per favore.» Fece due passi verso la porta, poi si fermò. «Rosa?»
«Sì?»
«C’è uno strano odore qui dentro. Come… non so, qualcosa di dolce e salato insieme.»
Rosa rise, una risata bassa e sporca che vibrò intorno al cazzo di Wesley ancora affondato dentro di lei. «Sarà l’odore degli spogliatoi dopo l’allenamento, amore. Sudore, fatica… e desiderio.»
Il coach borbottò qualcosa di vago e finalmente uscì, lasciando la porta socchiusa. I passi si allontanarono nel corridoio.
Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. Rosa aveva la fronte premuta contro quella di Wesley, il respiro corto, la figa ancora contratta intorno al suo cazzo che non voleva saperne di ammosciarsi del tutto. Il seme continuava a uscire lentamente, caldo, vischioso, segnando entrambi come complici di un tradimento che avrebbe potuto distruggere tutto.
«Cristo santo,» ansimò Wesley alla fine, la voce spezzata. «Siamo pazzi. Tuo marito era qui… e io ti stavo riempiendo di nuovo.»
Rosa gli morse il labbro inferiore con forza, poi sorrise, gli occhi ancora pieni di fame animalesca. I suoi fianchi fecero un ultimo, lentissimo movimento circolare, spremendo le ultime gocce di sborra dalla cappella sensibile.
«Non è finita, piccolo. Questo è solo l’inizio del nostro segreto sporco. La prossima volta voglio che mi scopi mentre lui è in casa…»
La porta del corridoio cigolò di nuovo in lontananza. Qualcuno stava tornando indietro.
Rosa spalancò gli occhi, ancora piena del cazzo e della sborra del giocatore di suo marito, il cuore che batteva all’impazzata contro il petto di Wesley, il piacere proibito che ancora le faceva tremare le cosce mentre i passi si avvicinavano per la seconda volta.
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