Resa Estiva al Lago: Finalmente Prendo il Suo Culo
Renata, una donna di 38 anni in vacanza al lago, finalmente si fa scopare il culo dal suo compagno Franklin di 42 anni.
Non so come iniziare questa confessione senza sentirmi ancora il cazzo pulsare al solo ricordo, ma devo raccontare quello che è successo tra me e Renata durante quella vacanza estiva al lago. Mi chiamo Franklin, ho quarantadue anni e da più di quindici gestisco una mia impresa nel settore immobiliare; lei, Renata, è la mia compagna da otto anni, ha trentotto anni ed è una donna che sa ancora farmi perdere la testa con un solo sguardo. Abbiamo affittato una casa di legno proprio sulla riva, isolata, con un lungo molo che si protende sull’acqua calma e un giardino che profuma di pino e terra calda. Da settimane la tensione sessuale tra noi era diventata insopportabile. Dormivamo nudi, i nostri corpi si cercavano nel buio, ma ogni volta che le mie dita osavano scivolare tra le sue natiche perfette lei si irrigidiva e cambiava discorso. Fino a quel mattino.
Eravamo in veranda, il caffè ancora fumante nelle tazze, il lago che rifletteva il cielo azzurro. Renata indossava solo una camicia di lino bianca, aperta fino all’ombelico, i seni pesanti e abbronzati che premevano contro la stoffa leggera. Mi guardò a lungo, mordendosi il labbro inferiore, poi posò la tazza e disse con voce bassa ma ferma: «Franklin, ascoltami. Ho sempre detto di no al sesso anale perché avevo paura. Paura che facesse male, paura di non essere capace. Ma qui, con questo silenzio, con te che mi guardi come se volessi mangiarmi… sono curiosa. Voglio provare. Voglio che tu mi prenda il culo. Voglio sentire il tuo cazzo che mi apre e mi riempie dietro. Lo voglio davvero».
Le sue parole mi colpirono come una scarica elettrica. Sentii il sangue affluire tutto al basso ventre, il cazzo che si gonfiava dolorosamente contro i pantaloncini. «Renata… sei sicura?» le chiesi, ma dentro di me urlavo di trionfo. Lei annuì, gli occhi lucidi di desiderio. «Sì. Stasera. Ma non tenermi sulle spine tutto il giorno, ti prego. Fammi sentire che lo vuoi anche tu».
Da quel momento fu un lungo, lento tormento di flirt. Mentre passeggiavamo sul sentiero che costeggiava il lago le posai una mano aperta sulla natica destra, stringendola piano attraverso il tessuto sottile del pareo. Lei sospirò, si fermò e mi spinse contro un albero, premendo il bacino contro il mio. «Lo senti quanto sono bagnata solo a parlarne?» mi sussurrò all’orecchio. A pranzo, sotto il pergolato, il suo piede nudo risalì lungo la mia coscia fino a massaggiarmi il cazzo già duro, tracciando cerchi lenti mentre mi guardava negli occhi e diceva: «Immagino già la tua lingua dentro il mio buchetto… mi farai impazzire, vero?». Nel pomeriggio, mentre prendevamo il sole sul molo, lei si tolse il top e si spalmò l’olio lentamente sui seni, sui capezzoli scuri che diventavano due pietre. Poi si girò a pancia in giù, aprì leggermente le gambe e mi chiese di oliare anche lei dietro. Le mie dita tremavano mentre scendevano tra le sue natiche, sfiorando appena l’ano che si contraeva. «Più giù… sì, così» mormorava lei, la voce roca. La tensione era così densa che sembrava di poterla tagliare con un coltello. Ogni ora che passava il desiderio cresceva, reciproco, consenziente, quasi doloroso.
Al tramonto il cielo divenne fuoco. Decidemmo di fare il bagno nudi. Ci spogliammo sul molo, guardandoci senza pudore. Il corpo di Renata era magnifico: vita stretta, fianchi larghi, quel culo rotondo e sodo che per anni avevo solo sognato. L’acqua era tiepida, accarezzava la pelle come seta. Nuotammo vicini, le bocche che si cercavano, le mie mani che le strizzavano i seni, le sue che mi stringevano il cazzo sott’acqua, masturbandolo lentamente. Quando uscimmo, l’aria fresca ci fece venire la pelle d’oca. Renata non disse una parola. Si chinò lentamente sul bordo del molo, le ginocchia aperte, la schiena inarcata, offrendomi la vista completa del suo sedere bagnato. Le natiche si aprirono leggermente, mostrando il piccolo buco rosa che pulsava. Girò la testa, i capelli bagnati incollati alla schiena, e mi chiamò con voce tremante di eccitazione: «Franklin… vieni qui».
Mi avvicinai con il cazzo così duro che faceva male. Lei si sollevò appena per baciarmi. Fu un bacio famelico, lingue che si intrecciavano, denti che mordevano, saliva che colava. Tra un respiro e l’altro mi sussurrò sulle labbra: «Stasera voglio sentirlo dentro. Tutto. Voglio che mi scopi il culo. Non ce la faccio più ad aspettare, ti prego».
Presi la bottiglia di olio solare, ne versai una generosa quantità sulle dita e ci mescolai abbondante saliva. Iniziai a massaggiarle il bordo dell’ano con il pollice, girando piano, sentendo il muscolo che si rilassava sotto il tocco caldo e bagnato. Renata gemette forte, spingendo indietro il bacino. «Sì… così… aprilo». Inserii il primo dito lentamente, centimetro dopo centimetro, godendo del calore strettissimo che mi avvolgeva. Era velluto bollente, una morsa perfetta. Aggiunsi il secondo dito, dilatandola con movimenti circolari e delicati, mentre lei si toccava la figa fradicia con due dita, gemendo senza vergogna. I suoi versi riempivano il tramonto: «Più profondo… mi piace, Franklin… mi piace da morire». La preparai per lunghi minuti, sentendo il suo ano che diventava sempre più cedevole, più accogliente. Le sue gambe tremavano, il respiro era spezzato. Alla fine si girò, gli occhi supplichevoli: «Non ce la faccio più qui fuori. Portami dentro. Ti imploro… prendimi il culo sul letto. Adesso. Non resisto».
Corremmo in casa lasciando impronte umide sul pavimento. La camera era in penombra, solo la luce calda di una lampada da comodino. La misi a quattro zampe sul grande letto, le ginocchia ben aperte. Il suo culo era rosso per il sole e per l’eccitazione, le natiche aperte, il buchetto lucido di olio e saliva. Mi inginocchiai dietro di lei e avvicinai la bocca. La mia lingua passò lenta sull’ano, girando, premendo, poi lo penetrò, leccando dentro con fame. Renata urlò di piacere, la mano che correva a masturbarsi il clitoride con movimenti rapidi e disperati. «Leccami il culo… sì, più dentro… mangiami tutta!» Passai lunghi, lunghissimi minuti a divorarla, la lingua che entrava e usciva, le labbra che succhiavano il bordo sensibile, mentre lei spingeva indietro contro la mia faccia, bagnandomi il mento dei suoi umori. Il suo sapore era intimo, eccitante, proibito.
Quando non ressi più, lubrificai di nuovo due dita e le spinsi dentro di lei, scopandola lentamente mentre lei continuava a toccarsi. Poi presi il mio cazzo, duro come marmo, la cappella lucida di liquido preseminale, e lo appoggiai contro l’apertura. Spinsi. Il suo ano cedette piano, inghiottendomi in una stretta rovente che mi strappò un gemito gutturale. Entrai fino in fondo, centimetro dopo centimetro, sentendo ogni anello di muscoli che mi strizzava. «Ahhh… sì… riempimi!» urlò Renata. Iniziai a muovermi con spinte profonde e ritmiche, il bacino che sbatteva contro le sue natiche con schiocchi umidi. Lei gridava di piacere puro, la testa gettata indietro, i capelli che ondeggiavano. «Scopami il culo, Franklin! Più forte… così… mi fai godere da morire!»
La presi a pecorina per un tempo che sembrò eterno, godendo di ogni spinta che la faceva tremare. Poi lei volle cambiare. Si girò, mi spinse sul letto e si mise a cavalcioni inversa, dandomi le spalle. Afferrò il mio cazzo con una mano, lo posizionò e scese lentamente, impalandosi da sola fino alla base. Cominciò a muoversi, controllando tutto: saliva e risaliva, roteava i fianchi, faceva rimbalzare quel culo perfetto sulle mie cosce. Vedevo il mio cazzo scomparire completamente dentro il suo ano dilatato, vedevo le sue natiche che si aprivano e si chiudevano, la pelle arrossata, lucida di sudore. «Così ti piace? Vuoi che lo prenda più veloce?» ansimava lei, aumentando il ritmo.
Sentivo l’orgasmo salire, inevitabile. Accelerai le spinte dal basso, incontrando i suoi movimenti, e alla fine esplosi. Potenti schizzi di sperma caldo le riempirono l’ano, uno dopo l’altro, mentre lei urlava il suo piacere e veniva toccandosi. Il suo culo si contraeva intorno a me, spremendomi fino all’ultima goccia.
Ancora ansimante, con il culo rosso e colmo del mio sperma che iniziava a colare fuori in rivoli bianchi, Renata si girò. Mi guardò con occhi appannati di piacere, si chinò e mi baciò profondamente, la lingua che cercava la mia con dolcezza e voracità insieme. «Da ora in poi, Franklin,» sussurrò sulle mie labbra, la voce roca e sincera, «ti darò il mio culo ogni volta che lo vorrai. È tuo. Ogni volta». Si accoccolò contro di me, la mano che scendeva a circondare il mio cazzo ancora sporco dei nostri umori, accarezzandolo piano, quasi con devozione. Io la strinsi forte, sentendo il suo respiro calmarsi sul mio petto, ma dentro di me il fuoco non si era spento. La vacanza era lunga, il lago era grande, e già pregustavo la prossima volta che glielo avrei preso nel…
Non so come sia stato possibile, ma il mio cazzo tornò a pulsare con forza contro la coscia di Renata mentre le sue dita continuavano ad accarezzarlo con quella devozione lenta e sporca. Lei, la mia compagna di trentotto anni, quella donna che dirigeva con pugno di ferro una galleria d’arte in città e che per otto lunghi anni aveva tenuto il suo culo fuori dai giochi, ora sembrava non riuscire a saziarsi. Il lago fuori dalla finestra era una lastra nera sotto la luna, il profumo di pino e sesso impregnava l’aria calda della camera. Sentivo ancora il suo ano contrarsi intorno alla base del mio cazzo che stava ammorbidendo, e i rivoli spessi della mia sborra che uscivano dal buchetto arrossato, colando tra le sue natiche perfette fino a bagnare le lenzuola.
Renata sollevò la testa, i capelli appiccicati alla fronte sudata, gli occhi lucidi di una fame che non aveva niente di timido. «Franklin… non è abbastanza» sussurrò, la voce roca come se avesse urlato per ore. «Il mio culo brucia, è pieno di te, ma lo voglio ancora. Voglio che me lo apri di più, che me lo scopi come se volessi spaccarmelo. Non trattarmi da fragile. Sono tua. Scopami il culo un’altra volta, subito.»
Quelle parole mi accesero come benzina sul fuoco. Pensai che questa era la vera Renata, quella che sotto l’apparenza composta nascondeva una troia anale nata solo per me. Il mio cazzo si indurì del tutto nella sua mano. La baciai con violenza, mordendole il labbro inferiore mentre le mie dita scivolavano di nuovo tra le natiche calde e bagnate. Il suo ano era ancora dilatato, morbido, viscido di sborra e olio. Infilai due dita senza preavviso, girandole dentro con movimenti ampi, sentendo le pareti vellutate che mi stringevano e rilasciavano. Lei inarcò la schiena e gemette forte contro la mia bocca: «Sì… così… aprilo, Franklin… sentilo quanto è tuo adesso».
La feci alzare dal letto. Le gambe le tremavano ancora, ma mi seguì fino alla grande finestra che dava sul molo e sul lago silenzioso. La spinsi contro il vetro freddo. I suoi seni pesanti si schiacciarono sulla superficie, i capezzoli scuri duri come pietre. Da dietro le allargai le natiche con entrambe le mani e mi inginocchiai. La mia lingua trovò subito il buchetto gonfio, ancora colmo della mia prima scarica. Leccai via la sborra densa, spingendo la lingua dentro il più possibile, succhiando il bordo sensibile mentre lei spingeva indietro il culo contro la mia faccia. «Mangiami… leccati la sborra dal mio culo, amore… sono la tua puttana, la tua troia del lago.»
Il sapore era osceno, salato, proibito, e mi faceva impazzire. Le tenni le natiche aperte con forza, alternando lunghi colpi di lingua a succhiate rumorose. Renata si toccava la figa con due dita, infilandole dentro e fuori con schiocchi bagnati, il clitoride gonfio che sfregava contro il palmo. Le sue gambe tremavano, i muscoli delle cosce si contraevano. Per minuti interminabili la divorai, sentendo il suo ano rilassarsi sempre di più sotto la mia bocca, diventando un tunnel caldo e accogliente. Ogni volta che spingevo la lingua dentro pensavo a quanto fosse diversa da quella donna rigida che per anni mi aveva detto di no: adesso implorava, si offriva, si apriva come una puttana esperta.
Quando il mio cazzo pulsava così forte da far male, mi alzai. Lo strofinai tra le sue natiche lucide, poi appoggiai la cappella grossa contro l’apertura e spinsi. Entrai in un colpo solo, fino in fondo, sentendo l’anello di muscoli che cedeva e mi avvolgeva in una stretta rovente. Renata urlò, la fronte premuta contro il vetro appannato: «Ahhh cazzo… sì… tutto dentro… spaccami!». Iniziai a scoparla con spinte potenti, tenendola per i fianchi larghi, sbattendo le palle contro la sua figa fradicia. Ogni affondo faceva tremare le sue natiche, produceva schiocchi umidi e osceni. Dal vetro vedevo il riflesso del suo viso distorto dal piacere, la bocca aperta, gli occhi semi-chiusi.
«Più forte, Franklin… scopami come una troia… voglio sentire il tuo cazzo che mi arriva in gola da dietro!» gridava. Accelerai, pompando con tutta la forza che avevo, tirandola contro di me a ogni colpo. Il suo ano era una morsa perfetta, scivolosa della mia sborra precedente che faceva da lubrificante naturale. Le infilai due dita nella figa senza smettere di fotterle il culo, sentendo il sottile setto che separava i due buchi. Lei impazzì. Il suo corpo si tese come una corda, le dita dei piedi si arricciarono sul pavimento di legno. Venne con un urlo strozzato, la figa che schizzava umori caldi sulle mie nocche, l’ano che pulsava e strizzava il mio cazzo in contrazioni violente.
Non resistetti. La girai di scatto, la presi in braccio e la portai di nuovo sul letto. La misi a cavalcioni inversa, ma questa volta la tenni ferma mentre spingevo dal basso con spinte brutali. Lei si reggeva con le mani sulle mie cosce, il culo che rimbalzava con forza sulle mie anche. Vedevo tutto: il mio cazzo spesso che scompariva completamente nel suo ano dilatato, le pareti rosa che si tendevano a ogni uscita, la sborra bianca che colava copiosa e bagnava le mie palle. «Guarda come ti prendo tutto» ringhiai. «Questo culo è mio, Renata. Ogni vacanza, ogni notte, te lo riempio fino a farti colare per giorni.»
Lei rispose con versi animali, roteando i fianchi, spingendo giù per prendermi ancora più profondo. «Sì… sono la tua troia anale… riempimi ancora… sborrami dentro un’altra volta!» Il ritmo divenne frenetico. Le tenni le natiche aperte con le mani, guardando il punto esatto dove il mio cazzo spariva dentro di lei. Sentivo l’orgasmo salire come una marea. Lei venne per la seconda volta, toccandosi il clitoride con movimenti rapidi e disperati, il corpo scosso da spasmi violenti, l’ano che mi massaggiava con contrazioni così forti da strapparmi un gemito gutturale.
Esplosi. La seconda scarica fu ancora più abbondante della prima: getti potenti, caldi, densi che le inondarono le viscere. Continuai a spingere mentre venivo, pompando tutto dentro di lei, sentendo il liquido che non trovava più spazio e schizzava fuori intorno alla base del mio cazzo. Renata collassò in avanti, il viso premuto contro le mie gambe, il culo ancora impalato su di me che continuava a contrarsi debolmente.
Restammo così, ansimanti, sudati, uniti. Il suo ano pulsava lento intorno alla mia asta che stava ammorbidendo, la mia sborra che usciva in rivoli spessi e bianchi lungo le sue natiche e sulle mie cosce. Lei girò appena la testa, la guancia arrossata, gli occhi appannati di piacere puro, e sussurrò con voce rotta: «Non ho mai provato niente del genere… mi sento così piena, così tua…». Il suo respiro era ancora spezzato, il corpo scosso da piccoli brividi post-orgasmo, la mano che cercava debolmente la mia mentre il lago fuori continuava il suo mormorio indifferente e noi restavamo lì, sospesi nel calore umido del dopo, il fuoco non ancora spento del tutto, il suo culo ancora stretto intorno a me come una promessa silenziosa di tutte le volte che…
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