Una Notte Ancora: Il Culo della Mia Amica di Infanzia
Marco trentaduenne torna al paese e finisce col culo stretto della sua amica d’infanzia trentenne Sofia.
Marco scese dall’auto con la valigia leggera e l’odore familiare del paese natale gli entrò nei polmoni come un pugno dolce. Trentadue anni, imprenditore di successo a Milano, tornava solo per una settimana di vacanza e già sentiva il cuore battergli più forte del solito. Sofia lo stava aspettando fuori dal cancello di casa sua, trentenne, single, i capelli castani sciolti sulle spalle e quel sorriso che da ragazzini lo faceva impazzire. Si abbracciarono a lungo, il corpo di lei morbido e caldo contro il suo.
«Finalmente, stronzo. Pensavo non saresti mai più tornato», mormorò lei contro il suo collo, la voce già un po’ roca.
«Sono qui, Sofi. Solo per te stasera.»
La cena fu semplice: pasta al sugo, vino rosso della cantina del nonno, e ore a ripercorrere i ricordi. Il prato dietro casa dove giocavano a nascondino, le sere d’estate in cui lei gli rubava il primo bacio da ubriachi di limonata, le lettere che si mandavano quando lui era partito per l’università. Ma gli sguardi si facevano sempre più lunghi. Sofia si leccava le labbra quando lui parlava, e Marco notava come la scollatura della sua maglietta nera lasciasse indovinare i seni pieni, senza reggiseno.
Quando finirono di mangiare, Sofia si alzò e lo guardò dritto negli occhi. «Sai cosa non ti ho mai detto? Che da anni mi tocco pensando a te. Al cazzo che dovevi avere. A come mi avresti scopato se solo avessi avuto il coraggio di chiedertelo. Voglio qualcosa di proibito con te, Marco. Qualcosa che non ho mai osato fare con nessun altro.»
Il sangue gli scese tutto in mezzo alle gambe. «Dimmi cos’è», rispose lui, già con la voce bassa e calda.
Si spostarono sul divano con il secondo bicchiere di vino. Sofia non aspettò. Si sedette a cavalcioni sulle sue cosce, le gonne della gonna di jeans che si alzava fino a mostrare le mutandine di pizzo nero. Il culo tondo e sodo premette contro il cazzo di Marco, già duro e che pulsava contro il tessuto dei pantaloni. Lo baciò con fame, lingua contro lingua, denti che graffiavano il labbro inferiore. Si strofinava su di lui con movimenti lenti e deliberati, il buco del culo che precauzionalmente sfregava sulla lunghezza della sua erezione.
«Stanotte voglio sentirmi riempire il culo da te», gli sussurrò all’orecchio, calda e umida. «Tutto. Fino in fondo. Senza pietà. L’ho preparato prima che arrivassi. Sono già lubrificata e aperta solo per il tuo cazzo.»
Marco gemette, le mani che le afferrarono le natiche e le strinsero forte. Sofia scese di scatto, lo fece alzare, poi si chinò sul tavolo del salotto, la gonna alzata sulla schiena. Con le dita si aperse le chiappe, mostrando il buchetto rosa lucido di lubrificante, che pulsava leggermente. «Guardalo. È tuo. Infilamelo. Spaccami il culo come hai sempre voluto fare.»
Lui si abbassò i pantaloni e i boxer in un gesto solo. Il cazzo gli saltò fuori, grosso, venoso, già gocciolante di liquido preorgasmico. Si mise dietro di lei, le spalmò ancora un po’ di lubrificante sulle dita e le culo, poi spinse due dita dentro il buco stretto. Sofia urlò di piacere, la testa appoggiata sul legno, mentre con l’altra mano si masturbava la figa già inzuppata. Le dita di Marco entravano e uscivano, allargandola, curvandosi per farla gemere più forte.
«Cazzo, sei stretta da morire», borbottò lui. «Il tuo buco mi succhia le dita.»
Poi le tolse le dita, si allineò e spinse il glande contro l’anello roseo. Entrò piano all’inizio, centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti calde e strette che si aprivano a forza intorno al suo diametro. Sofia ansimava, digrignava i denti di piacere-dolore. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, Marco le diede una spinta secca e la prese in piedi contro il muro. Le alzò una gamba, le mani che le tenevano i fianchi, e iniziò a scoparla con spinte lunghe e profonde. Il cazzo spariva completamente nel culo di lei a ogni affondo, il suono umido e osceno che riempiva la stanza.
«Più forte. Rompimi», implorò Sofia, la guancia premuta contro il muro. «Voglio sentirlo domani quando cammino.»
Marco la girò di scatto, la spinse a pecorina sul divano. Le afferrò i capelli castani in un pugno e tirò la testa all’indietro mentre la sfondava analmente con ritmo brutale. Schiaffeggiò le natiche rosate, lasciando impronte rosse, e lei strillava di godimento a ogni colpo. «Che culo da puttana. Il mio buco preferito. Ti scopi il culo come una cagna in calore, Sofi.»
Il ritmo era bestiale, le palle che sbattevano contro la figa di lei a ogni spinta. Sofia si dondolava indietro incontro a lui, chiedendo di più. A un certo punto Marco si sdraiò sul divano e la fece sedere in reverse cowgirl. Lei si abbassò lentamente sul cazzo, facendolo sparire di nuovo nel suo sedere, poi iniziò a rimbalzare con violenza, le chiappe che sbattevano sulla sua pelvi. Marco le teneva i fianchi e la spingeva giù forte a ogni caduta, sentendo il buco che lo stringeva come una morsa. Entrambi urlavano, sudati, la pelle che scivolava.
«Vieni dentro. Riempimi il culo di sborra», gemette lei, masturbandosi freneticiamente il clitoride.
Marco sentì l’orgasmo arrivare come un treno. Con un ruggito finale le scaricò potenti fiotti di sborra calda e densa dritto nel retto, spinta dopo spinta, mentre Sofia raggiungeva un orgasmo anale che la faceva contrarre a ondate intorno a lui, le cosce che tremavano, un urlo lungo e rotto che le usciva dalla gola. Continuarono a muoversi finché le ultime gocce non furono spremute fuori, poi crollarono esausti e sudati uno contro l’altra.
Il respiro di entrambi era ancora affannoso. La sborra di Marco colava lenta dal buco rosso e dilatato di Sofia mentre lei si voltava, gli occhi lucidi e il sorriso sazio. Lo baciò con tenerezza, labbra morbide contro le sue, la lingua che gli assaggiava la bocca senza fretta.
«Una notte non basta, Marco», gli sussurrò contro le labbra, la voce ancora rauca dal piacere. «Restami tutta la settimana. Voglio esplorare ancora di più. Voglio che mi usi il culo in ogni stanza di questa casa, che mi insegni a prenderlo ancora più a fondo, che mi fai diventare la tua puttana privata finché non parti. Dimmi di sì.»
Marco le accarezzò la guancia sudata, il cazzo ancora semi-duro e sporco di lei che gli pulsava tra le gambe. La settimana era appena iniziata, e il pensiero di avere quel buco stretto a disposizione ogni giorno lo faceva già riardere.
Marco le accarezzò ancora la guancia, poi annuì con un sorriso torbido. «Tutta la settimana, Sofi. Ogni stanza, ogni ora. Il tuo culo è mio.»
Quella notte non finì lì. Si lavarono in fretta, ma appena tornarono in camera da letto Sofia si piegò di nuovo, questa volta sul materasso, le ginocchia divaricate, le mani che le tenevano le chiappe aperte. Marco le leccò il buco ancora molle e pieno di sborra, la lingua che entrava e usciva mentre lei ansimava nel cuscino. Poi la montò di nuovo, spingendosi dentro con un colpo solo, fino in fondo. La scopò lenta all’inizio, sentendo la sborra precedente che scivolava intorno al cazzo e gli lubrificava le palle. «Senti come ti sei allargata per me», borbottò contro la sua schiena. «Ma sei ancora stretta da far male.» Lei spingeva indietro, chiedendo spinte più dure, e lui gliele diede, affondando con violenza finché non venne di nuovo, riempiendola ancora.
Il mattino dopo la svegliò già duro. Sofia era a pancia in giù, nuda, e lui le spalancò le natiche con le palme. Il buchetto rosato era ancora un po’ gonfio, lucido. Ci sputò sopra, poi ci infilò il glande senza preavviso. Lei gemette, sveglia di colpo, ma allargò le gambe e spinse indietro. «Buongiorno, stronzo. Usami.» Marco la prese così, pigra e calda, spinte corte e profonde che facevano scricchiolare il letto. Le mani le stringevano i fianchi, le dita che lasciavano segni. Quando sentì che stava per esplodere si tirò fuori, le spalmò la sborra calda sulla fessura e sul buco, poi la rimise dentro per gli ultimi fiotti.
In cucina, mentre lei preparava il caffè a torso nudo, lui le si avvicinò da dietro, le alzò la vestaglia e le infilò due dita nel culo già morbido. Sofia si piegò sul piano di lavoro, le tette schiacciate contro il marmo freddo. «Scopami qui», disse con voce roca. Marco le spinse il cazzo dentro con un colpo secco, affondando fino alle palle mentre il caffè gocciolava nella moka. La scopò in piedi, una mano che le torturava i capezzoli, l’altra che le frullava il clitoride. Lei veniva contraendosi forte intorno a lui, il buco che lo mungeva, e lui la riempiva di nuovo, la sborra che cola lungo le cosce mentre lei tremava e rideva piano. «Ancora… cazzo, ancora.»
Nel pomeriggio la portò in bagno. Sotto la doccia calda la fece mettere a pecorina contro le mattonelle bagnate. L’acqua scorreva sulle curve di lei mentre Marco le apriva il culo con i pollici e ci spingeva il cazzo grosso, scivoloso di sapone e saliva. Le spinte erano profonde, oscene, il suono bagnato che rimbalzava sui muri. «Guarda come ti si apre», le diceva, e lei guardava indietro con gli occhi lucidi, la bocca aperta. «Più a fondo. Voglio sentirlo nelle budella.» Lui le afferrò i capelli bagnati e la sfondò, le palle che sbattevano contro la figa gonfia, finché entrambi non urlarono e lui le scaricò dentro un’altra volta, la sborra che si mescolava all’acqua e scendeva a fiotti dal buco dilatato.
La sera sul terrazzo, al buio, Sofia si sedette a cavalcioni su di lui sulla sedia di legno, di spalle. Si abbassò da sola sul cazzo duro, centimetro dopo centimetro, gemendo mentre il buco si stirava intorno alla circonferenza. Poi iniziò a rimbalzare, le natiche che schiaffeggiavano la sua pelvi, il ritmo sempre più violento. Marco le teneva i fianchi e la spingeva giù a ogni caduta, sentendo le pareti calde che lo stringevano. «Sei la mia puttana di culo», le sussurrò all’orecchio. «La settimana intera ti scopi il sedere finché non cammini storta.» Lei annuì, masturbandosi la figa con due dita, e venne forte, le cosce che scuotevano, il buco che pulsava a ondate intorno al cazzo di lui. Marco la seguì subito dopo, pompando sborra densa in profondità mentre lei si piegava in avanti, le mani sulle ginocchia di lui, il respiro spezzato.
I giorni successivi furono una sequenza di stanze e posizioni. Sul tavolo della sala da pranzo la mise a gambe all’aria, le caviglie sulle spalle, e la penetò dall’alto con spinte lunghe che le facevano battere la testa contro il legno. In cantina, tra le bottiglie di vino del nonno, la spinse contro il muro di pietra fredda e la scopò in piedi, una gamba alzata, il culo che si apriva e chiudeva vorace. Ogni volta Sofia chiedeva di più: dita prima, poi il cazzo intero, poi di nuovo le dita a stirarla mentre lui le leccava la figa. «Allargami», implorava. «Voglio prenderti tutto senza sforzo.» E lui lo faceva, curando ogni centimetro, spingendo più a fondo di quanto lei avesse mai preso, finché il ventre di Sofia non si gonfiava leggermente a ogni affondo e lei piangeva di piacere puro.
L’ultima sera, prima che lui partisse, la portò di nuovo sul divano dove era iniziato tutto. Sofia era nuda, inginocchiata, il culo alto e offerto. Marco le leccò a lungo il buco, ora abituato ma ancora stretto, poi ci infilò tre dita e le allargò a forbice mentre lei si masturbava. «Prontissima», mormorò lei. Lui si mise dietro, spinse il glande e affondò fino in fondo con un gemito grosso. La scopò con ritmo bestiale, le mani che le strizzavano le tette, le unghie che lasciavano scie rosse sulla schiena. Sofia spingeva indietro incontro a ogni colpo, il suono umido e schioccante che riempiva la casa. «Riempimi. Lasciami la tua sborra dentro mentre parti. Voglio sentirla colare domani.»
Marco accelerò, le palle che sbattevano contro di lei, il cazzo che spariva e riemergeva lucido. Sentì l’orgasmo salire dalle reni, un fuoco che gli tagliò il fiato. Con un ruggito finale si piantò fino alle radici e esplose, fiotti spessi e caldi che le riempirono il retto a ondate, spinta dopo spinta, mentre Sofia veniva anch’essa, il corpo che si contorceva, un urlo lungo che si spezzò in singhiozzi di piacere. Continuarono a muoversi lenti finché non restò più niente, poi crollarono uno sull’altra, sudati, il cazzo ancora dentro, la sborra che cominciava a colare lenta tra le cosce di lei.
Rimasero così a lungo, il respiro che si calmava a poco a poco. Marco le accarezzò i capelli umidi, le labbra che le sfioravano la spalla senza baciare. Sofia non parlò. Lui non aggiunse una parola. Fuori la notte del paese era silenziosa, solo il grillo lontano e il battito del cuore che rallentava contro la schiena di lei. La casa odorava di sesso e di vino. Si strinsero un ultimo istante, il corpo di Sofia morbido e caldo contro il suo, il buco ancora pulsante intorno a lui, e poi tutto divenne quiete.
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