Rebound Mascherato al Ballo Proibito
Marco, architetto di 32 anni, incontra al ballo mascherato il personal trainer 28enne Theo e finisce scopato selvaggiamente nel privé.
Non avrei dovuto andarci. Me lo ripetevo mentre indossavo il vestito scuro, la maschera nera che mi copriva gli occhi e il ponte del naso, le mani che tremavano un po’ sui bottoni della camicia. Trentadue anni, architetto, curriculum pieno di progetti e un appartamento troppo silenzioso da quando il mio ex aveva chiuso la porta tre settimane fa senza guardarsi indietro. Rebound, mi dicevo. Solo un rebound mascherato. Il Ballo Proibito era esclusivo, solo uomini, solo desiderio ammesso in sala: niente nomi veri obbligatori, niente promesse, solo corpi e sguardi. Avevo pagato il biglietto in un momento di rabbia e di fame, e adesso stavo entrando.
La sala era penombra e luci basse, musiche lente che facevano vibrare il pavimento sotto i piedi. Profumo di pelle, di colonia cara, di sudore pulito. Uomini mascherati che si sfioravano, alcuni già appiccicati ai muri. Io restavo vicino al bancone, un bicchiere di qualcosa di amaro in mano, a fingere di osservare l’architettura del soffitto affrescato. Poi l’ho visto.
Theo. Non sapevo ancora il nome, allora. Solo il corpo. Ventotto anni stampati nella postura, spalle larghe da chi solleva pesi per mestiere, vita stretta, cosce che spingevano contro il tessuto scuro dei pantaloni. La maschera gli lasciava libera la bocca: labbra piene, un sorriso lazy che già mi aveva inchiodato. Personal trainer, avrei scoperto dopo, ma in quel momento era solo un animale scolpito che mi stava guardando come se fossi il prossimo esercizio. I suoi occhi, dietro la fessura, mi attraversarono dritti. Non un’occhiata educata. Una dichiarazione.
Si avvicinò senza fretta, il bicchiere abbandonato da qualche parte. Quando fu a un passo da me, la voce mi arrivò bassa, calda, con quel tono di chi sa esattamente cosa vuole.
«Stai scappando da qualcosa o stai cercando di essere trovato?»
Io ho riso, un suono roco che non mi apparteneva da settimane. «Forse tutte e due. Tu?»
«Io trovo.» Mi passò lo sguardo addosso, lento, dalla maschera al collo, al petto, più giù. «E tu sembri esattamente la cosa giusta da trovare stasera. Come ti chiami dietro quella cosa?»
«Marco. Architetto. Troppo tempo passato a disegnare muri invece di abbatterli.»
«Theo. Faccio sudare la gente di mestiere. E tu…» Si sporse un centimetro. «Tu hai l’aria di uno che ha bisogno di sudare per davvero.»
La tensione era immediata, fisica, come un filo elettrico teso tra i nostri corpi. Non c’era ambiguità. I suoi occhi dicevano ti voglio scopare. I miei rispondevano sì, fallo. Mi offrì la mano non per salutarmi, ma per tirarmi verso la pista. La musica era scivolosa, corpi che si muovevano stretti. Theo non chiese permesso: mi girò, mi prese per i fianchi e mi tirò contro di sé. Il suo petto duro contro la mia schiena per un attimo, poi mi rivoltò di nuovo, faccia a faccia, all’inglese, bacino contro bacino.
Ballavamo nella penombra laterale, lontano dalle luci più forti. Le sue mani non stavano ferme. Una sulla mia schiena, bassa, le dita che premevano appena sopra il bordo dei pantaloni. L’altra sul mio fianco, pollice che sfiorava la camicia, cercando la pelle sotto. Io sentivo il cazzo che mi si induriva contro il tessuto, e sentivo il suo, spesso e già mezzo duro, che mi strofinava la coscia a ogni movimento. Non fingevamo più.
«Ti desidero da quando ti ho visto entrare», mi sussurrò all’orecchio, le labbra che sfioravano il lobo. «Quel modo di stare in piedi come se fossi ancora tutto intero, mentre si vede che qualcuno ti ha lasciato a pezzi. Voglio metterti insieme a modo mio. Voglio farti mio stasera, Marco. Tutto. La bocca, il culo, i gemiti. Vuoi?»
Le parole mi colpirono dritto allo stomaco e più in basso. Dirette, sporche, senza i giri di parole a cui ero abituato. Il mio cazzo pulsa contro di lui. Le sue mani diventarono più audaci: scesero, mi palparono il culo con decisione, mi strinsero le chiappe mentre ci dondolavamo sul ritmo. Io risposi. Gli cacciai una mano tra i corpi, gli accarezzai il petto duro sotto la camicia, poi scesi e gli presi il cazzo sopra i pantaloni, una presa ferma, misurandolo. Era grosso. Caldo. Lui gemette basso contro il mio collo.
«Cazzo, sì», borbottai. «Voglio. Parlami ancora così. Dimmi cosa mi fai.»
Theo sorrise contro la mia pelle e mi morse piano il collo, sotto la maschera. «Ti porto in un salottino. Ti spoglio piano finché non resti solo con quella maschera e il cazzo duro. Ti metto in ginocchio e ti faccio aprire la bocca. Poi ti giro, ti apro e ti scopero finché non ti dimentichi il nome di chi ti ha lasciato. Ti va?»
«Mi va da morire.»
Ci staccammo abbastanza da camminare. La sua mano restò sulla mia schiena bassa, possessiva, guidandomi lungo un corridoio laterale dove le luci erano ancora più basse. C’erano porte, alcune socchiuse, suoni ovattati che uscivano. Theo ne aprì una, controllò che fosse libera, mi spinse dentro e chiuse a chiave. Il salottino era piccolo: divano scuro, una poltrona, una lampada bassa che gettava ombre dorate, un tavolino con bottiglie e bicchieri puliti. Odore di pelle e di legna.
Appena la porta scattò, mi pinsò al muro. Il bacio non fu dolce. Fu famelico. Bocca aperta, lingua che entrava, denti che tiravano il labbro inferiore. Io gli risposi con la stessa fame, le mani nei suoi capelli corti sotto la maschera, il bacino che si spingeva avanti cercando attrito. Theo mi aprì la camicia con urgenza, bottoni che saltavano, palmi caldi sul mio petto, dita che mi pizzicavano i capezzoli finché non gemetti nella sua bocca. La sua bocca scese: collo, clavicola, un morso sulla spalla. Intanto le mie mani gli sbottonavano i pantaloni, gli calavano la cerniera, gli liberavano il cazzo.
Pesante, venato, già gocciolante sulla punta. Lo strinsi e lo strofinai, pollice che spandeva il liquido. Theo tirò indietro la testa e sussurrò un «fanculo» roco.
«Così», dissi io, la voce spezzata. «Voglio sentirti. Voglio che mi usi.»
«Ti userò.» Mi girò, mi spinse col petto contro il muro, le mani che mi aprivano i pantaloni e me li calavano sui fianchi insieme al boxer. L’aria fresca sul cazzo scoperto mi fece rabbrividire. Theo si accovacciò un attimo dietro di me, mi aprì le chiappe con le palme e mi passò la lingua calda lungo la riga, dalla base delle palle su, fino all’ingresso. Un colpo solo, lento, deliberato, poi un altro, più profondo, la punta della lingua che spingeva. Io sbattéi la fronte sul muro e spinsi il culo indietro.
«Dio… Theo…»
Si rialzò, mi girò di nuovo, mi baciò assaggiandosi sulla mia bocca. Poi mi trascinò sul divano. Io caddi seduto, lui straddled le mie cosce per un attimo, cazzi che si strofinavano nudi, pelle contro pelle, il precome che li rendeva scivolosi. Ci baciammo di nuovo, mani ovunque: io gli palpai il culo duro, i muscoli delle cosce, lui mi pompava il cazzo con una presa ferma, lenta, guardandomi dietro la maschera.
«Dimmi che mi vuoi dentro», ordinò, la voce bassa.
«Ti voglio dentro. Voglio il tuo cazzo nel culo stasera. Voglio che mi scopi selvaggio.»
Theo sorrise, scuro, soddisfatto. Si alzò abbastanza da abbassarsi i pantaloni del tutto, si tolse la camicia. Il corpo era ancora meglio di come l’avevo immaginato: addominali marcati, petto peloso quanto bastava, braccia venate. Prese qualcosa dal tavolino — lubrificante messo lì apposta, ovviamente, in un posto del genere — e se ne versò un filo sulle dita. Poi si rimise in ginocchio tra le mie gambe aperte, mi sollevò un po’ il bacino e mi toccò l’ingresso con un dito scivoloso.
Entrò piano, un dito, poi due, aprendo, cercando. Quando mi trovò la prostata spinsi un gemito lungo e gli cacciai le mani sui capelli. Lui mi guardava in faccia mentre mi ditalinava, mentre con l’altra mano mi strofinava il cazzo.
«Sei stretto. E caldissimo. Stasera ti apro per bene e ti riempio. Ma prima voglio vederti perdere la testa così.»
Le dita andavano più fondo, più rapide. Io mi contorcevo sul divano, le cosce che tremavano, il cazzo che pulsava nella sua presa. I baci diventavano morsi. Le carezze esplodevano in spinte. Lui mi sussurrava quanto ero bello con la maschera ancora addosso e il culo che gli succhiava le dita, quanto mi avrebbe preso in piedi, sul tavolo, da dietro con le mani legate se glielo chiedevo. Ogni parola mi mandava un’altra scarica di elettricità.
Quando mi sentì vicino, rallentò di proposito. Ritirò le dita, mi lasciò ansimante, il buco che pulsava sul niente. Si alzò, mi guardò dall’alto con quel sorriso da predatore soddisfatto, il cazzo grosso e lucido di precome dritto verso di me.
«Non ancora», disse. «Qui non finisce. Voglio che mi supplichi per davvero prima di entrarti. Alzati. In ginocchio. Mostrami quanto lo vuoi.»
Mi alzai tremante, le gambe molli, il cuore che batteva in gola e nel cazzo. Mi misi in ginocchio sul tappeto davanti a lui, la maschera ancora sul viso, la bocca già aperta, gli occhi alzati verso i suoi. Theo mi accarezzò i capelli, mi presentò il cazzo sulle labbra, e la tensione — invece di spezzarsi — si tese ancora di più, pronta a scoppiare nel momento successivo, con me già pronto a prenderlo tutto e lui che teneva ancora il controllo sul quando.
Theo mi sollevò di peso dalle ginocchia prima che le sue labbra toccassero la mia bocca, mi spinse a sedere sul divano con le cosce spalancate e si buttò in ginocchio tra le mie gambe. La maschera nera gli incorniciava ancora lo sguardo affamato mentre mi afferrava il cazzo duro alla base e lo infilava dritto in gola senza preamboli. Succhiava con avidità, guance scavate, lingua che girava sotto il glande e poi scendeva a leccare le palle già tese. Io gemetti roco, le mani conficcate nei suoi capelli corti, spingendo il bacino in avanti finché non sentii la punta urtare il fondo della sua gola. Lui non indietreggiò: deglutiva, bagnava, trascinava i denti leggeri lungo la vena e tornava a ingoiarmi fino alla radice, saliva che gli colava sul mento e mi scorreva sulle cosce.
«Cazzo, Theo… così… succhiamelo tutto», ansimai, la voce spezzata. Lui alzò gli occhi verso di me mentre la bocca lavorava, un suono umido e osceno a ogni risucchio. Le sue dita mi aprivano di nuovo il buco ancora lubrificato, due poi tre, crociando e allargando mentre mi pompava il cazzo con le labbra. Ero in fiamme, il piacere che mi saliva dalla prostata dritto al cervello. Quando fui a un soffio dal venire lui si staccò con un pop umido, fili di saliva che collegavano ancora la sua bocca al mio glande gonfio e rosso.
Si alzò, mi afferrò per i fianchi e mi girò di scatto, piegandomi a novanta gradi sul bracciolo del divano. Il petto premeva contro la stoffa scura, il culo esposto all’aria calda della stanza. Sentii il suo cazzo spesso e scaldato di saliva e precome posarsi tra le chiappe, poi la testa che premeva contro l’anello. Entrò con una spinta sola, potente, fino in fondo. Un gemito lungo mi uscì dalla gola mentre mi riempiva, il bruciore delizioso che si scioglieva subito in piacere crudo. Theo non diede tregua: cominciò a scoparmi con affondi profondi e regolari, le mani che mi tenevano i fianchi aperti, le palle che sbattevano contro le mie a ogni colpo.
«Prendilo tutto, Marco. Il tuo culo è fatto per il mio cazzo», mormorò contro la mia schiena, la voce bassa e dominante, ogni parola una carezza sporca. «Ti sento stringermi, ti sento succhiarmi dentro. Sei un buco goloso stasera, vero? Dillo.»
«Sì… cazzo sì, sono un buco goloso per te», borbottai, spingendo indietro per incontrare ogni spinta. Lui accelerò, i fianchi che battevano secchi contro le mie natiche, il cazzo che sfregava la prostata a ogni ingresso. Mi masturbava con una mano mentre mi sfondava, pollice che spalmava il liquido sulla punta. Le parole continuavano, bassissime, diritte all’orecchio: come mi avrebbe usato finché non camminassi storto, come il mio culo era il suo giocattolo per la notte, come voleva vedermi sgocciolare il suo sperma. Ogni frase mi faceva stringere di più intorno a lui. Il sudore scorreva tra le nostre pelli, il suono delle carne che sbatteva riempiva il salottino insieme ai miei gemiti soffocati contro il cuscino.
Quando sentii di nuovo l’orgasmo salirmi alle palle mi staccai abbastanza da girarmi, lo afferrai per le spalle e lo spinsi a sdraiarsi sul divano. Theo sorrise da predatore, si adagiò con le gambe divaricate, il cazzo lucido di lubrificante e dei miei succhi dritto verso l’alto. Mi ci montai sopra a cavalcioni, lo presi in mano e me lo infilai da solo, scendendo centimetro dopo centimetro finché non lo ebbi tutto dentro, le natiche premute contro le sue cosce. Cominciai a cavalcarlo con forza, alzandomi e riabbassandomi con ritmi frenetici, poi più lenti e profondi, poi di nuovo selvaggi. Le mani sul suo petto peloso, le unghie che graffiavano i capezzoli. Lui mi teneva i fianchi e spingeva dal basso, incontrandomi a metà, il bacino che schioccava contro il mio.
«Scopami tu adesso», ansimò, gli occhi dietro la maschera fissi nei miei. «Usa il mio cazzo, scavalcalo, prenditelo fino alle palle. Voglio vederti sborrare sul mio addome mentre ti sfondo da sotto.»
Obbedii. Alternavo: salivo quasi fino a farlo uscire e poi mi lasciavo cadere di botto, gemendo ogni volta che mi apriva di nuovo. Il ritmo diventò forsennato, corpi sudati che scivolavano, il divano che scricchiolava. Sentivo le sue palle contrarsi sotto di me, il cazzo che pulsava all’interno. Io mi pompavo il mio con una mano frettolosa mentre lo cavalcavo, l’altra aggrappata alla sua spalla. L’orgasmo arrivò violento, senza preavviso: mi scossi tutto, il cazzo che schizzò abbondante sul suo petto e sulla sua pancia, getti caldi e spessi che mi lasciarono tremante e cieco. Nello stesso istante Theo ruggì, mi afferrò più forte e sborrò dentro di me, ondate calde che mi riempirono il culo mentre lui spingeva fino in fondo e restava conficcato, spasmi dopo spasmi. Continuammo a muoverci piano, strizzando ogni goccia, gemiti rochi e corpi appiccicati di sudore e sborra.
Restammo così un lungo minuto, ansimanti, il cazzo di lui che si rammolliva piano dentro di me mentre io sentivo il suo seme colarmi lungo le cosce. Poi mi sollevai, il buco che pulsava vuoto e pieno allo stesso tempo. Ci togliemmo le maschere quasi insieme. Il suo viso era ancora più bello di quanto avessi immaginato: mascella squadrata, occhi scuri, quel sorriso lazy che mi aveva inchiodato dalla sala. Io credo di aver riso per primo, un suono rauco e compiaciuto; lui mi rispose con la stessa risata complicita, come due che sanno esattamente cosa si sono appena fatti. Ci scambiammo i numeri sul telefono ancora acceso sul tavolino, le dita unte che scorreva sullo schermo, la promessa grezza di rivederci presto, di non lasciar finire tutto in una sola notte di salottino. Uscimmo dal Ballo Proibito mano nella mano, ancora sudati sotto i vestiti rimessi in fretta, l’odore di sesso che ci seguiva nel corridoio e nella notte.
E mentre scendevamo le scale sapevo già che la prossima volta glielo avrei fatto leccare il mio culo pieno della sua stessa sborra prima di rimetterglielo dentro fino a farlo uriare di nuovo.
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